Il ginepro: da una passeggiata di Vita Sackville West ‘Un giardino per tutte le stagioni’

… ho visto un ginepro rampicante, del tipo frondoso, crescere in Scozia su terreno ricco di torba, intento ad arrampicarsi selvaggiamente per una distesa boscosa sotto le betulle bianche.

Me ne sono portata a casa una bracciata di rametti, e li ho scaldati nel mio caminetto, agitandoli poi per la stanza come fossero vecchi steli di lavanda o rosmarino, fragranti quanto l’incenso, ma molto più rinfrescanti e meno pesanti nell’aria.

Dopo alcune ricerche ho scoperto trattarsi del ginepro comune, reso nano dal cervo e dai conigli che lo mangiano d’inverno.

Formava un bel tappeto fitto e scuro sotto il chiarore delle betulle bianche.

Piccoli ruscelletti gocciolavano formando un’irrigazione naturale. Le loro bollicine si sollevavano come perle scoppiettanti sui ciottoli semi sommersi.

Mi ha fatto desiderare di possedere non un giardino più o meno formale, ma uno completamente informale, con un bosco selvaggio ai margini

da “Un giardino per tutte le stagioni” di Vita Sackville West

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni?

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni? I sogni dei bambini sono grandi, belli, non temono confronti: è tempo di ritrovarsi e crescere sognatori

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni?

I nostri sogni, la nostra libertà.
Se c’è una cosa che spesso manca è questa: insegnare ai bambini a coltivare un sogno. Non lo facciamo nemmeno più noi.
Finalmente ci hanno fatto desistere.

Ormai sei grande per queste cose

Quante volte ti hanno detto questa frase? Ormai sei grande per queste cose.

Essere adulto significa stare con i piedi per terra, smettere di coltivare sogni troppo lontani e ambiziosi, guardarsi intorno e pensare alla sopravvivenza….

Essere adulto significa stare con i piedi per terra, smettere di coltivare sogni troppo lontani e ambiziosi, guardarsi intorno e pensare alla sopravvivenza?

 

Si può sopravvivere davvero senza sogni?

Sì, si può sopravvivere senza sogni. Lo fanno centinaia di persone, ogni giorno.
Puntano la sveglia la sera prima, si alzano, vanno al lavoro, fanno la spesa, fanno uno sport o vanno al cinema, cucinano e brindano, vanno al ristorante; fanno figli, mutui, costruiscono case e vite. Proprio come tutti gli altri.
Solo che si riconoscono perché hanno lo sguardo spento, seppellito da tonnellate di sabbia e dura terra: è lì che hanno sepolto i loro sogni, nella polvere del tempo e degli anni, chiusi in soffitta e nei cassetti.

 

I sognatori hanno lo sguardo brillante e il cuore che va lontano. I sognatori non li compri perché non si arrenderanno mai. I sognatori sono in mezzo alla gente di sempre, ma te ne accorgi: loro se lo ricordano. Siamo tutti viaggiatori del tempo, qui per esplorare questo pianeta azzurro, piccolo e grande insieme, ma non possiamo ripartire senza aver completato la nostra missione. Qual è la tua?

I giapponesi usano la parola ikigai per dire tutto ciò che ci tiene in vita, tutto ciò che ancora ci tiene in vita: tutto ciò che vale la pena, per cui vale la pena alzarsi e affrontare la giornata, combattere e tramandare agli altri. Non è solo una la passione, ma tante: sono tutte quelle che ci fanno brillare gli occhi e venir voglia di uscire allo scoperto. Sperimentare, esplorare.

Stai divagando, concentrati su una cosa sola

Ci hanno detto che la passione è una, tutto il resto sono hobby, o peggio ancora, perdite di tempo. Se ami la fotografia, esci, fotografa, impara tutto sulla fotografia, vendi le tue foto e diventa fotografo: altrimenti si vede che non era quella la tua passione. Diventa un esperto. Un esperto in qualsiasi cosa, purché ti fermi e impari a concentrare tutte le energie lì.

Multipotenzialità, dall’inglese multipotentiality, identifica le capacità e la propensione di persone che tendono a focalizzarsi su più interessi e attività: di solito sono soggetti che presentano una forte curiosità intellettuale, possono eccellere in più di un campo e possiedono grandi risorse creative

Nel 1972 lo psicologo R.H. Frederickson crea la definizione di “multipotenziale”. Sebbene la tendenza ancora oggi sia verso l’iper-specializzazione non demoralizziamoci. Caro viaggiatore intergalattico, il mondo e questa incredibile vita hanno una complessità e una ricchezza così esplosive da non poterle ridurre in pochi scatoloni. O meglio, potremmo, ma perché farlo?

Quando diventerai grande dovrai pensare al lavoro e alla tua sopravvivenza

Sì, la sopravvivenza qui sulla Terra è una grossa questione. Una di quelle questioni che non puoi eliminare così alla svelta, ti ci vorranno anni per esaminare il problema a fondo e poi pensare a delle soluzioni possibili. Anni in cui metterai la sopravvivenza sopra a ogni cosa perché dovrai pagare l’affitto, mangiare e fare tante altre cose che magari non sono indisensabili ma fanno comunque parte della vita. Salvo poi ricordarti, magari dopo anni, dove sono finiti i miei sogni? Che cosa ne ho fatto e che cosa sono diventato nel frattempo? Non preoccuparti, è successo a tanti, forse tutti. Si perché forse un po’ a tutti capita di dimenticare, anche solo per un attimo, qual’era la cosa che non dovevi dimenticare.

La ritrovi là dentro, nel respiro del cuore che batte: la cosa da non dimenticare mai, caro viaggiatore delle stelle, è quello per cui batte il tuo cuore. Che cosa ti fa vivere e sorridere e respirare, ancora? Riportalo a galla e avrai la chiave della felicità

La felicità non è domani, non è il successo. Ricorda che lasceremo tutto un giorno, è nel destino di questo viaggio. La felicità è nell’attimo di adesso, è ciò che ti fa sorridere anche se sei nella situazione più grigia. Per questo hanno sbagliato tutto a raccontarci dei sogni: i sogni che vale la pena inseguire non lo sono per via della sopravvivenza, o perché hanno successo o si trasformano in un lavoro. Lo sono a dispetto di tutto questo. Lo sono perché portano pace nella nostra anima.

Inseguendo farfalle…

Nasce bruco tra le foglie sotto le piante di violetta e viola, che ama particolarmente.
Vola per tutta l’estate,
attraversando l’aria adagio,
assomiglia a un frammento di carta colorata portato via dal vento
la farfalla Speyeria aglaja,
arancione
della famiglia dei Nymphalidae:
“Grande Perla”,
piccole macchie rotonde e escure sulle sue ali color tramonto

e poi c’è la cavolaia
che minaccia gli orti e depone le uova sotto le grandi foglie verdi dei cavoli
leggiadra se ne va,
leggera e candida

la vanessa del cardo, invece
ha stupito tutti perché ci si è accorti che
compie un viaggio lunghissimo
dall’Europa all’Africa:
come la monarca, una farfalla migratrice.
Nasce sulle piante di cardo selvatico,
si trasforma in fretta e alla prima generazione ne seguono altre due.
La terza generazione di farfalla del cardo in autunno è crisalide.
Passerà l’inverno così, crisalide,
per poi nascere in primavera. Intanto,
fra aprile e maggio
la prima generazione parte.
Partirà di nuovo in autunno,
e così via:
il flusso di un movimento incessante che culla il cambiamento.

Nel pensiero antico la farfalla è il soffio, il respiro vitale dell’essere umano. Fra i popoli più diversi, dagli Aztechi all’antica Roma, si diceva che nel momento della morte con l’ultimo respiro se ne andava lo spirito della persona, che prendeva ali di farfalla. Ecco perché una farfalla che arriva all’improvviso vicino, raccontavano le nonne, porta il ricordo di un nostro caro che viene a salutarci.

Ma la farfalla con la sua metamorfosi ci insegna anche una preziosa lezione sulla trasformazione. Trans-forma, attraverso la forma: il cambiamento profondo è trans-forma, avviene con un processo che parte da dentro. Non è negando ciò che siamo stati che ci trasformeremo in ciò che aneliamo essere: è il mondo dentro che accade e fa cambiare, deflagrare e mutare il mondo fuori, lo investe e ridisegna.

Dalla crisalide impariamo che esiste un momento per tutto: anche quando, apparentemente, stiamo fermi
ci muoviamo.
Anzi, spesso proprio questo è difficile.
Stare fermi,
rinchiudersi in un bozzolo
osare
lasciare il mondo fuori
per concentrarsi sul dentro

è l’unico modo per sentire la propria voce.
Perché i sogni, come le trasformazioni grandi
hanno una vocina sottile:
bisogna aspettare
farsi amico il Tempo e
restare attaccati alla terra,
nutrire le radici.
Le ali, arriveranno.
E prenderemo il volo insieme all’anelito di dove ci porta il cuore,
senza più pensare a chi siamo e se sappiamo o no volare

Creare il mondo dal nulla

In Giappone esistono i dagashi 駄菓子 nome che per inciso è anche quello di un manga. Nei negozi di dagashi si vendono minuscoli dolcetti e caramelline colorate da comprare per qualche centesimo. Stanno in un cestino per la spesa piccolo così e le pareti delle corsie di questi per noi bizzarri e coloratissimi market fanno girare la testa, perché sono tutto colore, tutte scrittine indecifrabili e bustine dall’aria sconosciuta, tutti disegni e faccine che non sai bene quale sceglierai. Sembra che la parola “dagashi” derivi da “da”, futile, e “kashi”, spuntino, cibo economico.

Ecco, “futile”: è una di quelle parole che dovremmo imparare a (ri)valutare. Dal latino, “FÚTILEM” è ciò “che lascia versare”. Lasciar versare, FUTÍRE: futis è il vaso per l’acqua, fons la fonte. Nell’antica Roma i futilia erano i vasi con il fondo a punta e la bocca larga utilizzati per il culto di Vesta; si chiamavano così perché durante il culto l’acqua, sacra, doveva essere conservata, non bisogna farla cadere o spargerla a terra. Vesta, la dea del focolare, che nella Grecia antica era Estia, sorella maggiore di Zeus: corteggiata da tanti, decide di restare sola e sola amministra il focolare di casa. Il suo attributo è il fuoco. Una dea dimenticata che vive, sotterranea, in tutti i popoli del mondo. Di lei scriveva il poeta Ovidio nei Fasti.

“Per lungo tempo credetti stoltamente che ci fossero statue di Vesta,
ma poi appresi che sotto la curva cupola non ci sono affatto statue.
Un fuoco sempre vivo si cela in quel tempio
e Vesta non ha nessuna effige, come non ne ha neppure il fuoco”

Nel primo giorno dell’anno si portava al tempio una fiaccola e il fuoco veniva acceso come ogni giorno veniva acceso in ogni casa, ri-acceso, proprio come l’anno che ri-inizia. Le vestali, che erano bambine e ragazzine scelte nella Roma patrizia, si svegliavano all’alba e durante la notte per non lasciar mai spegnere il fuoco. Erano loro a reggere i futilia e la sua forma ci ricorda forse proprio l’opposto: dal fuoco all’acqua la misura è quanto decidiamo di far passare, quanto lasciamo e quanto ci lasciamo andare e versare. E attenzione, che ciò che versiamo sia tempo ben versato.

In questo sta anche il senso del valutare e ri-valutare il futile. C’è una magia bellissima nel lasciar andare, nel diffondere senza l’ansia che contraddistingue noi di questo mondo che calcola incessantemente. Lasciar andare senza pensiero. Al tempo stesso, come un’onda che va e viene, c’è anche l’attenzione, la stessa che ci apre gli occhi e desta la coscienza: l’attenzione per le cose importanti, per ciò che va versato e ciò che no. L’attenzione per gli equilibri e i momenti da salvare, l’attenzione che distingue e ci mette all’erta.

Creare il mondo dal nulla è l’attenzione per le briciole, le piccole cose futili che costano niente e fanno felici
le gocce d’acqua che non vanno versate,
l’attenzione per il momento, ogni attimo prezioso per
ciò che porta, se solo osiamo guardarlo

Che si sa, niente è prezioso quanto il fuoco e l’acqua,
che hanno scritto la storia dell’umanità:
nemici e amanti, insieme.

Piccole cose felici che ci danno il sorriso

scrivere con il tramonto attaccato al gomito, a una finestrella che si affaccia sui tetti

le voci nelle sere d’estate, che qualcuno non sopporta perché la gente non si sopporta più e invece a me sembrano bellissime

come ti senti dopo la doccia tiepida e i migliori souvenir, che sono quelle cose banali come i bagnoschiuma e i dentifrici ma comprati in quel supermercato di quel posto chissàdove, così quando li usi sei ancora un po’ altrove e viaggi con la mente

i grilli, ovviamente

l’arancione e l’indaco, così resistenti mentre il sole se n’è già andato

il freschetto della sera, quando arriva

quando arriva, il silenzio, le stelle, i giorni dopo le feste, le gambe lisce, la pellecon la salsedine al mare e la testa piena di sogni ovunque

le ombre cinesi, i fuochi d’artificio
i libri che ti aspettano sul comodino e tu quando ne trovi uno così bello che per tutto il giorno pensi a quando lo ritroverai

la posta che arriva ancora a casa, quando non sono bollette

pensare a cosa fare domani, sapendo che fino all’ultimo non bisogna mai esserne troppo sicuri

pensare a una piccola azione felice per un buon giorno, tipo il cappuccino al bar o il caffè alla finestra, sorridendo all’orizzonte qualunque esso sia

trovare una cornice mentale per un ricordo bello

rispondere agli urli con calma zen, e se oggi non è così va bene lo stesso

spazzare i giardini dalle foglie secche consapevoli che dopodomani ci saranno di nuovo, ma felici oggi perché ogni foglia è un pensiero che se lo porta via il vento
e i vecchi lo sapevano che non importa cosa fai, ma il come e perché

si potrebbe continuare all’infinito, facendo caso alle azioni del quotidiano che interrompono la rabbia e la monotonia per brillare di gioia, è come la felicità: un attimo in cui ci fermiamo e ce lo sentiamo addosso, questo sorriso per un nulla

*** fare caso alle piccole cose felici che ci danno il sorriso***

Elogio dell’ozio

“Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti di un proverbio che dice “l’ozio è il padre di tutti i vizi”. Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino a oggi. Ma sebbene la coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. Io penso che in questo mondo si lavori troppo e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa (…)

L’idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi. In Inghilterra, agli inizi dell’Ottocento, un operaio lavorava di solito quindici ore al giorno e spesso i bambini lavoravano altrettanto (nella migliore delle ipotesi dodici ore al giorno). Quando degli impiccioni ficcanaso osarono dire che tante ore forse erano troppe, gli fu risposto che la sana fatica teneva lontani gli adulti dal vizio del bere e i bambini dai guai. Quand’ero piccolo, cioè poco dopo che gli operai di città conquistarono il diritto di voto, la legge istituì certe giornate festive, con grande indignazione delle classi ricche. Ricordo di aver udito questa frase dalla bocca di una vecchia duchessa: “Ma che se ne fanno i poveri delle vacanze? Tanto loro devono lavorare”.

Bisogna però dire che, mentre un po’ di tempo libero è piacevole, gli uomini non saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su ventiquattro. Questo problema, innegabile nel mondo moderno, rappresenta una condanna della nostra civiltà, giacché non si sarebbe mai presentato in epoche precedenti. Vi era anticamente, una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell’efficienza. L’uomo moderno pensa che tutto deve essere fatto in vista di qualcos’altro e non come fine a se stesso.

(…)

Soprattutto, ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia. Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe sufficiente per farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci. E non essendo esausti, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l’uno per cento della popolazione dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilità pubblica e, giacché tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto all’originalità delle idee. Ma i vantaggi di chi dispone di molto tempo libero possono risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura, avendo l’opportunità di condurre una vita più felice, diverrebbero più cortesi, meno esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto. La smania di fare la guerra si estingurebbe in parte per questa ragione, e in parte perché un conflitto implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti. Il buon carattere è, di tutte le qualià morali, quella di cui il mondo ha più bisogno, e il buon carattere è il risultato della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta. I

Bertrand Russell, “Elogio dell’ozio” (Arnoldo Mondadori Editore, 1981) pp. 9, 14, 19, 22

Trovare la bellezza nel mondo

Le rose perché sbocciano tutte insieme e all’improvviso
I bambini perché portano caos nelle vite ordinate
I cani perché conoscono l’amore
La pioggia perché tutto fa risplendere
I fiori selvatici perché sono alieni silenziosi e noi ancora lì a cercare nel cielo ciò che non sappiamo riconoscere in terra
Il legno, la terra, l’acqua perché veniamo da lì
Le giornate fatte di ore lente, dove niente accade, perché ci fanno osservare il sole
Le spine delle rose, i germogli appena nati, camminare a piedi nudi, liberare una lucertola, le ortiche che fanno ahi e la pizza da impastare, gli aperitivi fino a tardi, aspettare l’imbrunire, l’orizzonte silenzioso e indaco, le prime stelle della sera, un sogno bello
quante cose ci salvano
con la bellezza

– Trovare la bellezza nel mondo è un esercizio quotidiano, dentro ha il potere della gentilezza che si china e, flessibile sulle ginocchia, si inchina alla vita. Domani voglio continuare a trovare…

Piccole scoperte meravigliose

Curiosità, motore del mondo: è per curiosità che usciamo dalla porte, ci mettiamo su nuove strade; cambiamo lavoro, casa e amori, ci mettiamo alla prova, andiamo alla scoperta di nuovi orizzonti, ci sentiamo insoddisfatti.
Inquieti, nulla ci basta mai. Abbiamo bisogno di esplorare, sperimentare
la vita
in ogni forma,
pur sapendo che non è possibile, ci dobbiamo accontentare.
Non possiamo vivere più di una vita alla volta,
tranne,
forse
che

con l’immaginazione.
Lei sì, ci salva:
è con il potere dell’immaginazione che
viaggiamo
attraverso lo spazio e il tempo,
solcando le onde invisibili di oceani primordiali.
Chiudiamo gli occhi e siamo altrove,
possiamo volaree
essere in altri luoghi e altre vite,
superare i nostri limiti
fare un salto al di là di ciò che siamo.

Quali sono le piccole scoperte meravigliose? Sono quelle quotidiane, le scoperte di ogni giorno, quelle che ci vuole attenzione per vedere. E cuore per comprendere

Ogni volta che usciamo di casa se apriamo veramente gli occhi
corriamo un rischio: è il pericolo di
essere interrotti,
fermarci
andare altrove, incontrare un bivio che
ci porterà fuori strada. Ci farà scoprire
nuove rotte, perdere, dimenticare ciò che
stavamo cercando.

La parola “meraviglia” viene dal latino mirari, “meravigliarsi”: è lo stupore di ciò che ci lascia attoniti. Accade innumerevoli volte da bambini, solo che tu più passano gli anni più te ne dimentichi, tutto diventa un già visto e già sentito. Te ne sei dimenticato che c’è stata un’epoca in cui tutto era una prima volta, tutto era stupore e meraviglia, oggi te l’aspetti e mentre facciamo dell’aspettativa una regola, lentamente si sbriciola la magia, che invece è una componente fondamentale della meraviglia e… dell’infanzia, non per caso.

Come recuperare angoli di meraviglia nella nostra vita? Camminare in compagnia dei bambini aiuta, ma a dire il vero viviamo in una società dove è sempre più raro avere l’occasione di passare del tempo con i più piccoli, a meno che non facciano parte della cerchia delle nostre piccole famiglie. Eppure, quella di trovare occasioni di meraviglia è una missione, va esercitata nel tempo e con dedizione, passione, curiosità. In fondo, è una questione di sguardo. Perché dietro la rigida maschera del quotidiano si nascondono infinite occasioni di meraviglia. Vale sempre la pena meravigliarsi.. Dentro, c’è il movimento sinuoso e inarrestabile della bellezza, è la poesia che ci salva la vita perché ci riconnette a tutto quello che ci fa sentire tragicamente belli e talvolta infelici, inquieti, ribelli, veri, coraggiosi, paurosi, indomiti, pieni di speranza e forza. In una parola, vivi.
Ogni volta che mi meraviglio riconosco, con stupore, quanta vita scorre ancora in me.

Neve di maggio

neve-di-maggio

E te ne accorgi quando se ne va la luce e nel giro di qualche ora non si sa più come fare perché ormai tutto dipende da quello, dal frigo al riscaldamento. La vita è imprevedibile e poi succede che avevi scommesso no e invece girano gli spazzaneve al mese di maggio, ci siamo svegliati con il sole immenso e poi la pioggia e l’arcobaleno e anche la nebbia, tutto nella stessa giornata.
E alla fine è arrivata, mezzo metro di neve.
Giocare a Scarabeo mentre la luce del pomeriggio si trasforma, quel piccolo cane si tuffa nel bianco e ancora non ci crede, la neve è di nuovo più alta di lei.
A me tutto questo fa venire in mente le vacanze e i nonni, la stufa blu a carbone che negli anni è stata sostituita. Il brivido di quelle volte in cui andava via la luce, finalmente si usavano le candele sempre appoggiate sul camino. La luce del fuoco. Il tempo lento, quasi immobile. Il buio dei lampioni spenti.
Sì, la vita è imprevedibile. Non tiene conto dei ritardi, ci ricorda che la nostra pseudo modernità è appesa a un filo. Ci ricorda che basterebbero pochi giorni per mettere in ginocchio città intere. Che il buio è la condizione naturale della notte. Che il tempo non lo comandiamo.
E allora questa luce che va via per ore, ore intere e poi torna bassa bassa, sì mi rendo conto che fa arrabbiare tutti eppure rimette in pace col tempo, strizza l’occhio alla vita. Quanta meravigliosa magia a fermarsi. Quanta incredibile magia a ritrovare il tempo e farci ritrovare dal tempo, meravigliosamente vivi. Insieme a chi ti fa ridere.
E ora buona notte, già che ci sono il telefono lo spengo io.

Neve di maggio, era il 5 maggio 2019 e una potente nevicata controcorrente e contro ogni previsione arrivava, ribelle, a insegnarci di nuovo il senso del Tempo

Cose che ci fanno sentire ancora meravigliosamente vivi

Correre sotto la pioggia

Il panettone anche se non è Natale

Dopo una mattina grigia, il sole che esce dalle nuvole proprio quando hai finito di lavorare

La campanella dell’uscita da scuola

L’ aroma di caffè

Certe canzoni che ti basta sentirle per essere già altrove

Il rumore del mare

Chiudere gli occhi al sole

Il momento in cui tutto sembra possibile e lo è veramente

L’aria del mattino sulle guance quando cambia la stagione, così croccante, e il fiato un respiro bianco

I giardini che sbocciano in primavera

Il colore dei boschi quando due stagioni si incontrano

L’odore dei gelsomini d’estate in città

Un progetto bello, un libro che scalda il cuore

Stare ore a sognare a occhi aperti

Avere ancora tempo

Abbracciarsi di nuovo

Sorridere a una persona che non avevi mai visto

Il potere della gentilezza

Le luci dell’albero di Natale

Il segno dell’abbronzatura

Un caffè con i propri genitori, nonni e sapere quanto è prezioso

Scendere alla stazione sbagliata

Smontare vecchi lampadari e farne arcobaleni di cristalli

Prendere un bus e vedere tutte le fermate che fa

La pausa pranzo in piscina e fingere un po’ di essere al mare

Ricordarti quanto vale un pomeriggio con chi ami

Fare una cosa che non avevi mai fatto

Crederci davvero in quel vecchio sogno e continuare a chiederti qual è, il tuo sogno di oggi

Il coraggio di andare via. E quello di tornare

Le bolle di sapone

Il giallo del tarassaco e le margherite, millemila sui prati di primavera

Maddalena De Bernardi>>>

… Cose che ci fanno sentire ancora meravigliosamente VIVI…

continua tu, è il gioco di oggi

 

 

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Viaggio nel tempo

Potrei iniziare dicendo che c’è stato un pomeriggio estivo in cui, girovagando attraverso le stanze di quella che era stata la casa della mia nonna paterna ho trovato un vecchio settimanale pieno di fogli e foto. Il settimanale è un mobile alto e stretto: si chiama così perché veniva utilizzato per i conti; settimanale, uno per ogni giorno della settimana. Infatti, la camera in cui l’ho trovato è in una di quelle case a ringhiera che un tempo rappresentavano una delle tipiche architetture del nord Italia, in Lombardia. Dentro al caseggiato si susseguivano tante stanze, ognuna con una porta che dava su un ballatoio esterno che correva lungo la facciata della casa. Dal primo piano ti affacciavi sotto, sul cortile, e in mezzo ricordo due grandi vasi di latta, che un tempo erano stati contenitori di qualcosa, con dentro due oleandri profumati che cinquant’anni fa erano fiori e ora sono ormai alberi. Dietro alla saracinesca di sotto c’era il bar, il Bar Italia che io non ho mai visto ma che è stato l’infanzia di mio papà. L’ho ritrovato stamattina, in una foto dove c’erano ancora tutti, il nonno Carlo e la nonna Stelvia giovani e felici dietro al bancone, fra le bottiglie di liquori e aperitivi e i clienti più assidui e mio papà Vittorio che all’epoca avrà avuto nove anni, con una magliettina a righe proprio come quelle che amo mettere a Tito.

Nel viaggio di formazione che abbiamo iniziato ormai qualche anno fa la nostra maestra tantrica Prem Rupa ci ha invitato a riflettere sulla nostra storia familiare e questo è uno dei motivi per cui mi sono ritrovata qui, a cercare vecchie fotografie e seguire indizi. Potrei iniziare col dire che il viaggio nel tempo inizia nel momento esatto in cui spingiamo una porta e ci permettiamo di entrare. Non è una porta uguale a tutte le altre, a volte è immensa e noi così piccoli che per avere il coraggio di passare dobbiamo interrogare la Sfinge mostruosa di un inconscio sepolto, altre volte è così piccina la porta che si fa molta fatica a scorgerla. Si nasconde, come nell’ombra si confondono i nostri sentimenti e le storie di famiglia, gli amori sepolti, le morti, le gioie, i segreti che non sono stati detti e quelli che senza saperlo abbiamo intuito, ingoiandoli conditi da sensi di colpa come dolci speranze trangugiate in segreto.

Mi sono rivista
negli occhi di una nonna che in fondo
non ho conosciuto così bene e
non conoscerò più, ormai.
Ho visto mio figlio dentro i ricci e le mosse di uno che è nonno
proprio adesso.
Dentro il bianco e nero
ho immaginato colori.
Mi sono stupita vedendo due vecchie fotografie con un paesaggio e il modellino di un aereo
“eleo” direbbe Tito, che ama molto anche lui gli aerei e li indica sempre,
e ci ho ritrovato dentro la sensibilità di mio papà,
in anni dove si fotografavano sempre persone, quasi mai case o oggetti.

Le fotografie accarezzano le nostre evoluzioni, accompagnano la metamorfosi. Può guarirci rivedere una fotografia del tempo perchéa guarirci sono i momenti felici. Ci sono momenti che non avevamo mai visto, come quel viaggio a Istanbul e San Pietroburgo del nonno, di cui nessuno ricordava; ci sono persone che non conosciamo più e volti che non si sanno più attribuire, chi li conosceva se c’è già andato e senza un tratto di matita che abbia segnato una dedica e un nome o almeno un anno, si consegnano al flusso indiscriminato e immenso della storia del mondo, una storia senza nome né date, una storia che ci travolge e avvolge, annega e si dispiega dentro le nostre braccia come il filo di una coperta infinita. Eppure, noi siamo questa storia. L’oceano di tutto ciò che siamo stati, e saremo, scorre dentro alle nostre vene, si arrotola nella spirale di un DNA che, senza saperlo, ha il viso, il sorriso e gli occhi di qualcuno che tu non hai mai conosciuto ma vive in te. E tu in lei, o lui. Poi dentro i tratti di una fotografia all’improvviso passa un lampo, è il fulmine del riconoscimento.

Ci sono cose che non sappiamo nemmeno spiegare, a voce. Sfuggono dalla nostra testa e dalla comprensione. Il cuore le conosce e ri-conosce. Le vede, ora sa

Ho deciso di appendere al muro quel ritratto dell’altra nonna, insieme a sua sorella al mare, in Liguria; era il ’49, dopo la guerra, in una giornata che immagino piena di sole. Hanno i costumi di tessuto come si usava un tempo, di maglina morbida. Sono molto sorridenti e giovani. Questo momento l’ho messo dentro un riquadro rosso, rosso come la passione che ci infiamma da ragazzi e con una goccia di colla abbiamo fissato un corallo, relitto del mare di una nostra vacanza. Per mescolare passato e presente, per ricordare che anche il passato aveva colore, per ricordare che gli stessi che abbiamo conosciuto più in là negli anni sono stati ragazzi proprio come noi, con un carico di sogni che allora aveva una valigia pesante perché loro, quei ragazzi del ’47 uscivano da una guerra. Erano giovani e innamorati, avevano già vissuto tanto. Come sta capitando ora a bambini e ragazzi come loro: se si incontrassero ai confini del tempo, fra una fotografia e l’altra, entrambi scuoterebbero la testa increduli, di essere così vicini e avere così tanto da dirsi, pur in anni così diversi, che tanto tempo li distanzia eppure siamo ancora qui a parlare di guerra, che sfacelo, che caramella amara da sciogliere in bocca, non ci si crede. Quei nonni, ragazzi di allora, e questi ragazzi di qui, sotto le bombe, si abbraccerebbero parlando di tutte le emozioni e quanta paura può fare una sirena d’allarme quando la senti nella notte, e del fragore dei muri che crollano. Io lo so, mia nonna Giuseppina e sua sorella Erminia, che io ricordo eternamente spavalde, con il rossetto rosso e rosso lo smalto anche a ottant’anni direbbero loro che passerà, che passeranno questi anni e che a vivere e soprav/vivere ci vuole forza, ci vuole coraggio. Ci vuole spavalderia, che a mia mamma, di un’altra epoca come parola non piacerebbe. Ma in certe epoche è necessaria, la spavalderia.
Perché coraggiosi non si nasce. Coraggiosi si diventa.

Intanto le fotografie le abbiamo appese lì, lungo le scale. Perché la scala di casa, che dalla cucina porta fino in soffitta, è una parte in movimento, proprio come la vita e mi sembra ci sia un po’ di somiglianza anche con quel proverbio indiano che ricorda “l’esistenza è un ponte, atraversalo ma non pensare di costruirci sopra una casa”. Lungo le scale, gradino dopo gradino, si sale e si scende, ci si ferma a mezz’aria, certi giorni, si sta seduti su un gradino a sfogliare un libro o si prende un passaggio, come Tito quando al mattino si aggrappa al collo e urla “mano mano” per scendere. E allora mi piace pensare che ogni volta il nostro sguardo si appoggerà su un volto diverso, un incontro di sguardi. Lungo queste scale del tempo ci si incontra, ci si continuerà a incrociare, e vedere. E c’è la cornice di due che conosciamo più, ma forse un giorno sarà la loro storia a venirci a cercare. E c’è posto anche per una cornice vuota, che sono tutti quelli che nella storia si sono persi, di cui un volto non c’è più ma la cui memoria è scritta nel territorio oscuro e palpitante del nostro incoscio.
Lungo le scale, a una altezza che è proprio quella della mia faccia più o meno ora, c’è anche uno specchio. Non sembra ma anche questa è una foto. Un passaggio in divenire, è il nostro volto che cambia, costantemente, è il nostro sguardo in cui ci guardiamo e riceviamo, ogni giorno. Oggi. La metamorfosi ci trasforma, da dentro, in uno sguardo ci ritroviamo.

A proposito, chi è curioso può consultare qui i prossimi incontri di Prem Rupa

Lontananza, ovvero la misura del tempo

“Essere assente” viene dal latino, abesse, ab + esse, essere lontano. Dis/stare. Trovarsi separati. Essere lontano.

Lontano, che equivale a dire “longitano”, parola antica quasi dimenticata, invece viene da “longus”, lungo. Longitudine in effetti è la coordinata geografica che misura la distanza angolare di un punto dal Meridiano fondamentale (che dal 1885 è il Meridiano di Greenwich). La lontananza, che gli antichi chiamavano “longità” da longitas, si misura in “lunghezze”, ci dice la storia delle parole. Come gli stivali delle sette leghe della favola, il nostro andare lontano è misurato dalla distanza che sappiamo percorrere. Il tempo è misura dello spazio. Spazio che ci serve per andare, spazio necessario per esplorare, per tornare.

Non si usa più misurare il mondo in leghe, ma la lega in origine esprimeva la distanza che una persona o un cavallo riuscivano a compiere in un’ora di tempo. Nell’antica Roma un passus era la misura della distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio dei due piedi opposti durante il cammino (il doppio rispetto a come lo consideriamo oggi), registrazione delle mie possibilità di movimento. Un piede dopo l’altro.

Dentro la lontananza c’è il movimento. Una lunghezza che posso misurare con un mio piede, anzi con un miei piedi. Perchè con un solo passo non vado da nessuna parte. Noi umani non abbiamo radici di albero. Ci muoviamo, e per farlo superiamo distanze, sfidiamo l’equilibrio. Funamboli dell’esistere, stiamo in bilico, nostro malgrado abbiamo dovuto imparare e conviverci. Fin dai primi passi. Barcollanti, andiamo avanti. Passo dopo passo.

Il tempo dell’attesa

Attesa, è il tempo che crediamo immobile. Durante l’attesa si sta fermi

pensiamo

immobili, come lucertole al sole. Il tempo dell’attesa, invece,
ha il coraggio dell’autunno
quando la luce cala e
nei campi si taglia la terra con la lama del vomere
il momento dell’aratura
falce che taglia e prepara nuove nascite

nelle ferite entrerà la pioggia che lava,
lacrime e acqua fresca
neve, ghiaccio

al buio
matura
l’attesa

in spagnolo si dice
“esperar”
attendere
sperare.
Sì, espero:
attendo
spero.

Mentre attendo spero.
Sperando, attendo.
E nel tempo dell’attesa trasformo
il presente in futuro

Viaggiare fra i ricordi

Ci vuole gentilezza, quando si tratta di viaggiare fra i ricordi.

Troverai cose che ti faranno ridere e altre per cui ritorneranno le lacrime,
le stesse emozioni di allora. Intatte, perché
il cuore non cambia

il tempo del cuore vive l’istante

ci vuole pazienza per te, un caldo abbraccio
comprensione

troverai schegge di frammenti,
puoi rimetterli insieme oppure solo guardarli

troverai
vecchi scontrini
contratti di lavoro
bollette ormai dimenticate
indirizzi di casa e chiavi di cui si sono perse le serrature
ricerche fatte,
appunti scoloriti

troverai progetti che non hai realizzato e
sogni ancora da inseguire

I primi mesi di vita

su un fianco,
in braccio:
da qui vedo il mondo,
mi sporgo,
allungo e proietto
esercito la presa,
braccia e gambe,
esercito la curiosità

vedo il mondo
attorno a me
i colori

sfioro le foglie con la pelle

Dieci mesi di vita

Il tempo si misura in giorni.
O forse in sonnellini: ogni volta che
ti svegli
hai uno sguardo nuovo sul mondo.

Questa è la settimana del “me me me”
indichi tutto e lo ripeti:
me! me! me!

me come meraviglia
ogni nuovo oggetto
un puro atto di stupore

osservi

incantato

ami da sempre il soffitto
a testa in su
allunghi le braccia
nel vuoto
urli
eccitato

i pesci di ceramica colorata e
quelli di legno, le farfalle attaccate
filo di cotone ormai ingarbugliato
le cose appese,
la lampada che di sera crea grandi ombre

meraviglia

domenica 21 febbraio
ti sei svegliato con la punta bianco luccicante di
un nuovo dente, incisivo sinistro.
Messo sul water l’hai guardato perplesso ma solo per un attimo-
E poi, adesso ogni volta tiriamo lo sciacquone
(e facciamo una corsa per arrivare in tempo)

Dieci mesi fra dieci giorni
martedì 9 marzo ti svegli con un dente in più
il quarto, incisivo destro.
Adesso hai ben quattro denti
puoi afferrare la vita a morsi. Oggi, 9 marzo
un anno fa inziava il lockdown

nel frattempo voi, i pandemic boys
da un’idea vi siete trasformati in realtà
siete nati e ora gattonate
alla scoperta del mondo,
abituati a chi vi sorride in mascherina

e mentre il mondo ancora si preoccupa e corre affannato
la primavera spunta
affacciandosi
timida
fra violette e primule
nei prati umidi e proibiti

Ritorno

Odore di casa,
la porta d’ingresso che si spalanca sul corridoio troppo buio.
Generazioni di giovani ragni negli angoli più impensati.
L’arrivo nella sera, le luci di nuovo accese
acqua che bolle, una manciata di sale e il profumo di
olio umbro, aglio che sfrigola, peperoncino fresco non ancora seccato:
nel vaso di vetro sulla mensola della cucina
spaghetti in attesa di
tuffarsi.

Avanti e indietro, la spola
dal baule aperto all’ingresso, smistamento
di pacchi, zaini ancora chiusi, sacchetti
oggetti accumulati in viaggio.
Un barattolo di petali di rosa in gelatina dalla Provenza,
la bottiglia di vetro tonda con la fascetta blu e gialla Ricard che ci piaceva tanto
un regalo del barista del bistrot di Digione con il sorriso simpatico dietro gli occhiali,
i sacchi a pelo da lavare e ritirare, il borsone con i vestiti e quelli sparsi
i giornali presi qua e là per farsi un’idea della vita che attraversi,
che quando ti capita di passare in una nuova città ti chiedi
chissà qui che si fa, dove si va, cosa succede.
Un mazzolino di rose prese da una vigna e messe a seccare,
Il cane che aspetta che la sua ciotola sia di nuovo al solito posto.
La menta strappata e infilata con le radici in una bottiglia di plastica,
trasportata per tutto il viaggio
mentre diffonde il suo aroma forte:
domani la pianterò in giardino.

7 mesi e un giorno

Come pane e marmellata,
tu che dormi disteso dal mio collo all’ombelico
pancia su pancia, i nostri respiri
sono
ritmo di vita nel tempo eterno della notte di luna. Fuori,
rintocchi di campane e il solito barbagianni, fra i rami del noce. Mese dopo mese, le foglie
verdi
si tingono
al tramonto.
Albero nudo,
pelle sulla pelle,
mese dopo mese,
l’impronta calda dei tuoi pied
adesso si appoggia alle cosce.
Ci ascoltiamo respirare,
tu dormi, io ti guardo
La tua testolina dorata e lo sguardo assorto, corrucciato come la prima volta che ti ho visto
Attimo prezioso,
indelebile
il tuo odore
profumo di latte e velluto morbido
il collo, le pieghe
dove ti faccio il solletico
con la punta del naso.
Non dimenticherai mai
quando in una mano sta tutta la sua schiena,
il vicino Roberto e noi sull’aia al sole,
appena arrivati dall’ospedale.
Adesso non è più estate, fuori
la neve e tu
manciate di centimetri e sorrisi in più.

Sai ridere adesso,
soprattutto quando ti sbuffo sulla pancia.

Rotoli su un fianco e dormi così,
in mezzo fra me e papà, l’indipendenza è una conquista
a poco a poco,
Titti e poi ti giri e gli sorridi. Le prime sere insieme alla stessa ora non riuscivi a dormire, eccitazione. Ogni mattina
ti svegli, gli batti con la mano sulla schiena e vai alla finestra
a guardare il mondo, come un piccolo vecchierello
dalle gambe incerte e il passo coraggioso sempre più sicuro.

9 mesi

Nove mesi oggi,
l’ombra di un dentino
sotto la gengiva che in paio di giorni si è gonfiata e ha un aspetto diverso,
aspettiamo questo incisivo
vicino, sempre più vicino.

Ora ti infili dentro a una sedia,
dappertutto,
sali sui tuoi giochi per
raggiungere posti irraggiungibili.
Bauli, un mondo da scoprire.

Ogni mattina
ti svegli e ti affacci alla finestrella
a guardare il mondo.
Adesso che abbiamo spostato il letto
ne hai due di finestrelle
da cui guardare il mondo
e allora
ti arrampichi sul mio collo,
mi scavalchi
in piedi sui cuscini colorati
fai uuu uuuuuuu
e con la piccola mano
pulisci il vetro dall’umidità della notte.

Nove mesi oggi che sei nato,
ancora una volta
con la memoria
cammino in quei corridoi
percorro quei momenti
di un mese più lontani.

All’improvviso,
in un paio di giorni
hai imparato a afferrare
con precisione
prendi dal piccolo piano del
tuo seggiolino azzurro
cubetti di pane e prosciutto a dadini,
più prosciutto che pane
scegli

sei un gatto.
Più di tutto, ami:
i fili di luci
– ne abbiamo uno solo per te sul letto,
lo agitiamo per chiamarti e
tu arrivi –
le scatole
svuotare i cassetti
aprire e chiudere le ante
ti eserciti molto
e poi svuotare gli armadi dei vestiti,
quando ti bacio sotto i piedi e
ridi forte.
Dormire sul cuore,
sempre

hai imparato a infilare le mani nelle porte e
aprirle.
Non ti senti ancora pronto
per scendere le scale.
Sempre più diritto
resisti in pieni,
con una mano sola
in bilico nel vuoto

Natale lockdown

Il silenzio, il silenzio immenso delle strade.
Intimità di famiglie nel nucleo essenziale
Solitudine, anche. Da vivere come ognuno può.
Allegria e malinconia,

fili di luci
ovunque,
che rimangono accese ben oltre dopo Natale