Ritorno a casa

〰️Mami, ho sete. Andiamo a fare il latte caldo? Una vocina, la notte profonda, in braccio per le scale e gli ultimi legni nella stufa, il pentolino rosso e la tazza preferita. Prima di tornare a letto passare a vedere l’albero di Natale, ancora lì nell’altra stanza che brilla di lucine 〰️ è bellissimo, mi dici. Perché adesso ha tutti i cuori, e sorridi. I cuori ritagliati nella carta che sono serviti come bigliettini di auguri e regali. Lo lasciamo ancora un po’? Sì, facciamo che per noi è ancora Natale.

Rifare le scale con la magia negli occhi, non leggere libri ma raccontarne a occhi chiusi, no non è ancora giorno. Il letto con la finestrella che dà su un cielo di mille stelle.

L’alba che arriva fra le montagne, rosa. Le stanze ancora fredde ma già più calde, il caffè ancora caldo, il latte con la schiuma e i biscotti da inzuppare.

La brina che ghiaccia i prati e fa brillare le foglie. Gli esperimenti con l’acqua ghiacciata. Il sole in faccia così dolce. Le campane del mezzogiorno. La fiamma che brucia e scalda da guardare oltre il vetro nella stufa. Addormentarsi a casa. Leggere filastrocche stretti stretti.

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Inverno a Peñíscola

Svegliarsi quando è ancora buio, ma già dietro le nuvole viola si nasconde il sole che sottrae oscurità alla notte

aspettare la luce del nuovo giorno avvolti in una coperta bianca, spiando dal finestrino

fare il caffè e mangiare panini dolci, ciambelline di avena che galleggiano nel latte e intanto mettere a posto scaffali, perdere e trovare cose, spolverare con un panno arancione, mettere via libri e aprirne di nuovi.

Giornate così, che sembrano non iniziare mai ma continuare dalla sera prima, una lunga sera in cui ci si è addormentati troppo presto dopo i giochi nel vento e nel sole. E adesso tutta la costa, ancora, illuminata da mille piccole luci sparse cucite nel buio.

Un uomo lancia briciole mentre i gabbiani accorrono famelici planando sull’acqua.

Un bambino mezzo svestito, con una maglietta di cotone addosso, mezza macchiata, i capelli scompigliati
danza sulla spiaggia

e poi cadere dopo aver girato e girato su se stessi. Cadere e mettersi a ridere fra la sabbia,

dei cagnetti in un passeggino da bambole.

Domenica d’inverno a Pèniscola,

i bambini vestiti a festa al parco giochi a mezzogiorno dopo il catechismo, a gridare forte, arrampicarsi, giocare a nascondino e litigare per non mettersi il caschetto

il profumo quasi amaro del pesce in padella, le fritture di pesciolini e il polpo morbido alla gallela, l’aglio e il prezzemolo, le spezie per il riso, le padelle incrostate, i ristoranti con un foglietto scritto a pennarello con la data di riapertura, fra un mese o alla prossima stagione estiva, e quelli che non chiudono mai

un passeggino che arranca su per le stradine della rocca, nata sulla roccia, la distesa azzurra dalle torrette di avvistamento e un faro nascosto fra le case azzurre, com i tetti piatti, che per un attimo sembra di essere in Grecia, i negozietti di artigianato, il Museo del Mar con i suoi due vecchi guardiani all’ingresso e i modellini in legno delle imbarcazioni che sono passate di qui navigando sulle onde della storia: fenici, greci, cartaginesi, latini, arabi, cavalieri templari.

I navigatori del passato restano impigliati nella forma che hanno lasciato alle cose, con cui hanno involontariamente modellato il paesaggio per sempre

le cupole, i tetti piatti e quadrati, le pareti dipinte di azzurro intenso, blu e bianco, le finestre ottomane, le piccole porte di legno decorate in ferro battuto, i  terrazzini con le piastrelle dipinte da guardare da sotto in su, le piante tropicali che traboccano fino in strada

la strada, fatta di pietra bianca e liscia, decorata in mille incastri

nel primo pomeriggio il collo nero di un cormorano su e giù nell’acqua vicino agli scogli, dove amano nuotare questi uccelli marini alla ricerca di pesci e un bambino che cerca di farlo volare via urlando dal bagnasciuga

gli orli bagnati dei pantaloni

piccoli fiori viola, bianchi e lilla, capaci di crescere nella sabbia

un raggio di sole che tutto trasforma, per un attimo, e la pioggia lenta che inzuppa densa la fine della giornata, mentre il giorno stenta ad andarsene.

È ancora inverno, ma da certi tocchi impercettibili della luce che resiste già si immagina un nuovo cambiamento che chiamerà nell’aria, fra non molto, promesse di primavera e stagioni di fiori

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Quando sei felice

Quando siete felici fateci caso: lo scrittore Kurt Vonnegut pronunciò queste parole in un discorso di fine anno agli studenti americani. Facci caso alle situazioni in cui ti senti felice. Perché non sono casualità, alla fine scoprirai che saranno la trama che fa la storia.

Andiamo sempre incontro alla felicità, anche quando non ci facciamo caso.

Ci sono le felicità personali e quelle che fanno parte di una sorta di bene comune, come i tramonti, la bellezza, la buona musica e i libri belli, addormentarsi e svegliarsi con il rumore del mare, le forme mutevoli delle nuvole, incantarsi per quello che fa battere il cuore, il primo giorno di vacanze, andare all’avventura. E molte altre.

Adesso per esempio ti vorrei svegliare per chiederti la parola che avevi detto stasera, una parola inventata da “delizioso” e “gustoso”, mi pare. Mi è sembrata bellissima quella parola nuova e mi ha fatto venire in mente tutte le cose che possiamo ancora inventare, le strade da immaginare, i percorsi che non abbiamo visto: se non ce le lasciamo sfuggire, tutte queste possibilità, sono lì, in fondo, a portata di mano e sguardo. Come la felicità.

Non bisogna rimandarle troppo le cose che ci rendono felici, altrimenti poi finisce che la distanza fra noi e loro diventi sempre più grande. E il filo da usare a un certo punto non basta più, si strappa.

Allora, trovare piccoli motivi di felicità oggi. Ora, subito. Una lista di cose felici capace di ricordarci chi siamo e che cosa vogliamo, una lista di cose che ci ricordi che cosa ci rende

ancora

vivi e vive.

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Tutta la verità su Babbo Natale

Mi dispiace,
no, non sarò io, non saremo noi, quelli che si maschereranno col pancione e la casacca urlando oh oh oh. Non sarò io ad accompagnarti in un centro commerciale sulle ginocchia di uno sconosciuto con la barba bianca sintetica. Non ti dirò di scrivere una letterina a Babbo Natale come fosse la lista della spesa e nemmeno te lo presenterò in video con una chiamata dal Polo Nord che in realtà è da un call center dell’Europa dell’Est.

Mi imbarazzerebbe mentirti. Mi imbarazzerebbe dire bugie a te. Perché sai, io alla magia ci credo davvero.

La magia a casa mia era una campanellina dorata appoggiata sul camino che la mattina di Natale tintinnava ma che tu, per quanto potessi fare veloce, non riuscivi mai a raggiungere. La magia è gli elfi e i folletti della buona notte, che tu immagini fuori dalla finestra, a scrutarti nel buio fra le stelle. O i funghi matti, che mio papà mi ha insegnato a trattare con rispetto e non rompere perché gli gnomi fanno così, quando un umano compare all’improvviso loro si trasformano per un attimo in funghi ma matti così nessuno li raccoglie. Oggi so che anche i funghi non commestibili hanno un ruolo nell’ ecologia del bosco, eppure ogni volta non posso fare a meno di sorridere e di certo non riudcirei mai a calciarli.

La magia appare così. Nella luce del crepuscolo e delle ombre, al confine fra la notte al giorno, nel riverbero dell’arcobaleno dopo la pioggia. La magia è un attimo. Si sottrae al controllo e al massimo del controllo che possiamo esercitare sulla realtà: la vista. Dei fatti magici della vita non puoi avere una prova, né imbrigliarli, ma solo intravvedere. Per questo la magia ci sfugge dalle dita via via negli anni. Perché ci hanno insegnato a credere solo a quello che vediamo e così abbiamo finito per dimenticare che la maggior parte dell’esistenza è inspiegabile, dalle cose più piccole alle più grandi e incredibili. La Vita è un’inspiegabile avventura a volte terribile e a volte meravigliosa piena di magia. Tutto è magia.

La magia è l’incanto e l’incanto ha a che fare con la meraviglia, lo stupore che io ti auguro di coltivare ogni giorno. Perché ogni giorno è un viaggio di cui non sappiamo niente, caro bambino, caro viaggiatore intergalattico che sei precipitato qui sul pianeta Terra e cerchi di capirci qualcosa, come noi tutti del resto

meravigliati, meravigliamoci. Non per le cose finte e le bugie da imbastire quel tanto che tengono, ma per la vera magia che permea ogni cellula dell’esistenza. La magia è ovunque, dentro e fuori di noi, ma accorgersene questo sì che è difficile

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Solstizio d’inverno

La notte più lunga dell’anno ci ha portato la meravigliosa sorpresa di un cielo incredibilmente blu e il sole che brilla.

Stamattina mentre bevevo il caffè di fronte alla finestra guardavo un merlo. Era un merlo maschio, nero come la fuliggine e con il becco arancione. Suli tuffava nella siepe a beccare le bacche della cotonastra che nell’ ultima settimana, in un attimo, si è rivestita di millemila bacche rosse. Ogni volta che la guardo sorrido della sua bellezza, i suoi cambiamenti seguono le stagioni e ci colgono sempre di sorpresa: in primavera nel giro di due settimane si ricopre di minuscoli fiori bianchi profumatissimi e diventa rifugio per le api, in inverno è amata dai merli e il rosso delle sue bacche tra il verde delle foglie è l’unica nota di colore nel giardino spento.

Ieri con il piccolo T. cercavo storie del solstizio. Abbiamo trovato l’antica lotta del Re Quercia e del Re Agrifoglio che combattono per il Tempo dell’anno. Agrifoglio è una delle piante simbolo di questo periodo: sotto un ramo di agrifoglio ci si bacia. Con l’agrifoglio si confezionano ghirlande e decorazioni.

È inverno. Nella natura il tono pacato della terra è ravvivato solo dallo smeraldo intenso dei sempreverdi, abeti e pini, e dal rosso delle bacche come l’agrifoglio e la rosa canina. Verde e rosso, i colori delle feste di Natale.

Re Agrifoglio domina il tempo dell’inverno. Si conclude l’autunno, che un tempo era il momento dell’ordine e delle provviste da mettere a posto. In medicina cinese autunno è collegato ai polmoni, al metallo e alla pulizia. Ora entriamo nell’inverno, che la medicina dell’antica Cina collegava all’acqua, ai Reni e alla Vescica. Le piogge e la neve del tempo invernale nutrono le sorgenti e la terra che ne farà tesoro nei periodi più secchi.

A San Clemente, una chiesa di Roma poco lontano dal Colosseo, i sotterranei ci raccontano la storia di un bambino nato con nel solstizio d’inverno che diventa promessa di nuova luce, rappresentato da ragazzo come un pastore con un agnello sulle spalle. È Mitra. Lì, nel mistero della roccia, e della storia, in questa chiesa scorre ancora la sorgente, simbolo di acqua e vita, dove ci si fermava a lasciare una preghiera. Secoli dopo, la storia va avanti. La Storia si stratifica e non cancella la precedente. Esattamente sopra al livello della sorgente e del mitreo si trova l’altare cristiano di questa basilica, dove ancora, millenni dopo la gente si ferma a contemplare e pregare.

Nei monumenti megalitici sparsi nel mondo in modi e luoghi che ancora non siamo riusciti del tutto a capire il sole continua a indicarci strade di luce, come all’inizio del mondo. Ieri sera c’era una bellissima notte stellata e il cielo di un blu liquido e leggero. In Svezia nevica, a Kabul e in Giappone non ancora; nel Nord più a nord che possiamo pensare è il giorno più buio, una notte che inizia già dalla mattina.

Eppure, il buio del giorno del solstizio ci sta già portando la nuova luce che verrà. Re Quercia si volge verso il sole, i nuovi germogli sono lì: sotto la neve, promessa nella pioggia. Il solstizio d’estate ci accompagna verso l’ombra, il solstizio d’inverno verso la luce. Come le cose della vita: non si rivelano mai come sembravano. Impariamo dall’inaspettato. Perché questo spesso ci insegna la natura: niente è come sembra.

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Ognuno di noi ha il diritto di sognare

somniator -oris]. – Chi sogna, che sogna. Com. soltanto in senso fig., di persona che è portata alla fantasticheria, che non ha spirito pratico: sei un s.; quel ragazzo è troppo sognatore.

sognatóre in Vocabolario – Treccani

Tu che ti svegli quando è ancora buio e trovi un attimo per scattare la fotografia di una cosa che ti emoziona, con le mani congelate e le mille cose da fare del lavoro, tu che vivi dall’altra parte del tuo mondo e tutti dicono bellissimo ma loro non sanno cosa significa la solitudine, tu che non hai potuto studiare ma metti l’amore per i libri e la cultura in tutto quello che fai; tu che non ti senti mai una persona completa e soddisfatta perché continui a cercare, a trovare, a volere qualcosa di più dal mondo e da te.

Sono i sogni a mantenerci in vita. Il mondo ha bisogno di sognatori perché abbiamo bisogno di alzare la testa e guardare l’orizzonte, chiederci che cosa ci rende felici. Abbiamo bisogno di cercare e coltivare la parte migliore di noi

Lo stupore verso le cose

L’avventura per tutto ciò che è nuovo

La bellezza, perché porta più in alto le nostre discussioni

Giocare, che è quello che quasi tutti perdiamo quasi subito

Sperimentare, senza pensare al tornaconto

Dentro i sogni c’è un fattore fondamentale: è l’immaginazione. L’immaginazione è ciò che fin dall’inizio della storia umana ci ha permesso di cercare altro: solo immaginando possiamo cambiare case, contesti, luoghi, relazioni. Solo immaginando possiamo trasformarci nelle persone che vogliamo essere. Altrimenti, tutto accade per caso. Invece, dentro l’immaginazione c’è la nostra forza, l’energia del cambiamento, lo spazio di vuoto che serve per diventare altro: la pausa su un pentagramma, la pagina vuota preludio di ciò che ancora deve essere.

Ognuno di noi ha il diritto di sognare e per crescere (e restare) sognatori c’è un fattore che non possiamo dimenticare: l’immaginazione

Yayoi Kusama’s Infinity Mirror alle Tate Modern, Londra 2023

Hai già letto….

L’immaginazione è un superpotere

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni?

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Accettare la vita e la morte. E parlarne

Qualche anno fa sono stata iscritta a un master in counseling sanitario. Avevo trovato questo corso tra le offerte didattiche organizzate dall’Università di Bologna, dove mi ero laureata, e avevo deciso di affiancarlo a una formazione che già seguivo da qualche anno, meravigliosa e senza diplomi, focalizzata sull’essere umano e la ricerca che ognuno di noi compie nel viaggio della consapevolezza. Dopo mesi di lezione si doveva organizzare la propria tesina e il periodo di tirocinio, che io scelsi all’interno di un hospice.

La mia idea era semplice, ma colpiva un punto che in verità è ancora sguarnito, sia nella realtà degli hospice, sia nel mondo che ci circonda ogni giorno. Come ti senti di fronte alla morte? 

Crediamo che una persona ricoverata in un hospice sia più vicina al fattore morte, in realtà si tratta di un’illusione. La morte è democratica, così democratica che la probabilità di morire resta identica per ognuno di noi, ogni attimo. Non è che se uno si trova ammalato, da mesi o persino anni, sia certo che morirà prima di me. Puoi essere giovane e in perfetta salute e per qualsiasi motivo essere morta entro domani: abbiamo tutti le stesse probabilità, vivere o morire. Per l’universo è un battito di ciglia, l’istante di cuore che batte e ora, proprio adesso, si ferma, si è fermato. 

Questo rende me e la persona che mi sta di fronte in un dialogo alla pari che da una parte mi ricorda l’umiltà di fronte all’esistenza e dall’altra porta calma alla conversazione. Dobbiamo tutti passarci attraverso la morte, sì. Quindi, adesso che siamo qui e abbiamo tempo, dimmi: come ti senti davanti alla morte? E davanti all’idea di dover morire? Davanti alla morte come davanti alla vita, perché non c’è una senza l’altra, lo sappiamo fin dall’inizio. Nascere è la più difficile e pericolosa delle avventure della vita: mentre nasci sei a un passo dalla morte, tu e chi ti porta qui su questo pianeta e forse per questo madre e figli restano legati nel sangue, per un viaggio impensabile in cui hanno attraversato lo spazio e il tempo. Per secoli il momento del parto e della nascita sono stati vissuti con la consapevolezza del pericolo che oggi fingiamo di dimenticare e dissimulare tra fiocchetti e pensieri di camerette da arredare, eppure è ancora così. Mentre arrivi su questa terra e tutti sono lì intorno pronti per accoglierti, nel momento massimo di questa festa che è il venire al mondo e aprire gli occhi alla vita, c’è la morte che ti guarda. Per un attimo, ci si guarda attraverso i secoli, il tempo, lo spazio. Forse scordiamo il momento in cui veniamo al mondo perché sarebbe troppo da ricordare; troppo devastante, troppo intenso, e allora lasciamo andare e intanto sopravviviamo

In fondo, resta così sempre: la vita è un posto pericoloso, lo sappiamo benissimo e non è solo l’attenzione per le cadute o il motorino a diciotto anni. Possiamo restare immobili e la morte colpirci comunque. Sopravviviamo continuamente. Anzi, a pensarci bene è solo per un autentico colpo di fortuna che siamo vivi adesso. Potevamo già essere morti e morte mille volte in cento modi diversi, da banali cadute alla febbre e tutti quegli accidenti che fino a un’ottantina di anni fa erano motivo di preoccupazione. Quindi, se guardi indietro cosa vedi? Che cosa potresti dire degli anni vissuti fino a qui?

Come ti senti ora se pensi alla morte?

Il primo giorno di tirocinio avevo un taccuino sottobraccio per segnare il nome di chi incontravo, perché a volte tirar fuori un quaderno e una penna serve, soprattutto in quei momenti in cui c’è bisogno di trovare pretesti. Avevo un cartellino attaccato a un camice in cui nessuno aveva saputo inserire la definizione giusta perché “dottore” avrebbe fatto pensare a misurazioni e linguaggi che di certo non erano il mio pane, “antropologa” avrebbe anche potuto essere ma si dava il caso che nel mio corso di studi universitari non avessi mai inserito alcun esame di antropologia: si finì per scrivere “etnosemiotica”, una definizione simpatica perché lascia il giusto spazio alla libertà di immaginare ciò che si vuole visto che di solito nessuno sa cosa mai sia e di cosa tratti la semiotica, men che meno l’etnosemiotica.

Avevo passato tutto il pomeriggio da una stanza all’altra. Non erano molte, una quindicina di ospiti in tutto ma con ognuno di loro c’era stata una lunga chiacchierata. Sto quasi per andarmene quando scendendo al piano di sotto, vicino all’ingresso, noto una porta dove non ero ancora stata. Era aperta, non spalancata ma in un invito obliquo di porta a metà. Dentro, una donna. Seduta sul letto, con le mani intrecciate in grembo e la schiena diritta, guarda davanti a sé un punto sfocato nell’infinito, come in attesa. 

Posso?

Ti stavo aspettando, manco solo io

Si chiamava Italia. Era vedova. Mi spiegò la sua malattia e mi disse che quella di essere ricoverata era stata una sua scelta: il mio compito qui sulla terra è finito, mio marito non c’è più e le figlie sono adulte, non provo più alcun interesse a rimanere qui.

Con un gesto mi mostrò le uniche cose che aveva scelto di portare con sé da quella che era stata la sua casa: una radiolina, con cui lei e il marito di solito ascoltavano la musica e amavano ballare, un album di fotografie, la cassetta con incisa la voce di suo marito che canta. I vestiti non li ho portati, non mi servirebbero a niente ora, ho con me solo un paio di pigiami.

Il motivo per cui si trovava lì riguardava la sua morte, come per tutti. 

Mi sento in pace rispetto alla morte. Ho fatto tutto quello che dovevo: ho vissuto, ho amato, ho cresciuto delle figlie e ho avuto anche la gioia di conoscere le loro figlie, le mie nipoti. Mi è rimasta un’unica preoccupazione ed è per le mie figlie: loro non accettano che io possa morire e che avverrà presto. Ma adesso per me si è fatta l’ora di andarmene, non voglio più restare qui. 

Quello che vorrei, ed è il motivo per cui ho scelto di essere qui, è potermene andare in pace. Andarmene in silenzio. Vorrei che accadesse di notte e che nessuno se ne accorgesse. Mi spaventa l’idea che intorno a me ci siano delle luci forti o qualcuno che tenta di rianimarmi o urla, in un momento così delicato e intimo. È per questo che vorrei andarmene di notte, mentre tutti dormono, nella quiete del buio.

Ho conosciuto Italia il sabato pomeriggio. Non avresti detto che fosse a uno stadio terminale di una malattia; appariva vitale seppur con un’aria delicata e fragile, era di buon umore e sorridente. Pacata e ricca di consapevolezza. Di lei posso ricordare lo sguardo profondo e tranquillo, i gesti misurati e lievi.

Quella domenica mattina, mentre compravo il pane per il pranzo a centinaia di chilometri dalla sua stanza bianca, la scia del suo profumo mi colpì e io, con un raggio di sole birichino negli occhi, feci un sorriso pensando al piacere di ritrovare la nostra conversazione di lì a breve. Meno di ventiquattro ore dopo varcavo la soglia dell’hospice con il mio solito quadernetto sottobraccio e il cartellino con un ruolo difficile a definirsi scritto dentro.

Se n’è andata, sai? Italia ci ha lasciato. Sono ancora tutti molto scossi, ormai qui la sentivamo come una di famiglia. Il personale ha fatto di tutto per cercare di salvarla.

Ecco, in queste ultime parole c’è la rivoluzione che dobbiamo ancora arrivare a capire e raggiungere: non fare di tutto per cercare di salvare, ma osare il coraggio di lasciar andare. Ci vuole un coraggio incredibile a smettere di fare. Potremmo imparare a essere un supporto meraviglioso nell’accompagnare l’andare (ma ancora non succede), perché ci vuole un’incredibile generosità e consapevolezza nell’esserci senza trattenere: accettare la morte come accettare la vita, accettare la vita e allora accettare nello stesso modo anche la possibilità del morire.

Ho immaginato Italia e la notte: il sopraggiungere dei primi segnali della morte in arrivo e gli allarmi che iniziano a suonare, come lei non avrebbe voluto; è stata soccorsa, come lei non avrebbe voluto e nel tentativo di rianimazione trasferita a un altro ospedale: ho immaginato l’ambulanza, le sirene, la barella, le voci, gli spostamenti, le corse, l’aria fredda della città nell’ora prima dell’alba e i neon dei corridoi degli ospedali. Come lei non avrebbbe voluto. Ho sperato che tutto l’avesse raggiunta come in un sogno lontano. Mentre tu stai già volando nell’altrove, ciò che rimane a terra è già distante. 

Di questa storia non si parlò. Non si parlò dei desideri di quella persona ricoverata così come nessuno li aveva chiesti prima. Tutti agirono pensando di aver cercato di fare il meglio, il massimo, per quella persona, che era amata e benvoluta. Invece, era proprio questa la questione che sarebbe dovuta emergere e di cui ancora dovremmo preoccuparci: che cos’è il meglio per l’altra persona, che cos’è il meglio per noi? Non c’è una risposta unica, siamo noi a doverla chiedere e ascoltare, siamo noi a doverla dare la risposta, chiedendocela di volta in volta. Quella volta nessuno pensò, nemmeno per un attimo, che questo episodio contenesse un grave errore e, potenzialmente, un incredibile, prezioso insegnamento: se l’avessimo visto avremmo potuto cambiare la storia, e magari anche tutte le storie dopo. Ma io ero solo una tirocinante destinata a restare per una manciata di incontri, non c’era posto. Non ci sono ancora posti dove poter parlare di come ci sentiamo di fronte alla morte e di cosa vogliamo lasciare della vita. A meno che non inziamo a crearli, a farci spazio noi e non importa dove: seduti su un prato, al tavolo con un caffè o passo dopo passo, camminando in un prato.

Fra le ermetiche pareti dell’hospice medici, infermieri, oss creavano il necessario supporto della cura insieme alla psicologia, dotata di esperti che si accertavano dell’equilibrio psicofisico dei ricoverati, le tendenze a tristezza e depressione, il livello di dolore. Eppure, di morte non si parlava molto. Credo che questo non fosse comune solo a quel posto, ma sia un fatto riscontrabile anche in altre realtà: fino all’ultimo si cerca di ignorare la morte. Dribbliamo il pensiero della fine. Ci scambiamo informazioni su quale libro bello stiamo leggendo, cosa faremo il prossimo mese, come ti senti, fa ancora male quel punto? forse domani con un po’ di fortuna andrà meglio. Oppure no.

Forse non andrà meglio, perché a volte si muore. Prima o poi accade, sì. Ci dobbiamo passare tutti e la morte è democratica: può essere che da un letto d’ospedale ci si senta più vicini e convinti a prendersi la briga e la stizza di dover pensare subito all’argomento senza più rimandare, ma può benissimo essere che quelli pimpanti e senza pensieri siano stecchiti prima di domani. E nel frattempo ci dimentichiamo di chiedere: come vorresti che andasse? Cosa senti, dentro? C’è qualcosa che vorresti lasciar detto? Hai cose importanti da finire? Prima di andare raccontami un attimo che vita è stata. 

Ci si mettono anni a capire le cose e allora forse rivederle un attimo fa bene. E se le raccontiamo, con il gomitolo dei giorni in mano riannoderemo i buchi del Tempo, gli strappi fatti malamente, le emozioni scucite e mai riparate. Un atto di riparazione, ecco. Per ritrovare il filo. E lasciarlo in dono a chi resterà

Sarebbe bello, e auspicabile, che si trovasse posto per parlare di queste cose: un posto non fatto di spazio, ma che sia tempo. Tempo per sedersi e raccontarsi, tempo per ascoltarsi. Parleremmo di cose che non sono solo la morte, ma anzi la vita; di come ce la immaginiamo, sia la vita, sia la morte. Con il filo del Tempo in mano ritroveremmo le paure che avevamo e che abbiamo, i sogni dell’infanzia, e le idee che ci siamo fatti sull’aldilà, su Dio e sulla reincarnazione: di questo non si può parlare né con dottori e dottore né con psicologhe e psicologi, le competenze e le necessità sono altre.

Eppure, esistono: non so quanti mila anni di storia umana e ognuno resta nella cultura in cui cresce, senza fare un salto al-di-là. Invece, dovremmo proprio prenderci cinque minuti per farlo e dare una sbirciatina. Per parlare di quanto sia difficile accettare la morte e quanto anche la vita spesso sia altrettanto difficile: sarebbe un tempo in cui sederci e guardarci negli occhi. Perché nessuno dovrebbe andarsene senza lasciare la propria eredità, nessuno dovrebbe andarsene senza aver salutato. Sarebbe bellissimo se ognuno di noi raccontasse la sua vita prima di andarsene, con i suoi fantasmi e suoi sogni, le paure, le speranze, gli sbagli. Ognuno di noi potrebbe godrebbe di un dono meraviglioso ricevendo la storia della vita di qualcuno. In fondo questo è ciò che lasceremo: l’eredità di ciò che abbiamo vissuto e sperimentato.

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