La vita è un viaggio

Caro amore,
questa lettera è per te. Ricorda che ci vogliono anni al futuro per diventare presente eppure è già tutto lì, nel miracoloso attimo di adesso.

Viaggiamo nel Tempo. Sì, anche tu. Perché viaggiamo nello spazio eppure per tutta la vita, ogni singolo giorno di questa esistenza, non facciamo altro che viaggiare nel tempo.

Sei qui da un giorno che non ricordi e un giorno te ne andrai, questa è l’unica regola del gioco. C’è un inizio e una fine, qui. Il viaggio ha un inizio e una fine: non sai quando, non sai come… nessuno lo sa. Ecco, adesso vorresti dimenticarlo, o ignorarlo; mille volte farai finta di niente, tenterai di giocartela come se tutto fosse possibile. Lo è, ma non per sempre.

Sembra che gli studiosi abbiano visto che il cervello umano alla nascita contiene un potenziale infinito. Dentro, abbiamo tutte le lingue del mondo, tutti i numeri e tutti gli inizi. Ogni cosa è, all’inizio. Solo per un attimo. Poi, il viaggio inizia e allora le strade si concretizzano, come una mappa del possibile che piano piano diventa il percorso che stai percorrendo.

Non prenderla come una sfortuna. Lo abbiamo già fatto in mille modi di spaccarci la testa e il cuore per prendere il tempo e strapparlo, stirarlo, annullarlo, ripiegarlo. Il fatto è questo: non avrai tutto il tempo del mondo. Puoi scegliere di diventare ciò che vuoi, ma avrai bisogno di tempo e non avrai il tempo per diventare tutti i te che vuoi essere. Ti toccherà scegliere.

Ma c’è un segreto. Quando corri a più non posso, anche il tempo corre. A volte, invece, c’è bisogno di fermarsi e guardarlo negli occhi: questo Tempo è il tuo tempo, ti batte dentro, è ritmo nel sangue e nelle vene, è il tuo sogno. Non dimenticare di chiederti quali sono i tuoi sogni perché dentro c’è la mappa verso cui stai andando da ogni giorno della tua esistenza.

Tu immagina una strada fra mille altre: è la tua. Ci sono sentieri scavati nel fango e strappati alla tempesta, strade asfaltate che corrono nel blu e vie disegnate nel segreto di foreste altissime o deserti millenari. Mentre cammini fai il tuo andare, è il tuo passo a decidere la meta.

Un giorno ti renderai conto che l’adolescenza è come vedere il mondo dall’alto. Sì, è vero ti dà un brivido incredibile tutta questa straordinaria visione, ebbrezza infinita. Non farti ingannare. Il fatto è che non puoi rimanere lì in eterno, perché intanto il sole si fa alto e la luna compare cantando all’orizzonte: è il momento di camminare. La vita è tempo in movimento, è cammino. 

Passo dopo passo a volte ti sembrerà di infossarti in un labirinto, perderti dietro a un vicolo cieco e dentro a strade in cui non ti riconosci più. Succede. Questo, però, è l’unico modo che abbiamo per sperimentare. Noi umani non abbiamo le ali, ci hanno fatto di gambe e braccia e un cuore e un cervello. Scendere dentro la tua strada è il solo modo per viverla. Potrai cambiare tante vite, ma una alla volta sai. Se a volte ti sembrerà di andare con troppa lentezza tu guardati indietro, solo per un attimo: è già moltissimo quello che hai fatto. Persino da fermi accade qualcosa, continuamente.

Avere la vita in mano guardando l’orizzonte dall’alto è un’illusione. Tu scendi dentro il paesaggio e vai, cammina, esplora. Allora sperimenterai davvero. Questa è la libertà: continuare a andare, sapendo che il movimento è vita. La vita è un viaggio. La vita è in viaggio e il viaggio non finisce fino all’ultimo respiro che il Tempo ci darà

Qui, su questo pianeta azzurro in equilibrio nel vuoto, c’è un fattore chiamato “gravità”. Ti rallenta, sì. Ti insegna, anche, a prendere in considerazione il valore della fatica. Ti farà cadere, sì. E al tempo stesso ti insegnerà che con le ginocchia sbucciate ci si alza, se fa male poi passa. La gravità ti atterra e deprime, ti schiaccia e aliena. C’è la gravità dei pesi nell’aria e quella dei pesi sull’anima.

Volare, questo sì che è un miracolo. Volare anche solo quando chiudi gli occhi all’immaginazione. Se poi sei capace di aprirli e far volare quello in cui credi anche alla luce del sole allora sentirai il cuore mettere le ali per davvero, senza limiti

In questa vita in cui ti trovi a camminare la leggerezza è una propensione naturale che ci vorrà tutta la vita per riconquistare. Lo sapevano i popoli antichi dell’Egitto che immaginavano una dea capace di soppesare i giorni vissuti con la prova di una piuma. Con quanta leggerezza stai vivendo i tuoi giorni? Qualsiasi cosa tu stia facendo non dimenticare di farti ogni giorno questa domanda, prima di addormentarti.

La vita è un viaggio. Questo viaggio ha avuto inizio in un giorno che si può solo ricordare per altre persone, non per se stessi. Il viaggio ha una fine: un destino, una parola bellissima e strana, che nel gergo delle stazioni indica semplicemente la fermata ultima. Qual è la tua?

Che cosa ti sta chiamando? In Giappone ikigai è quello che ti mantiene ancora vivo: passione, vocazione. L’abbiamo definito in mille modi questo fuoco che ti fa sentire ancora il cuore che ti batte, indomito. Non smettere di cercarlo, questa è la cosa importante. Che cosa mi ha fatto sentire ancora tremendamente e meravigliosamente viv* oggi?

Non avrai tutto il tempo del mondo e adesso non iniziare a dire che è tutta una sfortuna. È solo un’avventura. Vivila così: un battito d’ali, pura avventura. Tuffarsi nel vuoto. Lo stupore della meraviglia lo conoscevi benissimo quando camminavi da pochissimo qui sul pianeta Terra: lo abbiamo conosciuto tutti, poi lo abbiamo dimenticato in nome del senso del dovere e abbiamo creduto che questo fosse diventare adulti.

Stupisciti, ancora. Stuzzica la tua curiosità, ogni giorno. Meravigliati, senza fine. Chiediti i tuoi sogni e non solo quelli importanti: i pensieri da niente, le piccole cose che rendono felice una giornata, sono il sale della vita.

Adesso vai, la vita è un viaggio. Buon viaggio, amore mio. Ora ci sono le stelle e domani ti sveglierà il sole. Vivi ogni attimo. Qualsiasi cosa accada, sappi che puoi farcela. Sei sulla strada, cammina. Respira. Contempla. Non lasciarti sfuggire la bellezza del paesaggio e non soffermarti troppo sugli ostacoli, impara a guardare oltre. Lasciati guidare dall’istinto. Resta sempre vicino al tuo cuore.

A presto,
due viaggiatori quando si incontrano non smettono mai di rivedersi

Invecchiare

Invecchiare non ci rende persone migliori, non necessiamente. C’è chi passa tutto il tempo a pensare a quello che è stato e questo è un modo per diventare vecchi.

Il passato è passato. Se pensi sempre a ciò che è già successo hai bisogno di costruire nuovi ricordi, nel presente. Il presente è il posto dove siamo adesso, il posto dove trovare e cercare cose belle, sorprese, risate, attimi felici di pazzia.

Invecchiare non ci rende persone migliori, siamo solo sopravvissuti al tempo. Poi c’è il saper osservare l’adesso: chi ha inventato questa storia di vivere l’attimo non ha fatto altro che vedere i bambini, per i piccoli tutto è “adesso”.

Essere stupore, farsi risata, diventare meraviglia, cogliere il tempo in ogni sfumatura, sorridere al mondo, sperimentare caldo e freddo, salutare il sole e la pioggia: la ricetta per danzare con il Tempo.

Buon viaggio, amore mio

e poi ricorda

car* viaggiat* intergalattic*

questo viaggio ha un inizio e una fine,
ma non sai su quali pagine ti toccherà scriverle

non conosci la destinazione

tu vai a piedi nudi per il mondo
senti
con ogni senso
annusa i profumi dell’aria
tuffati dentro ai colori
tocca con la punta delle dita e soprattutto
sfiorando con il cuore

assaggia

sperimenta

abbraccia

pensa con la tua testa,
scegli buoni compagni di viaggio
sii gentile
fermati quando serve

sorprenditi, ancora una volta
stupisciti anche oggi

ci sarà un momento in cui crederai di aver trovato delle mete, è che noi umani abbiamo inventato il tempo per rivivere questa splendida bellezza e incredibile paura della fine e dell’inizio

ed è così che lo facciamo finire e riiniziare
il cerchio dei giorni
abbiamo bisogno di celebrarlo.
Ma tu non avere paura,
vai avanti con coraggio

la meta è il tuo viaggio

e intanto non dimenticare di ascoltare il rumore del mare,
lasciati cullare dalla voce della luna,
la terra ti sostiene e ti consola.
Il vento porterà in alto i tuoi sogni

Perché non scriveremo la letterina a Babbo Natale

Natale è una festa antichissima, è il momento dell’anno in cui la luce cala per poi magicamente iniziare a ritornare. Con nostro figlio, che ora ha due anni e mezzo, leggiamo storie di gnomi, elfi, fate e boschi a cui appartengono renne e cervi, che in questo momento sono più del solito 🙂 Babbo Natale, che in altri paesi del mondo era Nonno Gelo o Inverno, prima lo vedeva come uno gnomo. Rimane sempre un po’ perplesso quando la gente gli chiede se ha scritto la letterina: ora è piccolo comunque no, non la faremo. Non mi piace pensare che Natale sia una lista di regali, non mi piace l’idea di raccontare di una cassetta delle lettere chissà dove e a dire il vero già da piccola mi puzzava questa storia di questi Babbi Natale così numerosi e posticci che si vedono in giro. Al momento non scarteremo nemmeno i pacchetti perché non c’è un giorno unico di festa: ci sono regali quando ci va, ci sono giorni in cui stare molto insieme e andare a trovare quelli a cui vuoi bene. Ci sono lunghe serate a giocare e le candeline, quelle del compleanno, messe anche sul panettone perché ci divertiamo a cantare tanti auguri e spegnerle tutte anche in giorni imprevedibili. Abbiamo fatto l’albero e sotto una città di cartone con animaletti della fattoria e della jungla, treni e macchinine. Ci godiamo le lucine, di solito ne teniamo un filo tutto l’anno. E a proposito, a pochi giorni dal Natale e da Santa Lucia, ricorrenza molto sentita nel Nord ed Est Europa, intanto questa settimana si festeggia anche Hannukkah, la festa ebraica delle luci, quando si accende una candela ogni giorno in più, per otto giorni. E forse proprio questa simmetria ci ricorda che in fondo alle radici di questo periodo di festa c’è lei, la luce. Celebriamo la luce. Il seme messo nella terra arata in autunno che deve attraversare il buio per nascere una nuova primavera.

Fare arte con i bambini

mi dici sì, dipingiamo
io rosso
voglio

e mi dai il giallo
e il mio è un cielo che si incendia,
chissà se al tramonto o all’alba

ricordo di essermi svegliata, per un attimo
e iniziava a esistere la giornata con un cielo così,
oggi
il primo giorno di hannukkah, la festa delle luci

ogni giorno accendere una candela,
ogni giorno ricordarci di brillare
ogni giorno lasciare che la luce arrivi e sapere che
così si trasforma il buio,
il giallo arriva da dentro

come il periodo più buio dell’anno, dicembre
quando ogni popolo del mondo accende di luce il mondo
e invoca il nuovo,
ci tuffiamo nel Tempo e riemergiamo

Dicembre 1888

Chissà che tempo faceva quel giorno, io vedo una pipa su una sedia impagliata. L’aria è azzurra, fa pensare a quelle giornate di dicembre con il cielo blu così terso, trasparente. La pipa è di un ragazzo, ha la barba rossa viaggia con in tasca pochi soldi e molti sogni. Anzi, forse uno solo. Esprimere il cuore, lanciarlo via, libero. E l’amore, incontrare l’amore. Ecco, vedi: sono già due. O forse sì, solo uno Amore, passione, espressione colore sogno. La capacità di tenere in mano e inseguire i propri sogni, quello che ci fa battere il cuore Quel ragazzo si chiama Vincent, è arrivato da lontano, dal nord in una piccola città del sud affacciata sull’acqua, sarà per questo che l’aria sembra sempre azzurra qui, anche quando inverno e pizzica un po’ il naso a Arles, nel sud della Francia c’è una casa dentro questa casa c’è una stanza è qui che ha vissuto quel ragazzo di nome Vincent con tutti i sogni, che portava fuori ogni giorno per liberarli fra il vento e l’acqua del canale, dove le lavandaie sciacquavano i panni per ore con le dita arrossate e d’estate il giallo negli occhi campi di grano e girasoli corvi neri come presagi di brutti pensieri nel blu del cielo della mente. Fra le dita teneva tutti i colori, li cullava nella testa e poi dentro al cuore, di notte,quando nessuno sentiva. Credeva si essere solo quel ragazzo arrivato da lontano un signor nessuno, invece i suoi sogni sono arrivati fino a qui

Piano piano… Osservare la natura per vivere senza fretta

Tu immagina una giornata di nuvole e la pioggia forte in giardino, il lento viaggiare delle chiocciole e il volo della libellula che nasce e vive sull’acqua. Senti sulla pelle il sole che ti asciuga le ali, la terra che ti avvolge quando strisci nel buio. Allenati alla metamorfosi del tarassaco e della farfalla, che vibrano nel cambiamento ascoltando le stagioni.

Ogni stagione della nostra esistenza ce l’abbiamo scritta dentro

C’è un cielo immenso là sopra e noi crediamo di essere grandi invece siamo piccolissimi, minuscole creature di terra, acqua e aria che a volte con la terra, l’acqua e l’aria si mescolano e allora diventano immense. Diventiamo senza confini quando ci arrendiamo al piccolissimo, disintegriamo le mappe e i Paesi, ne facciamo brandelli.

Diventare esploratori del momento è l’avventura senza fine

Ecco, non si è esploratori: esploratori si diventa. Non si è coraggiosi, coraggiosi si diventa. Noi non ci arrendiamo al già fatto bensì al non detto strappiamo una promessa: la parola, il seme, il sogno. Il futuro di questo attimo da afferrare adesso è il presente che si fa nelle nostre mani. Lo impastiamo. Lo guardiamo. A piedi nudi lo dipingiamo, questo adesso di cui vogliamo trovare scoperta e meraviglia.

Qui stiamo sfogliando questo libro: “Piano piano… Osservare la natura per vivere senza fretta. 50 storie” di Rachel Williams con illustrazioni di Freya Hartas (Giunti editore) cinquanta storie, una per ogni pagina, una per ogni frammento raccolto nel mondo là fuori: una fotografia da dipingere e impressionare, disegnare e raccontare, rimodellare per inventare la vita ascoltando il cuore.

365 giorni in giro per il mondo

365 giorni in giro per il mondo: piccole storie dalla storia dei giorni per crescere umani e scoprirsi sognatori

365 giorni in giro per il mondo

Se c’è una cosa di cui sappiamo proprio poco, siamo d’accordo tutti, è dell’amore. E di come accade la magia che ci porta a esplorare mondi, varcare soglie, esplorare orizzonti, trovare nuovi mondi, scongiurare universi, mescolare forme, non arrenderci all’evidenza, raccontarci ancora. Dietro c’è la passione. La passione dell’amore, l’entusiasmo: lo chiamano ikigai in Giappone, quello che ci mantiene ancora in vita, anche per oggi. Possiamo chiamarlo in mille modi diversi: non cambierebbe la sua essenza; è il sangue nelle arterie, ossigeno vitale, linfa sacra.

Attraverso le storie gettiamo semi e cresciamo umani, un po’ più umani, e attenzione, non in quanto bipedi, c’è un grosso malinteso sull’umanità. L’umano a volte si nasconde bene sotto peli e mantelli e ruvide zampe, ma in fondo ha a che fare con lo stare, il ritmo nel nostro mondo fra le onde della vita, il modo in cui ci guardiamo e guardiamo gli altri.

C’è sempre qualcuno convinto che il periodo più felice dell’ esistenza sia stato quelo in cui eravamo piccoli, molto piccoli. Ma non lo ricordiamo. Ci mettiamo tutta la vita a ritornare lì e ripartire col senno di poi. Non ci siamo mai più mossi da lì, in fondo. Ci mettiamo una vita intera a tornare a essere ciò che siamo sempre stati. È che non lo ricordiamo.

Siamo tutti viaggiatori intergalattici, arrivati qui da chissà dove, su questo pianeta, una biglia azzurra che viaggia nel vuoto e non sta mai ferma, come il nostro cuore, appeso al miracolo di un segreto elettrico che lancia impulsi e si rigenera, a ogni sospiro. E noi con lui.

Ce ne andremo, non sappiamo quando ma sappiamo già che il viaggio qui ha una fine. Non ricordiamo come e quando siamo arrivati, ce lo hanno raccontato altri. Di questo viaggiare, invece, e del suo destino finale ci ricordiamo ogni giorno, se non vogliamo fingere di dimenticare.

Viaggiamo attraverso lo spazio, eppure non siamo altro che viaggiatori del tempo. Andiamo alla scoperta della geografia di ciò che siamo stati e cercando, scavando fra le strade perdute, gli errori e la bellezza, con lo sguardo verso l’orizzonte di domani, è così che ci scopriamo sognatori.

sognatori, una parola bellissima. Abbiamo bisogno di scoprirci sognatori perché il mondo ha bisogno di poesia, bellezza, giustizia, misericordia. La vita ne ha bisogno. Per crescere abbiamo bisogno di immaginazione. E di immaginarci.

Il viaggio del colombaccio

Fra le montagne dell’Appennino intorno a Frassinoro, provincia di Modena, un tempo i cacciatori aspettavano un certo giorno di ottobre, per la precisione il giorno otto, per restare con il naso all’insù e attendere il passaggio del colombaccio. Proprio in questa data, una moltitudine di stormi fendeva l’aria fredda di montagna prima di continuare il suo viaggio. Oggi le date diventano più sfalsate e sfocate, complice anche il clima. Ma ottobre continua a segnare il momento in cui appaiono i colombacci, pronti a inseguire l’orizzonte.

Secondo l’European Journal of Wildlife Research i colombacci che abitano il Nord Europa volano lungo la rotta dell’Atlantico, mentre dalla Russia sud-orientale e Ucraina solcherebbero il Mar Nero. I cieli italiani vedono il passaggio di colombacci che dall’Ungheria e zone dell’Est Europa si dirigono verso l’Africa. Alcuni non partono affatto e sono ormai diventati residenti ufficiali di metropoli come Parigi, Londra o Brussels, dove vivono nei grandi parchi cittadini.

Tu immagina di respirare forte e poi prepararti al grande volo. L’aria si fa sempre più fredda lassù, in cima. Bisogna stare compatti, spendere meno energie possibili e come se non bastassero le correnti d’aria, i rovesci improvvisi o la stanchezza, è necessario fare attenzione ai cacciatori. Batticuore. Batti, cuore.

Stare all’erta, sempre. Il viaggio è lungo e pericoloso

Il colombaccio appartiene alla famiglia dei Columbidi, come la colomba e il piccione, simile ma più piccolo: è grigio, con un collare bianco e il petto cangiante dai riflessi viola e verdi. Sembra che gli uccelli sappiano portare felicemente a termine, ogni anno, la migrazione grazie a un orientamento micidiale, capace di combinare mappa del territorio, correnti e sensi. Uno fra tutti l’olfatto.

Ha una vista acuta – è in grado di avere una visuale a 270° – e un udito particolarmente sensibile ai suoni acuti. La stagione degli amori è in primavera: il colombaccio è monogamo; le uova le covano mamma e papà, alternandosi. Mangia soprattutto semi ed è ghiotto di mais, bacche e qualche volta piccoli vermi. Ama la vita in gruppo e nello stormo ci sono ruoli ben precisi. Viaggia in piccoli gruppi, che a volte si mescolano fra loro.

Dai cieli dell’Europa il colombaccio sorvola le città dall’alto. Attraversa boschi, laghi e case sul Mar Nero e si lascia alle spalle l’Est volando fino in Medio Oriente, in Tunisia, Algeria e Marocco

Nell’antico poema del Gilgamesh, così come nella Bibbia, è la colomba a cercare la fine del diluvio e trovare il segno della speranza per un nuovo futuro. Dopo la battaglia di Verdun, nel 1917, la femmina di piccione Cher Ami divenne un’eroina della Grande Guerra, insignita della Croix de guerre per aver salvato la vita di moltissimi uomini. Si calcola che nei suoi dodici viaggi compiuti da Verdun a Rampont volasse per 30 km in 24 minuti.

I piccioni nell’antica Roma erano il simbolo di Venere, dea dell’amore. Sembra che il piccione abbia un istinto finissimo a ritrovare la sua dimora anche quando molto lontano: oggi sappiamo che possiede un olfatto estremamente percettivo.

Sarà nell’olfatto il segreto della migrazione? Anna Gagliardo, presso l’Università di Pisa, nelle sue ricerche studia questa ipotesi. Un’altra, formulata da Mark Wild, dell’Università di Auckland, riguarda la relazione fra colombi e magnetismo. Durante un esperimento con colombi non ammaestrati gli animali sono stati privati dell’olfatto: solo un sesto di loro è riuscito a tornare e solo dopo ventiquattro ore.

Se il “naso” è così importante, puoi solo immaginare quale incredibile shock debba essere stato ritrovarsi così, catapultati in cielo, con la sensazione di “un pezzo in meno”. Sentirsi persi. Il senso di panico di quando la tua mappa improvvisamente si rompe, spezzata come un foglio di carta strappato e ormai inservibile. Non tutti i dolori sono acuti, alcuni si muovono in silenzio.

Da uno studio condotto nell’Università di Keio, in Giappone, sarebbe emerso che i piccioni, in grado di riconoscere e mantenere in memoria per anni un numero spropositato di immagini (circa 1200), saprebbero distinguere un dipinto di Chagall o Van Gogh per poi individuarne l’appartenenza di altri dello stesso autore guardando lavori mai visti prima.

Tu immagina di volare. Dall’Europa del nord, dai boschi di acero e faggio, alla terra rossa e infinita dell’Africa. C’è il mare in mezzo, oscuro e blu. Le navi. Colline, porti, città, montagne. Tu immagina cosa deve essere la vita, e il mondo, visti da lassù. Quante cose da ricordare, quanti dettagli a cui prestare attenzione, quanti dati da cui lasciarsi sorprendere. Quante immagini che rimarranno nel cuore, sempre. E magari, mentre ti addormenti la sera, chiudi gli occhi e di colpo ritornano tutte queste fotografie stampate nella mente. Viaggiare anche mentre dormi, rivivere. Immaginare.

I piccioni volano sui tetti de Il Cairo, nello Yemen e persino sui campi profughi siriani: vengono allevati e curati per le corse. Nel mondo arabo le gare dei piccioni hanno una tradizione antichissima. Questi uccelli compaiono dipinti sulla roccia delle antiche piramidi: la civiltà egizia li conosceva e li allevava già allora, millenni fa.

Il latte dei sogni: Biennale d’Arte, Venezia 2022

Torna la Biennale d’Arte a Venezia con l’edizione 2022 e il tema “Il latte dei sogni”, dall’opera di Leonora Carrington. La precedente era stata l’edizione della Biennale d’Arte 2019, curata da Ralph Rugoff e intitolata “May you live in interesting time”. In mezzo la pandemia: in precedenza solo le due guerre mondiali avevano spostato l’appuntamento con la biennale.

La Biennale d’Arte di Venezia 2022 è curata da Cecilia Alemani che, dopo la laurea in Lettere e Filosofia all’Università degli Studi di Milano, si trasferisce a New York City, dove si specializza nel master in Studi curatoriali presso il Bard College di Annandale-on-Hudson. A New York, città in cui vive insieme al marito, si occupa della High Line Art in qualità di Jr. Director e Chief Curator. La High Line Art è un progetto di arte pubblica nel parco sulla sezione in disuso della ferrovia sopraelevata West Side Line, parte della New York Central Railroad.

A causa della pandemia l’incontro con gli artisti e le opere d’arte è avvenuto a distanza. Questa è stata una delle difficoltà e delle sfide che abbiamo imparato con il Covid: utilizzare la tecnologia per connetterci e trovare una connessione con gli altri, con ciò che ci interessa, con la scuola e con il lavoro, con le persone e le situazioni. Se usata bene questa trasformazione anche per il futuro sarà l’occasione per sperimentare nuove modalità di incontro, ma anche un’opportunità a livello ambientale perché trovandoci online in alcuni contesti può essere un modo per risparmiare tempo, carburante e al tempo stesso raggiungere luoghi lontanissimi nel mondo.

Il tema “Il latte dei sogni” della Biennale d’Arte di Venezia edizione 2022 è tratto dal libro di Leonora Carrington, una favola grottesca scritta negli anni Cinquanta e pubblicata postuma nel 2013

Il Padiglione della Russia è chiuso. Il curatore Raimundas Malasauskas ha dato le dimissioni il 27 febbraio 2022. L’Ucraina è presente con l’opera The Fountain of Exhaustion, settantotto imbuti da cui gocciola un esile filo d’acqua, realizzata nel 1995 e trasportata da Kiev a Venezia il 24 febbraio, giorno dell’invasione in cui la Russia ha attaccato il Paese, alle cinque del mattino.

La Biennale resta il luogo di incontro fra i popoli attraverso le arti e la cultura e condanna chi impedisce con la violenza il dialogo nel segno della pace”

Raimundas Malasauskas

Il latte dei sogni è un taccuino illustrato da Leonora Carrington che in seguito verrà affidato all’amico Alejandro Jodorowsky: lei, inglese, nel 1942 si trasferisce con da New York a Città del Messico insieme al marito, il diplomatico Renato Leduc, da cui divorzia l’anno successivo. Si sposerà con il fotografo ungherese  Emerico Imri Weisz ed è per i loro due bambini, Gabriel e Pablo, inventerà queste favole grottesche scritte in lingua spagnola. C’è la morale? No, non c’è morale. Non c’è intento nel direzionare se non calamita per l’attenzione, parafulmine di immaginazione e paura: è l’elemento fantastico a essere protagonista, insieme al sogno, che corre su un labile confine tra realtà e al-di-là dell’apparenza.

C’è il mondo che appare e quello nascosto al-di-là. C’è la pazzia, su cui camminare in bilico come funamboli sul vuoto, passo dopo passo, fra il sogno che ci guida e l’incertezza di cadere, a ogni momento

Il primo manifesto surrealista è stato scritto nell’autunno 1924 da André Breton, che da ragazzo vive nel nord della Francia a Pantin, dove si era trasferito con i genitori, un comune nella regione della Francia settentrionale che è chiamata Île-de-France. Da ragazzo ama scrivere in versi. Il mondo dei poeti lo chiama: iscritto alla facoltà di medicina continuerà a farne parte. Insieme a altri due poeti, Aragon e Soupault, fonderà la rivista “Littérature”. Intanto continua a studiare e diventa medico. Negli anni Venti si trova a Parigi: è il momento del sogno Dada, del teatro e dei sgnatori, dei poeti. Il Dadaismo era nato in Svizzera, a Zurigo, tra la fine della prima guerra mondiale e il 1920: è il rifiuto della metrica e degli standard, è il no alla logica e alle convenzioni. Dopo la guerra soffoca tutto ciò che stringe e dà un limite: abbiamo visto il peggio, o almeno quello che credevamo fosse il peggio, e ora c’è voglia di allargare le braccia e danzare, ritrovare il ritmo nel pulsare del sangue, respirare e correre. Trovare nuove forme.

Nel 1924 André Breton scrive il Manifeste du surréalisme, che segna la nascita del surrealismo.

Cara immaginazione, quello che più amo in te è che non perdoni. La sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. La credo atta ad alimentare, indefinitamente, l’antico fanatismo umano. Risponde senza dubbio alla mia sola aspirazione legittima. Tra le tante disgrazie di cui siamo eredi, bisogna riconoscere che ci è lasciata la MASSIMA LIBERTÀ dello spirito. Sta a noi non farne cattivo uso. Ridurre l’immaginazione in schiavitù, fosse anche a costo di ciò che viene chiamato sommariamente felicità, è sottrarsi a quel tanto di giustzia suprema che possiamo trovare in fondo a noi stessi. La sola immaginazione mi rende conto di ciò che PUÒ ESSERE, e questo basta a togliere un poco il terribile interdetto; basta, anche, perchè io mi abbandoni ad essa senza paura di essere tratto in inganno (come se fosse possibile un inganno maggiore). Dove comincia a diventare nociva e dove si ferma la sicurezza dello spirito? Per lo spirito, la possibiltà di errare non è piuttosto la contingenza del bene?

Viviamo ancora sotto il regno della logica: questo, naturalmente, è il punto cui volevo arrivare. ma ai giorni nostri, i procedimenti logici non si applicano più se non alla soluzione di problemi di interesse secondario. Il razionalismo assoluto che rimane di moda ci permette di considerare soltanto fatti strettamente connessi alla nostra esperienza. I fini logici, invece, ci sfuggono. Inutile aggiungere che l’esperienza stessa si è vista assegnare dei limiti. Gira dentro una gabbia dalla quale è sempre più difficile farla uscire. Anch’essa poggia sull’utile immediato, ed è sorvegliata dal buon senso. In nome della civiltà, sotto pretesto di progresso, si è arrivati a bandire dallo spirito tutto ciò che, a torto o a ragione, può essere tacciato di superstizione, di chimera; a proscrivere qualsiasi modo di ricerca della verità che non sia conforme all’uso. Si direbbe che si debba a un caso fortuito se di recente è stata riportata alla luce una parte del mondo intellettuale, a mio parere di gran lunga la più importante, di cui si ostentava di non tenere più conto. Bisogna rendere grazie alle scoperte di Freud. In forza di queste scoperte, si delinea finalmente una corrente d’opinione grazie alla quale l’esploratore umano potrà spingere più avanti le proprie investigazioni, sentendosi ormai autorizzato a non considerare soltanto le realtà sommarie. L’immaginazione è forse sul punto di riconquistare i propri diritti……….

L’uomo propone e dispone. Sta soltanto in lui appartenersi interamente, cioè mantenere allo stato anarchico la banda di giorno in giorno più temibile dei suoi desideri. La poesia glielo insegna. Essa porta in se il compenso perfetto delle miserie che sopportiamo. Può essere anche un’ordinatrice se soltanto, sotto il colpo di una delusione meno intima, ci lasciamo andare a prenderla sul tragico. Venga un tempo in cui essa decreti la fine del denaro e spezzi da sola il pane del cielo per la terra! Ci saranno ancora delle assemblee sulle pubbliche piazze, e dei MOVIMENTI cui non avete sperato di prendere parte. Addio selezioni assurde, sogni d’abisso, rivalità, lunghe pazienze, fuga delle stagioni, ordine artificiale delle idee, rampa del pericolo, tempo per tutto! Che ci si dia soltanto la pena di PRATICARE la poesia. Non sta a noi, che già ne viviamo, cercare di far prevalere quel che ci sembra di essere riusciti a scoprire fin qui!……….. Soupault ed io designammo col nome di SURREALISMO il nuovo modo di espressione pura che avevamo a nostra disposizione, e che eravamo impazienti di trasmettere ai nostri amici. Credo che oggi non sia più necessario tornare su questa parola……….. Bisognerebbe essere in mala fede per contestare il diritto che abbiamo di usare la parola SURREALISMO nel senso particolararissimo in cui l’intendiamo perchè è chiaro che prima di noi questa parola non aveva avuto fortuna. La definisco dunque una volta per tutte. SURREALISMO, n. m. Automatismo tipico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmete, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale. ENCICL. Filos. Il surrealismo si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme d’associazione finora trascurate, sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero. Tende a liquidare definitivamente tutti gli altri meccanismi psichici e a sostituirsi ad essi nella risoluzione dei principali problemi della vita. Hanno fatto atto di SURREALISMO ASSOLUTO Aragon, Baron, Boiffard, Breton, Carrive, Crevel, Delteil, Desnos, Eluard, Gérard, Limbour, Malkine, Morise, Naville, Noll, Péret, Picon, Soupault e Vicrat.

Il sogno, l’inconscio, il fantastico: l’immaginazione.

Quello che ci mantiene ancora vivi

Non c’è niente altro di così importante se non quello che ci mantiene ancora vivi. Non lo dimenticare cos’è che per te vale la pena

Caro viaggiatore intergalattico

Anche tu sei stato un viaggiatore intergalattico, ma non te lo ricordi. Arrivati senza sapere perché, scaraventati qui un giorno come tanti altri che però diventerà speciale per sempre, solo per te. Siamo su una palla azzurra che gira su se stessa e danzando nello spazio, si muove. Si sposta verso l’infinito e chissà, ancora oltre, che cosa troveremo, là fuori e dentro di noi.

Ti ci è voluto tempo per imparare. Imparare tutto quello che serve per cavarsela su questa terra dove la gravità la fa da padrone. C’è il respirare, prima di tutto, che pare cosa ovvia ma come tutto ciò che ovvio scopri che se manca, o fatica, tutto si incrina perché spesso anche le costruzioni più complesse sono tenute insieme da un dettaglio, una tessera infinitamente piccola e leggera capace, tuttavia, di fare la differenza, come capita a fatti e persone – li riconoscerai perché sono quelli di cui si nota subito la sagoma, il contorno netto e deciso, sullo sfondo indefinibile di tutto il resto – e a proposito, qualcuno ti dirà che sono una rarità, invece accade continuamente. Perché ovunque ci sono piccole spalle abituate a portare il peso di giganti più grandi di loro.

Sappi che ti diranno che ci sono delle regole, in questo mondo. Ti chiameranno per il pranzo e per la cena, dovrai sederti e farlo per bene, scegliere cosa mangiare anche se non avrai fame e tante volte farlo e basta, anche senza scegliere. Dovrai ricordarti quando è ora di dormire e quando fare qualcosa, o almeno fingere di farlo – che pure questo è già qualcosa.

Ecco, amore, tu ricordati che per un certo momento in questo viaggio chiamato vita tu non sei stato altro che istinto. Istinto, nervi e fantasia. Hai dimenticato la fame e sorriso alla tempesta, hai fatto spallucce e saltato cene, appuntamenti, incroci. Hai saltato le regole e distrutto le convinzioni ma non le tue, perché tu non sapevi di averle e questo è uno dei motivi per cui certe volte non dovremmo fare altro che darci tempo per ridere, sbriciolarci addosso e sui divani, restare abbracciati tutti insieme la sera sotto a un’unica coperta, guardarci negli occhi e non fare fare che questo: ricordarci del Tempo e chiamarci “amore”. Siamo stati tutti amore, eppure ce lo siamo dimenticati.

Ritrova quel tempo, il tempo sacro e magico del tuo amore, di quando provi quello che ti fa volare il cuore. Poi ovunque tu sia metti a sedere di fianco a te tutti quelli che ami e se sei in compagnia di te stesso allora accomodati con te, in te stesso. Prima di addormentarti senti quanto potere può esistere in una carezza e poi lasciati andare, non c’è niente che possa essere trattenuto. Non c’è niente che possiamo fare. La vita è più forte di noi, la vita vince. Sempre.

C’è un tempo. Prima di addormentarti guardalo questo tuo tempo, trasformalo in amore. Sappi che avevi ragione, oggi, ieri, domani, quando volevi seguire il cuore e dimenticare tutto tranne il semplice e ovvio fatto di essere lì, insieme, e condividere l’attimo. Non c’è niente altro di così importante se non quello che ci mantiene ancora vivi. Afferralo e non lo dimenticare, cos’è che per te vale la pena

adesso.

La vita è piena di tante cazzate, ti diranno che sono tutte importanti. Ma non è vero affatto. Ci metterai una vita intera a capire quali lo sono per te, eppure proprio questo è il viaggio. Ritornare a tutto ciò che sei già

con amore

Ogni viaggio inizia con un atto di immaginazione

Con il potere dell’immaginazione andiamo per il mondo, in cerca di nuovi cieli, alla scoperta dell’orizzonte e viviamo il viaggio della nostra vita. Accade dall’inizio della storia, accade ogni istante

Maddalena De Bernardi

Ogni viaggio inizia con un atto di immaginazione

Ragazze di un altro secolo

se n’è andata l’otto settembre 1969, a 101 anni.
Alexandra David-Néel, l’occidentale che per prima entro nel mistero assoluto di Lhasa
era nata a Brussels nel 1868
adolescente, viaggiava in bicicletta
Francia, Spagna, Inghilterra.
Dirigerà il teatro di Tunisi, è l’inizio del Novecento.
Mentre in Europa si impazzisce per la prima guerra mondiale, lei attraversa India, Giappone e Cina.
Nel 1924 arriva a Lhasa, città sacra chiusa agli stranieri: ci arriva a piedi, in pellegrinaggio come fanno i Tibetani, dopo otto mesi di cammino.

Due anni dopo, nel 1926 nasceva la regina Elisabetta, e per inciso anche mia nonna, una donna del popolo che di umile aveva poco perché come mi raccontava sempre chi l’amava, era piuttosto matta, orgogliosa e persino arrogante. Tre donne cone milioni ce ne sono state: di polso, con dei sogni, troppo sprezzanti del pericolo e amanti dei sogni per piegare la testa e arrendersi alla realtà.

A scuola la regina Elisabetta non c’è nemmeno mai andata, homeschooler quando nemmeno esisteva il termine, peraltro inglese. La futura regina studia a casa, al 145 di Piccadilly a Londra e nella White Lodge di Richmond Park, infine a Buckingham Palace: la sua giornata di studio andava dalle 9 alle 13. Studia scrittura, lettura, pianoforte, danza, francese, tedesco, una parte fondamentale delle sue lezioni viene insegnata da una governante scozzese, Marion Crawford. Non lo sa quella bambina destinata a uno dei regni più lunghi della storia, ma se ne andrà anche lei in un giorno otto, 8 settembre 2022, otto simbolo di infinito

Ecco,
la tenacia di chi cammina

la forza di chi sa prendere decisioni che vanno al di là dell’interesse per sé

l’orgoglio che
chi ce l’ha
glielo leggi negli occhi

queste ragazze di un altro secolo
ci sono accanto

e vorrei poter dire che non importa se sono femmine o maschi,
perché nel mondo di domani non importerà
ma in questo di oggi ancora ne abbiamo bisogno
di sapere che sì,

il coraggio delle donne

l’orgoglio e la pazzia, la sfrontatezza,

l’acciaio che si mescola al sangue,

l’amore

chi osa
lo
fa
con Amore
al fianco

Falena

Appartiene all’ordine dei Lepidotteri, come le sorelle farfalle, ma la falena vive di notte e nel buio è irrefrenabile la sua ricerca di luce. Si vede volare nelle lunghe sere d’estate quando la luna e le mille lampade accese fra le finestre aperte la confondono e irrimediabilmente attirano in una magica trama.

A essere precisi si chiama “fototassi”: è il fenomeno per cui alcuni animali sono attratti dalla luce. Si nutre di corteccia la falena, ma anche di polline e persino del materiale organico che resta fra i tessuti dell’auto o sulla moquette. Come i gufi è un animale notturno e popola le ore di buio dopo il tramonto. Gli indiani d’America osservavano con rispetto la falena e le sue trasformazioni, in Europa si diceva che le fate e le streghe diventassero falene durante la notte, per viaggiare indisturbate e volare senza che nessuno le potesse riconoscere. Un piccolo animale magico con ali… che rivelano la faccia di un gufo! Un modo per far scappare i possibili predatori fingendo di essere essa stessa un temibile predatore.

Animale notturno, la falena è una specie in via di estinzione. Dal 23 al 31 luglio sarà la settimana dedicata alla falena, National Moth Week

Nota come Attacus Atlas, la falena cobra nasce fra le vette dell’Himalaya ed è una fra le più grandi al mondo, insieme alla Saturnia maggiore, che vive in Europa, e all’Antheraea mylitta, le falene giganti del genere Antheraea. La falena Acherontia atropos, nota come “Sfinge testa di Morto”, emette un verso stridulo e per questo in passato venne associata alle streghe e alle sciagure: fa paura, invece è totalmente innocua come tante delle cose che ci fanno paura.

Quando incontri una falena guardala da lontano, ammira la sua leggerezza aerea, imprimi nella mente i suoi colori autunnali, che assomigliano a fragili foglie secche. Da tempo immemorabile il simbolo della falena la lega al POTERE DELLA TRASFORMAZIONE: da bruco si trasforma in una farfalla, la metamorfosi della natura ci ricorda che la trasformazione avviene dentro ognuno di noi, senza sforzo. Dal latino, trans/forma, attraverso la forma: non bisogna avere fretta, tutto accadrà al momento giusto. Bisogna lasciare fare al tempo e affidarsi, noi che invece abbiamo fretta di fare tutto e subito.

Volando nella notte, le falene sono state associate al mondo dell’aldilà e alla capacità di vedere oltre. In alcune culture una falena che ci gira intorno è un nostro caro, scomparso, che ci viene a fare visita e chissà, non sappiamo se sia effettivamente così ma è così bello pensare, in queste lunghe sere d’estate che le persone a cui abbiamo voluto bene facciamo ritorno, solo per un attimo, per sfiorarci con una carezza. La prossima volta che vedrò una falena penserò a questo e chiudendo gli occhi manderò un pensiero a qualcuno che ora è lontano, per sentirlo più vicino.

Il 23 luglio inizia la settimana dedicata alla falena, National Moth Week (23-31 luglio), creata nel 2014 da un team internazione di ricercatore per condividere le ricerche e destare l’attenzione sulle falene, che spesso vengono uccise e invece sono una specie in via di estinzione. Per collaborare è possibile visitare il sito dedicato National Moth Week. Nella sezione Kids del sito puoi scaricare un album da colorare ideato sulla figura della misteriosa falena e giocare al memory game.

Meriggiare pallido e assorto

Scritta nel 1916 e pubblicata nel 1925 nella raccolta “Ossi di seppia”. Mezzogiorno d’estate, l’ora in cui tutto tace e nel silenzio immobile solo i suoni impercettibili della natura: il fruscio di un merlo in una siepe, le bisce che scivolano nella polvere della terra secca e sotto il sole interminabile la fila di minuscole formiche rosse, imperterrite nel caldo. I concerti delle cicale e lontano, il blu intenso del mare: che meraviglia quella parola, “scaglie” di mare, che è vero, guardandolo a distanza quell’immensa distesa azzurra, sembra un po’ di ricevere negli occhi schegge di  luce che brilla sull’acqua. E poi il sole che abbaglia e sedersi, come fa il poeta, all’ombra di un muro, uno di quei vecchi muri di mattoni dove una volta si usava mettere sopra cocci di bottiglia, chissà, un po’ per scoraggiare i ladri un po’ per tradizione e nell’ora della siesta, dove l’aria è così ferma e tutti dormono o sono nelle case, riflettere sull’esistenza e pensare con meraviglia a questa vita, così piena di travaglio, che è una parola antica per dire preoccupazione ma anche lavoro. Questa vita faticosa e anche bella, così complessa e complicata da spiegare, questa vita che in questa bellezza crudele e grande della natura, ci fa sentire anche disperati e stanchi, pieni insieme di stupore e malinconia. E di fronte a questi muri invalicalibili sentiamo un po’ anche i nostri limiti, e questo tempo che ci scorre addosso. E proprio d’estate, nel sole di mezzogiorno che colpisce l’anima, c’è anche la solitudine di quando tutto si ferma e, per un attimo, sembra morire tutto il mondo, in silenzio.

Meriggiare pallido e assorto: poesia di Eugenio Montale

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

La scuola di Tito

io non me lo ricordavo, ma dentro al mondo della Pimpa – che io credevo scomparso invece esiste ancora – c’è un personaggio che si chiama Tito
è un piccolo cane blu
vorrebbe andare a scuola lui, ma è troppo piccolo
e allora, la scuola se la crea a casa
è una scuola inventata la sua,
sono i libri a raccontarsi
a prendere parola
le cose
tutto il mondo intorno
ed è vero, è così
all’inizio della nostra vita volevamo imparare tutto
eravamo esploratori instancabili
viaggiatori intergalattici in arrivo da sconosciute galassie su questa Terra di cui non sappiamo niente
lo siamo ancora.
Noi diciamo che non abbiamo tempo, ma i bambini molto piccoli non si danno per vinti. Ce lo ricordano con infinita pazienza ogni attimo:
non c’è niente altro da fare
se non
sperimentare
e
continuare
a
chiederci
che cosa
vogliamo
imparare

 

Scuola è ogni volta che apro gli occhi

 

qui da quando l’inverno se n’è andato e siamo tornati c’è stata la settimana delle passeggiate di primavera, la settimana in cui si piantano semi e si fanno i riordini della bella stagione, la settimana a zonzo alla scoperta dei bombi e a mettere il naso nelle case amiche; la settimana del vento, a svegliarsi presto e leggere libri sul tappeto com il caffellatte e quella in cui i libri si son letti di notte al chiaro di luna. La settimana del mare, a guardare le barche e costruire piste immense per le biglie, la settimana nudista in giardino fra sabbia, terra e acqua, la settimana dei bimbi, a fare amicizia e passare tutto il tempo in giro. Settimana scorsa è stata la settimana del ping pong e del calciobalilla, era da una vita che non ci giocavo, settimana di afa, giochi, sabbia e del fare gruppo.
Questa settimana a cosa sarà votata? ~ non lo so
ma,
dovremmo chiedercelo
che si sa, il tempo si misura in settimane
il weekend si ferma
il tempo
poi, ricomincia. E
via così, settimana dopo settimana
sia che tu faccia la casalinga o sia in fabbrica o in ufficio
il venerdì, il sabato, il fine settimana
è sempre un tempo diverso, speciale
un tempo del rallentare
non è una questione nostra,
te ne accorgi anche se sei in pensione
è il mondo intorno a dirtelo
il mondo per un attimo prende fiato,
respira
e poi si riparte
e intanto chiediamocelo
allora
qual
è
l’ispirazione
per
questa
nuova
settimana
?
Chiediamocelo a venti, quaranta, sessant’anni o novanta, che forse solo questo ci salverà
fino a cento e per sempre
l’entusiasmo
ogni giorno imparo
ogni giorno POSSO imparare
ogni giorno la scuola inizia quando apro gli occhi
ogni giorno è un nuovo viaggio

La filosofia della gentilezza

 

La filosofia della gentilezza è un modo di stare al mondo: essere gentili, una sfida. Ecco la rivoluzione: a bassa voce, con un sorriso

Ci sono delle cose che dovremmo tenere a mente e una di queste, insieme alla gratitudine, è la gentilezza. Sulla gratitudine ci hanno scritto dei libri, compresa Oprah (Winfrey), che a dire il vero ha avuto una vita per niente facile e se non fosse per qualcosa di più che una sterile analisi dei fatti probabilmente sarebbe ancora immersa nelle sabbie mobili del rancore. Sì, la rabbia ci divora da dentro: ci smangia e consuma l’impossibilità, o almeno il crederlo tale; ci logora l’eterna attesa, la tristezza che deprime, la pioggia che intride, il rimorso, il rimpianto, la nausea di tutto. La sensazione che avrebbe potuto essere meglio, sempre e comunque.

La meditazione ti fa fermare e vedere quello che vivi, qui e adesso, sof/fermarsi a respirarlo, soffiarlo via, incamerarlo
è esattamente quello che succede quando sono grata. Mi fermo e lo vedo, tutto ciò che ho vissuto: entra nel naso, in gola, riempie i polmoni.
A volte è forte, troppo forte; fa pizzicare il naso, gli occhi, la pelle. Fa scendere il naso e ridere, piangere, in una parola: emozionarsi.

Piange o ride, non si capisce quale delle due, ha detto oggi un bambino parlando di uno più piccolo che voleva aiutare.
Ecco, non diciamocelo. Importa davvero dare il nome a tutto? Malinconia, disperazione, attesa, felicità, trepidazione, quante sfumature infinite tutto quello che possiamo provare. Ci hanno detto che importante saper leggersi dentro, ma magari è tutto questo e ancora molto altro.

Questo è il punto. Non mi forzo. Non mi sforzo. Quando smettiamo di farlo allora iniziamo a essere gentili con l’ultimo degli ultimi: noi stessi. Noi, che siamo quelli che ci giudichiamo. E arranchiamo, corriamo, non ci bastiamo, ci allunghiamo, ci facciamo piccoli o grandi a seconda del caso.

Gentilezza, una parola bellissima.
Che cosa ci vuole nella vita? Più gentilezza.

Sembra che la parola “gentilezza” indichi l’appartenenza alla stessa gente, a un medesimo gruppo sociale. I bambini in questo a volte sono giudici terribili: devi entrare nel cerchio per poter essere trattato con gentilezza, devi osare e giocartela, devi volerlo e rischiare.

Abbiamo questa idea di dover tirare fuori il meglio da noi stessi e dal mondo. Invece basterebbe vedere quanto siamo già tutto questo e oltre, altro.
Eravamo bellissimi, quando abbiamo iniziato a percorrere questa strada, appena precipitati su questa sfera azzurra chiamata Terra.
Siamo bellissimi e nessuno ce l’ha mai detto.

 

Crescere bambini come alberi

Mi sono sempre chiesta che cosa accadrebbe se fin dalla nascita ci considerassimo esseri viventi, rappresentanti della stirpe umana, persone, con desideri e diritti, bisogni irrevocabili, modi di essere e non semplicemente qualcuno da educare. Come cambierebbe il mondo se si smettesse di dire “è solo un bambino” o frasi come “dobbiamo educarlo”? Davvero c’è un’impostazione da dare? Io piuttosto la vedo come gli alberi. Guardo quei tronchi, così tenaci e forti anche quando sono giovani, l’abbraccio grande e verde dei rami che vanno verso cielo: sembrano fermi, invece si muovono in modo molto lento, ecco perché al nostro occhio appaiono immobili. Vivono cent’anni e oltre gli alberi, attraversano il tempo in modo diverso da noi. Noi che del resto viaggiamo nel tempo in modo diverso anche da una libellula, o un elefante. Ognuno percorre il mondo e la vita alla sua velocità.

Eppure, noi così diversi siamo simili. In fondo, si nasce da soli e da soli si muore, è la legge più antica del mondo, forse dell’universo intero. Da soli si cresce. Può esserci la mano amica o spietata di un giardiniere sollecito o perfino zelante; di sicuro influiranno le forbici, la forma che vogliono darci, il metodo. Ma non del tutto. Ciò che siamo, molto in profondità, emerge sempre e prima o poi travolgerà tutta la nostra vita, o se non altro quella impostazione che teneva insieme le cose in maniera ordinata. Siamo più forti della tempesta, la grandine ci lascia i segni, il vento ci insegna a piegarci e andare verso l’orizzonte in altri modi, persino piegati se serve. Il cuore, che sta sparso in ogni cellula e fa pulsare ogni fibra del nostro essere, è linfa vitale che fa andare avanti la vita anche quando ci crediamo morti. L’inverno dell’anima ci spoglia di ogni foglia e speranza, la stagione dell’amore ci fa rifiorire. Stendiamo le braccia ogni giorno al sole e mettiamo su nuovi germogli, ci adorniamo di idee come gemme e lasciamo che la pioggia faccia il suo corso: nelle tempeste scopriamo di essere ancora vivi, un mattino ci svegliamo e abbiamo aggiunto un nuovo cerchio al giro degli anni.

Dentro ognuno di noi c’è un viaggiatore, e una viaggiatrice, intergalattici: immaginiamoci così. Ogni giorno andiamo a scuola, impariamo la vita attraverso il mondo. La scintilla della meraviglia è ciò che desta e muove: grazie alla curiosità andiamo verso ciò che ci è ignoto facendo dell’avventura un nuovo viaggio alla scoperta di ciò che conosciamo.

“Non vi è uniformità geometrica in nessuna parte dell’albero. E tuttavia sappiamo che il seme, i rami, le foglie sono un tutt’uno. Sappiamo anche che nessuna figura geometrica può gareggiare in bellezza e grandiosità come un albero in piena fioritura”
Gandhi

per crescere
ogni piccola pianta
ha bisogno di calore,
attenzione
amore
ogni piccola pianta
ha bisogni fondamentali.
Il nutrimento che viene dal soddisfare la sopravvivenza,
il nutrimento che viene dal calore,
il nutrimento che viene dal sapere, e sentire: sì, ti vedo sì, ti sto guardando sì sono qui
il bambino che siamo dentro per sbocciare ha bisogno del SÌ. E se non l’hanno fatto prima, possiamo sempre dircelo oggi. Ora. A bassa voce. Dentro noi se stessi.

Sì, ti vedo. Sì, sei una persona bellissima. Sì, hai un sorriso meraviglioso. Sì, quando piangi va in pezzi tutto il mondo. Sì, hai sogni incredibile. Sì, sei vulnerabile e sei forte. Sì, puoi iniziare. Sì, puoi osare. Sì, puoi immaginare. Sì, puoi sorridere. Sì, sei un essere unico. Sì, hai un cuore antico e semi che fanno di te la persona che sei: spargili, guarda i colori della tua anima, distendi i tuoi petali al sole, sii foglia e lasciati sommergere di luce, apri le braccia e diventa rami verso il cielo
inebriati di energia
perché puoi,
siamo vivi

L’EDUCAZIONE DEI BAMBINI COME ALBERI

Gli alberi sono indipendenti
possenti,
anno dopo anno
forti
selvaggi
orgogliosi
capaci di integrare
contemplare

in natura
non esiste errore.
La deviazione
diventa meraviglia,
l’ostacolo inglobato

Gli alberi non vengono coltivati, al massimo
custoditi
amati
aiutati.
Potati, a volte.

È sempre difficile tagliare un ramo, ancor che secco

Gli alberi crescono forti e liberi
bevono sole e tempesta,
respirano l’aria che tira.
Diventano alti e vanno a cercarsi l’ossigeno e la luce di cui hanno bisogno. Per crescere

dentro
scorre linfa vitale.
Baciati dalla luce

ognuno dentro ha un seme

mai ci sogneremmo di
trattare tutti gli alberi nello stesso modo.

Invece con i bambini lo facciamo: cerchiamo regole e leggi universali da applicare. Ma
c’è quello che si sveglia e quello che ha fame, chi ha bisogno di mamma e chi degli amici, chi ama le verdure e chi non ne vuole sapere. Ogni bambino è un mondo e un tempo diverso.

ogni bambino ha un seme e
cerca di sbocciare
a modo suo

Per la felicità ci vuole coraggio

Avevi un sogno. Poi ci si è messa in mezzo la pandemia. Avevi un sogno ed eri così giovane, poi ci si è messa in mezzo la vita, il marito sbagliato, il lavoro che non va. Sono passati gli anni, a volte ci pensi. A volte, invece, i sogni cadono in fondo a tasche così profonde che non li vedi più, o li ritrovi dopo anni, come la matita dentro le tasche del cappotto di uno morto cent’anni fa: serviva a ricordare qualcosa, ma nessuno sa più che cosa dovesse annotare.

Mangi un cioccolatino e allora puoi mangiarne un’intera scatola, visto che è lunedì oggi facciamo eccezione. Ma ormai la settimana è iniziata, è già andata in vacca e allora tanto vale, lasciamola andare come andrà. Cade tutto a pezzi: debiti, contratti, delusioni. Si accumulano sui mobili all’entrata e la mente sta sempre lì, all’ingresso senza mai fare un passo oltre, in attesa, aspettando il momento giusto che non arriva mai. Il momento in cui finalmente è tutto a posto. Eppure la vita continua ad accadere, ecco perché il sospirato tempo in cui niente accade è quello della morte ma noi non ce ne rendiamo conto.

Sogniamo la perfezione e ci schianta l’essere perennemente imperfetti. Allora, tanto vale. Mandare tutto in vacca è un retropensiero costante.

Viviamo così, lacerati fra la voglia, il bisogno di essere persone migliori e la realtà che ci schiaccia. Perché intanto c’è la vita quotidiana, i biglietti del bus dimenticati, la bolletta con la mora, i tradimenti e le tarme, le cose che vanno storte e a volte con un po’ di colla si riattaccano ma certi giorni non ce la fai proprio. Che rammendare non si rammenda più e un perché c’è: non abbiamo più tempo. La vita certe volte sembra un’eterna bolletta con la mora.

Siamo diventate brave e bravi, molto bravi. A osservare la situazione, capire che cosa vuole ognuno di quelli che ci circondano, alleggerire gli animi, parlare -anche troppo, a volte- per riempire i buchi, sfilacciare la tensione, cucire gli umori. Osservare per dare a ognuno ciò che serve per essere felici, o almeno un po’ meno infelici. E noi? Abbiamo imparare a riconoscere ciò che ci fa felici o ancora no?

E così si avanti. Da secoli.

Ci hanno fatto credere che con il potere della mente puoi fare qualsiasi cosa. Invece, ci sono anche io, urla il corpo. E te lo ricorda: con una malattia o una sofferenza o persino una felicità imprevista. Il corpo ci ricorda che non esistiamo a millemetri da terra: siamo qui, ora. Siamo il nostro corpo, siamo la nostra mente. Mente e corpo sono uno dentro l’altro, inestricabilmente. Il dolore sì, ha a che fare anche con la sua gestione ma ci vorrebbe un po’ di più. E non ce l’hanno insegnato. Ci vorrebbe un’educazione al dolore, alla morte, alla vita, all’essere qui su questa terra, alle potenzialità del corpo di bambina, bambino, donna e uomo, e non ce l’hanno insegnato.

A volte il corpo stupisce anche in senso contrario. Il corpo riesce a sostenerci in modi incredibili ed è già sopravvissuto mille volte. Tutti noi dovremmo ricordarcelo: possiamo morire, ogni attimo. Anzi, è già un miracolo essere qui. Potevamo essere già morte e morti mille volte. Ecco, la vita riequilibria le cose perché a volte le cose grandi, che sembrano inaffrontabili, ci danno la possibilità di scegliere: o annego o sopravvivo, o cado vittima e in ansia o da questa cosa io voglio imparare e diventare più forte.

Siamo figlie e figli, tutti. E quindi? Sì, ogni storia è diversa: c’è chi è solo, chi ha un gatto, chi ha figli, chi vive con bambini, chi sta scegliendo di vivere altrove. Io me la ricordo quella bambina. Anche tu te la ricordi. Stiamo facendo tutto questo per lei. Se siamo arrivate fino a qui è perché non l’abbiamo dimenticata. Conosciamo i suoi sogni, le sue delusioni, le speranze e i bisogni. Abbiamo cercato di proteggerla, cerchiamo di farlo ogni giorno, per quanto possibile.

Io voglio ridere. E voglio circondarmi di persone che ridono. Questo era quello che volevo, in fondo una promessa semplice ma che richiede impegno perché attorno sembra che tutti siano -oggi più che mai- tremendamente impegnati a litigare, lamentarsi, s/parlare. In questo i bambini, sono i nostri alleati. Perché loro sono bambini, proprio come lo eravamo noi e ancora lo siamo, dentro: loro ci tirano fuori quella parte bambina. Anche i vecchi possono essere nostri alleati. Perché entrambi vivono l’essere vulnerabili, essere in balia di, aver bisogno di aiuto. Che a dire il vero, aver bisogno di aiuto non è questione di età, ma di vicissitudini dell’esistenza.

E va bene, ognuno con la sua vita.
La prima rivoluzione è toglierci il peso del dover-essere. Chissenefrega. Fuggire da questa fissazione del dover essere…. Figlie, Madri, Partner, Ruoli, Lavori. Si potrebbe continuare all’infinito con tutte le definizioni che pensiamo di dover essere. Voglio cercare di conoscere l’altro per quello che è: una persona. Anche io lo sono, semplicemente una persona.

Ogni essere umano è unico. Siamo donne, uomini. Siamo bambini, dentro
E i bambini sono saggi, come alberi crescono alti e forti. Non c’è qualcuno che possa allungare i rami o le radici, è la pianta a seguire le sue evoluzioni e i suoi tempi. I bambini di oggi cresceranno, come siamo cresciuti noi. Forse quello che posso fare, nel mio piccolo, offrire acqua quando serve, un po’ di luce. Dare più ascolto, questo sì, risate, esplorazioni, piccole pazzie. E considerarli alleati perché questo sono. I bambini sono forse gli unici a non avere aspettative, ricordati come eri tu, come sei.

Va bene anche la pizza surgelata purché col sorriso, metterci a ridere anche se si rovescia l’acqua o si sbaglia strada. Sbriciolare sul divano, disegnare sullo specchio, vestirmi con roba stroppicciata ma avere tempo per guardarci negli occhi. Ballare in cucina. Quand’è che abbiamo smesso di fare le piccole pazzie che ci rendevano adolescenti matti con la voglia sfrenata di trovare la sacrosanta felicità?

Ogni figlio non vuole altro che un genitore sia felice. Ma per essere felici ci vuole coraggio e prendersi la responsabilità di dire “io”.

voglio cambiare il mondo. Non il mondo, quello grande. Il mio, il mio piccolo mondo che inizia e finisce con me. Il tempo in cui avere cura dei nostri sogni di felicità sarà il nostro passaporto per la libertà. Dalla vulnerabilità la forza, ci insegna la natura, da un ramo spezzato il coraggio di un nuovo germoglio.
Buona primavera…

Tutto per un tulipano: il primo crack finanziario della storia

C’è un nuovo fiore, laggiù in giardino. Spiccava troppo per passare inosservato e io l’ho visto, proprio stamattina. Rosso acceso: tre petali per tre sepali, che in botanica sono le piccole foglie che compangono il calice. Il tulipano è proprio così, un calice che può avere così tanti colori da far girare la testa: rosso, giallo, screziato, rosa e via così, persino nero.

Il tulipano nasconde un segreto. Dietro la sua apparente quiete di fiore si nasconde una vita per niente tranquilla e in parte a rivelarlo è un indizio che si trova nel nome. “Turbante”, la parola “tulipano” significa questo e lui un po’ ci somiglia al sontuoso copricapo, di origine antichissima, che da secoli in Oriente viene creato avvolgendo la testa con una lunga striscia di tessuto colorato. La parola “tulipano” viene dalla lingua turca: tülbent, turbante. In effetti, è dalla Turchia che per la prima volta sono stati esportati i tulipani.

Fu su una delle navi che regolarmente attraversavano i mari, da Oriente a Occidente, che un giorno intorno al 1560 sbarcò nelle terre d’Olanda il tulipano. Fu subito sorpresa. Stupore, meraviglia, per quel bulbo (perché il tulipano nasce da un bulbo, sai?) simile a una cipolla, capace di fare un fiore così bello, così colorato e resistente. Chissà perché se ne innamorarono tutti e fecero subito a gara per avere bulbi di tulipano.

Nel giro di qualche anno i giardini olandesi iniziarono a riempirsi di tulipani e la richiesta continuò a salire. Tulipani da modulare come uno spartito nelle aiuole coloratissime, tulipani da trasformare in bouquet, regalare alle signore e lasciare in tavola come decorazione: non c’era persona che non volesse un bel tulipano colorato. In breve, avere un tulipano divenne sinonimo di prestigio, rispettabilità, fortuna tanto che divenne persino moneta di scambio.

Con i bulbi di tulipano si potevano scambiare merci, animali o addirittura, nel momento di massima fortuna, case e terreni. Venne chiamata tulipomania, era il 1620 e i prezzi dei bulbi di tulipano continuavano a crescere fino a raggiungere cifre impossibili. Secondo i documenti dell’epoca un bulbo arrivò a valere oltre 200 fiorini (il reddito medio di un lavoratore ammontava a circa 150 fiorini all’anno). Proprio nel 1635 venne pagata la cifra più alta mai sborsata prima d’ora per un bulbo di tulipano: centomila fiorini per 40 bulbi, 2500 fiorini per un bulbo. Una cifra enorme se pensiamo che per cento fiorini si poteva comprare una tonnellata di burro.

Il “commercio del vento”, così si chiamava, regolava l’acquisto e la vendita di bulbi che si era appena piantato o, addirittura, che si aveva l’intenzione di piantare ma che ancora non erano sbocciati. Oggi in finanza si chiamerebbero “futures”, cioè contratti a termine che impegnano alla compravendita acquistando un certo prodotto alla scadenza e a un prezzo fissato in precedenza. Annullare l’impegno è impossibile.

Ma un bulbo non è un fiore. In mezzo c’è la distanza che separa un seme dalla pianta adulta: c’è il sole, la pioggia o la grandine, l’attesa. In mezzo c’è il potere del tempo, che in parte è quello atmosferico, ma è anche il grande Tempo che ci accompagna tutti e rende la vita piena di incognite, svolte e avventura, perché sovverte il prevedibile e trasforma ogni giorno in un viaggio nell’imprevedibile.

Dopo aver raggiunto il prezzo capogiro di cui dicevamo prima all’ asta di Harlem, cittadina poco distante da Amsterdam, i commercianti di tulipani iniziano a vendere e sono costretti a svendere. La cifra massima era stata raggiunta, il mercato crolla. All’improvviso nessuno sembra più volere tulipani. La follia lentamente inizia a regredire: ci si sveglia, come da un brutto sogno e la sensazione è quella di uscire dalla bolla di un incantesimo.

A distanza di secoli la crisi finanziaria del 2007-2008 farà ripensare alle modalità di questo primo incredibile crack finanziario della storia: la bolla dei tulipani. Ma questa è un’altra storia…