A cosa stai pensando?

What’s on your mind? / A cosa stai pensando? FB
What’s happening? / Che c’è di nuovo? TWITTER

Chi ha sviluppato due delle piattaforme più famose al mondo per la comunicazione ha tratto dalla vita quotidiana la domanda che al momento, ogni volta che frequenti i social, è internet a chiederci.
A cosa stai pensando?
Ei, che c’è di nuovo?

In fondo, l’essere umano difficilmente inventa di sana pianta. Immaginiamo il futuro a partire dal passato.
Negli anni abbiamo sviluppato un sistema di posta con caselle verniciate e appese sul cancello, a cui poi si sono aggiunte caselle virtuali pronte a ricevere lettere, le mail, con cui comunichiamo per lavoro e (sempre meno) con amici o parenti. Il cassetto della nonna con l’album dei ricordi è diventato un album online, condiviso in maniera più o meno privata e più o meno consapevolmente (qualche volta con risultati preoccupanti).
Le cassette, che occupavano spazio e dopo il troppo ascolto graffiavano l’orecchio perché si consumava il nastro, sono diventati sottili e delicati cd – attento a non graffiarlo – In seguito, dal cd la musica ha trovato il suo posto in una sequenza di canzoni preferite da salvare su una chiavetta, ma ora che di internet abbiamo ricchezza di giga in quantità non serve nemmeno salvare. La libreria è online e la fruizione in streaming. Nel frattempo torna di moda il vinile.

Riscopriamo ciò a cui diamo valore. Gli oggetti capaci di trasmettere le nostre storie diventano importanti.
Come i libri. Si sperimentano più spesso opere da trovare online e scaricare sul tablet. I perché sono tanti: occupano poco spazio, si possono leggere anche al buio mentre addormenti i figli la sera, a volte ti fanno trovare qualcosa di introvabile nel posto in cui vivi ma che esiste da un’altra parte del mondo e ti basta un click per raggiungere.
Ma continuiamo a comprare parole di carta, soprattutto i libri quelli belli, quelli che questo qui, sì lo voglio proprio avere in casa, lo voglio rivedere, toccare, rileggere. La bellezza è intramontabile e ne vogliamo di più. Meno giornali forse perché hanno il temporaneo iscritto nel dna e allora sì, apro il borsellino ma solo a certe condizioni, magari per una pubblicazione che è speciale, che vale la pena per i contenuti o il tipo di stampa.

Vale la pena? La domanda di sempre. Vale la pena
Cos’è che per me vale la pena?

Esiste un processo di smaterializzazione e al tempo stesso oggi più che mai siamo attenti alle tracce.
Nel 2015 Facebook ha introdotto la funzione “memories”, “ricordi”.
Che tu ne sia solleticato o meno, oggi decidi di entrare, ovvero fare login (per inciso, si fa sempre meno e l’esperienza della rete diventa sempre più un fluido in cui siamo perennemente a mollo, un gomitolo che ci si aggroviglia intorno), magari te ne sei scordato, invece no. Implacabile, la memoria di ciò che hai fatto o detto, ritorna. Con puntuale esattezza.
Proprio oggi, un anno fa… due anni fa….nel 20xy eri qui, ti sentivi così, volevi comunicare questo.
I nostri pensieri ritornano. È ancora ancora quell’attimo lì, preciso intatto.
Le fotografie di un tempo sbiadivano nel cassetto e chissà che cosa provavamo, che cosa abbiamo detto esattamente.
Non lo ricordiamo più.
Invece, i ricordi oggi qui nel mondo di internet ci ricordano ciò che può persino capitare di non riconoscere più.
Davvero mi è successo di pensare questo? Accidenti, non me la ricordavo quella giornata. Eppure sì, adesso lo vedo: quella foto lì, quei colori. Le parole che avevo scritto mentre facevo questo o quello, ero con quella persona lì. Accidenti.
La polaroid di un attimo eterno, anche se ormai irrimediabilmente passato, ci costringe a un esercizio della memoria continuo.

A cosa stai pensando? incalza e la nuvoletta è come quella dei fumetti, bianca, la devi riempire tu. Ti chiama per nome e ti incalza a dire quello che ti passa per la mente, con quello che stai vivendo veramente. E dillo, una buona volta. Accidenti, sii sincero, la domanda da un milione di yuan, come diceva il mio prof di storia dell’arte del liceo, che chiunque ha fatto almeno una volta, o dodicimila, a una persona: a cosa stai pensando? E non dirmi niente perché non è vero.
Sforzati. È richiesto uno sforzo, un esercizio che questa volta non è di memoria ma di sincerità. Se lo fai veramente, se tu veramente scegliessi di farlo, potresti persino tirar fuori qualcosa, qualcosa di buono e sincero su ciò che vivi, ciò che stai vivendo adesso, su come ti senti e quello che vorresti comunicare all’altro.
L’altro che è poi un amico, o tale dovrebbe essere, nel mondo inventato da questo social nato in un’università e diffuso, un anello dopo l’altro, fino a te, me, noi. Una cerchia che vuole essere chiusa, in alcuni casi più permeabile, in altri sigillata, di gente che si conosce e si riconosce, si cerca e qualche volta, ma solo qualche volta, interagisce condividendo ciò che sa, ciò che importa, ciò a cui dà valore.

Da una parte esercizio introspettivo, o se non altro esplorazione orientata verso l’interno delle proprie vite, dall’altra spazio che porta fuori, a un esterno che diventa piazza del mondo intero, anzi molto di più: una piazza virtuale dove si affacciano edifici di ogni nazione. A ritrovarsi qui sono navigatori che parlano mille lingue, si incrociano attraverso merci e discorsi. La scia delle parole li porta a incrociarsi, magari solo per un incontro fugace oppure chissà, per rivedersi o magari anche inseguirsi e seguirsi, il cinguettio di un uccellino che ormai abbiamo imparato a conoscere, quello che spunta ogni mattino sul davanzale di casa.

Che succede là fuori, cosa c’è di nuovo?Una domanda da bar, da sala d’attesa; sconosciuti uno di fianco all’altro, seduti sulla stessa notizia che è poi questo alla fine che li accomuna:il motivo per cui sono qui, quello che li ha fatti fermare un attimo.
Tu che cosa cerchi? Perché ti trovi qui?
E allora succede che se condividi, ma condividi veramente accade di esporsi sul serio; sogni, mancanze, lotte, bisogni. Quello che vuoi, quello che ami e per cui lotti a guardare bene lo cercano in tanti. Ce ne sono tante di persone come te e se segui il filo le trovi, le puoi scoprire sulla scia dell’odio oppure tessendo trame capaci di cambiare il mondo.
Perché il mondo si cambia anche attraverso le parole, le idee. Anche attraverso le piccole cose, i sogni. Anche attraverso la poesia, i gesti del quotidiano.

Condividere moltiplica ciò che siamo e vogliamo, lo espande.
Aggiunge all’energia potenza e risoluzione

Di che cosa è fatto un ricordo?

L’etimologia della parola ‘ricordo’ viene da cor, cordis: cuore.
Sì, sono esistiti popoli antichi, come gli Egizi, che ritenevano il cuore la sede della memoria.
Ma no dai, ora lo sappiamo. È il cervello. Qui dentro, in questa scatola nera che chiamiamo cranica, c’è un gheriglio che contiene tutte le nostre informazioni.
Fra l’altro ha proprio la forma di una noce, che strano.
Due emisferi collegati da un corpo calloso. Un tempo, in realtà non molto tempo fa, si pensava che queste due parti fossero ben distinte e ognuna con le sue funzioni. Oggi sappiamo che queste differenze che per secoli abbiamo cercato di mettere in ordine, destra, sinistra, razionalità, creatività, ordine, caos, in realtà giocano a nascondino e si scambiano, si rincorrono. Parlano di un mistero molto più grande in cui tutto si trasforma.
A raccontarlo sono anche le storie di chi si è fatto male, di chi è sopravvissuto e si è trasformato a causa di malattie per cui abbiamo dovuto inventare nuovi nomi. Più lo si studia, più il cervello sfugge alla classificazione di parti ben divise e organizzate, ognuna con la sua funzione. Dentro, si rigenera, evolve, cambia.
Una parte può soccorrere l’altra. Come accade alle piante, la natura ci insegna che certe incredibili armonie nascono dalle tragedie di qualcosa che spezza lo sviluppo ordinario.
Ed da lì che si riparte. Un tronco contorto, la vena di un ramo che si arrampica attraverso le sbarre che gli avevano precluso la luce, anelando luce e aria, almeno quanto basta per continuare a vivere.

Il cervello vive di misteri che ancora non conosciamo e forse non conosceremo mai del tutto.
Ma continuiamo a cercare. A fare domande.
Sì, tanto tempo fa si costruivano immense tombe di pietra e dentro ci mettevano a riposare i defunti con intorno tutto ciò che sarebbe servito per il viaggio nell’aldilà.
Il cuore, però, veniva nascosto in un’anfora.
Una volta attraversata tutta la notte sulla barca del dio Ra, il sole, una volta passati i cancelli che dividevano il mondo di qui dall’altro di là, allora sarebbe arrivato Anubi, dio della morte e dei cimiteri, ululato solitario nell’oscurità.
Maat, dea della giustizia e della verità, allora avrebbe fatto la sua comparsa arrivando in punta di piedi, con le grandi ali spiegate e la sua tunica di luce dorata come l’alba. Si sarebbe sfilata la lunga piuma bianca dalla fascia che le cingeva la testa e sfiorando la bilancia l’avrebbe appoggiata lì.
Su un piatto la piuma di Maat, sull’altro il cuore. Così si raccontava nell’antico Egitto.
Solo se il cuore fosse risultato più leggero, allora chi aveva lasciato la vita avrebbe potuto proseguire il viaggio senza tornare indietro.

La memoria del cuore: le ultime ricerche in fatto di neuroscienze spiegano che è l’ultima a rimanere.
Resta con noi sempre, fino alla fine.
Dimentichiamo come si fanno le cose, a cosa servono; un malato di Alzheimer si perderà cercando quali strade e vestiti indossare. Le mappe, le mappe geografiche che abbiamo disegnato con i nostri spostamenti nel mondo e le mappe che chiamiamo cognitive, fatte delle strade scoperte durante la vita e registrate dentro di noi, si sfocano, non concidono più.
Eppure continuiamo a ri-cor-dare. Ciò che torna a galla increspando la superficie del nostro cuore è ciò che ci ha emozionato, ciò che nel bene o nel male ha contato. Che cosa vale la pena per te?
La domanda che porta avanti le nostre giornate, i progetti, o quella che ci neghiamo; l’interrogativo muto che a volte preferiamo saltare, quello che ci fa salire sulla bilancia e fare i conti con noi stessi.

Dagli abissi del nostro cuore emergono frammenti, fugaci come un lampo.
Istanti, momenti di tempo non importa quando.
Per un attimo è ancora lì, vivo
presente. Il ricordo
accade sempre adesso

I ricordi sono miei, sono tuoi. Sono per ognuno diversi.
Ma fanno parte di un’unica storia che si perde in mille fili.
I fili sì, hanno colori diversi. Diverso spessore, materia, provenienza.
Eppure i nostri ricordi disegnano una mappa che conosciamo bene.
Infanzia. Casa. Paura. Sogno. Pericolo. Avventura. Crescita. Famiglia. Amici. Case. Mani. Sguardi.
Quante parole potremmo aggiungere.
Ogni parola è un mondo intero, il mondo che abbiamo vissuto. Ognuno una prospettiva diversa, ognuno parte della grande strada che alla fine percorriamo tutti. Siamo storia nella grande Storia del mondo e camminiamo nel viaggio della vita, ciascuno con il suo passo.
E poi guarda che buffo, se spacco una noce a metà vedo un cuore.

La Biblioteca del Tempo desidera diventare questo: un posto dove raccogliere i nostri ricordi.
Quei momenti unici, a volte insignificanti, quelli in cui il cuore si è fermato e ancora oggi batte forte quando siamo lì.

✏️ Doni un ricordo? Se hai voglia di condividere una memoria scrivi a bibliotecadeltempo@gmail.com oppure usa #bibliotecadeltempo

Armonica a bocca

“Poi accarezzava la sua armonica a bocca, lustrandola col fazzoletto. Era davvero strano vedere un uomo così grosso suonare uno strumento così piccolo. Ma appena si metteva a soffiare dentro quell’oggetto, era in grado di risvegliare motivi venuti da altre acque, da altri asfalti, da altre vite”

Davide Van De Sfroos

Quando è stata inventata l’armonica a bocca? Esistono l’armonica diatonica e l’armonica cromatica, con un tasto per il semitono. Sembra che l’armonica a bocca così come la conosciamo sia stata inventata nel 1821 dal tedesco Christian Friedrich Ludwig Buschmann, che registrò il brevetto di questa invenzione quando aveva sedici anni. Chiama la sua invenzione “aura” e la descrive così: “un nuovo strumento semplicemente straordinario. Nella sua interezza misura 4 inches di diametro… ma è possibile ottenere venti note e tutte dal ‘pianissimo’ al ‘crescendo’ senza avere bisogno della tastiera, armonia di sei toni, e abilità di poter tenere una nota tanto a lungo quanto lo si desidera“. Si trattava di un piccolo strumento in acciaio: qualche anno dopo, nel 1826 un liutaio di nome Joseph Richter introdurrà un importante cambiamento. Infatti, modifica la struttura dello strumento creando due porta ance separate, una per le note soffiate e una per le note aspirate. Nasce l’accordatura standard dell’armonica diatonica detta accordatura Richter.

“La cosa è un po’ vaga ma diciamo che a differenza di tutti io soffiavo più note di quante ne aspirassi. Ovviamente il modo corretto di suonare l’armonica blues era quello di Little Walter o Sonny Boy Williamson, i quali aspirano la maggior parte delle note; io invece di preferenza soffiavo, perché ero l’unico a fare una cosa del genere. Ecco come venne fuori il mio caratteristico sound di armonica e chitarra, che non avevo mai sentito fino ad allora: quasi per caso…”

Bob Dylan

La prima fabbrica di armoniche a bocca

Credits. Seydel

Nel 1857 nasce la prima fabbrica di armoniche a bocca grazie a Christian August Seydel a Klingenthal, in Germania. Ancora oggi questa antica fabbrica nella regione della Sassonia continua a realizzare armoniche a bocca che giungono in ogni parte del mondo. I figli di Seydel, Richard e Moritz viaggiano verso l’America e così l’armonica attraversa l’oceano.

Arriva la guerra, prima il conflitto mondiale del ’15-18 e poi la seconda guerra mondiale. Una piccola armonica a bocca, per cui basta una tasca, è l‘unico strumento che i soldati possono portare con sé. Immagina una lunga notte di colpi e le attese interminabili, i vuoti di tempo che ogni guerra porta con sé e la nostalgia di casa: la melodia di una voce che si infila fra i fori di acciaio e arriva come il filo sottile di un pensiero che vola.

Credts: Seydel

Durante la seconda guerra mondiale gli uomini sono chiamati al fronte e sono le donne a condurre l’azienda, Margarete Seydel insieme a Hedwig Bischoffberger. Cosa accade successivamente? Come tante aziende e famiglie la storia del singolo viene scossa dalle onde di una storia più grande. Nel 1949 vengono dichiarate indipendenti la Repubblica Federale Tedesca e la Repubblica Democratica Tedesca, controllata dall’URSS. Sotto l’occupazione sovietica l’amministrazione della fabbrica è governativa. Bisognerà attendere la riunificazione della Germania perché l’antica fabbrica torni nelle mani della famiglia, nel luglio 1991. Inizialmente i tempi non sono facili e la direzione viene dichiarata insolvente a causa dei debiti: nel novembre 2004 la situazione diventa di pubblico dominio. Ma accade un fatto straordinario. Quando nessuno se lo aspettava compare un investitore disposto a credere nella lunga tradizione di questa produzione, Niama Media. Così, la storia continua…

Perdersi a Klingenthal

A proposito, il posto dove ha sede la fabbrica di armoniche Seydel possiede una storia molto speciale. Sì, perché la città di Klingenthal, che è circondata dal parco naturale Erzgebirge, è a 150 km da Leipzig, Lipsia, e a 50 km dalla città termale ceca di Karlovy Vary, così vicina alla Repubblica Ceca che la linea di confine si confonde lungo la strada di un paesaggio, architettonico e umano, che prende suggestioni diverse e ritmi capaci di ballare insieme una danza attraverso il tempo.

La lezione del tarassaco

Torna ad affacciarsi signora Primavera ed ecco che nel giro di una settimana ci fa girar la testa, di nuovo. L’avevamo scordato il profumo dei fiori nell’aria e all’improvviso i colori, così chiassosi e ribelli. Poi d’un colpo, in una notte e un giorno, appare il tarassaco. Ed è giallo, per un attimo, tutto il mondo.

C’è una cosa che ci insegna il tarassaco ed è
il senso della trasformazione: nulla accade se non accade prima dentro

La parola ‘cambiamento‘ viene dal greco antico: trova le sue radici nel verbo kamptein, che significa “curvare, piegare, girare intorno”.
Il cambiamento ti capita fra capo e collo,
è un tormento a volte, o
un ostacolo;
spesso non lo decidi, anzi forse quasi mai capita di darsi a lui in piena consapevolezza. Si tratta di un colpo di testa, al meglio delle ipotesi. Oppure, appare fugace e perentorio come un mal di schiena, il mal di pancia, il trasloco, la fine del lavoro, o un contratto stracciato: il cambiamento ti prende alla sprovvista.
Mica sempre è brutto, sai. Il cambiamento può anche essere una cosa bella: un lavoro nuovo, sposarsi, cambiare casa, il cane, un figlio, un dipinto appena fatto, la cosa che non sapevi di saper fare, una passione appena trovato, la fresca idea di un nuovo progetto. Eppure fa sempre un po’ paura, perché il cambiamento è così: ti affacci ed è sempre al di là del parapetto: al di là delle tue intenzioni, possibilità, al di là del noto per l’ignoto c’è questo tuffo nel pozzo buio del non-so.
Il cambiamento
è qualcosa che si mette sulla nostra strada e ci costringe a
girare la testa, il collo verso una nuova
direzione, che non è quella abituale. Ecco, la radice dolorosa e miracolosa del cambiamento: esce dall’abituale, ci costringe. Ci butta fuori di casa anche quando fa freddo, ci sposta di peso e a volte non risparmia un calcio, ci sprona e se serve costringe. E allora succede: lentamente accade. Muovo, mi muovo di nuovo
lentamente
prima il collo, poi gli occhi. Ci vuole un attimo per abituare lo sguardo, focalizzare l’orizzonte. Sempre è necessario il momento in cui tornare a metter(si) a fuoco: una vecchia storia scovata in un deserto africano l’aveva narrata al mondo dicendo che è il tempo di cui abbiamo bisogno perché l’anima ci raggiunga, affinché lo spirito delle nostre radici profonde raggiunga il posto in cui abbiamo camminato. Sì, perché dove ci troviamo, il punto in cui siamo nel presente, non sempre corrisponde al luogo in cui siamo rimasti, con il cuore o con la mente.

Il punto in cui siamo nel presente non sempre corrisponde al luogo in cui siamo rimasti, con il cuore o con la mente: ci vuole tempo, ecco il difficile viaggio del cambiamento

Prendo la curva, mi piego. Mi costringo, fanno male le ginocchia: le giunture, come le chiamavano, perché quelle segnano il punto del collegamento mancante; fra le due ossa non c’è più un ponte, mi manca la connessione. Devo fare un salto.
Trovo un altro sguardo,
un’altra direzione.

La trasformazione no,
è un’altra cosa, a dirlo è la parola stessa. Il termine ‘trasformazione’ viene dal latino: trans-forma, “attraverso la forma”.
La trasformazione viene da dentro.
È questa la lezione di coraggio del tarassaco, lui che nasce sole,
con mille braccia gialle
e diventa vento, soffione leggero destinato a disperdersi nell’aria lanciando in giro semi e desideri. Nulla accade se non accade prima dentro, ecco la lezione dentro la metamorfosi del tarassaco: se fai attenzione, se ci guardi bene bene, tutto è già lì. Tutto è cambiamento perché si trasforma, impercettibilmente, ogni momento. Attimo dopo attimo, anzi attimo per attimo. Attraverso l’attimo. Il tempo ci scorre addosso e ci vive da dentro.

La realtà
cambia
quando
si trasforma
il mondo dentro.
Allora sì, che là fuori
mille impronte gialle
diventano strade nell’aria.

In viaggio dalla terra al cielo e dall’aria alla terra, di nuovo, i semi di ciò che agiamo diventano pensieri che si fanno azioni e viceversa. Come i semi del tarassaco di cui è buono tutto, dalle foglie amare che in montagna si mangiano nell’insalata o cotte in padella sulla stufa, ai petali gialli da bere nell’infuso. Nel giro di una sera e una mattina i prati si ricoprono di giallo, di nuovo. Soffiamo nell’aria i nostri desideri, credevamo di averli persi a un certo punto

e invece, eccoli lì. Sono fioriti i nostri pensieri. Si sono fatti colore. Noi non ce n’eravamo accorti, non ci facciamo mai caso, eppure sono sempre stati lì, intorno a noi: ad aspettare nel buio, attendere un varco, resistere al difficile e nutrirsi del domani, bere le tempeste e scoprire la luce dove non c’era. Il tarassaco ci insegna a soffiare via i nostri desideri, con tutte le nostre forze, lanciare i nostri sogni al mondo. E poi ritrovarli, dentro.

La lezione del non ti scordar di me

Si regalavano prima di partire per un lungo viaggio, come protezione, e secondo Plinio il Vecchio questo piccolo fiore azzurro era un rimedio universale contro tutto ciò che rende cupa la vita.
In Canada è il simbolo con cui si ricordano i soldati caduti durante la prima guerra mondiale, ma anche i malati di Alzheimer; in tutto il mondo, i bambini scomparsi.
il potere dei piccoli è smisurato, sussurra il nontiscordardime
compare in mezzo alla primavera e a un tratto riempie i prati di infiniti occhi azzurri. È persistente, questo piccolo fiore, si aggrappa alla vita, resistente e tenace al punto da essere considerato erbaccia per il suo potere infestante. È piccolo, sì. Ma crea una moltitudine. Ci ricorda che un singolo pensiero può diventare potente. Di sé fa moltiplicazione ed è così che rivoluziona il mondo intero, tutto intorno

✏️ myosotis alpestris blu, non ti scordar di me

Reinaldo Arenas, poeta

“La bellezza è sempre stata pericolosa”
Reinaldo Arenas

Reinaldo Arenas è morto a New York il 7 dicembre 1990, con le luci di Natale già accese per le strade e il viavai del venerdì, la settimana finita alle spalle e davanti il lungo ponte di un week end di festa.

Sul biglietto d’addio ha scritto: «Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera». Vi lascio in eredità tutte le mie paure.

Lui, nato ad Aguas Claras in un giorno d’estate, il 16 luglio 1943, ci aveva messo quasi vent’anni per scappare dalle sue paure. Ma forse a fuggire veramente non ci si riesce mai, perché le paure ci inseguono, come l’ombra di Peter Pan eterno fanciullo.

Imprigionato, torturato, costretto ai lavori forzati, il poeta Reinaldo vede distruggersi la carta e impara a memoria i suoi versi. Scambierà la libertà con una “i”: sul passaporto Arinas invece di Arenas.

Reinaldo Arenas era cubano. Perseguitato, scrisse più volte le sue poesie: le sue raccolte, nascoste, distrutte, ritrovate, inviate, pensate, scritte e riscritte sulla pelle, alla fine le aveva imparate a memoria, limate, come succede quando scrivi e ti tocca riscrivere, scegli meglio, impari. E forse sono le parole ad aver scritto lui, alla fine.
Non si è mai arreso a essere ciò che non era. È riuscito a scappare alla fine. Morirà, anche. Alla fine, come tutti. Ma la cosa importante è che la libertà non si arrende: non si arrende la poesia, non si arrende la bellezza. È per questo che i poeti, gli artisti e i letterati sono ribelli della peggior specie: non riescono ad arrendersi al grigio e alla banalità, a chi vorrebbe trasformare i giardini selvaggi in aiuole ben ordinate.
Ognuno con ciò che ha, essere come si è
dare al mondo quello che siamo, così come siamo
è la bellezza più grande
è più difficile e in fondo semplicissima,
puro coraggio

A proposito, dalla autobiografia di Reinaldo Arenas, Antes que anochezca, il film “Prima che sia notte” (2000) di Julian Schnabel con Javier Bardem

Guglielmo Milani, detto Mino

Guglielmo Milani, detto Mino, studia medicina ma fugge dalla storia di famiglia già scritta con una laurea in Lettere e la tesi sui briganti. Inizia a collaborare con il Corriere dei Piccoli e poi il Corriere dei Ragazzi, il Corriere che allora esisteva anche cosí, per il popolo dei bambini, e faceva cultura, cultura vera per gli affamati di storie belle, di mondo e di informazione.
Mino scriverà articoli, romanzi, fumetti: più di quaranta titoli di racconti e libri per ragazzi, alcuni usciti a puntate come oggi non si usa più, fatti di storia, guerre, lezioni di vita. Se n’è andato a Milano a 94 anni, pochi giorni dopo il suo compleanno.

Ecco, dovremmo ritrovare il coraggio di raccontare ai bambini storie importanti. Storie di bellezza, morte, verità invece delle favolette con cui ci shakeriamo il cervello. Perché i piccoli viaggiatori interstellari hanno un senso dell’osservazione incredibile, intelligenza fine e curiosità senza limiti. E francamente, negli ultimi tempi, li stiamo offendendo con i libretti e i cartoni animati che a volte proponiamo loro.

Siamo viaggiatori del Tempo

Noi siamo desideri viventi. Nasciamo e moriamo orizzonte. Curiosi, ci alziamo e muoviamo ogni giorno di un passo verso un destino che chiamiamo VITA. Credendo che la meta sia il viaggio andiamo avanti, a testa bassa, invece è la vita il VIAGGIO. Il viaggio è la vita.
E allora ci fermiamo, di colpo. A guardare questo tempo, a viverlo. E nell’infinito riscopriamo la MERAVIGLIA. Dentro lo stupore la curiosità che ci fa alzare in piedi, anche a fatica, anche sui gomiti.
Noi siamo desideri viventi e trasformiamo la realtà attraverso quello che vorremmo che fosse. Siamo evoluzione mutevole dell’IMMAGINAZIONE della realtà. Immaginazione l’universo che abbiamo dentro e ci permette di realizzare il mondo fuori
immagin/azione
fantasia
il nostro canale di comunicazione
tra fuori e dentro
a guidarci
un sogno
custodito
nel profondo
oceano
cielo
dentro
tutto inizia con un sogno.
Siamo viaggiatori, siamo le mappe che ci portiamo dentro. Visionari e pazzi,
fino all’ultimo respiro
r/esisteremo

Viaggiamo attraverso lo spazio, eppure non siamo altro che Viaggiatori del Tempo. Siamo le nostre mappe, storie nella Storia. Respiriamo e camminiamo, sopravvivendo grazie alla capacità di immaginare nuovi mondi da esplorare

A salvarci è l’immaginazione, una capacità ancestrale, preistorica. Combiniamo fantasia e curiosità per lanciarle verso il prossimo orizzonte, legando insieme il mondo dentro e quello fuori. Siamo anime, soffi vitali che attraversano il tempo.
E viviamo in un attimo