La prima scalata del monte Everest

Edmund Hillary e Tenzing Norgay – credits: Royal Geographical Society

Adesso immagina di allacciarti gli scarponi, fuori è ancora buio. Ti tremeranno le gambe oggi, mentre ti arrampicherai su per quelle rocce. Ma lo sai, lo sai che ce la farai. Lo sai da quando eri il più gracile degli altri ma a sedici hai scoperto di essere anche il più resistente. Perché la vera forza è quella della tenacia. Chi si arrampica lo sa. Lo sa chi esplora nuovi mondi, chi non demorde, chi continua a sognare.

Tenzing Norgay fotografato da Edmund Hillary – credits: Royal Geographical Society

Ecco, adesso immagina il mondo visto da lassù. Il sole in faccia. Il bianco accecante. Il ghiaccio e la neve. L’infinito che ti toglie il respiro dopo la fatica immensa. L’energia che ritorna nell’adrenalina della felicità. È il 29 maggio 1953.

“Non sono le montagne ciò che conquistiamo, ma noi stessi”

Edmund Hillary


Edmund Hillary, neozelandese, e lo sherpa Tenzing Norgay raggiungeranno la vetta dell’Everest, per la prima volta. Restano sulla cima per quindici minuti prima di ridiscendere. Per evitare le speculazioni e guerre politiche decideranno insieme di non rivelare chi dei due per primo mette piede sull’Everest (sarà l’autobiografia di Tenzing a svelarlo dopo trent’anni): non è importante, dirà Edmund, non è importante chi arriva primo. Importante è chi c’è al tuo fianco quando hai paura e rischi di cadere. Perché senza darsi una mano a certe vette non si arriva, ecco una storia che potremmo imparare.

La lezione del tarassaco

Torna ad affacciarsi signora Primavera ed ecco che nel giro di una settimana ci fa girar la testa, di nuovo. L’avevamo scordato il profumo dei fiori nell’aria e all’improvviso i colori, così chiassosi e ribelli. Poi d’un colpo, in una notte e un giorno, appare il tarassaco. Ed è giallo, per un attimo, tutto il mondo.

C’è una cosa che ci insegna il tarassaco ed è
il senso della trasformazione: nulla accade se non accade prima dentro

La parola ‘cambiamento‘ viene dal greco antico: trova le sue radici nel verbo kamptein, che significa “curvare, piegare, girare intorno”.
Il cambiamento ti capita fra capo e collo,
è un tormento a volte, o
un ostacolo;
spesso non lo decidi, anzi forse quasi mai capita di darsi a lui in piena consapevolezza. Si tratta di un colpo di testa, al meglio delle ipotesi. Oppure, appare fugace e perentorio come un mal di schiena, il mal di pancia, il trasloco, la fine del lavoro, o un contratto stracciato: il cambiamento ti prende alla sprovvista.
Mica sempre è brutto, sai. Il cambiamento può anche essere una cosa bella: un lavoro nuovo, sposarsi, cambiare casa, il cane, un figlio, un dipinto appena fatto, la cosa che non sapevi di saper fare, una passione appena trovato, la fresca idea di un nuovo progetto. Eppure fa sempre un po’ paura, perché il cambiamento è così: ti affacci ed è sempre al di là del parapetto: al di là delle tue intenzioni, possibilità, al di là del noto per l’ignoto c’è questo tuffo nel pozzo buio del non-so.
Il cambiamento
è qualcosa che si mette sulla nostra strada e ci costringe a
girare la testa, il collo verso una nuova
direzione, che non è quella abituale. Ecco, la radice dolorosa e miracolosa del cambiamento: esce dall’abituale, ci costringe. Ci butta fuori di casa anche quando fa freddo, ci sposta di peso e a volte non risparmia un calcio, ci sprona e se serve costringe. E allora succede: lentamente accade. Muovo, mi muovo di nuovo
lentamente
prima il collo, poi gli occhi. Ci vuole un attimo per abituare lo sguardo, focalizzare l’orizzonte. Sempre è necessario il momento in cui tornare a metter(si) a fuoco: una vecchia storia scovata in un deserto africano l’aveva narrata al mondo dicendo che è il tempo di cui abbiamo bisogno perché l’anima ci raggiunga, affinché lo spirito delle nostre radici profonde raggiunga il posto in cui abbiamo camminato. Sì, perché dove ci troviamo, il punto in cui siamo nel presente, non sempre corrisponde al luogo in cui siamo rimasti, con il cuore o con la mente.

Il punto in cui siamo nel presente non sempre corrisponde al luogo in cui siamo rimasti, con il cuore o con la mente: ci vuole tempo, ecco il difficile viaggio del cambiamento

Prendo la curva, mi piego. Mi costringo, fanno male le ginocchia: le giunture, come le chiamavano, perché quelle segnano il punto del collegamento mancante; fra le due ossa non c’è più un ponte, mi manca la connessione. Devo fare un salto.
Trovo un altro sguardo,
un’altra direzione.

La trasformazione no,
è un’altra cosa, a dirlo è la parola stessa. Il termine ‘trasformazione’ viene dal latino: trans-forma, “attraverso la forma”.
La trasformazione viene da dentro.
È questa la lezione di coraggio del tarassaco, lui che nasce sole,
con mille braccia gialle
e diventa vento, soffione leggero destinato a disperdersi nell’aria lanciando in giro semi e desideri. Nulla accade se non accade prima dentro, ecco la lezione dentro la metamorfosi del tarassaco: se fai attenzione, se ci guardi bene bene, tutto è già lì. Tutto è cambiamento perché si trasforma, impercettibilmente, ogni momento. Attimo dopo attimo, anzi attimo per attimo. Attraverso l’attimo. Il tempo ci scorre addosso e ci vive da dentro.

La realtà
cambia
quando
si trasforma
il mondo dentro.
Allora sì, che là fuori
mille impronte gialle
diventano strade nell’aria.

In viaggio dalla terra al cielo e dall’aria alla terra, di nuovo, i semi di ciò che agiamo diventano pensieri che si fanno azioni e viceversa. Come i semi del tarassaco di cui è buono tutto, dalle foglie amare che in montagna si mangiano nell’insalata o cotte in padella sulla stufa, ai petali gialli da bere nell’infuso. Nel giro di una sera e una mattina i prati si ricoprono di giallo, di nuovo. Soffiamo nell’aria i nostri desideri, credevamo di averli persi a un certo punto

e invece, eccoli lì. Sono fioriti i nostri pensieri. Si sono fatti colore. Noi non ce n’eravamo accorti, non ci facciamo mai caso, eppure sono sempre stati lì, intorno a noi: ad aspettare nel buio, attendere un varco, resistere al difficile e nutrirsi del domani, bere le tempeste e scoprire la luce dove non c’era. Il tarassaco ci insegna a soffiare via i nostri desideri, con tutte le nostre forze, lanciare i nostri sogni al mondo. E poi ritrovarli, dentro.

Primi giorni di primavera

Un uccellino dal 21 marzo, primo giorno di primavera, gira per tutte le case e da due giorni ci sveglia battendo forte il becco sul vetro della finestrella accanto a noi. Tu ieri hai spalancato gli occhi e sei rimasto un po’ lì ad ascoltare il silenzio, che cos’è questo rumore? È di nuovo quell’uccellino che batte sul vetro. È un batticosa, nero e bianco, veloce, che si nasconde fra i comignoli e poi torna a volarci addosso.

All’improvviso i prati si sono ricoperti di primule gialle e qualche crocus, cresciuti a macchie qui e là, insieme a violette minuscole, più rare e dal colore intenso. Il rosmarino non è ancora sbocciato ma lo farà a breve, lo so e appariranno i suoi fiori azzurri mentre lentamente, giorno dopo giorno, svaniscono i bucaneve che mi lasciano con la malinconia di saperli attendere per il prossimo inverno e la gioia di una nuova stagione che si apre.

Abbiamo visto il primo albero in fiore, un pruno selvatico ricoperto di mille fiori rosa. Primavera, mi hai detto tu stamattina, in spalletta da dove guardavi il mondo.

Dopo 252 anni, 252, il Parlamento della Scozia abolisce la caccia alla volpe.

Perché tenerci stretta la malinconia

I paesaggi della malinconia sono come certe giornate d’autunno o di inizio primavera, quando la pioggia e il sole si scambiano di posto velocemente e l’aria è ancora fredda. La malinconia è dentro un tramonto, ma a volte anche dentro a certe albe seppur piene di luce e bellezza. Perché proprio con la luce e la bellezza si mescola l’ombra della malinconia: è nebbia, non di quelle dove non si vede nulla; assomiglia di più a quella foschia leggera che annebbia l’anima e i pensieri con un non so che dolciamaro. Sì, questa parola esiste, dolciamaro, e mi sembra bellissima perché unisce il dolce all’amaro, piacere e dolore insieme, l’ombra e la luce, allegria e tristezza, proprio come il sentimento complesso della malinconia.

Una decina di anni fa Justin Feinstein, dell’Università dello Iowa negli Stati Uniti, ha condotto una ricerca selezionando un gruppo di dieci persone, fra cui cinque affette da forme di amnesia antrograda a causa di danni all’ippocampo e alla memoria a breve termine, connessa con la memoria spaziale e con l’incapacità di formare nuovi ricordi. Alle persone sono state mostrati dei video con scene tratte da film emotivamente intensi: dopo la visione degli spezzoni i ricercatori hanno testato la “temperatura emotiva” e le reazioni dei soggetti coinvolti nell’esperimento. Il risultato? Le persone colpite da amnesia rimanevano tristi più a lungo rispetto agli altri, pur senza sapersi spiegare il motivo. L’esperimento è stato ripetuto con la visione di film allegri, tuttavia è stato registrato che nel primo caso la condizione di tristezza mostrava una lunghezza più importante.

Non è qualcosa a cui dovremmo fare molta più attenzione? A volte per superare brutti periodi, disavventure o momenti tristi vorremmo lasciarci tutto alle spalle con una scrollata di spalle. Pensiamo che resilienza sia andare avanti, sempre avanti eppure dimentichiamo una caratteristica fondamentale della resilienza (oltre all’ovvio fatto che noi esseri umani non siamo metalli): il ritorno alla forma originale dopo un urto o una sollecitazione presuppone comunque una deformazione, un cambiamento. Non torniamo mai le stesse persone che eravamo: ogni attimo ci trasforma, ogni passo dentro al viaggio del tempo. E non parliamo sempre e solo di traumi, parliamo di cicatrici e vita, cadute, ginocchia sbucciate, parliamo di salite e rincorse, discese a perdifiato, di tuffi e voli, del cuore in gola e dei sogni che abbiamo dentro.

Allora teniamocela stretta la malinconia, come piccole perle da infilare nelle collane del Tempo che passa e fluendo ci fa danzare come foglie al vento. Teniamoci stretti i giorni di nebbia e le piogge improvvise, quando stare a occhi aperti a sentire le gocce sul tetto e contare ogni istante, che poi finiranno per passare veloci anche quelli che sembrano immobili. Teniamoci stretti la luce opaca dei grigio e del bianco, di certe mattine del lunedì o di una domenica al rallentatore, fra divano e copertina. Sì, la malinconia sembra nutrirsi di un senso di immobilità, è la magia del Tempo che si ferma ma solo per un attimo. E per un attimo riporta istantanee che credevamo perdute, un profumo dimenticato, il gesto di una persona lontana da tanto, l’angolo di una stanza in cui siamo passati che ormai sono anni, come le targhette con scritto il cognome sulla porta di una casa abitata una vita fa, oggi scomparsa. Ecco, la malinconia è come un’onda e, quando abbiamo il coraggio di restare lì in attesa e chinarci in ginocchio davanti all’oceano del tempo, come per magia appaiono relitti che si pensavano scomparsi, la coscienza ce li restituisce e per un attimo sono di nuovo lì, a ricordarci, forse, la bellezza sublime dei valori in cui crediamo nascosti nei piccoli dettagli, quelli che ci fanno alzare ogni mattina. Questo sì, è importante: ricordare a noi stessi cos’è che ancora ci sveglia e ci riporta in vita.

Spiegare la Pasqua ai bambini

Il seme sembrava morto nella terra, invece guarda che meraviglia: è (ri)nato, anche quest’anno. Ci vuole coraggio, il coraggio dei sogni, per ricordarci che rischiare, e persino morire, non sempre è la fine di tutto. Anzi, è sempre dalla fine di qualcosa che nasce ogni nuovo inizio.

Quando ero una bambina la maestra di nonsopiùcosa in classe aveva spiegato che gli uomini primitivi non avevano affatto idea di cosa ci fosse dopo la morte o che si potesse immaginare un’altra esistenza, solo con il cristianesimo questo fu insegnato grazie alla figura di Gesù. Davvero questi esseri umani antichi non ebbero alcuna idea riguardo la morte? E allora quand’è che nella storia compare il concetto di “reincarnazione”? Io, già allora con la testa eternamente fra le nuvole, mi facevo queste domande e, a dire il vero, la spiegazione ricevuta mi sembrò subito stranissima. Manciate di anni dopo e pagine dei libri sfogliati e esami universitari fatti, mi sono accorta che i miei dubbi avevano un’ottima ragione d’essere. Le religioni sono incredibilmente più mescolate e sfaccettate di così, anche se ancora oggi in molti non lo credono, non lo sanno o semplicemente non ci vogliono far caso. Non solo: nulla, proprio nulla ancora oggi possiamo dire su quegli uomini, quelle donne e quei bambini di un tempo, un tempo così lontano che si perde nel vortice dei numeri. Non possiamo dire nulla perché non abbiamo le loro parole e i pensieri che li hanno attraversati rimarranno un mistero che si è perso fra le foglie di foreste ormai scomparse e il vento della storia. Possiamo solo immaginarli, in piedi, davanti alla notte a scrutare le stelle e il blu inchiostro dove affonda la luna, come noi secoli dopo ancora facciamo. Di se stessi e del loro passaggio sulla Terra hanno lasciato un’impronta lieve, come le mani e le figure disegnate nelle grotte di tanti luoghi d’Europa dove ancora si conservano, al riparo dalla luce. Non sapremo mai che cosa sognavano, quale messaggio avrebbero voluto lasciare; non conosceremo le loro vite, né le gioie e le paure. Eppure, da soli, in silenzio davanti alla notte anche noi sperimentiamo lo stesso senso di grandiosa bellezza e insieme un filo di spavento dentro all’immenso che, anche stasera, rimane ignoto, misteriosamente e irrevocabilmente sconosciuto. Io me li sento vicini questi donne, uomini e bambini di un tempo, un tempo che forse in fondo al cuore non è così distante perché sono sicura che se ci potessimo guardare negli occhi ritroveremmo uno sguardo di una scintilla comune. Io so che quegli uomini e quelle donne erano molto più vicini alla morte di quanto noi stessi lo siamo: combattevano l’inverno, il gelo, la fame perenne. Tu pensa il sole all’improvviso più caldo, i rami che si ricoprono della dolcezza dei fiori; tu senti sulla pelle il calore del gelo che si scioglie e immagina lo stupore di ritrovare piante e fiori dove poco fa c’era neve e fango. Forse è proprio da qui che nasce la prima meraviglia: la consapevolezza che dopo la morte c’è vita di nuovo e non si tratta di congetture o metafisica. In natura la vita dopo la morte accade ogni anno, quando la primavera arriva dopo l’inverno. Perché questo preambolo? Per dire che non sempre bisogna credere ai grandi solo perché sono grandi. A volte, anche gli adulti sbagliano. Sbagliano gli scienziati e lo sanno, anzi sono sempre pronti a imparare dagli errori perché la base della scienza è proprio questa: osservare, fare ipotesi e poi confrontarsi con ciò che accade. Sbagliando abbiamo imparato tantissimo; abbiamo fatto scoperte incredibili e ogni giorno continuiamo a scoprire cose nuove esplorando. Quindi tu non smettere di farti domande e non credere mai quando qualcuno ti dice “le cose stanno così”.

Il significato della parola “Pasqua”

La parola Pasqua ha un senso bellissimo: viene dal greco e prima ancora dalla lingua aramaica. Significa “passaggio”, passare oltre. Il passaggio è stato storico, ha avuto un’esistenza geografica e sociale quando il popolo ebraico decide di opporsi alla schiavitù e infine riesce a partire, in una notte, e abbandonare l’Egitto passando attraverso il Mar Rosso prodigiosamente aperto. Il passaggio è personale, del corpo e dell’anima, diventa scelta politica, quando Gesù, che secondo diversi studiosi è figura storicamente esistita, vive la morte per celebrare la vita e contrapporsi alla morte in vita. In fondo, Gesù è un ribelle. Adesso immagina un posto come la Palestina, dove c’è il deserto e si innalzano le montagne; un posto dove la sera illumina un paesaggio fatto di piccoli villaggi fra i pendii ricoperti di ulivi e alberi da frutto. Ma aleggia la guerra, l’occupazione dell’antica Roma, allora potenza invincibile, e il senso soffocante di una società rigidamente schierata in cui donne e uomini sono profondamente divisi; uomini ricchi e sapienti da una parte, persone umili dall’altra. Gesù è nominato sia nel libro sacro alla religione ebraica, la Torah, sia nel Corano; entrambi lo definiscono un saggio profeta e se profeta è uno che sa vedere il futuro, allora si può immaginare la potenza del cambiamento di un visionario ribelle che all’improvviso, a quel vecchio mondo, inizia a dire una sola parola ma fondamentale: amore. Amore, la legge che tutto muove. L’amor che move il sole e l’altre stelle, scriverà secoli dopo Dante Alighieri, quando amore non sarà più parola proibita. In fondo, la primavera e la libertà condividono molto, la stessa aria di dolcezza di quando, dopo il gelo che ti blocca, finalmente si aprono i polmoni e riesci a respirare liberamente. La prima volta che respiri, dopo una dittatura, è come una boccata d’aria pura, di ossigeno e sole, dopo il ghiaccio dell’inverno. Ti sembra di vivere per la prima volta, rinascere se è possibile. La primavera tornerà, le primavere dell’anima tornano sempre, ancora e ancora: i sognatori lo sanno.

Le feste di primavera nel mondo

In Iran si festeggia Nowruz, il capodanno persiano, una delle feste più antiche. La parola nowruz significa “giorno nuovo” e questa festività ricorre fra il 20 e il 22 marzo, proprio i giorni in cui, dall’altra parte del Mediterraneo si festeggia l’inizio di primavera, che coincide con l’equinozio. La parola equinozio viene dalla lingua latina, equus, equo, infatti segna un cambiamento nel ciclo del tempo: si verifica quando la durata del giorno e della notte è all’incirca uguale, ovvero dodici ore ciascuno (guarda un po’, anche lo stesso numero degli apostoli). In India, dove si segue un calendario lunare come nel mondo arabo, nei giorni intorno al 18 marzo si celebra Holi, la festa dei colori, che inizia la notte prima, quando intorno al fuoco si ricorda il momento in cui venne sconfitto il demone Holika Dahana, che brucia nelle fiamme. In coincidenza con la festa cristiana di Pasqua in Thailandia a metà aprile c’è Songkran, il 13 aprile, una festa estremamente in cui ognuno è invitato a uscire per strada e ci si bagna reciprocamente, facendo vere e proprie guerre d’acqua con ogni mezzo, da pistole ad acqua a secchiate, a ogni età. Songkran è la festa per l’inizio del Nuovo Anno.

Il nuovo anno. Dall’altra parte del Mare Nostrum, il Mediterraneo, i popoli del Medio Oriente e dell’Estremo Oriente festeggiano l’inizio del nuovo anno tra la fine di gennaio e marzo. Anche per i popoli antichi era così. Il nostro Natale, vicino ai giorni del solstizio d’inverno, segna il periodo più buio e freddo dell’anno, soprattutto fra le montagne europee. Ma il punto più oscuro dell’anno segna anche il momento in cui, lentamente, la luce torna ad aumentare. Fra il mese di febbraio e marzo la terra è ricoperta dalle ultime nevicate, il sole diventa ogni giorno più forte e caldo. Vento e luce scioglieranno le ultime nevi: sotto, la terra fredda nasconde i semi caduti in autunno o seminati alla fine dell’estate; sono già lì, rimasti addormentati per mesi, al buio nell’incubatrice naturale di una pancia cosmica che li ha protetti e cullati per tutto l’inverno, nell’attesa delle condizioni giuste. Adesso è il momento di sbocciare.

Il senso della primavera in natura

Basta l’arrivo dei primi giorni di sole ed ecco che in un attimo sui prati compaiono i fiori di primavera più coraggiosi: primule (non ha caso chiamate così perché sono fra le prime a comparire), violette, crocus bianchi e viola, bucaneve, margheritine. I rami si ricoprono di gemme che fra un paio di mesi porteranno la meraviglia dello spettacolo profumato dei ciliegi in fiore, in Giappone chiamato sakura, insieme alla fioritura dei meli selvatici, peschi e peri, o i cespugli come il biancospino. Fra le spine delle rose si intravedono già i nuovi butti,a breve si trasformeranno in boccioli.

La primavera è il momento in cui si nasce. Nella natura accade ancora così, ogni anno si rinnova il tempo del nuovo, proprio come il nuovo anno che anche noi, nelle società umane, desideriamo ricordare e celebrare. Nell’aria tornano a volare coccinelle, api e qualche mosca vagabonda. Nei boschi a breve nasceranno i piccoli cerbiatti e i caprioli; nelle stalle questo è il tempo dei giovani vitellini e capretti. Si nasce quando ci sono più probabilità per sopravvivere e per l’estate si sarà già sufficientemente forti per essere indipendenti. Madre Natura insegna che nulla è per caso. La vita cerca e insegna la vita. Grazie alle piogge primaverile, che ogni tanto si trasformano in acquazzoni tempestosi, la terra riceve nutrimento e in un attimo, non appena ricompare il sole, il bosco si accende di una tonalità di verde unica, ricco di clorofilla e vibrante del nuovo fogliame che nel giro di qualche settimana ricoprirà gli alberi.

Un tempo, nelle campagne italiane così come in molti altri luoghi d’Europa, si accendevano i falò. Talvolta i fuochi venivano accesi in gennaio, oppure in maggio o in giugno a seconda del posto e della tradizione a cui era legato. Accendere i falò era un’antica usanza contadina e aveva anche un risvolto pratico perché serviva a ripulire la terra, senza contare la funzione della cenere che, grazie ai microelementi come magnesio, calcio e rame, fa da concime e fertilizzante naturale. Sembra che il rito dei falò, che oggi rimane in alcuni luoghi come la festa dei Falò di Rocca San Casciano in Emilia Romagna, si perda nella notte dei tempi e arrivi fino agli antichi Liguri, i Longobardi e i Celti.

Esercizio di immaginazione

Scende la sera, la giornata sta finendo. Ora pensa a un mondo molto più buio del nostro: un mondo senza elettricità, in cui il freddo è molto più freddo di ora, senza comodità, e la notte infinitamente più lunga. Adesso immagina l’inverno, con il freddo sulle mani e nell’anima, un lungo inverno che sembra non passare mai; la fame, le giornate che finiscono in fretta, l’immobilità. Ora il buio di un’intera vallata di colpo si anima con la fiamma di tantissimi piccoli fuochi, falò disseminati ovunque che fanno sorridere. Falò intorno a cui prendersi per mano, ballare, tornare a sognare e iniziare a innamorarsi. Piano piano torna la luce, ogni giorno di più e il primo giorno in cui si sente di nuovo il sole sulla pelle è una festa davvero. I prati producono nuove erbe da mangiare; gli uccelli selvatici e le galline, che durante l’inverno sono in ferma, tornano a fare le uova. L’aria si riempie di nuovi profumi.

Antiche storie sulla creazione

Il buio, il fuoco. L’acqua, come la festa thailandese di Songkran. In modo diverso, i popoli del mondo celebrano la luce che torna a far vivere la natura e le speranze. Che di questo ha bisogno la vita qui sulla Terra per continuare: luce, fotosintesi, acqua e aria. L’uovo, simbolo ancestrale, non solo ricorda il periodo dell’anno in cui le risorse naturali tornano ad abbondare e nascono i nuovi nati. L’uovo cosmico, associato al mistero della creazione, celebra l’esistenza che è e sempre sarà, il mistero racchiuso all’interno che si apre al mondo, l’istante del miracolo in cui la Vita torna magicamente a fluire. Nell’antico Egitto il dio della Terra, Geb (maschile!), sposo di Nut, dea del Cielo (femminile!), era rappresentato con un’oca sul copricapo, mentre in India Brahma nasce da un uovo cosmico da cui ha origine tutto il mondo. In quanti modi noi, come umanità, abbiamo immaginato la creazione: tu quante storie conosci sulla creazione? Se ci fermassimo solo un attimo potremmo forse scoprire che ogni racconto è immerso in un’atmosfera tutta sua: ha coordinate geografiche e spaziali diverse. Immagina di essere una donna o un uomo di millenni fa, senza internet né libri, e provare a spiegare il mondo, a te o a un bambino: quante incredibili storie abbiamo saputo vedere osservando la natura misteriosa del pianeta.

A proposito della mitologia indiana, anche qui, dall’altra parte rispetto al nostro mondo, esiste una trinità: si tratta di Brahma, Visnu e Shiva, che corrispondono a tre aspetti differenti del divino. Brahma è considerato il creatore, Visnu il dio e il principio conservatore che mantiene inalterato l’ordine del mondo e Shiva il distruttore. In un certo senso, fanno venire in mente anche il grande ordine del tempo, che noi scandiamo in passato, presente e futuro. Secondo alcune fonti sembra che Gesù abbia viaggiato fino in India negli anni in cui non si ha notizia di lui,  e che in alcuni monasteri della città santa di Lhasa, per secoli inaccessibile, sia rimasta testimonianza del suo passaggio. Nessuno saprà fino in fondo ciò che è stato della sua esistenza e come avrebbe voluto tramandare i suoi insegnamenti, eppure forse la sua lezione principale resta questa: se ci guardiamo intorno c’è un’unica grande Storia di cui continua a parlare il mondo; la racconta la terra, con le sue trasformazioni e le stagioni , la raccontano i fiori e gli uccelli che ritornano dalle migrazioni invernali per tornare a fare i nidi e deporre uova che porteranno a nuove generazioni.

Anche gli esseri umani, da una parte all’altra del globo, osservano e continuano a celebrare la vita, in modi diversi che ciò nonostante contengono un filo colorato. Lo vediamo quel filo: è sottile e colorato come quello di un aquilone pronto a lanciarsi nel cielo blu al soffio del vento di primavera, è la magia della Vita che ritorna, ancora e ancora, anno dopo anno, a rinnovare il patto e ricordarci che siamo vivi. Il seme sembrava morto nella terra, invece guarda che meraviglia: è (ri)nato, anche quest’anno. Ci vuole coraggio, il coraggio dei sogni, per ricordarci che rischiare, e persino morire, non sempre è la fine di tutto. Anzi, è sempre dalla fine di qualcosa che nasce ogni nuovo inizio, in fondo la morte è lo spazio di silenzio e calma, la stasi, di cui c’è bisogno affinché fra una pausa e l’altra si possa scrivere il ritmo di una nuova musica.

Trovare la bellezza nel mondo

Le rose perché sbocciano tutte insieme e all’improvviso
I bambini perché portano caos nelle vite ordinate
I cani perché conoscono l’amore
La pioggia perché tutto fa risplendere
I fiori selvatici perché sono alieni silenziosi e noi ancora lì a cercare nel cielo ciò che non sappiamo riconoscere in terra
Il legno, la terra, l’acqua perché veniamo da lì
Le giornate fatte di ore lente, dove niente accade, perché ci fanno osservare il sole
Le spine delle rose, i germogli appena nati, camminare a piedi nudi, liberare una lucertola, le ortiche che fanno ahi e la pizza da impastare, gli aperitivi fino a tardi, aspettare l’imbrunire, l’orizzonte silenzioso e indaco, le prime stelle della sera, un sogno bello
quante cose ci salvano
con la bellezza

– Trovare la bellezza nel mondo è un esercizio quotidiano, dentro ha il potere della gentilezza che si china e, flessibile sulle ginocchia, si inchina alla vita. Domani voglio continuare a trovare…

Giugno

primo giorno di giugno, il “mese delle ali di cicala”, uno dei nomi di giugno in Giappone.
La guerra in Ucraina è al giorno 97, fra tre saranno cento: è passato febbraio con gli ultimi strascichi di inverno, sono sgocciolati via marzo e aprile con la Pasqua, che quest’anno si è magicamente sovrapposta fra cristiani cattolici, ortodossi e la fine del Ramadan. Scivolato via maggio, con gli acquazzoni che sconquassano e il sole che già fa immaginare l’estate, è un nuovo mese

il 24 di giugno, san Giovanni, è il momento di raccogliere i fiori di camomilla, si diceva un tempo.
Questo è il mese del solstizio e dei fuochi, che celebravano la danza del sole e la natura che di nuovo cambia e incontra una nuova fase. Il mese delle vacanze estive, del grano e dell’amore.

Nella notte infinita del 24 si davano appuntamento le streghe e forse ancora lo fanno, nascoste tra foreste antiche e giungle di cemento. Torneranno le lucciole, a breve, aleggeranno luminose sui prati di notte, mentre i pipistrelli ci sfiorano con un brivido.
E nei falò si bruciavano le ossa per scacciare i diavoli e si ballava intorno cantando la notte e prendendosi per mano, furtivi. La stagione dell’amore sì, del grano da tagliare, dei papaveri che inondano il mondo di rosso e del caldo che ferma il mondo. Ma proprio quando il sole è al massimo già inizia a calare e il buio, lentamente tornerà a farsi posto nelle ore di luce.

Questa è la lezione del solstizio e dell’estate, l’ombra è là dove la luce risplende di più. E un po’ prende la gola, questa inquietudine leggera. È il senso della fine che sta in tutte le cose, che di giorno ce la dimentichiamo ma il tramonto la ricorda.
Con la cenere dei fuochi di san Giovanni ci si strofinava per togliere il malocchio e la sfortuna, un tempo. La mattina, nell’acqua di san Giovanni fatta di fiori lasciati a riposare alla luce della luna, le ragazze leggevano il loro futuro e poi si lavavano il viso con la rugiada, che gli antichi Romani pensavano avesse moltissime proprietà. È tempo di raccogliere le noci, ancora verdi, per preparare il liquore nocino.

Mia nonna guardava alla finestra il sole e sapeva che in un certo punto, lì lungo il profilo sul crinale delle montagne, tramontava in giugno, in un altro punto a settembre. E così, l’estate aveva una durata che si misurava nello spazio, sulla punta delle dita e con lo sguardo. Che in fondo questo è la vita, ricordarsi ogni tanto di fermarsi
e avere tempo per guardare dove finisce il Tempo