Passeggiata nel bosco

Passeggiata nel bosco di un sabato d’inizio autunno: le foglie, i colori, l’ora alla fine di un mattino che sa di sole e nebbia in arrivo,

‘namo, dice lui
senza sapere che dice una parola che esiste in altri luoghi e invece lui la dice un po’ per abbreviare e un po’ perché è pur sempre uno straniero, un viaggiatore intergalattico che afferra a spizzichi e bocconi, qua e là
e afferrando inizia a formulare concetti, farsi capire, spiegare e spiegarsi
comunicare, da buon ospite di questa terra, piccolo uomo fra stranieri che fanno discorsi in lingue complesse, pieni di sensi doppi e tripli, deviazioni e angoli ciechi

‘namo, dai
insieme
tutti

mammi, papà, io, dudi

dove?

‘namo là.

Ovviamente.

E allora andiamo.

C’è la pineta e il bosco che si apre alle sue spalle, silenzioso.
Il mattino del sabato e uscire tutti insieme, ognuno alla sua velocità
La lagotta dudi non ne può più di stare in casa e allora corre, corre più forte di tutti
poi si gira e ci aspetta, abbaia ai caprioli e torna indietro
sfreccia nel prato, ci sfiora di gran corsa

il piccolo viaggiatore cammina ma si lamenta perché con le sue gambette, diventate grandi ma pur sempre piccole, ogni micro passo rende la passeggiata super
io b(r)accio, io piccolo
poi gli facciamo notare dei funghi prataioli nati così, selvatici, e allora la sua passione si ridesta
non si sente la stanchezza quando la curiosità supera tutto

camminare, osservare le piante intorno a noi
mettersi in tasca qualche foglia e ripromettersi di cercare i nomi
respirare il bosco, l’aria silenziosa del mattino

Perdersi a Madeira

Passeggiare al mattino al Mercado dos Lavradores di Funchal, tra le contrattazione di chi vende il pesce pescato nella notte e i banchi con i mille colori dei fiori

A zonzo per Funchal incontrare l’immensa balena blu sui muri di Rua de Santa Maria

Con la funicolare salire fino a Monte, la parte alta di Funchal

La spiaggetta vicino al Forte di São Tiago

A piccoli passi il giardino botanico, Madeira Botanical Garden, e Monte Palace Tropical Garden

Santa Luzia Public Gardens, il parco pubblico inaugurato nel 2004 per cercare – ovviamente – l’area giochi insieme ai piccoli viaggiatori

Le piccole cascatelle che si tuffano fra le onde oceaniche sulla spiaggia nera di Seixal

Camminare dal Pico do Aireiro al Pico Ruivo aspettando l’alba

Arrivare fino alla punta più a est dell’isola: Ponta de São Lourenço

Le officine del gas a Bologna

officine-gas-Bologna
Dall’archivio personale di Domenico Alvisi

L’Ottocento è stato il secolo dei grandi stravolgimenti tecnici, sociali ed economici che hanno colpito il mondo intero e di conseguenza anche Bologna. In città abbiamo avuto cinque grandi innovazioni tecnologiche: La costruzione del primo acquedotto, il tram, l’energia elettrica, la ferrovia e le officine del gas. Ora, vorrei parlare proprio di queste ultime. Come alcune delle altre innovazioni tecnologiche anche le prime officine del gas, sorte nel 1846 fuori porta san Donato, furono non so se create, ma sicuramente appaltate a due banchieri inglesi. Cominciò così la distribuzione del gas illuminante (o gas di città) tramite tubazioni sotterranee che giungevano fino al centro della città. Di conseguenza vennero installati anche quei meravigliosi lampioni di ghisa artisticamente lavorata.
Nell’aprile del 1862 l’appalto passò alla Compagnia Ginevrina dell’Industria del Gas, e le officine vennero ampliate e l’illuminazione venne estesa a tutta la città dentro il perimetro delle mura.
Nel 1863 iniziò, tra la Porta san Donato e la Mascarella la costruzione del grande stabilimento di quasi 15.000 mq. tuttora esistente. Nel maggio del 1900, primo caso in Italia, il servizio venne municipalizzato e la gestione venne assunta direttamente dal Comune. Negli anni seguenti lo stabilimento venne nuovamente ampliato e dotato di sempre più moderni aggiornamenti tecnologici.
La funzione principale delle Officine era, come detto, la produzione del gas illuminante ma diverse altre produzione uscivano nel corso delle trasformazioni. La lavorazione partiva dal Litantrace, che è un carbon fossile la cui formazione si fa risalire a 250 milioni di anni fa.
Il Litantrace, moderatamente scaldato si trasforma in una sorta di carbone chiamato coke, e libera una miscela di gas che depurato diviene il gas di città.
Con la distillazione del Litantrace si ottenevano anche: catrame, benzolo, toluolo (diluenti per vernici), naftenici da cui la naftalina un tempo regina dei nostri armadi, fenantrene che, assieme ad altri prodotti chimici, serviva a produrre il creosoto, tra l’altro conservante per traversine ferroviarie, il cui odore pungente deliziava le nostre narici nelle stazioni ferroviarie.
Il gas di città fu indubbiamente una grande conquista. Ora noi abbiamo notti piene di luci e ci riesce difficile concepire una Bologna completamente al buio, almeno che uno abbia vissuto la città, in tempo di guerra, durante le notti dell’oscuramento. Un tempo era normale e di notte, per stare tranquilli, bisogna uscire con le lanterne.
Naturalmente non bisogna dimenticare la funzione che ebbe il gas nelle cucine, finalmente era possibile, per cucinare, disporre una fonte di calore comoda e pulita a scapito della carbonella.
Naturalmente i fanali dovevano esse accesi e spenti, uno per uno tutti i giorni e a questa mansione provvedevano un certo numero di “accenditori” ai quali erano anche di competenza di sorveglianza dell’illuminazione, la pulizia e le piccole riparazioni. La città era divisa in quattro quartieri per ognuno dei quali era predisposto un certo numero di accenditori che dovevano trovarsi nella sede predisposta dieci minuti prima dell’ora di partenza. Al mattino, alle prime luci, venivano spenti, ma gli addetti dovevano, a turno, fare anche servizio di sorveglianza notturna ed essere disponibili tutto il giorno.
Altra grande innovazione la introdusse il “carbon coke” che dette la possibilità, specie in locali pubblici e preso abitazioni private (dei più abbienti) di installare impianti di riscaldamento con caldaie e termosifoni.
Col tempo la luce elettrica sostituì il gas nei lampioni e il metano il gas illuminante e le officine del gas cessarono la loro produzione e si trasformarono in distributori di metano.
Domenico Alvisi

Perdersi in Austria

Da Venezia al Tirolo lungo la strada verso Merano e Innsbruck fino a Salisburgo: perdersi in Austria

Il bosco delle biglie sul Glungezer a 1.560 metri

Merano e i giardini di Sissi,
camminare fra gli alberi
girare in monopattino per Innsbruck, soprattutto se sei un piccolo viaggiatore intergalattico

Passeggiare in una sera di fine estate lungo il lago di Seefeld, dove
sempre se sei un piccolo viaggiatore intergalattico, ti interesserà esplorare il parco giochi,
La casa capovolta a Terfens, una ventina di minuti da Innsbruck.

Salisburgo, la città di Mozart
passeggiare sul colle dei cappuccini
la vista della città
da lontano, la fortezza Hohensalzburg
e poi scendere dai vicoletti
dalla piazza del duomo
attraversare il ponte Staatsbrucke
sul fiume Salzach
fermarsi sulle gradinate al sole

in una giornata di pioggia a Salisburgo il Museo dei giocattoli per sperimentare i giochi antichi
e la Casa della natura, il Museo della natura e della tecnica di Salisburgo
dove immaginare la vita segreta degli universi marini e quelli di altri mondi, nello spazio lontano.
A Salisburgo ci sono anche il Museo delle Marionette, nell’antico soffitto della Fortezza Hohensalzburg,
il Museo di arte moderna, il Museo di storia militare,
il WasserSpiegel, Museo dell’acqua nel serbatoio sul colle Mönchsberg per andare alla scoperta del sistema di rifornimento idrico di Salisburgo
il museo del Natale (a proposito, nel cuore più antico della città, non distante dalla Casa di Mozart c’è un piccolo negozio dove è Natale tutto l’anno),
il museo della birra Stiegl, dove si visita il birrificio privato più grande dell’Austria
la casa natale del poeta Georg Trakl, figlio di un commerciante di ferramenta di Salisburgo e morto a ventisette anni all’ospedale militare di Cracovia all’inizio della prima guerra mondiale
e poi Hangar-7, il Museo degli aerei, all’aeroporto di Salisburgo, dove i Flying Bulls di Salisburgo recuperano e restaurano rari velivoli storici

Ultimo giorno di luglio

Fra i sorrisi di una giornata semplice e bellissima….
le mani stanche e soddisfatte di quando metti a posto cose, stanze, situazioni – oggi la legnaia – che ti lasciano la polvere addosso e l’anima leggera
la meraviglia di quelle giornate in cui hai la sensazione di aver fatto tanto e aver vissuto ogni ora, sarà perché ti sei svegliato alle sei con il profumo di caffè e le fette calde tostate e la marmellata di ciliegie e il burro e poi il riposino sul divano a metà mattina e tutti gli orari strani e scombinati che sono la cosa bellissima della vita in generale e dell’estate in particolare
un piccolo viaggiatore intergalattico che non si arrende al tramonto. ‘namo, dai – andiamo
Dove?
Là. LLLà
A fare benzina, papà
Indossare la felpa di un amico
I giochi, le scale e gli scivoli
La casetta con i libri del book sharing
La fontanella con la testa a forma di pesce e l’acqua che si accende e spegne
La luce arancione del tramonto che scende fra i crinali delle montagne ritagliate come sagome di carta
E poi?
“Biletta! Apta!” la birretta e l’acqua con le bolle
Uno talallo – un tarallo, uno! gli aghi di pino, le sdraio di tela e legno ma in versione gnomo per i bambini piccoli che ci si mettono sopra e si sentono grandi
La luna, i libri da sfogliare mentre si aspetta
Il buio blu e le prime stelle
Tornare a casa con la testa piena di sogni e sorrisi

L’ultimo pensiero della giornata: quanto vogliamo imporre noi la nostra visione e quanto decidiamo di lasciarci contaminare? Che siano i figli, il cane, il gatto, i compagni di vita o la coinquilina che diventa per sempre, la famiglia è un sistema in cui tutti dovrebbero, e possono, influenzare l’altro. E allora non solo dare le regole, specie ai più piccoli, ma anche lasciarci inondare dalle loro prospettive sul mondo e da quello che la vita ci lascia scoprire ogni giorno, anche e soprattutto nelle situazioni che non avremmo mai immaginato

E poi. Papà che guarda le stelle. La finestra aperta e l’aria della notte quasi fredda, le montagne scure all’orizzonte. Una musica lontana. Tu che appoggi la mano sul mio braccio mentre dormi. Un libro bello. La lanterna accesa. Il segnalibro della Pimpa con le foglie e l’autunno che è già dopodomani

 

Ultima settimana di luglio

Sbattere le palpebre al sole
Rovesciare il latte a colazione
La doccia, i piagnistei, i mugulii e la borsa da infilare sulle spalle
I sentieri d’estate
Il fiatone e il sudore
I tunnel creati dai rami verdi degli alberi e tu che me li fai notare, tunnel!
Arrivare nel posto dei cavalli e salutarli con il pane secco
Beccare proprio il momento finale della costruzione di un muretto di sassi lunghissimo e vedere l’orgoglio di soddisfazione negli occhi di chi l’ha costruito, con uno sguardo così limpido e leggero che arriva fino all’orizzonte
Il sole delle undici, che inizia a rallentare e fermarsi in mezzo al cielo
Tornare con te addormentato su una spalla e Kukla, una zampa dopo l’altra, che ci affianca stanca
Aprirsi una birra gelata e mentre tu dormi sul divano raccogliere la salvia, l’odore forte fra le dita
Le cicale di mezzogiorno

Lunedì 25 luglio ’22, ultima settimana di luglio

Mare al mattino

Mare al mattino, poesia di Konstantinos Kavafis, 1915

Fermarmi qui. Per vedere anch’io un po’ di natura.
Luminosi azzurri e gialle sponde
del mare al mattino e del cielo limpido:
tutto è bello e in piena luce.
Fermarmi qui. E illudermi di vederli
(e davvero li vidi un attimo appena mi fermai);
e non vedere anche qui le mie fantasie,
i miei ricordi, le visioni del piacere.

Poeta e giornalista, Konstantinos Petrou Kavafis ha un nome greco, ma nasce e vive nella città di Alessandria d’Egitto. I suoi genitori erano greci della comunità ellenica di Istanbul e avevano quella che oggi si chiamerebbe ditta di import-export. Tuttavia il papà morì e Kostantinos, insieme alla sua famiglia, emigrò nelle lontane terre nebbiose del Regno Unito, dove visse a Londra e Liverpool. Ma ad Alessandria tornò, quando aveva sedici anni, e lì trascorse gli anni di tutta la sua vita. Visse a cavallo di due secoli, l’Ottocento e il Novecento.

Nel 1801 i britannici sconfiggono i francesi nella battaglia di Alessandria, presso le rovine di Nicopoli: è l’ultimo respiro dell’impero ottomano, durato dal 1299 al 1922 per 623 lunghi anni. In questo ultimo periodo di anarchia Alessandria, che nell’antichità fu un’immensa metropoli e un’importante centro culturale, era stata dimenticata. Sommersa dalla polvere del tempo dell’antico centro, con il ricco quartiere degli artigiani, il faro e la storica biblioteca, celebre in tutto il mondo, ea rimasta una cittadina di quattromila abitanti circa.

Il pascià Mehmet Ali era un capo militare dell’esercito ottomano e in seguito sarà considerato il padre fondatore dell’Egitto moderno per aver abbattuto il regime neo-mamelucco. Era nato nella città di Kavala, Qawāla, in Macedonia, che al tempo faceva parte dell’Impero ottomano, da una famiglia albanese e i suoi genitori erano originari di Coriza, una città dell’Albania circondata dalle montagne della Morava e infatti il suo nome significa proprio questo, “collina”, gorica, diminutivo di gora, “montagna”, in tutte le lingue in cui è chiamata (almeno tre, aromeno, bulgaro, greco, macedone, turco). Mehmet Ali era il secondogenito di un mercante di tabacco e suo padre si chiamava Ibrāhīm Agha, invece sua madre, Zeynep, era la figlia dell’ayan di Kavala, Çorbaci Husain Agha. In lingua araba “ayan” significa persona di spicco e nell’impero ottomano alla classe degli ayan appartenevano persone con grandi cariche di potere, a capo di corporazioni artigiani o militari. Da ragazzo Mehmet Ali prestò servizio nell’unità di Kavala, dove era cresciuto, ma suo padre, proprio come il padre del poeta Konstantinos Petrou Kavafis, morì in giovane età, così fu entrò nella famiglia di uno zio, crescendo insieme ai suoi cugini. Insieme a una famiglia tutta di militari crebbe di ruolo in ruolo fino a diventare secondo comandante per poi partire, volontario, con i soldati mercenari albanesi. Fino in Egitto, a rioccupare quelle terre di lingua araba dopo il ritiro di Napoleone Bonaparte.

Ad Alessandria d’Egitto il Chedivè Mehmet Ali costruì la sua casa e favorì la rinascita della città grazie a grandi lavori pubblici: fu lui a ordinare di scavare il Canale Mahmūdiyya, una nuova via di comunicazione con il Nilo, terminato nel 1820 e riutilizzare il porto occidentale. Nel 1856 fu costruita anche una ferrovia che collegava Alessandria d’Egitto con Il Cairo. Nel frattempo si rafforzavano le fortificazioni. Prima i greci, nel 1827, poi una coalizione di inglesi, francesi e russi, nel 1828, minacciarono la città. All’orizzonte, nel 1882, si vide arrivare una flotta anglo-francese: si scatena una rivolta e vengono massacrati quattrocento europei che vivevano ad Alessandria. L’ammiraglio britannico, sir Frederick Beauchamp Seymour, e più tardi Lord Alcester, dopo aver lanciato un ultimatum, bombardano i forti dal mare, senza far sbarcare le truppe. Dopo altri giorni di rivolte e uccisioni in strada il Regno Unito invia una spedizione militare e occupa il Paese. Durante l’occupazione inglese Alessandria diventa sede navale militare. Dopo la seconda guerra mondiale, con la campagna nord-africana del 1940-1943 e la decisiva battaglia di El-Alamein, il destino della città cambia con il colpo di stato militare egiziano del 1952, quando il colonnello Nasser prende il potere e il trattato anglo-egiziano del 1954 fissa i termini del ritiro delle truppe britanniche.

Mehmet Ali, nato in Grecia e morto ad Alessandria, vissuto fra due secoli, il Settecento e l’Ottocento; Konstantinos Kavafis, nato e morto ad Alessandria d’Egitto, greco, vissuto a cavallo di due seeoli, l’Ottocento e il Novecento. Uno un uomo del comando militare, l’altro un poeta, che nascerà vent’anni dopo la morte del comandante: ad accomunarli una città. Alessandria d’Egitto.

Perdersi in Garfagnana

Al passo delle Radici San Pellegrino in Alpe è il valico che separa Emilia Romagna e Toscana, provincia di Modena e Lucca. C’è un cartello a ricordarlo proprio nel punto al crocevia dove la selva romanesca si apre. C’era un bar, uno di quei posti di legno e quella vecchia atmosfera di una volta, scampata al passato, con il bancone alto e i tavolini che socchiudevo gli occhi ed ero ancora in un tempo fatto da altri anni, cartoline in bianco e nero. Adesso la porta è sprangata, ha chiuso da un paio di anni.
Dietro la curva c’è san Pellegrino, se te lo lasci alle spalle e tieni la destra segui l’indicazione per Lucca e inizi a scendere. Giù, giù, curva dopo curva, come Alice quando cade nella tana del Bianconiglio attraverso il vuoto e le strade costruite, pezzo per pezzo, da chi su queste strade ci sputa sudore, catrame e fatica
terrapieni, argini
a combattere contro le frane e il rumore del Tempo che passa e sconquassa, abbatte, logora.

La provinciale 72, ex statale 324, mette in comunicazione la Garfagnana toscana e il tratto modenese dell’Appennino, la valle del fiume Secchia che nasce alle pendici dell’Alpe di Succiso e si tuffa nel Po dopo un lungo viaggio dalle sorgenti di montagna fino alle città di pianura. Da Montefiorino la provinciale 32, che si snoda lungo la via per Frassinoro, incrocia al Passo delle Radici la statale 486 che arriva da Modena passando per Sassuolo e la statale 12, da Pavullo nel Frignano. Tutte qui, una rete che fa un nodo: si congiungono con la vecchia 324 a Imbrancamento e questo nome dal suono importante e vagamente inquietante, dentro ha il suono di mille campanacci e urli, chiasso e caos: a questo incrocio i pastori diretti nelle terre toscane riunivano le pecore in un unico gregge prima di passare al di là.

Adesso ci sei, in una manciata di km segui la linea che si fa strada fra gli alberi. Un po’ più in là, sul fondo di questo imbuto magico di montagna che scende, troverai piccoli paesi e campanili e campi al sole. Intanto la luce del tramonto fa risplendere il profilo delle Apuane sullo sfondo, accidentate come un coltello seghettato, irregolari e belle, così strafottenti e segrete con le loro storie che appartengono a un altro territorio, fatto di una parlata e leggende diverse, che oggi sembra tutto vicino ma un tempo, a piedi e con gli animali, erano giorni di viaggio, notti all’addiaccio, luna e stelle sulla testa, respiro di freddo del vento di notte. Intanto il tramonto si fa rosa, arancione, viola indaco.

La strada provinciale 71, i patriarchi di Pratofosco: tre vecchi figuri che noterai per la saggia imponenza, li incontrerai seguendo il sentiero dopo una quarantina di minuti. Immersi nel silenzio, Castagno di Pratofosco, Faggio degli Stefanelli, 180 anni stimati, e Castagno del Volpiglione, albero monumentale della venerabile età fra 500 e 600 anni. Tu pensa, aver vissuto e sentito sulla pelle cinquecento inverni, essere morti cinquecento volte e rinati in estate, provato di nuovo le mille foglie che ti riempiono le braccia di verde e aver detto addio per cinquecento autunni, mentre tutto il mondo cambiava e lentamente scompariva. Lì vicino il piccolo oratorio di Boccaia, una preghiera nel silenzio, e giù sempre più dopo la curva ecco la frazione di Chiozza, con la torre campanaria nel centro del borgo e il fiume Esarulo, sull’antica via Vandelli, dove era un castello che oggi non esiste più e già nel 952 si menzionava questo centro abitato che ancora sopravvive. A Mozzanella, che nel Seicento venne distrutto dagli Estensi con un incendio, scorre il torrente Corvino e gli atti dell’archivio arcivescovile di Lucca raccontavano di un eremo di frati agostiniani. La montagna, il profilo delle rocce. Terra, prati infiniti che cambiano colore durante le stagioni dell’anno; boschi, alberi, case di pietra e legno, il ritmo lieve di una pace secolare. Dopo Castiglione di Garfagnana, incastonato su un contrafforte fra castagni e faggi, il ponte medievale dei Molini, un arco a sella d’asino nel verde del dirupo, visto dall’alto.

Castelnuovo di Garfagnana è a qualche chilometro, sempre dritto, tu vai a destra, direzione Aulla. Si cammina in bilico in un magico incrocio fra Garfagnana e Lunigiana, là dove fra poco si aggiungerà, a poca distanza, un’altra provincia ancora: La Spezia. La regione Liguria e i suoi borghi sono lì, tu non lo pensavi possibile invece sei a un centinaio di km da Modena e ottanta da La Spezia. Pieve Fosciana, Pontecosi, Villetta, Sillicagnana, San Romano in Garfagnana e Fortezza Verrucole, con la passeggiata che guarda tutto dall’alto, e poi Piazza al Serchio, con la locomotiva al centro, proprio lì in mezzo alla strada e alla piazza, una locomotiva a vapore memoria delle ferrovie – vennero costruite cinquanta locomotive come questa fra il 1922 e il 1923 – che una volta prestava servizio sulla linea Aulla Lucca connettendo Valle del Serchio, nel versante della Garfagnana, e Valle dell’Aulella, Lunigiana. Intorno castagni, faggi e cerri, è il Parco Naturale dell’Orecchiella, dove si nascondono cervi e caprioli.

Nella località Rimessa di Agliano, proseguendo lungo la provinciale 51, ecco che ti affacci sul Lago di Gramolazzo. Insieme al Lago di Vagli, famoso per essere il paese sommerso, si tratta di un bacino artificiale creato nel Novecento per lo sfruttamento di energia idroelettrica da parte della SELT Valdarno, oggi Enel. Ci sono le canoe sul Lago di Gramolazzo, si pesca e si nuota. La mattina inizia pigra, con la passeggiata sul bordo lago e la spiaggia di sassolini, fra le dita dei piedi pesciolini che guizzano via leggeri. A parte il camping c’è una piccola spiaggia libera all’inizio del paese. Se giri l’angolo, proprio prima del ponte, c’è il piccolo bar di Vittoriano che fa anche da osteria. Mentre aspetti da bere guarda a destra e vedrai, appesa al muro, una fotografia in bianco e nero incorniciata. Facce felici, giovani e rotonde, piatti di spaghetti: è il 31 dicembre del ’64, il primo giorno in cui si inaugurava il ristorante, in occasione del matrimonio di una cugina. Anche se in realtà è da ancora prima che si dà da bere e da mangiare perché c’era già un negozio di alimentari negli anni Trenta, era del nonno di Vittoriano, il papà della ragazza che si vede nella foto e ora è di là in cucina, seduta in questo luglio di cinquant’anni dopo, a guardare la vita che passa. Fuori, nel giardino inselvatichitico dal tempo, due mosche legnaiole dalle ali azzurre e un macaone, quelle farfalle dalle ali bellissime con i disegni geometrici bianchi, gialli e neri. L’odore forte della menta selvatica invade tutto: ce ne portiamo via qualche radice e vediamo se nascerà.

A Gabicce Mare

in uno spazio tempo a metà via fra Cesenatico degli anni Ottanta e i matrimoni lampo di Las Vegas vive
Gabicce

a Gabicce non si dorme mai e si mangia a stento,
i “ciucciamonetine” sono alti un metro e mezzo o poco più,
conoscono bagnini e baristi, con cui hanno traffici segreti: è tutto uno scambiarsi soldini e monetini per avviare i temibili giochi, che sono
ovunque. Impossibile andarsene dalla spiaggia: bimbi! esclama il piccolo viaggiatore con il dito puntato
e del mare chissenefrega

il centro del mondo è la spiaggia,
giochi: giochi è la prima parola con cui ci si sveglia la mattina e mentre si aprono gli occhi suona imperioso un monito interiore:
là, fuori
fuori. Giochi!

C’è il camper di Adriano al bagno 28, si narra che quando arrivò i piccoli viaggiatori intergalattici facevano la fila. Me lo dice il bagnino Francesco, che per passione legge grossi volumi di economia in lingua inglese all’ombra. Al sole delle due resistono solo le signore più abbronzate, indefesse con il cappellino sulla fronte: loro, quelli piccoli, non si arrendono

scotta la sabbia? no
correre! dicono, e se ne vanno correndo mentre i grandi si salutano in fretta e lasciano i discorsi a metà.
Abbiamo tutti gli stessi giocattoli, molto simili, cambiano i colori e qualche forme. TrattoLe! I trattori sono i preferiti, ruspe, palle che il vento disperde continuamente e
ovviamente, secchiello e paletta.

Sono oggetto di lunghe contrattazioni fra i più piccoli, secchiello e paletta. Una palestra con cui i più volenterosi imparano, e insegnano, l’uso dei possessivi e della filosofia politica: mio, tuo, suo, condivisione, riappropriazione, appropriazione indebita, prestito, riscossione etc. Gli stronzi di solito iniziano a intuirsi già a questa età, hanno modi di fare che rivedrai a diciotto o quarant’anni, solo con più rughe.

Ma a volte è da un graffio e uno spintone che nasce un’amicizia. Perché tu, che cammini su questo pianeta da un po’, te ne andresti. Invece loro no: i giovani viaggiatori dello spazio, neo neanderthaliani, stanno ripercorrendo la storia dell’umanità in breve. Sono convinta che sia un’informazione impressa nel DNA, esce allo scoperto all’inizio del viaggio sulla Terra. Mio! No! Tu! IO! dicono “io” per dire “tu” e “tu” per dire “io”, si lanciano urli e danno spintoni, ma poi tornano, proprio come preistorici Neanderthal ribadiscono le posizioni, le discutono, si guardano dritto negli occhi, si lanciano sabbia e si depistano, si perdonano, si baciano, si odiano, si fanno la guerra e fanno pace

e poi te ne vai, un po’ più in là.
C’è il bagno Marisa al 23, dove incontri il gruppetto degli amici con cui proprio ti trovi. Succede a ogni età, affinità elettive, qualcuno le chiama, o più semplicemente la capacità di allenarsi a riconoscere quelli con cui ti piace fare gruppo: un esercizio che forse è il più importante di tutti e per tutta l’esistenza. Forse è proprio da questo allenamento che nasce il desiderio e la forza di non accettare passivamente la classe, la scuola, o i colleghi del lavoro ma di andare a cercare le situazioni e le persone con cui sentiamo di star bene; sapere che sì, è sempre possibile trovarle. Soprattutto se continui a camminare ed esplorare, sapendo che è un viaggio, che ti fermerai con qualcuno e non è affatto detto che saremo amici, non possiamo essere amici di tutti: questa è una grande e meravigliosa verità.

Vogliamo appiattire i bambini dicendo ‘sii amico di tutti’, ‘i giocattoli sono di tutti’. Ma tu non daresti la tua borsa o il vestito a cui tieni a chiunque. Dentro, anche se sei alto meno di un metro, intuisci che c’è qualcosa di storto, qualcosa che non torna in queste parole. No, non possiamo essere amici di tutti: bisogna imparare a sentire. E scegliere. E sperimentare, vivere, metterci alla prova. Curiosare. Uscire dal proprio spazio e vedere che effetto fa. Provare a giocare insieme, sbirciarsi a vicenda.

C’è Luca che ha cinque anni, anzi sei, ma non so quando sono nato in ogni caso o venerdì o sabato o domenica perché al mio compleanno è sempre festa, c’è Maria Sole che è sua sorella e di anni ne ha tre e Anastasia, la grande, che ne ha nove e suo papà, bravissimo a costruire piste giganti, che ogni tanto scappa a fumare, quando può – ancora un’altra ? – dice lei e scuote la testa. C’è Ettore che, la sua mamma sospira, spero si stanchi e vada a dormire. E poi Domenico che ha il costume con i teschi e gli occhi azzurrissimi: sono in quattro fratelli, ognuno distante cinque anni dal precedente o successivo. E poi Simone, che passerebbe la vita su uno scoglio o in acqua a nuotare come un pesce.

Tutti festeggiano le pagelle, comunque sia andata, e l’inizio di una nuova stagione dell’anno e della vita: le vacanze, desiderio di un anno intero. In barba alle preoccupazioni su ragazzini curvi sugli schermi, a Gabicce mare impera, incontrastato, il vecchio gioco delle biglie

le biglie sono palline di plastica colorata con dentro un’immagine, una figurina di carta diversa così ognuno può riconoscere la sua. Ogni giorno si fanno piste immense, dotate di tunnel, salite, discese ardite e fossati: questo impegna all’incirca tutta la mattina; poi si svolge la gara di biglie. Subito dopo è l’atto finale di distruzione perché le buche vanno richiuse altrimenti una persona può cadere e si rompe una gamba, soprattutto i vecchi, e poi il bagnino si arrabbia: questo lo sanno tutti i bambini. Per i più piccoli una delle cose più difficili da capire è perché alla cura estrema a non rompere mura e parapetti e tunnel in un attimo si sostituisca la furia cieca della distruzione. Tant’è, succede anche nella vita. E di solito, in spiaggia come nel quotidiano, solo chi ha costruito ha il diritto di rompere: diritto che si accaparrano i più grandi, che tanto si sono impegnati con secchi, sabbia, leganti e leggi dell’architettura dei ponti.

ogni giorno è diverso, ma solo se lo vuoi. Perché
se non fai programmi e ti lasci portare dalle sensazioni
può darsi che ieri ti farai un caffettino e uscirai tardi, senza orologio finendo per tornare tardissimo, al tramonto, con un cartoccio di spiedini di gamberi e calamari, la sabbia fra le dita dei piedi e ovunque, la pelle rossa di sole e appena il tempo di fare una doccia prima di addormentarsi
oggi hai lasciato aperta la tapparella e ti sei alzata presto, beato chi ama svegliarsi all’alba e cammina nella spiaggia ancora umida fra i colori che dipingono l’inizio del mondo

domani non sappiamo che sarà,
non lo sappiamo mai a dire il vero solo che cerchiamo di darci orari, tempistiche, programmi,
giusto per star tranquilli
giusto per occupare il tempo

e ci perdiamo il gusto,
il gusto di vivere attimo per attimo, che
ogni attimo ti dice di cosa c’è bisogno in questo momento
proprio questo, adesso e qui

tutto questo sembra estate, ma è ancora primavera,
gli ultimi giorni di primavera
a Gabicce Mare.

Cosa fare nel non-fare

Il non-fare è un’attitudine zen, un esercizio di vita.

Accade in una mattina qualunque. Mi siedo.
Tu spegni la musica ed è una buona idea.
Il silenzio.

Nel silenzio accadono magie, come nell’ora del silenzio,
quando il sole è a picco e la luce è così forte da fermare il mondo
per un attimo
tutto si placa.

Cosa fare nel non-fare: di come un momento di contemplazione si trasforma meditazione e fermando il tempo sentire la vita e sentendo la vita scoprire cosa vogliamo farne

La meditazione non è immaginazione, dicono.
Al tempo stesso, tante tecniche di meditazione indicano un suono o un’immagine come stimolo da cui partire.
La mente ha bisogno di un focus.
Focalizzare, mettere a fuoco, e nel mettere a fuoco, come nel gesto di chi muove la rotella di un binocolo, entra in gioco il mettere limiti che è necessità visiva. Decido cosa voglio vedere, restringo il campo. Mi con-centro, entro nel cerchio: ci faccio un salto dentro e mi immergo.
Focalizzare implica mettere un limite, trovare dei confini.
.
Anticamente, i sacerdoti e astronomi del mondo etrusco, tracciavano dei gesti nel cielo con il loro bastone sacro. Quella porzione ritagliata dallo spazio del cielo diventava uno schermo dove leggere gli auspici, buoni o cattivi. Si sa molto poco, in verità, di questa civiltà avvolta nell’ombra, eppure è da lì che viene la parola “contemplazione”.

Quando l’Oriente medita, l’Occidente contempla

Immagino un uomo, in piedi davanti al cielo. Inspira, espira. Resta assorto.
In attesa. In attesa di un segno.
Si fonde, per un attimo. Poi torna in sè. fa un passo indietro.
Lui è l’osservatore che osserva la scena. Il messaggio si sprigionerà
all’improvviso, quando ormai non ci stavi più pensando.

Originariamente, la parola contemplazione ci porta al fermarsi: il momento in cui mi fermo è un istante catartico.
Contemplare è anche il gesto solitario di un pastore con la schiena appoggiata a un tronco, con il bosco che lo abbraccia e davanti il gregge che si muove nel riverbero del sole, su un prato infinito. Chiude gli occhi per un attimo, lui. Succhia un filo d’erba.
Inspira, espira.

I pensieri scorrono attraverso la testa, sono mille campanelli che suonano, è una radio piena di voci che non sta mai zitta.
Continua a respirare. Passano i pensieri d’amore e quelli sulla morte, passano i pensieri sulle cose da fare e quelli sull’infelicità o la felicità, scorrono via: sono pesci in una piccola boccia angosciante se ti ci fermi troppo a lungo, sono pesci che guizzano in un oceano immenso, se li vedi e li lasci andare E mentre dico “oceano” e “vasto” anche il respiro si dilata e mi sembra che anche il cuore abbia più spazio, dentro ai polmoni si fa spazio un mare di luce grande e quieto.

Un pensiero che fa paura, o che angoscia, è come un piccolo crampo. Si sente subito, laggiù da qualche parte in fondo al cuore o alla pancia, dentro allo sterno, come un sasso in un piede o la spina di una rosa conficcata nella carne.
Ha un peso specifico importante anche se è piccolo, ogni pensiero d’angoscia.
Esiste, esiste anche questo
paura, angoscia, morte

poi quel pesce scuro e ingombrante, fila via
anche se lo trattenevi con le mani se n’è andato
lontano, ora lo guardi dall’alto
solo una piccola sardina in mezzo a un branco immenso, ecco cos’era

c’è così spazio, fra un pesciolino e l’altro
se mi concentro su quello, sullo spazio
vedo l’acqua
sento l’onda
immensa,
senza limite

è una corrente che trascina,
come il respiro

dentro e
fuori,

come in mare, nell’aria
la corrente entra
onda,
dalla testa ai piedi mi sommerge,
attraverso ogni arteria
va
l’ossigeno
un fuoco che brucia,
pervade di energia
mi illumina

L’ossessione del far-fare

Con i bambini, soprattutto se piccoli, è un fatto di cui è più facile rendersi conto. Anche con gli anziani, soprattutto se malati o molto vecchi. Ci sentiamo stressati. Trascorso un po’ di tempo, ecco che scatta una molla capace, a volte, di chiudere il respiro: può succedere di iniziare a guardare l’orologio con una frequenza non necessaria e che un vago senso di ansia aleggi tutt’intorno. Lo senti nella cucina silenziosa e sul divano sfatto, mentre ti guardi intorno con dubbio, come in attesa di qualcosa che non sai definire. Il senso di qualcosa che deve succedere: è lì, in agguato. E attenzione, non si tratta di qualcosa che sta per accadere; no, è qualcosa che tu pensi debba accadere.

L’ossessione del far-fare, ecco una cosa di cui ci dobbiamo liberare

L’ossessione del far-fare è una pressione interna. Ha a che fare con l’idea che ci sia qualcosa… qualcosa da organizzare, trovare, pensare.. qualcosa che debba far passare il tempo o la giornata. Accade più spesso con i bambini molto piccoli o i vecchi molto vecchi. Ma non solo. Accade anche quando stiamo da soli con noi stessi: è l’idea che ci dobbbiamo cavar fuori qualcosa da questo tempo, da questa giornata.

Che cosa accade, dentro e fuori di noi, se smettiamo di dover pensare?

L’adesso ha sempre un senso. Qui e ora, semplicemente. Quello che sento. Quello che sto percependo e sentendo, proprio qui, proprio adesso, me ne devo ricordare. Se penso che debba accadere qualcosa, che come una maestrina mi devo sforzare; che con un bambino io debba inventare un gioco, o con un anziano un’attività, con me stesso un obiettivo, allora dentro mi succede di nuovo. Torna a farsi sentire quella pressione, il click dei polmoni che si chiudono, la morsa del tempo.

Il tempo non morde. La bellezza accade. Le ore, fluide, continuano a scorrere e noi
ci nuotiamo dentro,
a questa vita

e può essere che
staremo in silenzio,
come si fa da vecchi
uno di fianco all’altro
gomito a gomito
guardare da una finestra

può essere che staremo in mutande
tutto il giorno,
passando da una stanza all’altra
sbriciolando sul divano

e guardarci negli occhi
vicini vicini
preparare il tè,
sentire un gallo che canta mentre tutti dormono
fare un gradino alla volta
e appoggiandosi al muro
andare piano piano
senza uscire nemmeno di casa
trovare il senso di questo tempo che
scorre

sulla nostra pelle
nell’acqua alle piante
dentro il silenzio
con un sorriso

Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate

Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate: sono i momenti della nostra vita, le stagioni dell’esistenza che scorrono via senza che ce ne rendiamo conto, senza che passiamo un solo attimo decisi a volerli vedere davvero. Ci vuole determinazione per fermarsi, o forse semplicemente attenzione. Sì, il coraggio dell’intenzione si trasforma in un’onda e allora accade, possiamo immergerci nel tempo e restare a contemplarlo. Ferma-tempo. Per un attimo, fermare persino il tempo

In questi giorni leggo Thomas Mann, “La montagna incantata”, un libro che a dire il vero mi segue da anni. Suona strano leggerlo in questi giorni, mentre la primavera ci parla di guerra e i nostri pensieri si mescolano alle emozioni in cui si muovono Castorp e il cugino, affacciati alla guerra senza saperlo, il tempo in cui scriveva Mann, che ci metterà anni a seguire il filo di questo libro che inizialmente doveva dipanarsi veloce.

“Nevica in gennaio, ma non molto meno in maggio, e anche d’agosto nevica, come vedi. In complesso si può dire che non c’è mese senza neve; un assioma che non bisogna dimenticare. Insomma, ci sono giorni d’inverno e giorni d’estate, giorni di primavera e di autunno, ma vere e proprie stagioni, a rigore non ci sono quassù”
Thomas Mann, “La montagna incantata”, Corbaccio p. 86

Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate, così accade nella nostra esistenza in cui misuriamo i momenti della vita a seconda del clima del nostro cuore. Lì dentro, nello tsunami del nostro mondo interiore, ci sono paesaggi aridi improvvisamente sconquassati dalla tempesta; distese che tornano verdeggianti e piene di promesse avvolti da una pioggerellina dolce che strappa via petali senza colpo ferire. A volte l’estate del cuore scoppia nel pieno dell’inverno. Altre volte, invece, si gela d’estate. Non c’è dolore più acuto, forse, di quando si rabbrividisce sotto uno sterminato cielo blu, perché in certi momenti, con la morte nell’anima, ci sentiamo più consolati da una giornata di pioggia, quando le lacrime nostre si mescolano a quelle delle nuvole e la luce possiede la delicatezza di una malinconia pacata.

Se mi fermo posso vederli, tutti questi paesaggi. Si svolgono dentro di me, una narrazione che non sempre è parole, spesso emozioni incaaci di traduzione. Siamo noi le mappe. Siamo punti di una storia geografica in costante cambiamento. Non ho tempo per fermarmi, eppure ho bisogno di tempo. Mentre in Oriente si meditava, l’Occidente contemplava. Da tempo immemorabile, chiusi fra le pareti secolari di monasteri segreti le mani piantavano semi e affondavano nella terra, le mani si mescolavano alla gola e cantavano; le mani decoravano pagine di pergamena con calligrafica precisione. Ancora prima, da sempre, uomini e donne se ne andavano vagabondi, a camminare fra i boschi e si sdraiavano con un rametto in bocca, in attesa che un gregge brucasse l’erba. La giornata durava il tempo del sole, una stagione il tempo del grano.

L’amore per la bellezza vive di attimi. Abbiamo bisogno di ritrovare il coraggio della contemplazione e fermare il tempo. Trovare tempo per entrare nelle nostre mappe e starci. Abitare i paesaggi di cui siamo fatti e camminarci dentro.

Cose di una giornata di pioggia

Ascoltare il battito della pioggia come dita che tamburellano sul tetto

Il caffè lento e poi a piedi nudi sul divano

Spalancare per un attimo la porta e rimanere in sospeso, davanti al giardino intriso d’acqua e l’odore di bagnato

Il suono dei pneumatici di qualche macchina di passaggio, al di là dei vetri chiusi

Fare la doccia a mezzogiorno, come la faceva mia nonna nel mezzo della mattina, e i capelli bagnati e la pioggia sull’abbaino

Fare gli scoiattoli, a piedi nudi sul divano, e tutti i giochi sparsi attorno e mille libri aperti

Libri belli, molto belli, da leggere e libri da lasciar andare

Mettere il naso in quelle scatole che aspettano da tempo

Il cassetto delle foto

I pensieri da ripiegare bene e mettere via, nel cassettone, quelli da piantare in un vasetto e i pensieri da liberare sul tetto

I riposini e il tè alle quattro, con il limone e i biscotti buoni

Ogni volta che piove dovremmo trovare tempo per fermarci ad ascoltare e mentre si lavano le emozioni annaffiare i pensieri con progetti nuovi. E allora le idee crescerebbero libere e selvagge, senza preoccuparsi di dove andranno, come un giardino incantato di nuovo ricco di magia. Le erbacce si mescolano agli alberi da frutto; sotto le aromatiche si nascondono semi antichi e le lucertole meditano sdraiate su un sasso.
Fermarci, anche noi, e sentire che siamo pronti a rifiorire.

Abbiamo bisogno di respirare

Una cosa a cui non fai quasi mai caso è che
quando hai paura
quando entri nell’ansia
quando sei molto dentro la rabbia
o il dolore
fisico e mentale
quando sei così tanto nel momento che non ci sei più
smetti di respirare
e
sparisci.

Sparisci all’improvviso, sparisci dentro le cose che ti fanno paura
appena le nominiamo quelle escono dalla bocca e sono loro a divorare noi.
Diventano spettri e ci danno la caccia, perché i fantasmi vivono sotto il letto o nell’armadio,
lo sanno tutti,

i fantasmi risiedono nell’ombra, prendono vita e potere dall’oscuro in cui non abbiamo il coraggio di guardare.

Abbiamo bisogno di respirare e ritrovare il momento del presente: l’attimo in cui tornare a sentire e fermarci, adesso, per ritrovare forza e meraviglia

La verità è che la morte arriva mille volte, in mille forme. Per un attimo ci eravamo tutti dimenticati che fosse lì,
a un passo da noi,
invece
eccola qui. Un bacillo, un cavaliere invisibile capace di far crollare muri di difesa fatti di sangue e ossa e scoglio, oppure una frenata improvvisa e imprevista. O ancora, semplicemente qualcosa che non avevamo previsto.

Abbiamo bisogno di respirare per fare pace con la morte. E insieme a lei con la vita. E
respirando, respirare forza, bellezza, poesia, immaginazione.

A volte tutto quello che viviamo non ha niente di bello. O almeno, così pare. Ma
la bellezza non è affatto là fuori, nessuna bellezza può esistere se non quella a cui tu stessa concedi di esistere.
Bellezza è una scommessa dentro a uno sguardo,
per questo vive clandestina, è
l’attimo fuggente da rubare ancora per un soffio.

Il soffio di un respiro, quello in cui
torni a vivere.
E mentre il sangue si rimescola sì,
ci saranno altre disfatte e tempeste e una bonaccia, seduti a guardare l’alba
increduli ancora una volta
immortali e mortali,
sconvolti e orrendi e bellissimi,
così cambiati e sempre uguali
e così pieni di terrore, ma anche meraviglia.

Respirare
verità
morte
vita
meraviglia
bellezza
poesia
incanto e

fermarsi
adesso
qui,
solo per un attimo

Di notte Amsterdam

Se ti trovi a camminare
mentre la notte scende su
Amsterdam,
poi scopri che
si somigliano
le sorelle d’acqua.
Come a Venezia
ti chiederai
passo dopo passo,
è una città di fantasia
o
una vera
scenografia
dove
sto
passeggiando
?

Fra i mulini a vento di Kinderdijk

E poi il vento fra i mulini, che
se arrivi di mattina presto in un febbraio fuori stagione
è tutto chiuso, il negozio di souvenir e il ristorante
invece l’uomo del chioschetto c’è e inizia a preparare perché in Olanda il fritto è un’istituzione e le patate sono sempre e ovunque
i tetti sono di cannarelle, quelle che si muovono scosse dal vento, altissime e sottili. Qui ci sono diciannove mulini, Patrimonio Unesco: sono stati pensati per macinare ma anche per risucchiare quest’acqua che è ovunque e contro cui l’Olanda che ci affonda combatte da sempre, instancabile.

Tu cammini e intanto il sole esce dalle nuvole.

Una coppia di germani nuota senza fretta. Nel canale un’altra coppia di svassi, con le loro crestine rosse, si tuffa in acqua alla ricerca di pesciolini. Il polder è il terreno strappato al mare grazie alla diga: l’erba che ci cresce è verdissima, lo spazio disegnato dai canali.
Accanto, una fattoria e le pecore, che in Olanda sono ovunque e hanno musi che assomigliano un po’ a quelli dei cani.

Camminare in silenzio,
il vento che porta via i pensieri
lo sguardo, che arriva lontano
lontanissimo

Kinderdijk ha un nome strano, ma dentro c’è la parola kinder, che ti fa subito venire in mente “bambino”. Ed è così, secondo la leggenda dopo la grande alluvione del 1420, alla diga arrivò una cesta, con dentro un gatto e un bambino. Kinderdijk, che oggi è famosa per i mulini a vento patrimonio UNESCO, significa questo: diga dei bambini.

Vita nelle Isole Frisone: Den Hoorn aTexel

e mi mette di buon umore svegliarmi
in un mondo
dove
c’è un posto con i mazzi di tulipani freschi che stanno per sbocciare
con accanto un cassetto dove lasciare le monete
la fiducia
nello scaffale di patate, miele, marmellate locali
il barattolo degli spicci
un mondo dove i rifiuti di plastica
si trasformano
in uccelli magici, e in un giardino incantato
c’è una poltrona a dondolo per farti compagnia
ricordati di crearlo tu quel mondo,
con piccoli atti di bellezza quotidiana.
Se vuoi cambiare il mondo

dall’isola di Texel, Den Hoorn

Isola di Texel

isola-texel

ecco, adesso che stai lì di fronte
guarda
il mare immenso
mille volte ci sei annegato,
hai nuotato
stremato
hai sognato, sperato, pregato, bestemmiato
mille volte ti sei salvato, sei morto e risorto.
Quattrocento anni fa, 1615.
sei partito da qui in una giornata di sole
14 giugno sull’isola di Texel
cercavi una nuova rotta e quando dopo giorni e giorni di navigazione avvisterai la terra la chiamerai come casa tua, che Casa è sempre nel cuore.
Horn: adesso ne esistono due, uno in Olanda, uno altrove
al di là dell’oceano

faro-texel-isola

Il faro dell’isola di Texel, che in realtà si pronuncia Tessel, sorveglia dall’alto l’isola. Di notte la sua luce che pulsa come un cuore si vede da lontano,anche dall’altra parte della costa.

Nel Seicento dall’isola partirono molte spedizioni. Uno di questi avventurosi viaggi fu quello che portò il navigatore Willem Schouten a doppiare Capo Horn: scoprirà una nuova rotta nel Pacifico ma sarà accusato di aver infranto il monopolio della Compagnia delle Indie. La sua nave verrà confiscata a Giava e lui, in un altro dei suoi viaggi, morirà in mare, nel Madagascar, dopo aver lasciato, trascritte, preziose mappe. Insieme a lui, alla ricerca di nuove rotte, Jacob Le Maire. Anche lui morirà in viaggio, a bordo della nave “Amsterdam” mentre faceva ritorno
Con le speranze più belle nel cuore e
sulla schiena le paure peggiori,
ci saranno sempre sognatori davanti al mare
a immaginare un oceano più vasto

spiaggia-texel

Passeggiare al mare in Olanda

In posti come Schveningen il mare è sopra, sotto e ovunque
l’acqua sembra più in alto di te che sei lì, in mezzo al vento sulla terraferma, e intanto puoi camminare fino all’orizzonte e questo mare è già qui, dentro la sabbia
cammini sul mare,
sabbia bagnata che riflette e mille conchiglie incastonate. I cani che corrono a perdifiato, la fila dei bar sulla spiaggia chiusi, riapriranno a marzo.
E poi i bistrot dove sedersi a un tavolino di legno e immaginare il viaggio dei pescherecci in partenza, il tramonto, l’aria che all’improvviso si satura di rosa, il legno delle barche lucidato dal sole, dagli anni e dal sale
sei a un passo da L’Aia, la capitale, ma qui è già tutto diverso.
Si vive di azzurro.
Di vento, di cieli immensi.
Allora, lungo la costa, inseguendo il nord,
andare
avanti
fino alla fine del mondo, fino al mare che si tuffa nel mare
e chissà
dove
si
arriverà
?

Schveningen è considerata la spiaggia della città Den Haag, L’Aia. La lunga fila di locali chiude durante l’inverno per lavori e riapre verso aprile: durante la bella stagione puoi venire qui e sederti per un pranzo o lavorare al tuo computer con una tazza di caffè, guardando la linea del mare. Ma se vuoi fuggire dalla folla e trovare la parte più selvaggia dell’Olanda vai,
non ti fermare
sempre dritto, inseguendo la linea della costa che ti porta
verso il margine della mappa
Den Helder,
un centinaio di km e poco più
un posto completamente diverso
scende la sera
un paio di pub che resteranno aperti ancora un po’,
due avventori davanti a un boccale di birra
le luci intense che illuminano gli interni in legno
come un quadro antico.
La strada corre accanto al canale,
chi dorme sulla terraferma e chi su una casa galleggiante
o scende dalla barca, con un balzo e
si mescola fra gli altri.

Poco più in là troverai, sulla destra
l’attracco del traghetto.
Ne partono spesso, anche d’inverno.
Il biglietto è già calcolato di andata e ritorno che
se sull’isola vai, da lì tornerai
è già scritto.

Texel, che in olandese pronunciano “tessel”

ecco di nuovo,
un’altra fine del mondo

finisce la mappa
e tu sei andata oltre il margine

qui inizia il mare e tu ti tuffi
con lo sguardo
solchi le onde
insieme ai gabbiani

davanti al mare

tu, che quando ancora non parlavi, ascoltavi i gabbiani e urlavi il loro verso al mare

tu non te lo ricordi, ma c’è stato un tempo in cui hai visto per la prima volta il mare:
hai guardato il blu,
respirato l’immensità.
Adesso non lo sai più. Eppure il tuo corpo ricorda.
E ogni volta che ci troviamo di nuovo davanti al mare, attratti come falene dalla luce, seguiamo il corpo e ci mettiamo a sedere,
senza neanche sapere perché,
inebetiti e felici
di fronte all’infinito
disteso
azzurro

mare-isole-olanda

Perdersi in Olanda

Dell’Olanda ricorderai…

le strade, quasi ovunque pavimentate, che sembra un po’ di non uscire mai dal vialetto di casa

la mattina quando ti svegli in un giorno in cui il sole esce dalle nuvole ed è proprio una festa che ti mette di buon umore

il sorriso degli olandesi, salutano tutti con calore un po’ come fossero tuoi vicini da sempre. E tutti parlano inglese

le carote, che qui vendono con la parte verde così lunga che ci si potrebbe fare un bouquet

le case, con i soffitti bassi e le finestre così grandi che diventano una vetrata. E tu te ne stai lì davanti, ci potresti stare ore, a guardare in giardino come ci fossi già dentro, e senza neanche uscire di casa immergerti nel viavai della strada di fronte che in realtà di viavai ne ha pochissimo

i cieli immensi, di un grigio incostante, a pennellate di bianco, tono su tono senza fine, mutevoli come la pioggia che appare ogni tanto ma senza invadere troppo, solo un velo

le biciclette, ovunque. Parcheggi doppi e tripli di biciclette, davanti alla stazione che non si capisce nemmeno come si faccia a ritrovarla, poi, la propria bicicletta fra tutte le altre

i bambini, la pioggia e le bici. Tornano a casa da scuola sfrecciando, senza cappelli, né sciarpa con i capelli bagnati e a quanto pare non importa

i corvi. I corvi sono meravigliosi e irreali, di un tipo che in Italia non c’è. Sembrano ritagliati da vecchie illustrazioni di fiabe e invece no, sono reali. Atterrano all’improvviso, si girano e ti guardano. Hanno ali blu e nere come tuffati nell’inchiostro, piccoli occhi come capocchie di spillo che se li guardi impazzisci

le case, tutte strette spalla contro spalla, di mattoncini marroni e rossi. Con la vetrata della sala che dà sulla strada e l’altra vetrata affacciata su quello che in Inghilterra chiamerebbero backyard, il cortiletto del retro, dove ogni casa ha anche una casetta per gli attrezzi e a volte un divano dove stare a guardare le nuvole e bere birrette

i colori, perché non è vero che al Nord non c’è luce. Dietro i giorni di nuvole il sole avvampa il cielo di bianco come una lampadina e fa emergere tutte le sfumature dei toni della terra, dal legno degli steccati alle piante seccherelle di fianco alle porte di casa

i parchi gioco, che qui sono ovunque. Basta girare l’angolo ed ecco qui uno scivolo e un’altalena, tutti sono dentro un cerchio di sabbia così se cadi non ti fai male e ti illudi anche un po’ che sia un giorno di mare

gabbiani, corvi e le cannerelle, che si agitano davanti a ogni casa in ciuffi scomposti. Ognuno l’ingresso di casa lo personalizza in modo diverso ma i cespugli di cannarella con mancano mai. E poi l’erica rosa e piante lasciate allo stato selvaggio. Nei parchi si intravedono già i bulbi che in primavera sbocceranno in nuovi tulipani

gatti. Gatti alla finestra che guardano chi passa, immobili. E perfino portagatti da appendere con le ventose ai vetri delle vetrate, che se fossi un gatto mi sembrerebbe un’ottima soluzione per fare il gatto meditabondo davanti alla strada

le mani fredde ma non troppo e camminare, un isolato dopo l’altro si potrebbe andare avanti all’infinito e scoprire di essere arrivati in un’altra città o forse in un’altra dimensione parallela

il design, che qui tutti o sono qui per studiarlo o lo fanno o ci lavorano, e se ne parla sempre e lo si vede anche, qua e là appoggiato ai vetri che danno sulla strada sotto forma di oggetti bizzarri e a volte indefinibili comunque capaci di portare fantasia nella monotonia del grigio

i mercatini dell’usato, tanti, aperti a giorni alterni, ci trovi di tutto, piccole cose bellissime, giochi, libri, posate, abiti. Hanno prezzi così ridicoli che non ci si crede e creano il circolo virtuoso di uno scambio in cui gli oggetti continuano a vivere, viaggiando attraverso luoghi diversi e persone

✏️ abbiamo macinato circa 1800 km e da qualche giorno siamo a Eindhoven dove vogliamo sperimentare una collezione di momenti di vita olandese con l’amico Erik Campanini che neanche a dirlo anche lui si occupa di design

Perdersi in Lunigiana

metti il cielo limpido del sabato mattina,
due toast, il caffè e tre tazze nel lavandino.
La voglia di una promessa di primavera e
anche se fuori stagione non importa,
vogliamo illuderci
sole da rubare all’inverno.
Passi la selva romanesca e incroci il passo delle Radici, là dove per un attimo sei ovunque:
san Pellegrino sulla testa, a destra direzione Lucca
il mare nella mente, le montagne sul cuore
quest’anno (ancora?) niente neve a san Pellegrino in Alpe, il comune più alto dell’Appennino, in provincia di Modena. Le Apuane, là di fronte, sono di inchiostro azzurro. Castelnuovo è dritto, ma tu a Pieve Fosciana vai a destra, verso Aulla, che ancora non ci si era mai passati.
Pontecosi, Sillicagnana, San Romano in Garfagnana con la sua fortezza e i mulini da dove viene la farina di castagne, tradizione secolare. Qui si coltiva il farro, che è tipico di queste terre.
È una piccola strada sorridente la statale 62. Corre fra prati al sole e borghi. A lato, gruppetti di case con le facciate di sassi, quelli tondi di pietra grigia e liscia del fiume. Si chiamano osterie i bar e hanno menù appesi fuori con tradizioni vecchie di secoli che parlano di mani capaci di impastare confini lontani solo in apparenza.
Che, passo dopo passo, percorri il mondo e cuci insieme i pezzi. Lunigiana. L’Emilia Romagna è alle spalle. Sei dentro la Toscana eppure il movimento ti ha già portato altrove, a dirtelo sono gli accenti e la parlata dentro le parole. È sangue e sguardo di Liguria.
Lunigiana.
In Piazza al Serchio c’è una locomotiva: ci ricorda che questo luogo nel Medioevo fu centro dove tanti fili convergevano, dove si uniscono i fiumi, il Serchio di Sillano al Serchio di Gramolazzo, e la Via Clodia si divide. Crocevia di strade e passanti, incrocio di storie.
Al centro, a un passo dalle case e dalla strada, i binari della ferrovia: fino a Fivizzano, che a parte la Piazza medicea, la chiesa fatta tremare dal terribile terremoto del 1920 e le mura volute da Cosimo de’ Medici è famosa per un altro fatto. La prima macchina da scrivere è stata immaginata e costruita qui. Qui è esistita la stamperia di Jacopo da Fivizzano, una delle prime in Italia e oggi qui, fra le sale del Palazzo Fantoni, c’è il Museo della Stampa.
Dal Medioevo i viandanti in cammino in Lunigiana viaggiano su vie che attraversano boschi secolari, vigneti, fattorie e ponti sull’acqua. In queste terre passa la Via Francigena, la Via del Volto Santo e la Via degli Abati. Le chiese si chiamano pieve e ogni borgo ha la sua osteria.
Le grotte di Equi Terme e l’orto botanico di Frignoli, fino a Aulla, con l’abbazia di san Caprasio: la Strada delle cento miglia, da Luni a Parma. La Spezia all’orizzonte, il mare come una tavola azzurra, inquieto e sciabordante: da Bocca di Magra a Lerici sono nove chilometri, un passo la Liguria e le Cinque Terre, un passo e la lunga marina di Massa, il litorale sterminato fino a Forte dei Marmi. Un bagno dopo l’altro, con i nomi che ne fanno un’epoca e una storia.
Intanto il tramonto. Rosa. Acceso. Interminabile. Solo negli occhi. Seguendo la linea del mare. Il tramonto dura per ore. Scende rapido nella spiaggia di Fiumaretta, si tuffa nell’acqua azzurra e lilla fra le pinete di Massa, emoziona di rosa il cielo del Forte, resiste sulle cime delle Apuane. Resiste a lungo, anche quando il buio incalza e siamo già dentro i tunnel scavati nella roccia della montagna smangiata dalle cave di marmo.
Perché il rosa, colore da femmina, non si arrende. È rivoluzione della gentilezza. Il rosa è nascita, rinascita, primavera, petali sbocciati, dita dell’alba, speranza. Si dipingevano, mi raccontava mio padre, le camere dei malati di cuore e polmoni come suo padre, mio nonno paterno. Perché con il rosa si respira meglio, si respira la dolcezza e la calma, la speranza, il cielo dopo il temporale. Si aprono i polmoni e il cuore. Si porta dentro un frammento di bellezza da conservare per i momenti più duri