Martedì di ottobre

Grazie, hai detto oggi. Grazie per tutto quello che fai per me, hai aggiunto e mi è sembrata una cosa così bella che mi veniva da commuovermi. L’hai detto a papà, così nel sole all’improvviso mentre lui ti ha portato nel capannone del lavoro e ti aiutava a strofinarti le mani per pulirtele via dal grasso che ti era rimasto appiccato dai pistoni del trattore che ti sei messo a guardare.

La scoperta della pasta per le mani, una cosa bellissima l’hai definita

La passeggiata fino al bar e voler papà a tutti costi, che venga anche lui, tornato presto dal lavoro e intanto fermarsi a ogni piccola manciata di passi: una persona da salutare, un insetto da osservare, un sasso

Quest’anno il ramo di more non ha fatto che pochi frutti, invece ogni volta che possiamo dalla curva raccogliamo una piccola mela selvatica dall’ albero, che ne ha tante e succose, verdi e rosse

Le tue piccole mani, così forti e ogni giorno più grandi, la mela stretta, le tue gambe intorno a me mentre tu arrampichi come una scimmietta per farti portare

Tu che ti fai un taglietto e non dici una parola, mi indichi solo la riga di sangue che esce dal nero delle dita coperte di polvere e grasso

L’odore del legno di abete, la segatura chiara e tu che mi fai appoggiare le dita sul mobile in costruzione nella vecchia stanza laboratorio di Maurizio e poi chiedi se si può andare di là

L’invenzione del filo, così sottile, con cui riesci lo stesso a bere dalla fontana e che poi mi soffi in faccia e trasformi in ancora, cannuccia, nodo, legame, strada: porti quasi sempre con te un filo o una corda nelle tue passeggiate, non esci senza

La calma che mi mette spazzare via le foglie secche, un esercizio di quotidiana bellezza in cui rivedo mia nonna e le mattine di pace

Il sole così forte di questi giorni, che per qualcuno è bellissimo e per altri allarme. Il pranzo da portare fuori e mangiare sulla panchina, io al sole tu all’ ombra. La canina sdraiata e addormentata sotto al cespuglio di cipresso

La nuova porta, che lascia entrare tutta la luce che c’è, e noi che non ci siamo ancora abituati

Tu che urli, io che ti chiedo perché e la canina che scappa

Gli uccellini che muovono le foglie della siepe e mangiano il vecchio panettone messo per loro su un ramo

Lasciare il giorno fuori e riposare, con la testa sotto il pile a leggere libri e poi riemergere sbuffando, fa troppo caldo

Io che mi stufo di leggere sempre lo stesso ma ora no e allora mi domandi perché

Le pile di libri che si rovesciano, le briciole sul tavolo, la torta di mele e cannella, il profumo del pane cotto in forno e avvolto nel canovaccio di lino bianco

Noi che litighiamo perché lanci le cose e poi facciamo pace e ci diciamo che siamo brutti quando urliamo e che vogliamo imparare la gentilezza: sì, imparare la gentilezza, tu io e papà e la canina, hai precisato oggi, e in realtà da lei avremmo solo da imparare perché è l’unica che la conosce già, ho detto io

Mami? Mami, scendiamo in cucina a scaldare il latte? Svegliarsi di mattina che è ancora buio, con il mio maglione verde sulle spalle i piedi nudi, giocare con papà che poi deve andare al lavoro. Addormentarsi con la tua testa appoggiata sulla spalla, il profumo del sapone che ha tolto via tutta la terra e la pelle morbida, la luce dei lampioni fuori nella notte arancione. L’acero del giardino nell’ombra con ancora tutte le foglie.

Se ci pensi bene molte giornate della vita sono fatte di niente, eppure così insostituibili e preziose nella loro essenza.

Martedì 10 ottobre ’23

14 settembre

Giovedì, ’23.

Litighiamo. Tu lanci cose e io urlo. Facciamo pace, mi dici. No, non sono ancora pronta. Facciamo pace, facciamo pace. Ma hai capito perché mi sono arrabbiata? Facciamo pace. Allora ti dico sì, con la voce brutta e tu mi rispondi no, questa non è pace. E allora che cos’è pace? Pace è quando c’è amore. E che cos’è amore? Amore è quando tu abbracci qualcuno, quando abbracci una persona.

Oggi è stato litigi e ravvedimenti, il sole forte di stamattina e l’acquazzone improvviso delle tre, questo pomeriggio, quando ci ritroviamo tranquilli sul tappeto a giocare con le gru e le palline, cacciare via la polvere e impilare libri. E facendo ordine ritroviamo cose, ispirazioni per nuovi giochi, pensieri e tracce. Prepariamo il campo per papà, che questa settimana ha lavorato molto e tu un po’ ne soffri e ogni volta che senti un rumore: sarà papà alla porta, è tornato? E lo chiami.

C’è il sole del tramonto fra i tuoi capelli e nell’aria di nuovo limpida,la fine del temporale; dare i calci al pallone verde regalo di nonna e ridere forte mentre cerchiamo di fare canestro. Tu che sei voluto uscire di casa con i guanti di lana e ti sei disegnato la pelle con la mia matita azzurra degli occhi e siccome si è rotta mi sono anche arrabbiata un po’. La bici, le corse, un piatto di riso alle verdure condiviso con John che arriva dalla Nigeria e abita a Padova e io che avevo – di nuovo – perso la pazienza per la canina che abbaia e – ti sei calmata? – così dalla finestra uno sconosciuto si trasforma nella chiacchierata di uno capitato chissà come in questo borgo ora deserto e tu gli chiedi quanti anni hai e lui risponde cento.

Lanciare non significa mettere in ordine le cose, mi dici tu alla fine giornata. Una bellissima consapevolezza. Sono fiera di te, aggiungo, e uso questa parola – fiera, fiero – che tu hai sentito da qualche parte e da un po’ di giorni ti piace ripetere. Lanciare non significa mettere in ordine le cose, fare ordine è… spazio, guarda. Armonia, bellezza. Non trovi che ora ci sia molto più spazio per giocare e muoverci?

Piedi nudi, sentieri nel verde, fiori da annusare, il silenzio di settembre mentre in alto nel cielo passa un aereo – ascolta, guarda – le corse sfrenate, i chiodi che ora sai impuntare da solo, gli attrezzi e le cose che ti servono per conoscere il mondo – ma quelle vere eh, non per finta. Mammi, guarda per terra quante foglie, sta proprio arrivando l’autunno. Io che sorrido dentro perché mi divertono tutte le nuove parole che impari ogni giorno e sfoderi contento. La rincorsa e buttarsi al collo di papà, quando vedi la sua tuta arancione da lontano. Le piante del giardino e la terra arsa che bevono l’acquazzone. I programmi semplici e bellissimi: toast per cena, Lego e canoe di cuscini che navigano l’oceano immaginario del divano.

Ti amoro. Sai, ho pensato che sei la mia mammina bellissima, la più bella delle belle. Ci addormentiamo tutti e tre insieme fra luna e abbracci, intanto ritorno all’inizio del giorno. Guardo il tuo visetto addormentato e calmo, riascolto le prime parole pronunciate al risveglio. Ti amoro anche io. E ti tengo, col braccio sotto al tuo collo, la guancia sulla fronte e una mano sul cuore. All’unisono.

6 settembre

Di oggi potrei dire

il risveglio con il mal di gola -io- e il tè caldo con il miele e il limone – noi- sul vassoio con il pandoro (sì, il pandoro) spolverato di zucchero a velo e il plaid mentre il sole ancora non si è affacciato

l’espressione di fronte alla prima mora dell’autunno, una, unica, viola. E imparare che il senso del Tempo è quello dell’attesa che serve per permettere al rosa pallido di diventare viola

la polvere che lascia la sabbia, il sole forte sulla pelle nostra e delle piante. La bellezza di una rosa nell’ombra che ormai ha quasi raggiunto il secondo piano e del cancelletto nascosto dai cespugli così vivi e amati dalle api. I bombi che volano ubriachi di dolcezza fra la menta e la malvarosa; i vecchi muri scrostati eppure ogni anno sempre uguali, come le facce della gente che in fondo non cambia mai. Le lucertole minuscole che corrono via fra i sassi e le radici della lavanda, la rucola selvatica e il basilico timido che appena lo tocchi si emoziona di profumo

la luce incredibile di settembre, i pomeriggi ancora lunghi, lunghi come un filo che si dipana dal mattino alla sera tutto in un gomitolo di luce: mai come in questo momento dell’anno, la fine dell’estate, le piante e i fiori sono bellissimi, verdi e vivi fino a quando non soccomberanno come sempre al primo gelo, improvviso anche quando preannunciato.

Potrei dire dei picnic in giardino, della coperta scelta, cercata e stesa – altrimenti che picnic è? – dei piatti portati in coraggioso equilibrio – tu – che poi non vuoi perché dentro non ci sono le stesse cose e in fondo dovevo saperlo che vuoi sempre e solo quello che facciamo noi – questo è quel periodo della vita, a volte ce lo scordiamo, noi sempre sotto la lente della tua instancabile osservazione -. Potrei dire dei bicchieri rovesciati, delle coperte da picnic bagnate, dei canidi viziati ma saggi, dei rimproveri urlati, dei litigi. Di quando litighiamo e ce ne stiamo ognuno in una stanza diversa perché se fai pace solo a parole allora l’altro lo sente e ti dice che questa non è pace per davvero ma non ci puoi fare niente, c’è un tempo anche per questo. E poi chissà come mai la rabbia delle donne è una cosa misteriosa, ci vuole più tempo per scioglierla forse perché è grande come l’amore e ce n’è una per ogni sì detto e all’improvviso si trasforma in tempesta di sabbia che impolvera tutto e trascina via anche le intenzioni migliori.

Poi direi di quando ci si incontra a metà strada. Mentre uno scende qualche gradino e l’altro sale. Non c’è bisogno di dire più niente a quel punto lì, basta farsi l’occhiolino e sorridersi.

Credevo non ti sarei mancata mai più!
〰️ Adesso non sei più arrabbiata, come mai?
Perché l’ho sbollita. E poi perché mi mancavi e ti voglio bene. E poi perché ti ho detto tutto quello che dovevo dirti e se ci diciamo quello che sentiamo importante allora anche la rabbia se ne va.

Ancora, potrei dire delle cadute di metà pomeriggio e degli spaventi, che giornate lunghissime. Delle telefonate con le amiche lontane e delle pagine sfogliate, dei sonnellini saltati e delle azioni spericolate 〰️mammi, mi sono spaventato anche io! – anche tu adesso potresti dire delle cose già dette che ora sai con la forza dell’esperienza, degli annaffiatoi e dell’acqua che rinfresca, del profumo della terra, delle ore che non conosci, delle campane e del mondo su cui ti interroghi.

E poi il profumo del pane che sale per la casa e mette in pace, sempre, aggiusta l’anima e scalda il cuore.
Come gli abbracci.
Come le notti con i piedi vicini vicini.
Come i risvegli con il sole sulla pancia e le braccia buttate al collo

7 marzo

“Fermati, viaggiatore, per un momento, e guarda
Uno che ha viaggiato più di te;
In tutto il mondo, per ogni grado,
Anson e io abbiamo solcato il mare.
Sono passate zone torride e gelide
E, alla fine, arrivammo a terra al sicuro-
In pace, solenni eccociIn pace, solenni
Lui alla Camera dei Lord – io qui”

Stay, traveller, a while, and view
One who has travelled more than you;
Quite round the globe, thro’ each degree,
Anson and I have ploughed the sea.
Torrid and frigid zones have pass’d
And-safe ashore arrived at last-
In ease with dignity appear,
He in the House of Lords – I here.

Se ti capitasse di camminare fra le sale del National Maritime Museum di Greenwich, il più importante Museo Marittimo del Regno Unito, vai a cercare il Centurion: il falegname Benjamin Slade, che lavorava nei cantieri navali di Plymouth, realizzò il modellino di legno che vedi chiuso nella teca, completo di tutto, dai minuscoli tasselli in legno alla polena, che un tempo accompagnò questa nave in mare aperto.

Oggi, 7 marzo 1941, il capitano Anson doppia capo Horn e attraverso lo stretto di Le Maire passa dall’Oceano Atlantico al Pacifico. L’equipaggio è sfinito, ma intanto li coglie di sorpresa una tempesta da ovest: le vele sono a brandelli, la nave rolla così tanto che chi non sa mantenersi in equilibro aggrappato al legno della prua finisce inghiottito dal mare. L’uragano.

Si acquieta per poi cominciare di nuovo. Passa il giorno e sopraggiungono le stelle. Arriva l’alba, meravigliosa speranza fra le nubi nere. E passa un’altra giornata in balia delle onde. L’uragano squassa il Centurion per cinquantotto giorni di fila. Quelli che non uccide la tempesta, li uccide lo scorbuto: la mancanza di frutta, verdura, acqua, vitamine. Ogni giorno si lasciano all’acqua salata i cadaveri dei marinai, dai sei a otto.

Anson tiene la rotta seguendo il sessantesimo parallelo sud; ad occhio, dovrebbe trovarsi a duecento miglia a ovest della Terra del Fuoco, pensa. Dopo due mesi dalla completa oscurità appare la luna: Anson punta verso nord. La meta è l’isola di Juan Fernandez. La foschia si dirada e all’orizzonte appare la terra. Terra! Ma, contro ogni aspettativa, è Capo Noir, al margine occidentale della Terra del Fuoco. Com’è possibile? In realtà, la nave nell’azione disperata di combattere contro la tempesta, era rimasta quasi ferma. Adesso si tratta di recuperare la rotta e in fretta, perché se fossero morti altri uomini, non ne sarebbero rimasti abbastanza per manovrare le vele.

Il giornale di bordo, giorno 24 maggio 1741, segna che Anson conduce il Centurion alla latitudine dell’isola di Juan Fernandez, trentacinque gradi a sud dell’Equatore. Est o ovest, qual è la direzione giusta? Anson decide di puntare a ovest, il Centurion naviga per quattro giorni. Poi, qualcosa gli fa cambiare idea. Inverte la rotta. Anson non sa di trovarsi a poche ore dalla costa agognata. Nel frattempo, dopo quarantotto ore ecco che si avvista terra, di nuovo. Ma si tratta della costa del Cile, dominio spagnolo.

Anson e l’equipaggio del Centurion caleranno l’ancora a Juan Fernandez il 9 giugno 1941, due mesi dopo. Degli uomini imbarcati, oltre cinquecento, rimarranno meno della metà. Questa pagina strappata dal libro dei giorni è dal libro “Longitudine” di Dava Sobel, che narra la storia della difficile, difficilissima conquista della longitudine, la scoperta che riuscì a cambiare la navigazione.

Fra l’altro, proprio nell’isola di Juan Fernandez al Centurion si spezzò il cavo dell’ancora: trascinato in mare fu di nuovo riportato, con grande difficoltà a terra. Costruito nel cantiere navale di Portsmouth e varato il 6 gennaio 1732, la nave HMS Centurion apparteneva alla Marina Britannica. A Canton lo scafo venne abbattuto e ricostruito dai falegnami cinesi; dopo aver catturato il galeone Manila fece ritorno in Inghilterra attraverso il Capo di Buona Speranza e una volta giunto a Londra l’equipaggio marciò per le strade della capitale carico di bottino. Un bottino che i marinai dilapidavano in poche notti, come narrano le voci dei porti, perché allora non esistevano certo fondi di investimento e le proprie tasche, insieme alla vita spesa in mare e per il mare, erano l’unica certezza.

Dal 1734, anno della sua prima sortita, a bordo ospitava John Harrison, orologiaio inglese testardo e autodidatta, che per oltre quarant’anni, sfidando le autorità scientifiche e le guerre di corte, avrebbe continuato a sperimentare il suo cronometro, fino a ottenere l’ambito premio offerto dal Parlamento. Nel 1741 il Longitude Act, infatti, aveva stanziato l’equivalente di milioni di sterline per chi avesse saputo risolvere il problema del calcolo della longitudine in mare aperto.

Per trentasette lunghi anni il Centurion navigò per ogni mare. Con il capitano George Anson attraversò l’Oceano Atlantico, dall’Africa alla Giamaica. Aveva una missione speciale: dare fastidio alla flotta spagnola intercettando il Galeone Manila, un nome in codice che era stato dato alle navi della corona spagnola che dal porto di Manila attraversavano il Pacifico sbarcando ad Acapulco, cariche di merci, che veniva scaricate per poi viaggiare via terra fino a Veracruz, in Messico, e poi di nuovo caricate dai galeoni indiani per arrivare fino in Spagna. Dal 1565 al 1815 questo commercio continuò, ininterrottamente, fra Spagna e Messico e non senza difficoltà, a causa dei venti e delle correnti.

La festa di Hannukkah

Mentre si festeggia l’attesa del Natale, quasi negli stessi giorni, si celebra come ogni anno Hannukkah, o Chanukkah. Al tramonto di ogni sera si aggiunge una luce, una candela all’arrivo della notte, per otto giorni. Una settimana più un giorno.

Gerusalemme: la Giudea è occupata dall’esercito di Antioco IV, re di Siria, che a Babilonia e in Antiochia inizia a costruire templi e ginnasi come nelle città greche. Questo re di notte amava vagabondare da solo, o con qualche amico, per i vicoli della città, si fermava a parlare con la gente, nascondendo la sua identità sotto la maschera di un abito qualunque. Amava gli scherzi e le feste. Tu pensa che sorpresa quando da una tasca spuntava una collana di preziosi o una moneta brillare nell’oscurità: l’oro finiva nella casa di uno del popolo, incontrato per caso quando la luna dissimula la persona che appare al giorno e scopre chi siamo, dentro. Dopo l’assedio e il ritiro da Alessandria d’Egitto, Antioco si ferma a Gerusalemme: la città è saccheggiata e molti degli abitanti uccisi, la religione ebraica proibita: il tempio che guarda dall’alto tutta la distesa dell’abitato, stretto fra le antiche mura, sarà dedicato al dio straniero Giove.

Ma un pugno di uomini, guidati da Mattatia, si dà alla macchia e organizza la resistenza. Quando Mattatia muore il comando passa a Giuda Maccabeo, un condottiero discendente di un’antica famiglia. Nel libro del profeta Daniele si racconta questa storia e di come re Antioco IV Epifane un giorno morì, non è noto se cadendo da un carro durante la battaglia, se assassinato dai sacerdoti di un’altra dea straniera, la babilonese Nanea, signora della natura e della fecondità, o per una grave crisi depressiva. O, più probabilmente, in Persia, malato di tisi. La storia si confonde e rimescola.

I Maccabei ripuliscono il tempio dagli dei stranieri, Gerusalemme è illuminato dal sole di un nuovo giorno. “Consacrazione” o “inaugurazione” è il significato della parola Hannukkah, che ricorda la costruzione del nuovo altare nel Tempio dopo la liberazione della Giudea dall’invasione dell’esercito di Antioco IV, il 25 di Kislev. Nel momento della consacrazione doveva essere acceso un lume con olio di oliva puro, tuttavia non se ne trovò abbastanza, si racconta nel Talmud.

C’era olio solo per una notte. Ma l’olio durò otto giorni, da qui l’origine di Hannukkah, la festa della luci, quando per ogni giorno si accende una candela nella channukià, il tradizionale candelabro a nove bracci. La candela che sta al centro, chiamata shammash, serve ad accendere tutte le altre. Sembra che secondo la tradizione il diluvio universale finì proprio in questo momento dell’anno, dopo che le piogge si riversarono sul mondo durante il mese di Kislev: è il mese che ha come simbolo un arco e guarda un po’, anche del diluvio, rimase un arcobaleno come nuovo patto dell’ordine del mondo.

Questo è il mese dell’olio nuovo dopo la raccolta delle olive in autunno. Secondo il testo mistico dello Sefer Yetzirà il mese di Kislev è associato alla lettera samech, che significa “supporto” ed “è predominante nel sonno”. Diciotto minuti prima del tramonto si accendono le candele dello Shabbat. In queste sere, pochi giorni dopo la notte della festa cristiana santa Lucia, un tramonto dopo l’altro si riempiono di luce i bracci della channukià, che in alcune case se ne sta sulla finestra di fianco alla porta di casa, sulla mensola della veranda che nelle case del nord Europa si affaccia sulla strada un po’ come a prenderne un pezzo e scambiarsi frammenti di vita fra il dentro e il fuori, interno e esterno.

Nel momento più buio dell’anno accendiamo una luce sempre più forte, forse per ricordare che è da qui che accade una nuova nascita: dal buio. Al centro del buio, lì dove affonda il mistero, accade qualcosa capace di riversarsi all’esterno e inondare di senso quello che ci circonda. Ha a che fare con l’attesa, come il Natale e come forse ogni rito, specialmente in questo periodo: la veglia segna passo dopo passo il nostro esserci, abbiamo bisogno di essere svegli se vogliamo accorgerci del passaggio delle stelle attraverso l’arco del Tempo.

primo settembre

agosto-1939

Agosto se l’è portato via una fotografia d’altri tempi,
trovata in fondo a un cassetto di una vecchia casa di montagna,
quella in cui viviamo noi vagabondi immaginevoli, la canina lagotta e il piccolo viaggiatore intergalattico,
noi e i fantasmi, i bauli di altri vite e le nostre, negli zaini di altre case portate qui dall’altrove.

Agosto 1939, è scritto a matita
la grafia ordinata che si usava un tempo, non senza qualche svolazzo qua e là.
Il nome della donna si è perso,
si è perso il contesto, il luogo.
L’occasione no,
sta lì, ferma da decenni
impressa dal momento
nell’immagine

il grano, materia dorata ed essenziale
sopravvivenza
il grano che arriva a costare un capogiro nelle guerre,
oggi come ieri,
il grano lavorato a fatica da mani che non hanno paura
della terra e dei tagli.

Agosto era la festa del grano,
un po’ ce lo dimentichiamo vivendo in città.
Ma ai bordi delle strade quando vediamo i campi
ci emozioniamo
girasoli dalla testa alta e una distesa gialla di grano

oggi è il primo settembr del ’22
se togli i primi due numeri davanti rimane il ’22
questa foto accade fra dieci anni,
il secolo lo abbiamo scordato
ce lo lasciamo alle spalle

stamattina i passeri scendevano sul tavolo di legno fuori,
intriso d’acqua lui e intrisi d’acqua loro.
La pioggia forte del mattino, le rose rosse del giardino sfatte
la rugiada e le ultime api,
un merlo fuggitivo
la nebbia che poi si dirada, i biscotti e il tè
la luce accesa di mattino presto e poi spegnerla
cuscini scomposti del divano e cartoni animati degli anni Trenta
leggere libri
guardare dalla finestra, che
c’è bisogno di un orizzonte
e poi partire con la valigia dell’immaginazione

l’asinello di Winnie The Pooh, per cui gli amici provano a fare di tutto per renderlo felice credendolo triste, svela un segreto
una visione bellissima, così fra la pioggia e i fulmini
uno spettacolo di colore che buca il grigio là dove sembrava solo esserci il cupo
Everybody can do it, just use your imagination