Come si muore

Mi sono emozionato prima, a vedere il buco profondo scavato per le ossa.

Come, scusa? Non ho capito. Ti sei emozionato? Prima o adesso?

Mi sono emozionato adesso, a ripensare a prima, alla fossa che abbiamo visto, il buco dove vanno le ossa dei morti

Stamattina è un lunedì grigio di metà marzo. Stamattina c’è un funerale ma noi non ci saremo. Però volevamo lasciare un abbraccio e un saluto.

Perché si abbracciano tutti? Perché a volte quando si è tristi un abbraccio è confortante.

Sono tutti qui per abbracciare lei?

Ma non sono tristi, stanno ridendo. Bè, sai anche quando si è tristi non è che si pianga per forza tutto il tempo.

Perché la mamma di E. è morta?

Non lo so, nessuno lo sa perché succede. Senti le campane, le senti? Suonano piano, un ritocco dopo l’altro lentamente. Quando nasce un bambino le campane suonano a festa, vanno veloci come il cuore che batte e va veloce, come la vita che inizia. Quando muore qualcuno suonano così, un rintocco che si allontana dall’altro, proprio come un cuore che smette di battere.

Io lo so perché è morta. Il suo cuore si è rotto. Sì, credo anche io sia andata proprio così: il suo cuore si è rotto e si è fermato.

Qui, che cosa stanno facendo?

Scavano, perché?

Mi fermo.

Sai, abbiamo detto di quando si muore. Che il cuore si ferma. Quando si muore il corpo resta. Resta ancora per un po’ il corpo, e piano piano si disgrega. Alcuni popoli, come il nostro, scelgono di scavare una fossa, un buco profondo nella terra, e seppellire il corpo, lasciarlo alla terra.

Andiamo a vedere. Voglio vedere, più da vicino.

Perché stanno scavando proprio lì? Non lo so, forse perché c’era posto in quel punto. Gli altri fiori li tirano via? No, dopo li rimettono, stanno solo cercando di passare.

Io lo so perché scavano lì. Perché c’è più spazio. C’è spazio più spazio lì. Il buco è molto profondo. Sì, è molto profondo.

Nella cultura in cui viviamo per tanto tempo gli esseri umani hanno fatto così. I cimiteri non sono solo posti dove si ricordano le persone. Dietro ogni fotografia che vedi ci sono le persone vissute prima di noi, il loro corpo. Nei cimiteri ci sono anche i corpi.

Sì, ho capito mamma. È lo scheletro. Il corpo è lo scheletro, seppelliscono quello.

Non tutti i popoli fanno uguale. Ci sono posti del mondo, come in India, dove costruiscono una grande pira, un’immensa catasta di legna, mettono il corpo lì e poi bruciano tutto. Così il corpo brucia, diventa cenere e polvere e volando via si confonde con l’aria e le nuvole. Anche qui a volte c’è chi decide di fare così e allora le ceneri della persona che è stata, dopo che il corpo viene bruciato, vengono sparse sulla terra, nel mare o in un fiume, fra gli alberi, in un posto che ha amato. Ogni popolo ha il suo modo. In un tempo antico per esempio, i vichinghi mettevano il corpo di chi moriva su una barca di legno e lo affidavano al mare, lo restituivano all’acqua e al mare.

Acqua, aria, legno, terra, fuoco: in fondo la vita si muove tutta qui, in questa danza primordiale di elementi base, e ogni popolo lo sa.

Sì, ho capito mamma. È lo scheletro. Il corpo è lo scheletro, seppelliscono quello.

Perché qui questo albero è giallo e qui verde? Il pezzo giallo è secco, è la morte morta. Dove c’è il verde è la parte viva. Le foglie nascono vivono e muoiono, l’albero resta, vive un tempo diverso. Noi muoriamo, la vita ci vive e sopravvive.

Enoughness: il neologismo che diventa filosofia di vita dell’abbastanza

Ho scoperto una parola bellissima: “enoughness”. Che cosa significa “enoughness”? L’etimologia suggerisce che la parola deriva dall’aggettivo inglese enough, abbastanza, e il suffisso ness. Secondo la definizione dell’Oxford English Dictionary il primo utilizzo della parola enoughness si riscontra nell’anno 1871. A utilizzare il termine “enouhness” è il poeta e filologo William Barnes, in una lettera.

Che cosa significa “enoughness”? L’attitudine del sentirsi abbastanza, ecco che cosa imparare da questo atteggiamento verso se stessi e verso il mondo, un modo diverso di considerare se stessi e il mondo

L’uso di “enoughness”

Negli ultimi anni è stata utilizzata in diversi contesti: dal 2014 ad oggi “enoughness” appare fra le parole di diversi relatori, da conferenze a paper in ambito scientifico. La definizione di “enoughness” del dizionario inglese Collins ci avverte che attualmente il termine è in fase di osservazione: il suo utilizzo è monitorato in cerca di evidenze nell’uso.

enoughness

New Word Suggestion

The state or condition of being or having enough

Eppure, “enoughness” è l’attitudine di cui avremmo davvero bisogno. Il sostantivo da trasformare in una filosofia esistenziale. Allora, forse, dovremmo chiederci che cos’è “enoughness” anziché semplicemente che cosa voglia dire.

Enoughness è sentirci abbastanza e quindi anche avere abbastanza, essere abbastanza. Percepire se stessi e il mondo, la propria vita come “abbastanza”

L’attitudine del Novecento è stata quella della corsa. Il tempo meccanico della velocità, il bisturi tecnologico che ci ha spronato ad andare in cerca delle tessere minime di realtà dalla biologia del microscopico fino alle macro tessere lunari. Il Novecento è stato bisturi anche dell’anima e scavando, scavando, scavando nell’inconscio abbiamo dolorosamente scoperto di non arrivare mai a una fine. Mai abbastanza da aver compreso, avuto, ricevuto, ricercato, ottenuto.

Mai abbastanza da aver compreso, avuto, ricevuto, ricercato, ottenuto: è tempo di cambiare ora. Il nuovo secolo ci ha insegnato pandemia, crisi, guerra ma anche le potenzialitò di nuove consapevolezze

Abbiamo cercato di più, sempre di più, per anni, annate intere. Lo abbiamo fatto per bisogno prima e poi per convinzione. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è stata la fame del non avere abbastanza a spingere milioni di persone da un capo all’altro del mondo, su navi che attraversavano l’oceano dalla vecchia Europa a Nuovi Mondi dove conquistare quell’agognato abbastanza, con fatica e sudore, lacrime e magone. L’abbastanza è diventato abbastanza, a volte: ci sono voluti anni, rinunce, il senso altissimo di un sacrificio che oggi si dice non si conosca più.

Il non-abbastanza è diventato strutturale. L’abbastanza è diventato un concetto sempre più difficile e alto, così in alto che anche a scalare il progresso e il ceto sociale, gradino per gradino, con abnegazione e lauree multiple, non è stato abbastanza. Così, sgonfiata la bolla dei tempi che sembravano d’oro, durata un trentennio circa, il non-abbastanza è tornato a essere endemico. E famelico. La promessa degli anni Sessanta e lo sfarzo degli Ottanta sono crollati su se stessi sgonfiati come un dolce riuscito male.

Manca di nuovo tutto. Lavoro, affitto, soldi in banca, tempo. Tempo. Il tempo ce lo mangiamo nell’ansia di ciò che ci serve e allora non basta mai: niente sembra bastare mai. L’attitudine dell’enoughness, la filosofia dell’abbastanza, allora diventa allerta, un modo per rovesciare il punto di vista. Un’educazione all’abbastanza, una pratica costante dell’abbastanza. Sarà un’educazione difficile perché ormai viviamo nell’ansia perenne della corsa: abbiamo paura di non guadagnare abbastanza, che i nostri figli non apprendano abbastanza in fretta, che non avremo abbastanza ferie né pensione, che non vedremo e non faremo mai abbastanza. Abbiamo paura che non saremo mai abbastanza. Invece, forse la rivoluzione è proprio questa: pensare che sì, siamo già ora abbastanza.

“Let’s create a world of enoughness” Cristina Mittermeier, fotografa, co-fondatrice e presidente dell’associazione SeaLegacy per la difesa degli oceani

Il concetto di “enoughness” entra in gioco nella relazione con noi stessi e nei rapporti con il mondo fuori: “enoughness” come avere e possedere a sufficiente ci avvicina a un’etica differente nei confronti dell’ambiente. La capacità di percepire le nostre scelte con il parametro “a sufficienza” ci incoraggia a pensare alla conseguenza delle nostre azioni sul pianeta, allinearci con i cicli naturali, con il tempo e il cambiamento, ci stimola ad apprezzare ciò che abbiamo.

Per approfondimenti sul concetto di “enoughness”

Enoughness: Exploring the potentialities of having and being enough (fonte: ephemera, theory & politics in organization)

Sul concetto di low growth per l’albergo empatico (fonte: Confcommercio), pp. 14-15

There’s a middle ground between burning yourself out and quiet quitting: ‘enoughness’ (Fonte: Business Insider)

What We Gain From a Good-Enough Life (fonte: The Atlantic)

Author Ann Patchett on friendship, time and the idea of ‘enoughness’ (fonte: MPRnews)

Il coraggio di arrivare ultimi

Ecco, adesso guarda. Sì, ci sono due ragazze si abbracciano.

Perché?

Una è appena caduta, l’altra l’ha aiutata. Ma non è andata esattamente così. Stavano correndo, entrambe. Stavano correndo, tutte insieme, insieme ad altre che ci hanno messo mesi, anni per allenarsi. Il gruppo rallenta, una cade e il ginocchio fa molto male. Una ragazza si ferma, le appoggia una mano sulla spalla. Si ferma a guardarla negli occhi e chiedere: se le osservi bene lo senti, quel sussurro da viso a viso, va tutto bene? Non importa in quale lingua lo dici, si capisce.

Una ragazza cade. Fa tutto male, va tutto male. L’altra le dice, rialzati. E allora anche con il dolore lei si ricorda del perché si trova lì, di tutta la strada percorsa per arrivare fino a qui, oggi, adesso. Si rialza, zoppica. Corrono due ragazze, corrono sulla pista come fossero sole, sole in mezzo alla folla. Cade una ragazza. Ora è l’altra a soccorrerla. Non basta la parola, ci vuole un braccio. Perché a volte nella vita la lezione più difficile è imparare a avere fiducia: imparare a ricevere un sostegno, appoggiarsi su un braccio, fidarsi, chiedere e avere aiuto.

Due ragazze corrono. Corrono insieme sulla pista di una gara che ha perso il tempo. Il tempo non esiste più per loro, esiste solo la meta e ci arrivano insieme. Si abbracciano. Oggi hanno imparato qualcosa che non scorderanno mai più.

Come si chiamano? Chi è chi?

Non importa. Non importano i nomi. Una ragazza cade, sei tu. Una ragazza si ferma, sei tu. Sei tu che puoi fermare il tempo, sei tu che puoi andare oltre il dolore, sei tu che puoi aiutare ed essere aiutato, abbracciare ed essere abbracciato, aspettare ed essere aspettato. Non importa chi, l’altro siamo noi.

Tu che impari dai cartoni animati, purtroppo, troppo spesso, la sfida, a correre più forte, a essere vincenti, a fare gare per tutto, ricorda che, invece, nella vita qui fuori il vero coraggio è anche quello di fermarsi. Il vero coraggio è andare alla propria velocità. E arrivare ultimi, ma primi nella vittoria di un’umanità intera.

Abbey D’Agostino e Nikki Hamblin

La lezione più difficile della vita è fidarsi, in ogni possibile senso di questa parola. Fidarsi, che a volte significa correre in un altro modo e persino fermarsi. Fidarsi, ricevere. Fidarsi, e rilassarsi. Fidarsi e dare credito al tempo, alla vita, alle cose e alle persone

Se hai voglia di continuare a leggere…

La promessa di Tara

Dal Buddhismo la storia antichissima della dea Tara, una storia di resilienza

Arrendersi

Mi arrendo. Mi arrendo

al caos, delle stanze e della vita. Mi arrendo

ai giochi che si smontano, alle cose che ci vuole più tempo a costruire che a distruggere. All’esistenza che ci decostruisce e rifà, come i mattoncini colorati da pensare in incastri sempre nuovi, come il pane e la focaccia, che se impasti due volte vengono più buoni ma poi te ne dimentichi

perché ci vuole tempo

ci vuole costanza,

ci vuole allerta. Quella che ti fa stare a occhi aperti, senza perderti un minuto del mondo.

Mi arrendo al non senso.

Perché il senso stiamo tutta la vita a cercarlo. Un filo rosso nel tempo, il segnalibro fra le pieghe del libro, un segno. Poi finisce che ci arrabbiamo e arrabbatiamo. Lo perdiamo, lo cerchiamo: scompare e riappare, a momenti

il senso.

Arrendersi è una parola bellissima. Lo conosci il senso di arrendersi? In latino, la nostra antica lingua, ad-rendere. Ad indica sempre l’avvicinarsi. Arrendersi, ad-rendere: dare in mano, darsi in mano all’altro. Consegnarsi.

Adesso tu non pensare alla guerra, al nemico che pensa a trafiggerti. In questi tempi di pace apparente a volte la guerra è un’altra, è della mente.

L’altro siamo noi.

Se l’altro siamo noi, lì di fronte sulla sedia del nemico c’è tutto ciò che rifiuti, tutto ciò che combatti. Che questo in fondo è il nemico, uno magari come te che però sta dall’altra parte.

Pensa pensa che meraviglia avere il coraggio di piegardi di fronte a quello che dentro di noi combattiamo. Far cessare, all’improvviso, la guerra. Osare un gesto di pace.

Arrendersi.

Mi arrendo agli abbracci, al tempo senza misura né misura. Alla bellezza. A ciò che fa saltare il cuore, a noi quando dormiamo vicini vicini e non ci importa la fretta. Alla vita che accade, senza senso, sempre in brutta copia, in perenne movimento come la felicità di una foto sfocata

allora sì, li ritrovo il senso. Come un 29 febbraio che accade di nuovo.

Carnevale di Viareggio 2024

Ha vinto lui, alla fine, il primo premio del Carnevale di Viareggio edizione 2024: Jacopo Allegrucci, per la terza volta di seguito, con “Va’ dove di porta il cuore…”, citazione dal libro di Susanna Tamaro. L’adolescenza.

Sono tutt’attorno le voci dei desideri che ti chiamano da adolescente, ma i sogni si confondono con gli incubi e il canto di una sirena diventa prigione tra le grinfie di un’arpia. Allora tu “senza farti distrarre da nulla, aspetta, aspetta ancora, stai fermo in silenzio e ascolta il tuo cuore. E quando poi ti parla alzati e va’ dove lui ti porta, va’ dove ti porta il cuore”. È l’ultimo atto del carnevale. Nel grande circo un t-rex in catene che finirà forse per sbranare domatore e spettatori; il capro è stordito dall’ultima bevuta, avvolto dal bla bla bla generale. Intanto si sveglia l’I.A. e sarà forse un robot a ricordarci che è tempo di aprire gli occhi.

La sfilata del Carnevale di Viareggio 2024, nel suo ultimo giorno, si conclude con il primo dei carri ad aver attraversato la piazza che ritorna, “Il profumo delle rose nelle spine” di Carlo e Lorenzo Lombardi, per me di una potenza struggente e splendida. Se ti sembra precario, quasi abbozzato, quel cavallo altissimo, sappi che non sbagli: rappresenta la fatica, il dolore ma anche la speranza, il duro lavoro delle mani e dei cuori. La costruzione allegorica si ispira alla scultura di legno e cartapesta realizzata nel 1973 dai pazienti del manicomio di Trieste, diretto da Franco Basaglia. Marco Cavallo è il cavallo di questa moderna Troia, città dell’anima da espugnare e fortificare, impenetrabile e fragile. Alto 4 metri, azzurro, era il simbolo della gioia di vivere, dei sogni e dei desideri delle persone ricoverate. 

Nell’intenzione dei suoi costruttori, l’attenzione è “sulla psicologia sociale e l’influenza che il contesto in cui si è inseriti apporta a pensieri e sentimenti”. Un invito ad andare oltre i muri dei pregiudizi, dell’indifferenza, della paura, dell’intolleranza e della superficialità, si legge sul sito ufficiale del Carnevale di Viareggio.La musica è quella delWaltz No. 2 del compositore russo Dmitrij Dmitrievič Šostakovič. Segue il carro una folla mascherata in camicia di forza, con i lacci che pendono e le gambe nel ballo. Mentre in alto, alzando lo sguardo, il volo di chi si lancia, altalena nell’immenso senza confini.

La libertà. Quanto c’è di questo tema nelle creazioni di questo carnevale: libertà, sogno, allerta, necessità di risveglio, pericolo. Fin dai suoi inizi, nel secolo Ottocento, il Carnevale di Viareggio è stato satira, indice puntato sulla politica e la realtà sociale.

Oggi. Gaza che annega nel sangue, di cui le persone continuano a parlare pur sfidando gli inviti al silenzio. Due anni di guerra in Ucraina – il 23 febbraio 2022 veniva proclamato lo stato di emergenza nazionale per trenta giorni ormai passati da troppo. I ragazzi di un liceo che potrebbe essere di ovunque picchiati dalla polizia. Una minoranza che rende disonore alle divise cerca di agitare il suo piccolo potere, come accade ogni secondo, da centomila anni di storia.

Eppure, la coscienza che si sveglia ha paura ma non ci fa caso. Potrai anche essere considerato pazzo e sconsiderato, ma chi lotta per la libertà ha in mano il mondo ed è per questo, per quanto difficile, che il cammino della libertà non può essere fermato. Potrebbero volerci anni – del resto ci abbiamo messo secoli solo per uscire dalla cucina e arrivare alla sala da pranzo – ma non importa. 

È più facile restare ognuno nel suo. È infinitamente più facile educare a questo: un lavoro, una casa; essere produttivi e possibilmente ben remunerati. Adeguarsi. Camminare al passo. Farsi gli affari propri e non dare nell’occhio. Leggiamo storie avvincenti di gente che sogna un mondo diverso, la guardiamo al cinema ma poi nella realtà di tutti i giorni diventiamo piccoli. Anche un genio come Šostakovič dovette adeguarsi: alla burocrazia.


È più facile, ma se ognuno fosse rimasto fermo al proprio posto che ne sarebbe stata dell’umanità? 
Se ognuno rimanesse fermo al suo posto che ne sarebbe dell’umanità? 

Come nacque il Carnevale di Viareggio

È il Martedì Grasso del 25 febbraio 1873 e per la prima volta in Via Regia passa una sfilata di carrozze in festa. Nacque così il carnevale di Viareggio e racconta la voce del Tempo che l’ispirazione venne nel Caffè del Casinò, fondato quarant’anni prima, negli anni Trenta dell’Ottocento.

Lungo la passeggiata a mare viareggina sfilano i carri con alcune delle maschere più grandi al mondo, tra i 20 e i 30 metri d’altezza.

A Viareggio esisteva già una Società del Carnevale, che organizzava feste da ballo. Ma le carrozze decorate da fasci di fiori con le persone che gettavano in strada confetti e caramelle non le aveva mai viste nessuno. 

L’idea l’aveva avuta un gruppetto di ragazzi che di solito si incontrava al Caffè del Regio Casinò, proprio in via Regia. Lì fra quei tavoli si pensò a una festa che fosse per tutta la città: proprio tutti. Una festa che fosse colore, divertimento, sorpresa. Pura magia.

E così fu. Anno dopo anno, le sfilate di Carnevale diventano una festa popolare. Nel 1905 i festeggiamenti di Carnevale si trasferiscono dalla Via Regia alla Passeggiata a mare di Viareggio, dove si tengono ancora oggi. Come accadde alla Biennale di Venezia l’evento sarà interrotto dalle guerre mondiali.

Il 15 settembre 1827 Carlo Ludovico, Duca di Lucca, aveva ceduto alla comunità di Viareggio Palazzo Ferrante Cittadella, in via Regia. Il palazzo doveva servire per la costruzione di una chiesa e un annesso convento. Tuttavia, visto che per la chiesa si era provveduto diversamente, il 16 gennaio 1834 autorizzò la richiesta del Governatore di Viareggio di «ridurre una parte del palazzo ad uso di Casino, onde i forestieri che si portano per l’uso di bagni abbiano un locale dove riunirsi nelle ore a questi non necessarie».

Fonte: Quando Viareggio iniziò a giocare al casinò di Paolo Fornaciari su Il Tirreno

Satira e sogno al carnevale

La satira politica è presente da sempre. Il secondo anno del Carnevale, nel 1874, fu preso di mira Adolfo Piatti, agente delle imposte, il quale denunciò alla polizia la mascherata organizzata, ma la presa in giro fu archiviata. Accanto alla satira carri che si ispirano alla letteratura, all’arte e alla poesia della vita: ogni anno il tema è differente.

Nel 1883 sfilano I quattro mori, considerato il primo carro allegorico. Le carrozze vengono sostituite dai carri figurati: all’inizio sono i carpentieri e i maestri d’ascia dei cantieri navali a costruirli.

Burlamacco, maschera ufficiale del Carnevale di Viareggio

Scultori, carpentieri e fabbri lavoravano gomito a gomito modellando le figure con gesso e scagliola, tagliando e incastrando il legno e il ferro. Immagina il lavoro, lì davanti al mare sulla Darsena, dove la perizia artigiana sapeva realizzare imbarcazioni destinate a sfidare le onde.

Il 1921 fu un anno importante e purtroppo non solo in senso positivo. Era l’inizio dei ruggenti anni Venti; il secolo era all’inizio, pieno di promesse. La prima gueerra mondiale era finalmente terminata e il carnevale riprendeva dopo sei anni. Fu per la prima volta in quell’annata, il 1921, che si cantò per la prima volta la canzone che è ancora l’inno del carnevale: “Su la coppa di champagne“, poi nota come “Il carnevale di Viareggio”, con le parole di Lelio Maffei e musica di Icilio Sadun. I carri si animarono di musica grazie alla banda, che trovò posto nel carro “Le nozze di Tonin di Burio” di Guido Baroni, costruito su ispirazione di un matrimonio.

Nel 1931 appare per la prima volta Burlamacco, ideata da Umberto Bonetti, pittore, grafico e scenografo. Diventerà la maschera ufficiale del Carnevale di Viareggio, l’ultima nata delle maschere tradizionali della Commedia dell’Arte

La cartapesta e i movimenti: come cambiano i carri del Carnevale

La festa del 1921 fu un grande successo. Ma a maggio le squadre fasciste irruppero nell’associazione dei Maestri d’ascia e calafati di Viareggio e la distrussero. Qualche tempo dopo rimasero uccisi due giovani: l’anno dopo, il 1922, il carnevale saltò. Tuttavia, ecco il 1923 con l’innovazione più grande, l’uso della cartapesta.

Oggi le maschere dei carri vengono animati dai “movimenti” e il primo fu il carro Pierrot di Umberto Giampieri del 1923, che riuscì a rendere mobili gli occhi e la testa del fantoccio.

Il fascismo incoraggiò e controllò il Carnevale, che si svolse fino al 1940. Durante la seconda guerra mondiale furono numerose le incursioni aeree sulla città di Viareggio. I bombardamenti uccisero un elevato numero di civili, distrussero case, palazzi, attrezzature del porto. Liberata nel 1944, Viareggio lentamente si leccò le ferite e iniziò a ricostruirsi.

Carnevale di Viareggio: gli hangar di via Cairoli

Il primo carnevale dopo la guerra fu quello del 1946. I maestri della cartapesta lavoravano fra le macerie e dopo due anni, nel 1948, iniziarono la costruzione degli hangar di via Cairoli: l’arte della cartapesta e della costruzione dei carri, che occupa un intero anno, diventa patrimonio della città, un’eredità preziosa di cultura e storia.

La cartapesta si prepara con acqua, carta, colla e gesso. Grazie alla leggerezza del materiale vengono plasmate forme giganti, che verranno levigate con la carta vetrata e dipinte con colori acrilici. Il primo carro di cartapesta del Carnevale di Viareggio fu “I cavalieri del Carnevale” di Antonio D’Arliano, nel 1925.

Il 29 giugno del 1960 un incendio distrusse i capannoni e l’attrezzatura di via Cairoli: non si fece in tempo a preparare le mascherate che erano già in costruzione per il Carnevale dell’anno successivo, ma Viareggio e i suoi artigiani non si diedero per vinti e il 1961 fu festeggiato in ritardo e ricordato come il Carnevale di primavera. Un simbolo di resilienza, la lezione di chi non si arrende.

Scuole Felici

Giovanna Giacomini è l’autrice di “Scuole Felici. La pedagogia basata sul metodo danese nei servizi educativi 0-6 anni in Italia“, pubblicato da Erickson (2023). Ma non si tratta solo di un libro: Scuole Felici (oltre a essere una filosofia di vita!) è il progetto che Giovanna Giacomini, formatrice e pedagogista, sta costruendo nella realtà di tutti i giorni: una proposta educativa per la fascia da 0 a 6 anni che si ispira alla filosofia hygge, un termine danese che abbiamo imparato a conoscere perché è ormai da qualche anno diventato un trend.

Calore, felicità e il senso di condivisione ispirato da un’atmosfera sociale in cui ci si sente a casa, ecco il senso dell’aggettivo danese hygge: questa è anche l’ispirazione dietro al progetto “Scuole Felici”. Sentirsi come a casa, in fondo non è questo che desideriamo per i nostri figli? Non si tratta di una preoccupazione dettata solo dal bisogno di sicurezza, in realtà le ricerche sul campo da anni indagano il fatto che in un ambiente sereno e familiare l’apprendimento accade con più velocità e risultati migliori. Sì, quando ci sentiamo intimamente tranquilli impariamo e lo facciamo con più sicurezza, voglia e ispirazione.

“I bambini apprendono sempre” scrive l’autrice, che continua scrivendo – pagina 37 – “È abolito il fare tanto per fare”. Ecco, se potessimo trasferire questa idea a tante scuole sparse nel territorio nazionale forse si potrebbe generare, nella vita di tutti i giorni, una nuova filosofia che nasce dalla pratica osservazione della realtà. Apprendiamo ogni attimo: i bambini ancora di più, hanno occhi spalancati sul mondo e hanno fame di sapere. Sapere come funzionano le cose, come sono fatte, fame di sapere tutto del mondo: quello fra 0 e 7 anni d’età è un momento estremamente fertile in cui la curiosità verso ciò che ci circonda è sfrenata. Forse al di là degli sterili dibattiti sulle schede da colorare l’interrogativo che dovremmo sempre cucire al nostro cuore quando abbiamo a che fare con bambini e bambine è chiederci se c’è il mondo dentro a quello che stiamo offrendo loro oggi, c’è la vita con tutte le sue sfaccettature e i misteri di cui andare in cerca?

Il libro “Scuole Felici” di Giovanna Giacomini si ispira al “Nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità a scuola e in famiglia” scritto da Jessica Joelle Alexander. Fra le parole chiave per la costruzione di questo approccio i valori che troviamo come bottoni sul filo dell’esperienza sono: fiducia, ascolta attivo, rispetto, flessibilità, coerenza, coinvolgimento, confronto, ispirazione, rispetto, cooperazione. Fra bambini, a scuola e nel dialogo fra scuola e famiglia.

L’incontro con il metodo delle scuole danesi

Come nasce l’idea di un servizio educativo 0-6 basato sul metodo danese? Ero molto curiosa di sapere dove fosse scaturito l’interesse verso le scuole danesi e come si fosse costruito nel tempo.

“Il primo amore per la Danimarca è nato in realtà per caso. Intorno ai 25 anni, mentre ancora studiavo pedagogia e insegnavo in una rigorosa scuola dell’infanzia cattolica come maestra ho fatto un viaggio spettacolare con il mio compagno di allora, un tour del Nord Europa. Partenza Copenaghen alla scoperta dei fiordi Norvegesi e rientro nella capitale della Danimarca. Durante il viaggio mi ha colta di sorpresa la bellezza dei paesaggi del Nord, le cittadine e i piccoli paesi perfettamente ordinati, con casette colorate. Nessuna recinzione, un minimalismo caldo e accogliente, moltissimi parchi gioco per bambini disseminati in ogni quartiere. Ho viaggiato in agosto ma le temperature per me erano ugualmente fredde. Eppure i bambini e le famiglie che incontravo erano all’aperto con semplici sandali (a volte a piedi nudi) e infangati per bene dalla testa ai piedi. A Copenaghen passeggiando per il centro abbiamo visto carrozzine e passeggini con bambini che dormivano beatamente all’esterno di bar, negozi e ristoranti senza nessun adulto a controllarli. Questo aspetto in particolare mi ha fatto scattare una scintilla. Da dove nasce la fiducia dei danesi? Come vivono i bambini in questa dimensione così libera? Nel tempo ho iniziato a studiare e documentarmi (molte ricerche sono solo in lingua inglese e non è facile avere una visione pedagogica di insieme. L’educazione danese è strettamente connessa allo stile di vita e non ci sono molti studi specifici di area pedagogica). Ho preso contatti con Jessica Joelle Alexander, scrittrice del libro “Il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità“. Ho scoperto qualche anno fa che viveva a Roma con il marito (ora è tornata in Danimarca) e che parla piuttosto bene la lingua italiana. Si è dimostrata subito entusiasta all’idea di poter condividere le nostre idee sulla pedagogia danese. In particolare è stato interessante integrare le sue esperienze con la mia visione che stavo (e sto) sperimentando nella prima infanzia (0-6 anni). Tutto questo mi ha portato questa estate a tornare in Danimarca per un viaggio in famiglia che però mi ha permesso di fare tappa in alcune delle scuole danesi di periferia (nel bosco) e del centro di Copenaghen. Il mio obiettivo è riuscire a creare un ponte con alcuni di questi servizi educativi per creare uno scambio proficuo”

Giovanna Giacomini

La musica a scuola

Un aspetto interessante trattato nel libro riguarda l’esposizione ai suoni. I bambini adorano la musica, ne sono naturalmente attratti. Che musica facciamo ascoltare ai bambini? Questa domanda ha una risposta vitale. Un fatto importante di cui prendere consapevolezza è la qualità della musica a cui esponiamo i più piccoli: troppo spesso evitiamo di curare i brani e gli autori da far loro ascoltare che, invece, non solo rappresenteranno un patrimonio culturale per la loro vita, ma anche un patrimonio in termini di memoria condivisa a livello familiare. Attraverso la musica e i nostri brani preferiti possiamo raccontare storie, periodi della nostra esistenza, ballare, cullarci. Perché la musica ha il potere di influenzare le nostre emozioni: con la musica buttiamo fuori l’energia e, al momento giusto, con i brani giusti, calmarci e favorire il rilassamento.

“La musica ha una grande importanza. Se ci pensiamo bene il bambino è immerso nei suoni fin da quando è nel grembo materno: il ritmo del battito del cuore della mamma, la sua voce e i rumori intorno a lui sono un costante stimolo alla sua crescita. Soprattutto nella prima infanzia il bambino è naturalmente attratto dalla musica che, se ben selezionata, ha un effetto calmante e genera un profondo stato di benessere. Lo osserviamo spesso a Scuole Felici in particolare quando offriamo al bambino esperienze con la musica a 432 Hertz o i cosidetti rumori bianchi (Il suono di un torrente che scorre, il rumore costante del vento, il battito cardiaco o il rumore del phon o della lavatrice) oppure la musica classica.
I bambini reagiscono in modo diverso alle proposte musicali: alcuni sembrano preferire alcuni brani rispetto ad altri, ma è molto difficile generalizzare. Le proposte devono essere molto varie proprio per far si che si possano osservare attentamente le risposte dei bambini. Attenzione al volume! Che deve essere contenuto. Questa scelta musicale è preferita durante i momenti di rilassamento (come le lezioni di contatto o prima della nanna o al bisogno, quando il bambino manifesta il desiderio di un momento di tranquillità e vuole isolarsi dal gruppo o dal gioco, spesso per stanchezza). Durante le attività più creative, come ad esempio la pittura, la manipolazione, la costruzione, invece, si propongono tracce musicali come il jazz e la musica barocca. La musica Barocca (Bach o Vivaldi) crea un ambiente mentalmente stimolante, favorisce la concentrazione nei momenti dove i bambini sono impegnati in qualcosa. Esistono poi delle specifiche tracce sonore (versi degli animali, rumori dell’ambiente, suoni onomatopeici) che sono proposti in setting di gioco per promuovere la discriminazione uditiva e favorire lo sviluppo del linguaggio. Durante l’ascolto il bambino è lasciato libero di sperimentare, di muoversi liberamente nello spazio. Qualche volta mi è capitato di entrare in qualche nido o scuola dell’infanzia dove i bambini si trovavano in salone tutti riuniti con uno stereo accesso e le classiche canzoni da bambini (stile Zecchino D’Oro) a tutto volume. Questo ambiente rumoroso e caotico è esattamente quello che non si dovrebbe proporre ai bambini”

Giovanna Giacomini

Passeggiata a 5 sensi

Il semplice fatto di uscire a passeggiare per un bambino (e non solo!) può trasformarsi in un’avventura dei sensi. Ecco uno spunto tratto dal libro “Scuole Felici” di Giovanna Giacomini, un viaggio sensoriale: segnalibro a pagina 120.

Immagina di essere un… (nome dell’animale). Ascolta. Cosa senti da questa parte? Concentrati sui suoni più forti, ma anche su quelli più deboli (…) Tieni gli occhi chiusi e annusa il vento con il naso. (…) Cosa senti sotto le mani? E sotto i piedi? …

Immaginare di essere un animale, immersi nella natura vivida di un prato, può diventare anche l’occasione per sperimentare il corpo, fare stretching e stiracchiarsi. Dimenticare le scarpe e sentire la terra sotto i piedi, allungarsi e stiracchiarsi. Meditare e contemplare. Assaggiare il silenzio. Il viaggio della consapevolezza inizia così: quando ci fermiamo e iniziamo a sentire. Con i sensi all’erta cominciamo ad accorgerci del mondo fuori e del mondo dentro e… che in mezzo ci siamo noi, il nostro respiro che ci porta dentro e fuori.