La percezione dell’infinito

La percezione dell’infinito

Entra. Adesso una porta si chiuderà alle tue spalle. 

Tutto è buio, un’oscurità compatta e senza fine che si allunga in ogni direzione. Che cosa sta accadendo? Istante dopo istante compaiono piccoli punti luminosi vibranti: sono mille, diventano milioni; accendono piano piano il buio. Sono ovunque, tutto intorno. Un infinito luminoso, vibrante. Respiri, mentre la luce si accende e sparisce per poi ritornare, come un grande cuore che batte. 

La prima volta che ho visto un’installazione di Yayoi Kusama è stato nel 2009 al Pac di Milano. Le sue sculture era posizionate nella sala di fronte alla grande vetrata sul giardino. Il museo, che probabilmente ora sarebbe stato preso d’assalto, era vuoto. Solitaria, in una sala sulla destra era stata posizionata una piccola costruzione, simile a una casa di legno, un cubo sigillato. Yayoi Kusama aveva immaginato un intero ambiente, come veniva definito nella presentazione della mostra: “Aftermath of Obliteration of Eternity”, che oggi fa parte della collezione del MFAH, The Museum of Fine Arts di Houston.

Legno, metallo, specchi, plastica… acqua! Ecco gli elementi utilizzati dall’artista. Una volta entrati in questa piccola stanza si è invitati a sostare su quella che si rivelerà essere una piattaforma centrale circondata dall’acqua. La porta si chiude alle nostre spalle e all’inizio, per un lungo attimo, si è immersi nella completa oscurità. Gradualmente tante piccole luci appaiono: gli specchi le moltiplicheranno, mentre l’acqua, che scorre ai nostri piedi attorno alla pedana di legno posizionata al centro, contribuisce a creare il movimento. 

La percezione dell’infinito è sempre un istante di magia: pura meraviglia fra orrore, terrore, curiosità e stupore, bellezza

All’inizio sembra di essere capitati in una scatola chiusa, sigillata dall’esterno, un attimo dopo di venire catapultati nello spazio e fare un viaggio intergalattico. L’impressione, che in primo momento è di sospensione e può persino sfiorare il panico, si trasforma in pura meraviglia. L’installazione “Aftermath of Obliteration of Eternity” è stata creata da Yayoi Kusama in occasione del compleanno per i suoi 80 anni. L’artista prende ispirazione dalla cerimonia di Tōrō nagashi, Water Lantern, celebrata ogni anno in Giappone. Negli ultimi anni in questa occasione spesso si ricordano anche le vittime di Hiroshima e Nagasaki, ma Tōrō nagashi è una festa antichissima della tradizione buddhista, legata a Obon, la ricorrenza dedicata agli antenati. 

Il termine giapponese Tōrō significa “lanterna”, mentre nagashi indica il “flusso”. Durante questa festa annuale lanterne luminose costruite con la carta, come piccole barche da affidare alla corrente, vengono lasciate andare e affidate ai corsi d’acqua, che  le trasporteranno via, senza meta. In occasione dei tre giorni previsti per Obon, o Bon, che di solito si celebra alla fine di luglio o a metà agosto a seconda delle regioni giapponesi, si fa ritorno a casa, si puliscono le tombe e l’ultima sera, quando ha luogo il Tōrō nagashi, si lasciano andare le lanterne luminose sull’acqua come gesto simbolico, per aiutare gli spiriti dei defunti a raggiungere l’aldilà e rinascere. Sembra che il rito rievochi anche un’altra leggenda giapponese, che racconta come l’essere umano venga dall’acqua e così all’acqua si ritorna: questo ci ricordano le anime luminose delle lanterne che fluttuano nella notte.

Eternità. Infinito. Spazio. Flusso. Impermanenza. Transitorietà. La bellezza dell’effimero diventa sensazione di eternità nel ciclo del tempo che ritorna. Morte: la meditazione sul senso della fine si fonde nello stupore dell’universo, infinito, e del tempo eterno che ci circonda, di cui facciamo parte senza esserne gli unici protagonisti. Nell’installazione immaginata dall’artista tutto si spegne e riaccende, a intervalli regolari, un movimento che rievoca quello del cuore, il suo ritmo vitale, instancabile, ricordando il ciclo stesso dell’esistenza, il suo infinito pulsare.

Passo dopo passo, camminiamo nell’installazione e mentre cambiamo il nostro posto trasformiamo lo spazio. Anche questo è un messaggio che emerge dalle opere di Yayoi Kusama, dove spazio e tempo si incrociano dando origine a una cornice di cui entriamo a far parte e che interagisce con gli altri partecipanti, come accade alla Tate Modern di Londra, dove camminare all’interno delle tre Infinity Mirror Rooms diventa un viaggio condiviso in cui incrociare gli sguardi degli altri, fondersi e distinguersi, esplorare la propria percezione e spiare le relazioni altrui: stupirsi, insieme. 

Una delle critiche fatte da molti internauti su “Fireflies on the Water”, l’installazione di Yayoi Kusama presentata nella mostra “Infinito Presente” al Palazzo della Ragione di Bergamo (perennemente sold-out) è il costo del biglietto rispetto all’esiguità del tempo a disposizione per la visita, appena un minuto. Eppure, un minuto diventa l’istante eterno in cui dare a ognuno – e gli interessati sono tanti, tantissimi – la possibilità di sperimentare un’esplorazione della percezione che riguarda il nostro corpo e il senso stesso del tempo. Ci sono cose che possono accadere solo in solitudine. Ciò che accade, mentre il buio viene abbagliato da 150 luci che si illuminano come uno sciame di lucciole in una notte di giugno, è di perdere i confini del nostro corpo. In una stanza si tenta di ricostruire un universo in miniatura e per un attimo, solo per una frazione di istante, il senso del nostro controllo interno, di solito sempre vigile, viene destabilizzato. Accade, così, di respirare e tutto l’universo respira con te. Sei il buio, sei la luce: ti senti anche se non sai come definirti. Solo per una manciata di secondi sperimenti l’assenza di confini: pura meraviglia. Non è forse questa l’eternità? O almeno un assaggio.

Infinity Mirrored Room – Filled with the Brilliance of Life 2011 
installazione di Yayoi Kusama alla Tate Modern di Londra, visitata nel 2022

Riferimenti

“I want to live forever” Yayoi Kusama al Pac di Milano 2009-2010

Aftermath of Obliteration of Eternity (2008)

“Infinito Presente” al Palazzo della Ragione di Bergamo (2023-2024)

Yayoi Kusama: Infinity Mirror Rooms alla Tate Modern (2020-2024)

Enoughness: il neologismo che diventa filosofia di vita dell’abbastanza

Ho scoperto una parola bellissima: “enoughness”. Che cosa significa “enoughness”? L’etimologia suggerisce che la parola deriva dall’aggettivo inglese enough, abbastanza, e il suffisso ness. Secondo la definizione dell’Oxford English Dictionary il primo utilizzo della parola enoughness si riscontra nell’anno 1871. A utilizzare il termine “enouhness” è il poeta e filologo William Barnes, in una lettera.

Che cosa significa “enoughness”? L’attitudine del sentirsi abbastanza, ecco che cosa imparare da questo atteggiamento verso se stessi e verso il mondo, un modo diverso di considerare se stessi e il mondo

L’uso di “enoughness”

Negli ultimi anni è stata utilizzata in diversi contesti: dal 2014 ad oggi “enoughness” appare fra le parole di diversi relatori, da conferenze a paper in ambito scientifico. La definizione di “enoughness” del dizionario inglese Collins ci avverte che attualmente il termine è in fase di osservazione: il suo utilizzo è monitorato in cerca di evidenze nell’uso.

enoughness

New Word Suggestion

The state or condition of being or having enough

Eppure, “enoughness” è l’attitudine di cui avremmo davvero bisogno. Il sostantivo da trasformare in una filosofia esistenziale. Allora, forse, dovremmo chiederci che cos’è “enoughness” anziché semplicemente che cosa voglia dire.

Enoughness è sentirci abbastanza e quindi anche avere abbastanza, essere abbastanza. Percepire se stessi e il mondo, la propria vita come “abbastanza”

L’attitudine del Novecento è stata quella della corsa. Il tempo meccanico della velocità, il bisturi tecnologico che ci ha spronato ad andare in cerca delle tessere minime di realtà dalla biologia del microscopico fino alle macro tessere lunari. Il Novecento è stato bisturi anche dell’anima e scavando, scavando, scavando nell’inconscio abbiamo dolorosamente scoperto di non arrivare mai a una fine. Mai abbastanza da aver compreso, avuto, ricevuto, ricercato, ottenuto.

Mai abbastanza da aver compreso, avuto, ricevuto, ricercato, ottenuto: è tempo di cambiare ora. Il nuovo secolo ci ha insegnato pandemia, crisi, guerra ma anche le potenzialitò di nuove consapevolezze

Abbiamo cercato di più, sempre di più, per anni, annate intere. Lo abbiamo fatto per bisogno prima e poi per convinzione. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è stata la fame del non avere abbastanza a spingere milioni di persone da un capo all’altro del mondo, su navi che attraversavano l’oceano dalla vecchia Europa a Nuovi Mondi dove conquistare quell’agognato abbastanza, con fatica e sudore, lacrime e magone. L’abbastanza è diventato abbastanza, a volte: ci sono voluti anni, rinunce, il senso altissimo di un sacrificio che oggi si dice non si conosca più.

Il non-abbastanza è diventato strutturale. L’abbastanza è diventato un concetto sempre più difficile e alto, così in alto che anche a scalare il progresso e il ceto sociale, gradino per gradino, con abnegazione e lauree multiple, non è stato abbastanza. Così, sgonfiata la bolla dei tempi che sembravano d’oro, durata un trentennio circa, il non-abbastanza è tornato a essere endemico. E famelico. La promessa degli anni Sessanta e lo sfarzo degli Ottanta sono crollati su se stessi sgonfiati come un dolce riuscito male.

Manca di nuovo tutto. Lavoro, affitto, soldi in banca, tempo. Tempo. Il tempo ce lo mangiamo nell’ansia di ciò che ci serve e allora non basta mai: niente sembra bastare mai. L’attitudine dell’enoughness, la filosofia dell’abbastanza, allora diventa allerta, un modo per rovesciare il punto di vista. Un’educazione all’abbastanza, una pratica costante dell’abbastanza. Sarà un’educazione difficile perché ormai viviamo nell’ansia perenne della corsa: abbiamo paura di non guadagnare abbastanza, che i nostri figli non apprendano abbastanza in fretta, che non avremo abbastanza ferie né pensione, che non vedremo e non faremo mai abbastanza. Abbiamo paura che non saremo mai abbastanza. Invece, forse la rivoluzione è proprio questa: pensare che sì, siamo già ora abbastanza.

“Let’s create a world of enoughness” Cristina Mittermeier, fotografa, co-fondatrice e presidente dell’associazione SeaLegacy per la difesa degli oceani

Il concetto di “enoughness” entra in gioco nella relazione con noi stessi e nei rapporti con il mondo fuori: “enoughness” come avere e possedere a sufficiente ci avvicina a un’etica differente nei confronti dell’ambiente. La capacità di percepire le nostre scelte con il parametro “a sufficienza” ci incoraggia a pensare alla conseguenza delle nostre azioni sul pianeta, allinearci con i cicli naturali, con il tempo e il cambiamento, ci stimola ad apprezzare ciò che abbiamo.

Per approfondimenti sul concetto di “enoughness”

Enoughness: Exploring the potentialities of having and being enough (fonte: ephemera, theory & politics in organization)

Sul concetto di low growth per l’albergo empatico (fonte: Confcommercio), pp. 14-15

There’s a middle ground between burning yourself out and quiet quitting: ‘enoughness’ (Fonte: Business Insider)

What We Gain From a Good-Enough Life (fonte: The Atlantic)

Author Ann Patchett on friendship, time and the idea of ‘enoughness’ (fonte: MPRnews)

Il coraggio di arrivare ultimi

Ecco, adesso guarda. Sì, ci sono due ragazze si abbracciano.

Perché?

Una è appena caduta, l’altra l’ha aiutata. Ma non è andata esattamente così. Stavano correndo, entrambe. Stavano correndo, tutte insieme, insieme ad altre che ci hanno messo mesi, anni per allenarsi. Il gruppo rallenta, una cade e il ginocchio fa molto male. Una ragazza si ferma, le appoggia una mano sulla spalla. Si ferma a guardarla negli occhi e chiedere: se le osservi bene lo senti, quel sussurro da viso a viso, va tutto bene? Non importa in quale lingua lo dici, si capisce.

Una ragazza cade. Fa tutto male, va tutto male. L’altra le dice, rialzati. E allora anche con il dolore lei si ricorda del perché si trova lì, di tutta la strada percorsa per arrivare fino a qui, oggi, adesso. Si rialza, zoppica. Corrono due ragazze, corrono sulla pista come fossero sole, sole in mezzo alla folla. Cade una ragazza. Ora è l’altra a soccorrerla. Non basta la parola, ci vuole un braccio. Perché a volte nella vita la lezione più difficile è imparare a avere fiducia: imparare a ricevere un sostegno, appoggiarsi su un braccio, fidarsi, chiedere e avere aiuto.

Due ragazze corrono. Corrono insieme sulla pista di una gara che ha perso il tempo. Il tempo non esiste più per loro, esiste solo la meta e ci arrivano insieme. Si abbracciano. Oggi hanno imparato qualcosa che non scorderanno mai più.

Come si chiamano? Chi è chi?

Non importa. Non importano i nomi. Una ragazza cade, sei tu. Una ragazza si ferma, sei tu. Sei tu che puoi fermare il tempo, sei tu che puoi andare oltre il dolore, sei tu che puoi aiutare ed essere aiutato, abbracciare ed essere abbracciato, aspettare ed essere aspettato. Non importa chi, l’altro siamo noi.

Tu che impari dai cartoni animati, purtroppo, troppo spesso, la sfida, a correre più forte, a essere vincenti, a fare gare per tutto, ricorda che, invece, nella vita qui fuori il vero coraggio è anche quello di fermarsi. Il vero coraggio è andare alla propria velocità. E arrivare ultimi, ma primi nella vittoria di un’umanità intera.

Abbey D’Agostino e Nikki Hamblin

La lezione più difficile della vita è fidarsi, in ogni possibile senso di questa parola. Fidarsi, che a volte significa correre in un altro modo e persino fermarsi. Fidarsi, ricevere. Fidarsi, e rilassarsi. Fidarsi e dare credito al tempo, alla vita, alle cose e alle persone

Se hai voglia di continuare a leggere…

La promessa di Tara

Dal Buddhismo la storia antichissima della dea Tara, una storia di resilienza

Arrendersi

Mi arrendo. Mi arrendo

al caos, delle stanze e della vita. Mi arrendo

ai giochi che si smontano, alle cose che ci vuole più tempo a costruire che a distruggere. All’esistenza che ci decostruisce e rifà, come i mattoncini colorati da pensare in incastri sempre nuovi, come il pane e la focaccia, che se impasti due volte vengono più buoni ma poi te ne dimentichi

perché ci vuole tempo

ci vuole costanza,

ci vuole allerta. Quella che ti fa stare a occhi aperti, senza perderti un minuto del mondo.

Mi arrendo al non senso.

Perché il senso stiamo tutta la vita a cercarlo. Un filo rosso nel tempo, il segnalibro fra le pieghe del libro, un segno. Poi finisce che ci arrabbiamo e arrabbatiamo. Lo perdiamo, lo cerchiamo: scompare e riappare, a momenti

il senso.

Arrendersi è una parola bellissima. Lo conosci il senso di arrendersi? In latino, la nostra antica lingua, ad-rendere. Ad indica sempre l’avvicinarsi. Arrendersi, ad-rendere: dare in mano, darsi in mano all’altro. Consegnarsi.

Adesso tu non pensare alla guerra, al nemico che pensa a trafiggerti. In questi tempi di pace apparente a volte la guerra è un’altra, è della mente.

L’altro siamo noi.

Se l’altro siamo noi, lì di fronte sulla sedia del nemico c’è tutto ciò che rifiuti, tutto ciò che combatti. Che questo in fondo è il nemico, uno magari come te che però sta dall’altra parte.

Pensa pensa che meraviglia avere il coraggio di piegardi di fronte a quello che dentro di noi combattiamo. Far cessare, all’improvviso, la guerra. Osare un gesto di pace.

Arrendersi.

Mi arrendo agli abbracci, al tempo senza misura né misura. Alla bellezza. A ciò che fa saltare il cuore, a noi quando dormiamo vicini vicini e non ci importa la fretta. Alla vita che accade, senza senso, sempre in brutta copia, in perenne movimento come la felicità di una foto sfocata

allora sì, li ritrovo il senso. Come un 29 febbraio che accade di nuovo.

La promessa di Tara

Non importa quanto tempo ci vorrà. La promessa di Tara è di restare. Tutti saranno attesi. C’è tempo. C’è tempo per tutto e per tutti. Tara, che nasce dalle lacrime, è compassione e comprensione del “mancante”. Il principio di Tara è che non si può escludere nessuno dal sistema

C’è una storia bellissima che viene dal mondo Buddhista ed è la storia di Tara.

La più antica immagine di Tara si trova nelle grotte di Ellora, in India. Una delle sue immagini più ancestrali si trova nella grotta 6 (Cave 6, Ellora Caves), ma in Asia è facile incontrare Tara in tanti luoghi. Tara compare in India, Giappone, Indonesia, Cina, in Nepal e in Tibet, dove è conosciuta anche con il nome Jetsün Dölma, che significa “venerabile madre di liberazione”.

Il nome Tara significa “stella” e le storie intorno alla sua origine sono molte. Assomiglia alla figura cristiana di Maria, forse perché in ogni celebrazione del divino esiste il riconoscimento di un principio femminile che è parte della nascita del mondo. Anche Tara è vista e venerata come la madre.

La promessa di Tara è che ognuno di noi si salverà, che c’è tempo sufficiente per aspettare tutti. Possiamo fermarci e non restare indietro

Di Tara non ne esiste una sola, ma 21: è considerata la Madre di tutti i Buddha e una delle Dieci Grandi Forze Cosmiche del Tantra, è l’energia divina della Compassione e della Grazia di Dio. Considerata protettrice del Tibet, il mantra di Tara si recita con queste parole “oṃ tāre tu tāre ture soha” e il senso suona all’incirca così: liberami da tutto ciò che mi spaventa.

oṃ tāre tu tāre ture soha

Che io possa essere liberato da tutto ciò che mi spaventa

Non serve essere buddhista per pronunciare un mantra. In India il sanscrito è considerato una lingua divina che ha la sua azione benefica già solo per il suono delle parole. Ogni preghiera è suono e atteggiamento mentale: è il modo in cui svuotiamo la mente e ci immergiamo nel silenzio a fare la differenza, non importa da quale tradizione venga. In fondo, ogni preghiera è espressione di una diversa parte del mondo ma anche di tutti i viventi. Un fare silenzio che ci ricorda di fermarci e ritrovare il filo che lega il nostro cuore alle stelle e alla terra: il respiro che ci calma.

La nascita di Tara

La storia racconta che Tara fosse una principessa. A questa principessa fiera e curiosa viene detto che non avrebbe potuto raggiungere la liberazione finché nel corpo di donna. Ritenta in un’altra vita. Il corpo di donna è sempre due e non è un caso se la liberazione è concepita al maschile in tante tradizioni: è più facile salvarsi da soli. In due si è meno leggeri, in due si è più lenti e ingombranti. Immaginiamo uno che corre o che stia per annegare, uno che deve scappare da una guerra, uno che si muove in un abisso o anche solo nella vita. Da soli possiamo contare sulle nostre forze e sul nostro controllo, che magari non è tanto ma nemmeno poco.

Il corpo di una donna è progettato per due anche quando non diventa due. Tara non si arrende. La principessa Luna di saggezza, questo era il suo nome, diventa Tara, stella. Secondo un altro racconto mitico Tara nasce dalle lacrime di Dio, Avalokiteśvara, che l’antico monaco viandante e traduttore cinese Xuánzàng traduce dal sanscrito chiamandolo “il Signore del mondo che guarda in giù”. Si dice che Tara sia nata dalle sue lascrime quando Avalokiteśvara, guardando verso il mondo, si accorge della sofferenza in cui si trovano gli esseri umani intrappolati nel ciclo delle esistenze.

La promessa di Tara è di restare. Non importa quanto tempo ci vorrà: Tara, che nasce dalle lacrime, è compassione e comprensione del “mancante”. Il principio di Tara è che non si può escludere nessuno dal sistema e questo in fondo non è semplicemente qualcosa che ha a che fare con l’idea di altruismo: è una legge universale che parte dal nostro corpo.

Quando desideriamo eliminare quella ferita, il taglio si infetta; ogni volta che cerchiamo di non vedere quella cicatrice, lei sembra più grande. Noi cerchiamo di appianare una ruga e la ruga diventa più profonda. Vogliamo cacciare la polvere sotto il tappeto e andare oltre gli sbagli, il tempo perso, compensare le persone mancate, dimenticare la morte e gli appuntamenti bruciati. Ma quel gradino inciampato, quel salto nel vuoto, resta lì e più desideriamo dimenticarlo maggiore è il senso dell’impotenza che ci fa restare in bilico di nuovo. Più vogliamo andare via, più restiamo impigliati. Non resta che guardarci intorno, suggerisce Tara, e aprire gli occhi, le braccia, il cuore.

La promessa di Tara

Se ci fermiamo al trauma tutto rimane lì, bloccato. Il Novecento è stato l’epoca dell’analisi. Ora l’umanità entra in un tempo nuovo, dove le conoscenze del passato e del futuro possono saldarsi. Tutto ciò che accade nei primi anni della nostra vita è indelebile, leggiamo ovunque. Eppure, ciò che ci consegna un’immagine antichissima possiede la forza di una visione differente: Tara è il simbolo di una comprensione che va oltre e risana perché la guarigione non solo ammette la possibilità di errore, ma parte da lì, dalla caduta e dalla perdita. La luce non nega l’ombra ma con immensa generosità la abbraccia ed è allora che il buio si dissolve nell’alba.

Dissolversi, che parola meravigliosa. Un monaco siede per terra, in mezzo alle polveri colorate, impegnato nella realizzazione di un mandala. Alla fine il mandala non verrà distrutto: ogni mandala viene dissolto e la dissoluzione, simbolo della transitorietà della vita, è un momento di celebrazione

Tara viene invocata contro la paura, in Tibet, ed è l’immagine della forza che è capace di tirarci fuori dal buio, dal gradino scosceso che ogni giorno ci sprofonda. Le stelle ci ricordano che alzare lo sguardo è importante e non tutto è perduto: la storia si fa con l’andare, passo dopo passo. Inciampi e salti nel buio compresi.

Ci sono abbracci che salvano la vita, oggi lo sappiamo. Per esempio, quelli dei neonati prematuri tenuti da padri madri e fratelli e sorelle sulla pelle nuda, una terapia di calore al ritmo del battito dei cuori. Le costellazioni familiari parlano dei movimenti interrotti e dell’abbraccio che li ricostituisce. Cucire è una forza vitale. Piantare è una forza vitale: guardarsi negli occhi, perdonare, camminare, costruire, riparare. A volte anche solo, semplicemente, respirare.

Tara ci dice che aspetterà tutti, lei, e ci ricorda che anche noi possiamo iniziare a farlo: possiamo aspettare e cucire, disegnare e unire le parti di noi, anche e soprattutto quelle strappate, mancanti, menomate. Immaginare. Significherà cercare e ritrovare frammenti della nostra storia, integrare ciò che siamo e ciò che vogliamo. Iniziare, almeno di un passo, ad andare verso anziché contro e abbandonarsi alla corrente. Accettare. Espirare e inspirare. Respirare.

Grotta 6 Ellora Cave, India

Vishvakarma (Grotta 10) Ellora Cave in India

Le grotte di Ajanta del Maharashtra in India

A cento chilometri da Ellora ci sono le grotte di Ajanta. Qui la pietra diventa viva: le sculture che appaiono sulla roccia sembrano risalire al II secolo a. C. e dal 1983 fanno parte del Patrimonio dell’Umanità Unesco. Sono stati classificati come murales e la loro creazione presenta una tecnica di lavorazione molto particolare.

Come ci si sente ad andare in pezzi?

Si è rotta la tazza preferita di Tito, ormai da un po’

 〰️ Papà saprà aggiustarla

Sì, in effetti -ovviamente- papà aggiusta tutto l’ha rimessa insieme o, come diceva mia nonna in una bellissima espressione di una volta, “accomodata”. 

La tazza è stata riparata mettendo al loro posto i pezzi con la colla, ma dentro non ci si poteva più bere. Che cosa ci possiamo fare, allora? Per esempio, potremmo metterci un fiore.

〰️Lo voglio rosa. Solo rosa.

Così, si è dovuto attendere. Attendere fino a che il fiore non fosse venuto a trovarci, un bel fiore rosa che l’altro giorno abbiamo trovato da Grazia nel suo bel giardino. Tito insieme a lei lo ha scalzato dalla terra e ha imparato a prendere la quantità sufficiente di radici. Poi lo abbiamo portato a casa e piantato al tramonto, ora è già lì che spunta, rosa come una promessa bella, come l’alba che ri/nasce.

Ecco, c’è una cosa di cui non parliamo spesso. Da anni una delle parole che pronunciamo di più è la parola “resilienza”. Immaginiamo la resilienza come una palla che rimbalza. Evento dopo evento, continuiamo a rimbalzare contro il mondo e noi stessi, colpo su colpo, sbattendo la testa contro il muro. Senza arrendersi, senza demordere.

Sì e no. Perché noi non siamo materiali di ferro o gomma. Siamo fatti di pelle, muscoli, ossa, emozioni e pensieri. Ci sono parti che guariscono più fretta e altre, invisibili, che non guariranno mai. Questo è quello che dico al viaggiatore intergalattico: qui su questo pianeta dove sei capitato non tutto si aggiusta. Si rompono le belle amicizie, i grandi amori, le ossa, le speranze e non sempre si trova si trova il modo per ripararle. A volte non si ripara una frattura.

Quello che si può fare è trasformare e forse è questo che ci  insegna il rito del kintsugi, che letteralmente significa “riparare con l’oro” e sembra sia nato nell’antica Cina proprio da una tazza preferita alla cui rottura un guerriero non si arrese. 

Dispiacersi per le rotture, fermarsi di fronte alle grandi frane della vita e piangere. Poi ri/costruire. La vera resilienza forse è osare chiederci come ci sentiamo quando andiamo a pezzi.

Quello che non diciamo e a volte non ammettiamo è che le cose non torneranno come prima. Trovare la vera resilienza forse è iniziare a piangere per le rotture, fermarsi di fronte alle grandi frane della vita e lasciarci essere in piena come un fiume che scoppia e arriva all’oceano.

Non si torna indietro. Si va a avanti, è vero. Ma il cuore segue le gambe solo quando è pronto per farlo e a volte, come vasi vuoti, dobbiamo attendere. 

Inventario delle cose belle

Le sveglie alle cinque del mattino, con il caffè caldo, le gambe incerte sulle scale e gli occhi che si chiudono

Ascoltare il vento fuori dalle finestre

La sensazione mentale di quando finisci un lavoro e inizi un periodo di riposo, la brezza della vacanza che inizia nel momento in cui fai l’ultima cosa che devi portare a termine

Le docce con il sole, a metà pomeriggio o di mattina, mentre tutti fuori corrono: il lusso di fermarsi

Guardare chi ami mentre dorme

Accarezzare il naso minuscolo di un bambino con la punta dell’indice

Trovare una finestra da dove guardare la pioggia e sperare che non smetta solo perché anche la tempesta sa essere bellissima, specialmente in un giorno di metà estate

Le giornate con gli orari confusi, a svegliarsi quando è buio e dormire con la luce, come da universitari  svagati

Il profumo delle cose nel forno che cuociono lente

Il disordine in giro per casa da mettere a posto, ma senza fretta

Continuo a raccogliere istanti per l’inventario delle cose belle da tenere sul cuore…

〰️〰️〰️〰️〰️

La vasca da bagno di questa casa dove viviamo ormai da un po’ ha un abbaino da cui si vedono le nuvole che corrono nel cielo. Da un paio di giorni hai deciso di provare anche tu a fare il bagno in questa vasca di pietre viola che arrivano da lontanissimo, da un posto fra montagne sacre chiamato Uttar Pradesh.

Fa un po’ paura però va bene, mi hai detto la prima volta che l’hai sperimentata. Lasci che l’acqua ti arrivi fino al collo: lanci spugne, boccette, bagnoschiuma e osservi. Perché stanno a galla? Dentro c’è il liquido e l’aria, ci somigliano un po’: dentro noi abbiamo sangue e aria e muscoli e come i tappi di sughero nel lavandino quando giochi in cucina, il nostro corpo galleggia e questo è un buon motivo per non avere paura di lasciarsi andare nell’acqua. Galleggiamo.