Armonica a bocca

“Poi accarezzava la sua armonica a bocca, lustrandola col fazzoletto. Era davvero strano vedere un uomo così grosso suonare uno strumento così piccolo. Ma appena si metteva a soffiare dentro quell’oggetto, era in grado di risvegliare motivi venuti da altre acque, da altri asfalti, da altre vite”

Davide Van De Sfroos

Quando è stata inventata l’armonica a bocca? Esistono l’armonica diatonica e l’armonica cromatica, con un tasto per il semitono. Sembra che l’armonica a bocca così come la conosciamo sia stata inventata nel 1821 dal tedesco Christian Friedrich Ludwig Buschmann, che registrò il brevetto di questa invenzione quando aveva sedici anni. Chiama la sua invenzione “aura” e la descrive così: “un nuovo strumento semplicemente straordinario. Nella sua interezza misura 4 inches di diametro… ma è possibile ottenere venti note e tutte dal ‘pianissimo’ al ‘crescendo’ senza avere bisogno della tastiera, armonia di sei toni, e abilità di poter tenere una nota tanto a lungo quanto lo si desidera“. Si trattava di un piccolo strumento in acciaio: qualche anno dopo, nel 1826 un liutaio di nome Joseph Richter introdurrà un importante cambiamento. Infatti, modifica la struttura dello strumento creando due porta ance separate, una per le note soffiate e una per le note aspirate. Nasce l’accordatura standard dell’armonica diatonica detta accordatura Richter.

“La cosa è un po’ vaga ma diciamo che a differenza di tutti io soffiavo più note di quante ne aspirassi. Ovviamente il modo corretto di suonare l’armonica blues era quello di Little Walter o Sonny Boy Williamson, i quali aspirano la maggior parte delle note; io invece di preferenza soffiavo, perché ero l’unico a fare una cosa del genere. Ecco come venne fuori il mio caratteristico sound di armonica e chitarra, che non avevo mai sentito fino ad allora: quasi per caso…”

Bob Dylan

La prima fabbrica di armoniche a bocca

Credits. Seydel

Nel 1857 nasce la prima fabbrica di armoniche a bocca grazie a Christian August Seydel a Klingenthal, in Germania. Ancora oggi questa antica fabbrica nella regione della Sassonia continua a realizzare armoniche a bocca che giungono in ogni parte del mondo. I figli di Seydel, Richard e Moritz viaggiano verso l’America e così l’armonica attraversa l’oceano.

Arriva la guerra, prima il conflitto mondiale del ’15-18 e poi la seconda guerra mondiale. Una piccola armonica a bocca, per cui basta una tasca, è l‘unico strumento che i soldati possono portare con sé. Immagina una lunga notte di colpi e le attese interminabili, i vuoti di tempo che ogni guerra porta con sé e la nostalgia di casa: la melodia di una voce che si infila fra i fori di acciaio e arriva come il filo sottile di un pensiero che vola.

Credts: Seydel

Durante la seconda guerra mondiale gli uomini sono chiamati al fronte e sono le donne a condurre l’azienda, Margarete Seydel insieme a Hedwig Bischoffberger. Cosa accade successivamente? Come tante aziende e famiglie la storia del singolo viene scossa dalle onde di una storia più grande. Nel 1949 vengono dichiarate indipendenti la Repubblica Federale Tedesca e la Repubblica Democratica Tedesca, controllata dall’URSS. Sotto l’occupazione sovietica l’amministrazione della fabbrica è governativa. Bisognerà attendere la riunificazione della Germania perché l’antica fabbrica torni nelle mani della famiglia, nel luglio 1991. Inizialmente i tempi non sono facili e la direzione viene dichiarata insolvente a causa dei debiti: nel novembre 2004 la situazione diventa di pubblico dominio. Ma accade un fatto straordinario. Quando nessuno se lo aspettava compare un investitore disposto a credere nella lunga tradizione di questa produzione, Niama Media. Così, la storia continua…

Perdersi a Klingenthal

A proposito, il posto dove ha sede la fabbrica di armoniche Seydel possiede una storia molto speciale. Sì, perché la città di Klingenthal, che è circondata dal parco naturale Erzgebirge, è a 150 km da Leipzig, Lipsia, e a 50 km dalla città termale ceca di Karlovy Vary, così vicina alla Repubblica Ceca che la linea di confine si confonde lungo la strada di un paesaggio, architettonico e umano, che prende suggestioni diverse e ritmi capaci di ballare insieme una danza attraverso il tempo.

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Equinozio

12 ore di luce, 12 ore di ombra: equinozio. I giorni di equinozio segnano il tempo di una stagione nuova e del cambiamento.

Le ombre, da qualche giorno le noti e me le indichi ovunque. Sarà che viviamo i giorni in cui le ombre iniziano ad allungarsi anche tu te ne accorgi: il buio entra dalla porta, come ho detto qualche giorno fa in un’espressione sbagliata ma bellissima.

A entrare dalle crepe dei muri e della vita non è solo la vita, ma anche l’ombra. Siamo fatti di due parti, destra e sinistra, luce e ombra, visibile e invisibile. Siamo fatti di parti emerse e parti sommerse; il buio è sempre dietro l’angolo, lo sanno bene i bambini: paura e fascinazione. Quando le cose vanno con calma, al timore segue la curiosità e allora impariamo, a piccoli passi, a camminare nel buio. A guardare il buio. Il ritrovare e ritrovarsi al buio diventa una ricerca con il respiro sospeso, con ogni senso all’erta.

E mentre l’equinozio porta lentamente l’ingresso dell’oscurità attraverso la porta del Tempo, in natura si fa più forte la luce. Ha toni esagerati, affascina come un pugno sul cuore.

Nella storia del mondo il più antico modo per segnare il tempo è stato attraverso le ombre: la meridiana, che ancora vediamo qualche volta sulla facciata delle vecchie case. La luce segna la nostra storia, ci si incolla addosso.

Intanto, mi torna in mente un rito che  lo scorso anno mi raccontò una signora tedesca: prima di Natale, all’inizio di dicembre, si scrivono 30 desideri su trenta foglietti. Se ne aprirà uno al giorno bruciando con una candela quello pescato: alla fine non ne rimarrà che uno e sarà quello su cui concentrarsi per il resto dell’anno
Ecco, prendo il rito e lo trasformo, di desideri ne scrivo dodici, che mi sembrano già molti: li consegno a questo inizio d’autunno e fra dodici giorni vediamo quale sarà il pensiero bello su cui soffermarsi in questa nuova stagione che inizia.

Oggi a Riga bruciano mille candele per celebrare l’equinozio come si faceva, secoli fa, nelle feste dei popoli del Nord: equinox, festa del sole, per celebrare la luce che ancora ci inonda e il buio che, con coraggio, nella vita bisogna imparare ad affrontare.

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14 settembre

Giovedì, ’23.

Litighiamo. Tu lanci cose e io urlo. Facciamo pace, mi dici. No, non sono ancora pronta. Facciamo pace, facciamo pace. Ma hai capito perché mi sono arrabbiata? Facciamo pace. Allora ti dico sì, con la voce brutta e tu mi rispondi no, questa non è pace. E allora che cos’è pace? Pace è quando c’è amore. E che cos’è amore? Amore è quando tu abbracci qualcuno, quando abbracci una persona.

Oggi è stato litigi e ravvedimenti, il sole forte di stamattina e l’acquazzone improvviso delle tre, questo pomeriggio, quando ci ritroviamo tranquilli sul tappeto a giocare con le gru e le palline, cacciare via la polvere e impilare libri. E facendo ordine ritroviamo cose, ispirazioni per nuovi giochi, pensieri e tracce. Prepariamo il campo per papà, che questa settimana ha lavorato molto e tu un po’ ne soffri e ogni volta che senti un rumore: sarà papà alla porta, è tornato? E lo chiami.

C’è il sole del tramonto fra i tuoi capelli e nell’aria di nuovo limpida,la fine del temporale; dare i calci al pallone verde regalo di nonna e ridere forte mentre cerchiamo di fare canestro. Tu che sei voluto uscire di casa con i guanti di lana e ti sei disegnato la pelle con la mia matita azzurra degli occhi e siccome si è rotta mi sono anche arrabbiata un po’. La bici, le corse, un piatto di riso alle verdure condiviso con John che arriva dalla Nigeria e abita a Padova e io che avevo – di nuovo – perso la pazienza per la canina che abbaia e – ti sei calmata? – così dalla finestra uno sconosciuto si trasforma nella chiacchierata di uno capitato chissà come in questo borgo ora deserto e tu gli chiedi quanti anni hai e lui risponde cento.

Lanciare non significa mettere in ordine le cose, mi dici tu alla fine giornata. Una bellissima consapevolezza. Sono fiera di te, aggiungo, e uso questa parola – fiera, fiero – che tu hai sentito da qualche parte e da un po’ di giorni ti piace ripetere. Lanciare non significa mettere in ordine le cose, fare ordine è… spazio, guarda. Armonia, bellezza. Non trovi che ora ci sia molto più spazio per giocare e muoverci?

Piedi nudi, sentieri nel verde, fiori da annusare, il silenzio di settembre mentre in alto nel cielo passa un aereo – ascolta, guarda – le corse sfrenate, i chiodi che ora sai impuntare da solo, gli attrezzi e le cose che ti servono per conoscere il mondo – ma quelle vere eh, non per finta. Mammi, guarda per terra quante foglie, sta proprio arrivando l’autunno. Io che sorrido dentro perché mi divertono tutte le nuove parole che impari ogni giorno e sfoderi contento. La rincorsa e buttarsi al collo di papà, quando vedi la sua tuta arancione da lontano. Le piante del giardino e la terra arsa che bevono l’acquazzone. I programmi semplici e bellissimi: toast per cena, Lego e canoe di cuscini che navigano l’oceano immaginario del divano.

Ti amoro. Sai, ho pensato che sei la mia mammina bellissima, la più bella delle belle. Ci addormentiamo tutti e tre insieme fra luna e abbracci, intanto ritorno all’inizio del giorno. Guardo il tuo visetto addormentato e calmo, riascolto le prime parole pronunciate al risveglio. Ti amoro anche io. E ti tengo, col braccio sotto al tuo collo, la guancia sulla fronte e una mano sul cuore. All’unisono.

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Da dove viene la rabbia?

C’è un gradino scheggiato in un punto laggiù, vicino all’angolo, è il primo delle scale di casa appena si entra dalla porta. Quella scalfittura rimane lì e sta lì, con la sua cicatrice, a ricordare un giorno d’estate in cui, arrabbiati, ci siamo buttati addosso parole e ora non ricordo più cosa che si è impresso a perenne memoria.

Mi ricorda che la rabbia fa male e mi sono sempre detta che un giorno te l’avrei mostrato, al momento giusto, quando fosse servito. E ancora lo guardo anche io, mentre passo la scopa in quel punto o appoggio il piede sul primo gradino delle scale: non passiamo indenni attraverso le cose, non tutto si aggiusta. Le cose che diciamo e facciamo lasciano il segno, ecco in che cosa ritrovo il valore di quella ferita nella pietra che ormai si è fatta silenziosa cicatrice, cantora gentile di sentimenti e abissi.

Oggi un bambino – ancora molto piccolo, a dire il vero – ha fatto una cosa da grande, o meglio: una cosa che di solito fanno i grandi. Un bambino ha sferrato un calcio alla porta per la rabbia. Sì è fatto male, si è sbucciato la punta di un alluce. Non ha pianto, all’inizio: c’era solo un gran silenzio, all’improvviso era sceso un silenzio come quello di un prato prima del grido di battaglia. Anche a noi grandi è capitato, di sferrare un calcio alla porta durante un litigio. Ce lo siamo raccontati, dopo, nella vasca da bagno, a sciacquare via il sangue e le lacrime. Abbiamo riso, all’improvviso, raccontando di una vecchia casa illuminata dal sole, in una città che non abitiamo più, di noi e del calcio a quella porta che si dovette poi – malamente – riparare. Poi ci fu un altro amico mio, anche lui a sferrare un pugno durante un brutto giorno nei tempi dell’università, e le schegge di vetro e la mano fasciata per una settimana, la ricordo ancora. Meno male che io ho fatto male al piede, dice quello immerso nell’acqua tiepida e saponosa della vasca, la mano serve per fare tante cose.

Insomma, la rabbia fa male. Ma da dove viene tutta questa rabbia? Dove attecchisce e che radici ha questa atavica rabbia che non passa? Rabbia non detta e ricacciata che si trasforma in mostro di ansia, rabbia che si strozza in gola e diventa frustrazione; rabbia che è dolore, limite, confine angusto. La rabbia è sempre non-potere, cuore che sbatte contro le pareti, prigione. Generazione dopo generazione, c’è la rabbia delle madri e dei padri, che è sempre troppo amore e a volte ha trovato le sbarre ingiuste della Storia, quella piccola e familiare e quella Storia planetaria che ti avvolge, da cui non puoi uscire perché è fatta anche di guerre, convinzioni, mappe geografiche e sociali, cose da cui non sempre si riesce a sfuggire, o almeno non così facilmente né rapidamente.

Intanto, bruciamo. Avvampiamo e ci divoriamo. Ammazziamo i nostri migliori sentimenti e nel frattempo parliamo ogni giorno di cambiamenti, solo che poi il quotidiano ci presenta il conto. Il conto è fatto su carta spessa come quella del macellaio, ci vuole tempo per estinguerlo.

Gandhi ha scritto che se perdi la pazienza perdi la battaglia. Tempo fa l’ho scritto sulla lavagna appesa alla porta di casa come ispirazione. Poi, ho preso la spugna, il gessetto bianco e l’ho modificato così: ogni volta che perdi la pazienza perdi la battaglia. Mi ricorda la dimensione del temporaneo, nessuna conquista è per sempre, nessuna sconfitta è per sempre. Anzi, non c’è nessun campo di battaglia: questo ricordalo bene soprattutto in quei momenti in cui le cose sembrano farsi difficili.

C’è solo un campo, un immenso vasto campo in cui tracciare le linee di questo viaggio intergalattico e fare esperienza. C’è solo il campo della nostra esperienza e tutte le storie di chi è venuto prima sulle nostre spalle, nelle mani e nei cuori che ci battono dentro. Adesso è arrivato il momento di liberare i suoni e fate musica.

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6 settembre

Di oggi potrei dire

il risveglio con il mal di gola -io- e il tè caldo con il miele e il limone – noi- sul vassoio con il pandoro (sì, il pandoro) spolverato di zucchero a velo e il plaid mentre il sole ancora non si è affacciato

l’espressione di fronte alla prima mora dell’autunno, una, unica, viola. E imparare che il senso del Tempo è quello dell’attesa che serve per permettere al rosa pallido di diventare viola

la polvere che lascia la sabbia, il sole forte sulla pelle nostra e delle piante. La bellezza di una rosa nell’ombra che ormai ha quasi raggiunto il secondo piano e del cancelletto nascosto dai cespugli così vivi e amati dalle api. I bombi che volano ubriachi di dolcezza fra la menta e la malvarosa; i vecchi muri scrostati eppure ogni anno sempre uguali, come le facce della gente che in fondo non cambia mai. Le lucertole minuscole che corrono via fra i sassi e le radici della lavanda, la rucola selvatica e il basilico timido che appena lo tocchi si emoziona di profumo

la luce incredibile di settembre, i pomeriggi ancora lunghi, lunghi come un filo che si dipana dal mattino alla sera tutto in un gomitolo di luce: mai come in questo momento dell’anno, la fine dell’estate, le piante e i fiori sono bellissimi, verdi e vivi fino a quando non soccomberanno come sempre al primo gelo, improvviso anche quando preannunciato.

Potrei dire dei picnic in giardino, della coperta scelta, cercata e stesa – altrimenti che picnic è? – dei piatti portati in coraggioso equilibrio – tu – che poi non vuoi perché dentro non ci sono le stesse cose e in fondo dovevo saperlo che vuoi sempre e solo quello che facciamo noi – questo è quel periodo della vita, a volte ce lo scordiamo, noi sempre sotto la lente della tua instancabile osservazione -. Potrei dire dei bicchieri rovesciati, delle coperte da picnic bagnate, dei canidi viziati ma saggi, dei rimproveri urlati, dei litigi. Di quando litighiamo e ce ne stiamo ognuno in una stanza diversa perché se fai pace solo a parole allora l’altro lo sente e ti dice che questa non è pace per davvero ma non ci puoi fare niente, c’è un tempo anche per questo. E poi chissà come mai la rabbia delle donne è una cosa misteriosa, ci vuole più tempo per scioglierla forse perché è grande come l’amore e ce n’è una per ogni sì detto e all’improvviso si trasforma in tempesta di sabbia che impolvera tutto e trascina via anche le intenzioni migliori.

Poi direi di quando ci si incontra a metà strada. Mentre uno scende qualche gradino e l’altro sale. Non c’è bisogno di dire più niente a quel punto lì, basta farsi l’occhiolino e sorridersi.

Credevo non ti sarei mancata mai più!
〰️ Adesso non sei più arrabbiata, come mai?
Perché l’ho sbollita. E poi perché mi mancavi e ti voglio bene. E poi perché ti ho detto tutto quello che dovevo dirti e se ci diciamo quello che sentiamo importante allora anche la rabbia se ne va.

Ancora, potrei dire delle cadute di metà pomeriggio e degli spaventi, che giornate lunghissime. Delle telefonate con le amiche lontane e delle pagine sfogliate, dei sonnellini saltati e delle azioni spericolate 〰️mammi, mi sono spaventato anche io! – anche tu adesso potresti dire delle cose già dette che ora sai con la forza dell’esperienza, degli annaffiatoi e dell’acqua che rinfresca, del profumo della terra, delle ore che non conosci, delle campane e del mondo su cui ti interroghi.

E poi il profumo del pane che sale per la casa e mette in pace, sempre, aggiusta l’anima e scalda il cuore.
Come gli abbracci.
Come le notti con i piedi vicini vicini.
Come i risvegli con il sole sulla pancia e le braccia buttate al collo

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La giornata più bella

Ogni giorno, un attimo prima di addormentarci, mi piace dirti piano piano all’orecchio le cose che abbiamo vissuto. Sarà che quando le ricordiamo le cose appaiono di nuovo, come per la prima volta. Fermarmi a guardare la vita è il mio esercizio zen: per non lasciare che sfuggano raccogliamo attimi momento per momento. E mentre li diciamo loro esistono e noi ce ne rendiamo conto: guardandoli li cogliamo, raccogliamo e decantiamo, giù per la gola, fino al cuore.

E allora, cose belle di oggi…

Svegliarsi con le nuvole e la nebbiolina

Papà tornato a casa presto dal lavoro

Una micro passeggiata sotto la pioggia fatta di trentacinque passi circa che dentro ha avuto: le gocce sulla pelle e fra i capelli, il profumo dei fiori di fine estate, il tetto di foglie degli aceri, le pozzanghere dove saltare, il rosa acceso delle bocche di leone, la potenza degli alberi antichi da respirare insieme al muschio e al cielo

La soddisfazione degli spaghetti al pesto che si arrototolano sulla forchetta e i bocconcini passati da papà

Ritagliare pesci di carta e inventare storie

I cartoni animati, l’aspirapolvere quando finisce di fare rumore e poi abbracciarsi forte come non ci si vedesse da troppo

Lo yogurt al mirtillo sui biscotti con le gocce di cioccolato

Ritrovare la capanna fatta sul divano e leggere libri con la torcia sotto la coperta, giocare a nascondersi e poi gridare fortissimo al momento di apparire

La lunga storia del petrolio con cui si fanno strade e la ricerca di energia pulita

Coccolare la lagotta Kuki a pancia in su seduti fianco a fianco sul divano in cucina

Ballare in cucina con una ninnananna

Ritrovare in soffitta lo yo-yo e allenarsi poi riarrotolarlo per domani

Fare tardi tardissimo e andare a letto che è già notte

Addormentarsi tutti insieme, fronte contro fronte, pelle su pelle, cuore a cuore

La luna che cresce e la notte di luce chiara, il verso dell’allocco di passaggio nel cielo là fuori

〰️ sì, questa è stata la giornata più bella delle belle giornate.

I piccoli sanno sempre ricordarci le cose importanti. Per esempio, il fatto che i momenti davvero belli quello che hanno di speciale non è un cosa, ma un come: insieme, coi sorrisi, senza fare nulla di speciale, tutto diventa sorprendente.

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Dove dormono i pesci?

I pesci si nascondono fra i coralli e nei rifugi fatti di scoglio.

I pesci non hanno le palpebre: stanno a occhi aperti e scrutano il buio.

I pesci si lasciano cullare dalla corrente.

In fondo al mare, il mondo è blu

Là, dove arrivano i sub con le loro maschere e le bombole piene di ossigeno portato dalla Terra, immagina com’è vivere nuotando in silenzio

nell’acqua, ogni suono è diverso

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