Come nacque il flauto?

Una persona cammina lungo le rive del fiume. È sera, è mattina: il suo villaggio è poco lontano. All’alba cammina fra la vegetazione mentre la luce del mattino caccia via il buio, passo dopo passo al tramonto cammina e il sole se lo portano via le stelle.

All’improvviso, si ferma. Ascolta. C’è il suono del vento che passa e attraversa il mondo.

Lì intorno, altissimo, il bambù. Ecco da dove arriva questa musica. Chiude gli occhi e ascolta. Il vento fa correre veloci le nuvole e scuote il bambù, si infila nelle canne che crescono accanto al fiume e fa suonare l’aria, mentre l’acqua accompagna il tempo con il suo flusso costante.

Siamo in Cina. È così che nasce il flauto. Una persona, qualcuno che ha ascoltato la musica del vento, si ferma e taglia un pezzo di bambù. Pratica dei fori così che l’aria possa attraversare il fusto vuoto e produrre suoni.

Anche noi siamo vento. Siamo respiro. Soffiando moduliamo il ritmo della tempesta e della bonaccia. Diventiamo musica.

*

Dall’altra parte del mare. Dall’altra parte della terra, tra le foreste antiche di un luogo nascosto dalle montagne qualcuno cammina nel bosco. Si cammina in silenzio nel bosco, per ascoltare ogni più piccolo rumore intorno. Gli uccelli volano e chiacchierano fra loro gorgheggiando.

Fischia. Se fai passare attraverso le tue labbra umide il respiro ti accorgi che c’è un sibilo diverso, nuovo, che si diffonde nell’aria. Ti confondi anche tu con un uccellino, se ti alleni.

In Germania nella cava di Hohle Fels è stato ritrovato un piccolo flauto; è lungo circa venti centimetri ed è stato creato dall’osso di un uccello, il radio di un grifone, un uccello che arriva a un’apertura alare di due metri. Lì vicino c’erano altri due flauti, in avorio. Sembra che siano stati dimenticati lì 35000 anni fa. In Cina, a Jiahu, 9000 anni fa una mano lascia cadere un piccolo flauto: è in osso, ricavato da una zampa di una gru della Manciuria, che abita fra i canneti, nelle acque poco profonde lungo il fiume e i piccoli laghi cinesi. Sono spariti nell’acqua e consumati dalla terra i piccoli flauti dei bambini di un tempo e dei vecchi distesi fra i prati, ma la memoria ancora li ricorda. Il Dizi, che a volte viene chiamato Zhudi, bambù, è un flauto traverso tradizionale di origine, ora lo sappiamo, antichissima che ancora oggi viene suonato in Cina.

*

In un tempo così lontano che facciamo persino fatica a immaginarlo, le persone camminavano nelle foreste, lungo le rive dei fiumi, da una parte all’altra del mondo. In Grecia si raccontava di un dio, un ragazzo divino di nome Pan, che abita, libero e selvaggio, la foresta. Pan si innamora di una ninfa, una piccola fata dei boschi, di nome Siringa, ma a lei quel ragazzo non piace e perciò scappa via e chiede aiuto alle Naiadi, ninfe che abitano le acque dolci. Le Naiadi trasformano Siringa in una canna di fiume ed è così che ascoltando quel suono Pan si ferma, rapito, e trasforma il suo amore non corrisposto in musica. Siringa in lingua greca è σῦριγξ e significa anche “condotto, galleria, canale”. Anche fra le Ande, montagne antiche nate 180 milioni di anni fa, si suona il flauto. Il flauto andino è chiamato Quena o Kena, canna.

È il vuoto a fare la musica. È il silenzio a fare il ritmo. È il cuore a fare armonia.

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Storia di Hui-neng e del monastero zen di Hui-jan a Mang-Mei

C’era una volta un ragazzo: si chiamava Hui-neng e abitava in Cina nella città di Xinzhou, oggi nella provincia di Guangdong.

Hui-neng lavorava la terra e faceva il taglialegna. Non sapeva scrivere né leggere, ma voleva sapere tutto del mondo e della vita, desiderava la conoscenza.

Un giorno decise di mettersi in viaggio per raggiungere il monastero di Hung-jan, a Mang-mei dove viveva una comunità di monaci. Un tempo i monasteri era luoghi dove imparare. la gente meditava, leggeva libri antichissimi e si confrontava con i maestri.

Hui-neng fu messo a lavorare in cucina. Nel frattempo, accadde che il patriarca, che per molti anni era stato a capo del monastero, decise di scegliere il suo successore, il maestro che sarebbe venuto dopo di lui.

A tutti fu chiesto di scrivere una poesia. Una poesia capace di esprimere il senso del buddhismo, il significato profondo della vita. La parola “buddhismo”, infatti, significa “svegliarsi alla conoscenza”.

Shen-hsiu, che era il capo monaco della comunità, scrisse questa poesia, che nella notte appese sui muri del corridoio dove dormiva il patriarca Hung-jan

Il corpo è l’albero del Bodhi;

La mente uno specchio lucente.

Abbi cura di pulirlo di continuo,

Non lasciare che la polvere vi cada sopra

Il giorno dopo i fogli di un’altra poesia comparvero appesi sui muri. Diceva così:

Non vi fu mai un albero del Bodhi,

Né mai uno specchio lucente.

In realtà, nessuna cosa esiste;

Dove dovrà cadere la polvere?

Il patriarca Hung-jan intuì che doveva essere stato Hui-neng a scrivere quella poesia. Allora lo convocò nella notte; gli affidò la tunica da monaco e la ciotola delle offerte, poi gli disse di andare sulle montagne: al momento giusto lo avrebbe chiamato e gli avrebbe trasmesso gli insegnamenti necessari per diventare un grande maestro.

* questa piccola storia zen per bambini e non solo è nata dalla lettura del libro “La via dello zen” di Alan W. Watts, Feltrinelli (2000)

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Primo giorno di febbraio

Dicono che

gli ultimi giorni di gennaio

siano

i più freddi dell’anno.

*

Il perché siano i giorni della merla

nessuno sa,

mai

in fin dei conti

saprà.

*

Ma, dice il vecchio detto

se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà bella

se nei giorni della merla splende il sole, in primavera ci si dovrà aspettare

gran nuvoloni.

*

ZIRLO si chiama il canto del merlo.

Quando il ghiaccio dell’inverno inizia a sciogliersi e il tepore inonda il mondo

il merlo inizia a fischiare

in cerca del suo amore, la compagna che sceglierà per la vita.

*

Così accade che i giorni della merla, senza volere

portino anche un simbolo di primavera e

nella speranza che se ne vada via l’inverno

risentire il canto dei

merli innamorati

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Ritorno a casa

〰️Mami, ho sete. Andiamo a fare il latte caldo? Una vocina, la notte profonda, in braccio per le scale e gli ultimi legni nella stufa, il pentolino rosso e la tazza preferita. Prima di tornare a letto passare a vedere l’albero di Natale, ancora lì nell’altra stanza che brilla di lucine 〰️ è bellissimo, mi dici. Perché adesso ha tutti i cuori, e sorridi. I cuori ritagliati nella carta che sono serviti come bigliettini di auguri e regali. Lo lasciamo ancora un po’? Sì, facciamo che per noi è ancora Natale.

Rifare le scale con la magia negli occhi, non leggere libri ma raccontarne a occhi chiusi, no non è ancora giorno. Il letto con la finestrella che dà su un cielo di mille stelle.

L’alba che arriva fra le montagne, rosa. Le stanze ancora fredde ma già più calde, il caffè ancora caldo, il latte con la schiuma e i biscotti da inzuppare.

La brina che ghiaccia i prati e fa brillare le foglie. Gli esperimenti con l’acqua ghiacciata. Il sole in faccia così dolce. Le campane del mezzogiorno. La fiamma che brucia e scalda da guardare oltre il vetro nella stufa. Addormentarsi a casa. Leggere filastrocche stretti stretti.

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Inverno a Peñíscola

Svegliarsi quando è ancora buio, ma già dietro le nuvole viola si nasconde il sole che sottrae oscurità alla notte

aspettare la luce del nuovo giorno avvolti in una coperta bianca, spiando dal finestrino

fare il caffè e mangiare panini dolci, ciambelline di avena che galleggiano nel latte e intanto mettere a posto scaffali, perdere e trovare cose, spolverare con un panno arancione, mettere via libri e aprirne di nuovi.

Giornate così, che sembrano non iniziare mai ma continuare dalla sera prima, una lunga sera in cui ci si è addormentati troppo presto dopo i giochi nel vento e nel sole. E adesso tutta la costa, ancora, illuminata da mille piccole luci sparse cucite nel buio.

Un uomo lancia briciole mentre i gabbiani accorrono famelici planando sull’acqua.

Un bambino mezzo svestito, con una maglietta di cotone addosso, mezza macchiata, i capelli scompigliati
danza sulla spiaggia

e poi cadere dopo aver girato e girato su se stessi. Cadere e mettersi a ridere fra la sabbia,

dei cagnetti in un passeggino da bambole.

Domenica d’inverno a Pèniscola,

i bambini vestiti a festa al parco giochi a mezzogiorno dopo il catechismo, a gridare forte, arrampicarsi, giocare a nascondino e litigare per non mettersi il caschetto

il profumo quasi amaro del pesce in padella, le fritture di pesciolini e il polpo morbido alla gallela, l’aglio e il prezzemolo, le spezie per il riso, le padelle incrostate, i ristoranti con un foglietto scritto a pennarello con la data di riapertura, fra un mese o alla prossima stagione estiva, e quelli che non chiudono mai

un passeggino che arranca su per le stradine della rocca, nata sulla roccia, la distesa azzurra dalle torrette di avvistamento e un faro nascosto fra le case azzurre, com i tetti piatti, che per un attimo sembra di essere in Grecia, i negozietti di artigianato, il Museo del Mar con i suoi due vecchi guardiani all’ingresso e i modellini in legno delle imbarcazioni che sono passate di qui navigando sulle onde della storia: fenici, greci, cartaginesi, latini, arabi, cavalieri templari.

I navigatori del passato restano impigliati nella forma che hanno lasciato alle cose, con cui hanno involontariamente modellato il paesaggio per sempre

le cupole, i tetti piatti e quadrati, le pareti dipinte di azzurro intenso, blu e bianco, le finestre ottomane, le piccole porte di legno decorate in ferro battuto, i  terrazzini con le piastrelle dipinte da guardare da sotto in su, le piante tropicali che traboccano fino in strada

la strada, fatta di pietra bianca e liscia, decorata in mille incastri

nel primo pomeriggio il collo nero di un cormorano su e giù nell’acqua vicino agli scogli, dove amano nuotare questi uccelli marini alla ricerca di pesci e un bambino che cerca di farlo volare via urlando dal bagnasciuga

gli orli bagnati dei pantaloni

piccoli fiori viola, bianchi e lilla, capaci di crescere nella sabbia

un raggio di sole che tutto trasforma, per un attimo, e la pioggia lenta che inzuppa densa la fine della giornata, mentre il giorno stenta ad andarsene.

È ancora inverno, ma da certi tocchi impercettibili della luce che resiste già si immagina un nuovo cambiamento che chiamerà nell’aria, fra non molto, promesse di primavera e stagioni di fiori

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