Martedì di ottobre

Maddalena De Bernardi

Grazie, hai detto oggi. Grazie per tutto quello che fai per me, hai aggiunto e mi è sembrata una cosa così bella che mi veniva da commuovermi. L’hai detto a papà, così nel sole all’improvviso mentre lui ti ha portato nel capannone del lavoro e ti aiutava a strofinarti le mani per pulirtele via dal grasso che ti era rimasto appiccato dai pistoni del trattore che ti sei messo a guardare.

La scoperta della pasta per le mani, una cosa bellissima l’hai definita

La passeggiata fino al bar e voler papà a tutti costi, che venga anche lui, tornato presto dal lavoro e intanto fermarsi a ogni piccola manciata di passi: una persona da salutare, un insetto da osservare, un sasso

Quest’anno il ramo di more non ha fatto che pochi frutti, invece ogni volta che possiamo dalla curva raccogliamo una piccola mela selvatica dall’ albero, che ne ha tante e succose, verdi e rosse

Le tue piccole mani, così forti e ogni giorno più grandi, la mela stretta, le tue gambe intorno a me mentre tu arrampichi come una scimmietta per farti portare

Tu che ti fai un taglietto e non dici una parola, mi indichi solo la riga di sangue che esce dal nero delle dita coperte di polvere e grasso

L’odore del legno di abete, la segatura chiara e tu che mi fai appoggiare le dita sul mobile in costruzione nella vecchia stanza laboratorio di Maurizio e poi chiedi se si può andare di là

L’invenzione del filo, così sottile, con cui riesci lo stesso a bere dalla fontana e che poi mi soffi in faccia e trasformi in ancora, cannuccia, nodo, legame, strada: porti quasi sempre con te un filo o una corda nelle tue passeggiate, non esci senza

La calma che mi mette spazzare via le foglie secche, un esercizio di quotidiana bellezza in cui rivedo mia nonna e le mattine di pace

Il sole così forte di questi giorni, che per qualcuno è bellissimo e per altri allarme. Il pranzo da portare fuori e mangiare sulla panchina, io al sole tu all’ ombra. La canina sdraiata e addormentata sotto al cespuglio di cipresso

La nuova porta, che lascia entrare tutta la luce che c’è, e noi che non ci siamo ancora abituati

Tu che urli, io che ti chiedo perché e la canina che scappa

Gli uccellini che muovono le foglie della siepe e mangiano il vecchio panettone messo per loro su un ramo

Lasciare il giorno fuori e riposare, con la testa sotto il pile a leggere libri e poi riemergere sbuffando, fa troppo caldo

Io che mi stufo di leggere sempre lo stesso ma ora no e allora mi domandi perché

Le pile di libri che si rovesciano, le briciole sul tavolo, la torta di mele e cannella, il profumo del pane cotto in forno e avvolto nel canovaccio di lino bianco

Noi che litighiamo perché lanci le cose e poi facciamo pace e ci diciamo che siamo brutti quando urliamo e che vogliamo imparare la gentilezza: sì, imparare la gentilezza, tu io e papà e la canina, hai precisato oggi, e in realtà da lei avremmo solo da imparare perché è l’unica che la conosce già, ho detto io

Mami? Mami, scendiamo in cucina a scaldare il latte? Svegliarsi di mattina che è ancora buio, con il mio maglione verde sulle spalle i piedi nudi, giocare con papà che poi deve andare al lavoro. Addormentarsi con la tua testa appoggiata sulla spalla, il profumo del sapone che ha tolto via tutta la terra e la pelle morbida, la luce dei lampioni fuori nella notte arancione. L’acero del giardino nell’ombra con ancora tutte le foglie.

Se ci pensi bene molte giornate della vita sono fatte di niente, eppure così insostituibili e preziose nella loro essenza.

Martedì 10 ottobre ’23

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