Ritorno a casa

〰️Mami, ho sete. Andiamo a fare il latte caldo? Una vocina, la notte profonda, in braccio per le scale e gli ultimi legni nella stufa, il pentolino rosso e la tazza preferita. Prima di tornare a letto passare a vedere l’albero di Natale, ancora lì nell’altra stanza che brilla di lucine 〰️ è bellissimo, mi dici. Perché adesso ha tutti i cuori, e sorridi. I cuori ritagliati nella carta che sono serviti come bigliettini di auguri e regali. Lo lasciamo ancora un po’? Sì, facciamo che per noi è ancora Natale.

Rifare le scale con la magia negli occhi, non leggere libri ma raccontarne a occhi chiusi, no non è ancora giorno. Il letto con la finestrella che dà su un cielo di mille stelle.

L’alba che arriva fra le montagne, rosa. Le stanze ancora fredde ma già più calde, il caffè ancora caldo, il latte con la schiuma e i biscotti da inzuppare.

La brina che ghiaccia i prati e fa brillare le foglie. Gli esperimenti con l’acqua ghiacciata. Il sole in faccia così dolce. Le campane del mezzogiorno. La fiamma che brucia e scalda da guardare oltre il vetro nella stufa. Addormentarsi a casa. Leggere filastrocche stretti stretti.

Inverno a Peñíscola

Svegliarsi quando è ancora buio, ma già dietro le nuvole viola si nasconde il sole che sottrae oscurità alla notte

aspettare la luce del nuovo giorno avvolti in una coperta bianca, spiando dal finestrino

fare il caffè e mangiare panini dolci, ciambelline di avena che galleggiano nel latte e intanto mettere a posto scaffali, perdere e trovare cose, spolverare con un panno arancione, mettere via libri e aprirne di nuovi.

Giornate così, che sembrano non iniziare mai ma continuare dalla sera prima, una lunga sera in cui ci si è addormentati troppo presto dopo i giochi nel vento e nel sole. E adesso tutta la costa, ancora, illuminata da mille piccole luci sparse cucite nel buio.

Un uomo lancia briciole mentre i gabbiani accorrono famelici planando sull’acqua.

Un bambino mezzo svestito, con una maglietta di cotone addosso, mezza macchiata, i capelli scompigliati
danza sulla spiaggia

e poi cadere dopo aver girato e girato su se stessi. Cadere e mettersi a ridere fra la sabbia,

dei cagnetti in un passeggino da bambole.

Domenica d’inverno a Pèniscola,

i bambini vestiti a festa al parco giochi a mezzogiorno dopo il catechismo, a gridare forte, arrampicarsi, giocare a nascondino e litigare per non mettersi il caschetto

il profumo quasi amaro del pesce in padella, le fritture di pesciolini e il polpo morbido alla gallela, l’aglio e il prezzemolo, le spezie per il riso, le padelle incrostate, i ristoranti con un foglietto scritto a pennarello con la data di riapertura, fra un mese o alla prossima stagione estiva, e quelli che non chiudono mai

un passeggino che arranca su per le stradine della rocca, nata sulla roccia, la distesa azzurra dalle torrette di avvistamento e un faro nascosto fra le case azzurre, com i tetti piatti, che per un attimo sembra di essere in Grecia, i negozietti di artigianato, il Museo del Mar con i suoi due vecchi guardiani all’ingresso e i modellini in legno delle imbarcazioni che sono passate di qui navigando sulle onde della storia: fenici, greci, cartaginesi, latini, arabi, cavalieri templari.

I navigatori del passato restano impigliati nella forma che hanno lasciato alle cose, con cui hanno involontariamente modellato il paesaggio per sempre

le cupole, i tetti piatti e quadrati, le pareti dipinte di azzurro intenso, blu e bianco, le finestre ottomane, le piccole porte di legno decorate in ferro battuto, i  terrazzini con le piastrelle dipinte da guardare da sotto in su, le piante tropicali che traboccano fino in strada

la strada, fatta di pietra bianca e liscia, decorata in mille incastri

nel primo pomeriggio il collo nero di un cormorano su e giù nell’acqua vicino agli scogli, dove amano nuotare questi uccelli marini alla ricerca di pesci e un bambino che cerca di farlo volare via urlando dal bagnasciuga

gli orli bagnati dei pantaloni

piccoli fiori viola, bianchi e lilla, capaci di crescere nella sabbia

un raggio di sole che tutto trasforma, per un attimo, e la pioggia lenta che inzuppa densa la fine della giornata, mentre il giorno stenta ad andarsene.

È ancora inverno, ma da certi tocchi impercettibili della luce che resiste già si immagina un nuovo cambiamento che chiamerà nell’aria, fra non molto, promesse di primavera e stagioni di fiori

Quando sei felice

Quando siete felici fateci caso: lo scrittore Kurt Vonnegut pronunciò queste parole in un discorso di fine anno agli studenti americani. Facci caso alle situazioni in cui ti senti felice. Perché non sono casualità, alla fine scoprirai che saranno la trama che fa la storia.

Andiamo sempre incontro alla felicità, anche quando non ci facciamo caso.

Ci sono le felicità personali e quelle che fanno parte di una sorta di bene comune, come i tramonti, la bellezza, la buona musica e i libri belli, addormentarsi e svegliarsi con il rumore del mare, le forme mutevoli delle nuvole, incantarsi per quello che fa battere il cuore, il primo giorno di vacanze, andare all’avventura. E molte altre.

Adesso per esempio ti vorrei svegliare per chiederti la parola che avevi detto stasera, una parola inventata da “delizioso” e “gustoso”, mi pare. Mi è sembrata bellissima quella parola nuova e mi ha fatto venire in mente tutte le cose che possiamo ancora inventare, le strade da immaginare, i percorsi che non abbiamo visto: se non ce le lasciamo sfuggire, tutte queste possibilità, sono lì, in fondo, a portata di mano e sguardo. Come la felicità.

Non bisogna rimandarle troppo le cose che ci rendono felici, altrimenti poi finisce che la distanza fra noi e loro diventi sempre più grande. E il filo da usare a un certo punto non basta più, si strappa.

Allora, trovare piccoli motivi di felicità oggi. Ora, subito. Una lista di cose felici capace di ricordarci chi siamo e che cosa vogliamo, una lista di cose che ci ricordi che cosa ci rende

ancora

vivi e vive.

Feste delle luci

11 novembre, in Europa è San Martino. I bambini dei Paesi del Nord costruiscono le lanterne di san Martino, fatte con barattoli, spago e decorazioni di foglie e fiori.

12 novembre, oggi in India si festeggia Diwali: re Rama dopo quattordici anni fa ritorno nella sua città, Ayodhya, insieme alla moglie Sita, rapita da un demone. Sita e Rama camminando escono dalla foresta e vedono il cerchio di luce acceso dal popolo che li stava aspettando, così riescono ad arrivare a casa, sani e salvi, guidati dalle lampade accese fuori dalle case, le stesse che ancora oggi illumineranno la notte per i prossimi cinque giorni.

La luce ci guida, questo in fondo ci ricordano le feste della luce in tutto il mondo: proprio quando il buio avanza è il momento di cercare la luce, proprio quando il caos ci sovrasta è il momento di pensare a cosa ci dà bellezza, proprio quando l’inquietudine ci confonde è il momento di pensare a cosa ci chiarisce e schiarisce l’anima.

Il bisogno di provare paura

〰️Dove sono i genitori della nonna?

Non ci sono più, sono vissuti tanto tempo fa.

Domani la nonna, come molte altre persone, andrà a trovarli al cimitero. Ti ricordi cos’è un cimitero? È un posto dove si ricordano le persone che sono vissute prima di noi.

Sai, Halloween, la festa che ti incuriosisce tanto in questi giorni, parla anche di questo. Delle persone a cui abbiamo voluto bene e che non ci sono più. C’è una vecchia, vecchissima leggenda dietro.

〰️Allora racconta questa storia.

Cadono le foglie, tantissime. Vedi quanto cambia la natura che ci circonda, ovunque. Anche la luce e il calore del sole sono diventati diversi, è più buio e freddo. In questi giorni molti popoli celebravano la fine della bella stagione. È il momento in cui si ara la terra.

Racconta la leggenda che domani, nella notte di Ognissanti, si apra una magica porta: quelli che sono nel mondo al di là per un attimo possono tornare qui e abbracciare le persone a cui hanno voluto bene. Solo per una notte è possibile attraversare questo magico varco che porta nel mondo di qui.

〰️Sono i fanpasmi. I fanpasmi sono morti
Loro non si vedono in faccia

Sai chi sono i fantasmi di cui parli sempre tu? Sono le persone che ci hanno voluto bene, le persone che hanno già vissuto prima di noi. Li abbiamo disegnati come fantasmi con un lenzuolo bianco e senza faccia, un po’ paurosi e sfocati, perché nessuno sa com’è il mondo da cui vengono. Nessuno sa dove si va dopo la morte, né cosa accada quando la vita qui finisce. E siccome la morte ci fa paura allora l’abbiamo pensata con immagini di spavento

〰️Che cos’è la morte?

La morte è quando si muore, quando il cuore smette di battere. Abbiamo immaginato due mondi, la morte e la vita, e che ci sia una porta attraverso cui tornare per poter raccontare ciò che ognuno di noi vorrebbe sapere. Siccome tutto questo ci spaventa, Halloween è diventata anche una festa un po’ paurosa.

E così, provando paura, facendo paura, piano piano si attraversa la porta. Perché qui è nascosto un segreto: la porta è la linea di confine fra la luce e l’ombra, è il posto dove prendono forma le nostre inquietudini, tutto ciò che ci fa tremare e vibrare, tutto ciò che non sappiamo e non possiamo controllare. Affrontare la paura fa entrare nella dimensione del cuore, la stessa parola coraggio è legata alla parola latina”cor”, cuore. Quando sperimenti la paura inizi a sapere quanto può diventare forte il tuo coraggio, quanto coraggioso può essere un cuore.

A volte abbiamo persino bisogno di provare paura: per sapere di essere ancora vivi. E mentre sopravviviamo ci ricordiamo all’improvviso della potenza della vita a cui non facevamo quasi più caso.

Abitare il Tempo

Quello che una fotografia non dice è il silenzio del mattino di ottobre e le voci di chi lo abita.
La cucina allegra di Johnny e Maria, il profumo dei primi mandarini dell’inverno da mangiare sullo sgabello nel ripostiglio della legna perché lì c’è la magia dei posti segreti. C’è il sole che scalda le pietre sui gradini e le chiacchiere con il caffè, i progetti per una partenza imminente e quelli per la settimana che inizia, i progetti immaginati e quelli da cucire insieme con le azioni. Gatto Tappo scappa e si nasconde. C’è il campanile e le noci cadute, spaccate così bene da ghiri e scoiattoli.

C’è Gabriele con la nonna Milena a piccoli passi nel sole del mattino, i cancelli da chiudere e aprire perché è il gioco più bello insieme alle onde da creare nella fontana e poi 〰️senti le mie mani come sono fredde. Le galline da osservare in piedi sul muretto. Il giardino di Anna con quella piccola palma che un giorno sarà un albero alto ma chissà quando. La Vince in piedi sulla porta che per un attimo si ferma e sorride, Sergio che ha ancora vent’anni – come sempre – e entra per il caffè ma soprattutto per salutare tutti come ogni mattino. Nel profondo del Tempo l’età non ci conosce, siamo tutti viaggiatori con carte d’identità che non significano niente.

E poi ci sono le undici e quasi il mezzogiorno, c’è Alessandro che tra poco parte, chissà dove, perché la giornata di un autista è ogni volta un viaggio. Marie Jeanne che è guarita dall’influenza, stende i panni al sole e si prepara al suo lungo breve viaggio per tornare in Toscana, da Pieve a Pistoia e poi in treno fino a Firenze – con il treno e in corriera è un andare antico, curva dopo curva si impara davvero com’è fatto il mondo.

Ecco, andare per case, per strada, per cortili segreti e aie deserte, andare attraverso le persone. Di questo siamo fatti e con questo intrecciamo di senso i fili che tessono il viaggio della vita. I paesaggi sono le persone, sono le voci di chi li abita e percorre.

Ci sono le voci e le case con le imposte già chiuse, o chiuse per sempre. Ci sono voci che ritornano e riempiono le stanze di nuovo, per esempio nei giorni di festa come quello del Ponte che si avvicina, giorni dei Morti e dei vivi che si incontrano di nuovo. Eppure, io lo so, ne sono convinta, c’è un posto dove ci siamo ancora tutti. Tutti insieme. Non importa l’età, se la nonna sarà bambina e come si riconoscerà.
C’è un posto dove siamo e ci sentiamo ancora vivi e continuiamo a essere lì, immersi nel presente del momento, in mezzo a tutto ciò che ancora ci fa fiorire
come rose tardive in un mattino d’autunno.
Appunti sul Tempo