Che cosa ci portiamo dei nostri sogni?

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni? I sogni dei bambini sono grandi, belli, non temono confronti: è tempo di ritrovarsi e crescere sognatori

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni?

I nostri sogni, la nostra libertà.
Se c’è una cosa che spesso manca è questa: insegnare ai bambini a coltivare un sogno. Non lo facciamo nemmeno più noi.
Finalmente ci hanno fatto desistere.

Ormai sei grande per queste cose

Quante volte ti hanno detto questa frase? Ormai sei grande per queste cose.

Essere adulto significa stare con i piedi per terra, smettere di coltivare sogni troppo lontani e ambiziosi, guardarsi intorno e pensare alla sopravvivenza….

Essere adulto significa stare con i piedi per terra, smettere di coltivare sogni troppo lontani e ambiziosi, guardarsi intorno e pensare alla sopravvivenza?

 

Si può sopravvivere davvero senza sogni?

Sì, si può sopravvivere senza sogni. Lo fanno centinaia di persone, ogni giorno.
Puntano la sveglia la sera prima, si alzano, vanno al lavoro, fanno la spesa, fanno uno sport o vanno al cinema, cucinano e brindano, vanno al ristorante; fanno figli, mutui, costruiscono case e vite. Proprio come tutti gli altri.
Solo che si riconoscono perché hanno lo sguardo spento, seppellito da tonnellate di sabbia e dura terra: è lì che hanno sepolto i loro sogni, nella polvere del tempo e degli anni, chiusi in soffitta e nei cassetti.

 

I sognatori hanno lo sguardo brillante e il cuore che va lontano. I sognatori non li compri perché non si arrenderanno mai. I sognatori sono in mezzo alla gente di sempre, ma te ne accorgi: loro se lo ricordano. Siamo tutti viaggiatori del tempo, qui per esplorare questo pianeta azzurro, piccolo e grande insieme, ma non possiamo ripartire senza aver completato la nostra missione. Qual è la tua?

I giapponesi usano la parola ikigai per dire tutto ciò che ci tiene in vita, tutto ciò che ancora ci tiene in vita: tutto ciò che vale la pena, per cui vale la pena alzarsi e affrontare la giornata, combattere e tramandare agli altri. Non è solo una la passione, ma tante: sono tutte quelle che ci fanno brillare gli occhi e venir voglia di uscire allo scoperto. Sperimentare, esplorare.

Stai divagando, concentrati su una cosa sola

Ci hanno detto che la passione è una, tutto il resto sono hobby, o peggio ancora, perdite di tempo. Se ami la fotografia, esci, fotografa, impara tutto sulla fotografia, vendi le tue foto e diventa fotografo: altrimenti si vede che non era quella la tua passione. Diventa un esperto. Un esperto in qualsiasi cosa, purché ti fermi e impari a concentrare tutte le energie lì.

Multipotenzialità, dall’inglese multipotentiality, identifica le capacità e la propensione di persone che tendono a focalizzarsi su più interessi e attività: di solito sono soggetti che presentano una forte curiosità intellettuale, possono eccellere in più di un campo e possiedono grandi risorse creative

Nel 1972 lo psicologo R.H. Frederickson crea la definizione di “multipotenziale”. Sebbene la tendenza ancora oggi sia verso l’iper-specializzazione non demoralizziamoci. Caro viaggiatore intergalattico, il mondo e questa incredibile vita hanno una complessità e una ricchezza così esplosive da non poterle ridurre in pochi scatoloni. O meglio, potremmo, ma perché farlo?

Quando diventerai grande dovrai pensare al lavoro e alla tua sopravvivenza

Sì, la sopravvivenza qui sulla Terra è una grossa questione. Una di quelle questioni che non puoi eliminare così alla svelta, ti ci vorranno anni per esaminare il problema a fondo e poi pensare a delle soluzioni possibili. Anni in cui metterai la sopravvivenza sopra a ogni cosa perché dovrai pagare l’affitto, mangiare e fare tante altre cose che magari non sono indisensabili ma fanno comunque parte della vita. Salvo poi ricordarti, magari dopo anni, dove sono finiti i miei sogni? Che cosa ne ho fatto e che cosa sono diventato nel frattempo? Non preoccuparti, è successo a tanti, forse tutti. Si perché forse un po’ a tutti capita di dimenticare, anche solo per un attimo, qual’era la cosa che non dovevi dimenticare.

La ritrovi là dentro, nel respiro del cuore che batte: la cosa da non dimenticare mai, caro viaggiatore delle stelle, è quello per cui batte il tuo cuore. Che cosa ti fa vivere e sorridere e respirare, ancora? Riportalo a galla e avrai la chiave della felicità

La felicità non è domani, non è il successo. Ricorda che lasceremo tutto un giorno, è nel destino di questo viaggio. La felicità è nell’attimo di adesso, è ciò che ti fa sorridere anche se sei nella situazione più grigia. Per questo hanno sbagliato tutto a raccontarci dei sogni: i sogni che vale la pena inseguire non lo sono per via della sopravvivenza, o perché hanno successo o si trasformano in un lavoro. Lo sono a dispetto di tutto questo. Lo sono perché portano pace nella nostra anima.

A Gabicce Mare

in uno spazio tempo a metà via fra Cesenatico degli anni Ottanta e i matrimoni lampo di Las Vegas vive
Gabicce

a Gabicce non si dorme mai e si mangia a stento,
i “ciucciamonetine” sono alti un metro e mezzo o poco più,
conoscono bagnini e baristi, con cui hanno traffici segreti: è tutto uno scambiarsi soldini e monetini per avviare i temibili giochi, che sono
ovunque. Impossibile andarsene dalla spiaggia: bimbi! esclama il piccolo viaggiatore con il dito puntato
e del mare chissenefrega

il centro del mondo è la spiaggia,
giochi: giochi è la prima parola con cui ci si sveglia la mattina e mentre si aprono gli occhi suona imperioso un monito interiore:
là, fuori
fuori. Giochi!

C’è il camper di Adriano al bagno 28, si narra che quando arrivò i piccoli viaggiatori intergalattici facevano la fila. Me lo dice il bagnino Francesco, che per passione legge grossi volumi di economia in lingua inglese all’ombra. Al sole delle due resistono solo le signore più abbronzate, indefesse con il cappellino sulla fronte: loro, quelli piccoli, non si arrendono

scotta la sabbia? no
correre! dicono, e se ne vanno correndo mentre i grandi si salutano in fretta e lasciano i discorsi a metà.
Abbiamo tutti gli stessi giocattoli, molto simili, cambiano i colori e qualche forme. TrattoLe! I trattori sono i preferiti, ruspe, palle che il vento disperde continuamente e
ovviamente, secchiello e paletta.

Sono oggetto di lunghe contrattazioni fra i più piccoli, secchiello e paletta. Una palestra con cui i più volenterosi imparano, e insegnano, l’uso dei possessivi e della filosofia politica: mio, tuo, suo, condivisione, riappropriazione, appropriazione indebita, prestito, riscossione etc. Gli stronzi di solito iniziano a intuirsi già a questa età, hanno modi di fare che rivedrai a diciotto o quarant’anni, solo con più rughe.

Ma a volte è da un graffio e uno spintone che nasce un’amicizia. Perché tu, che cammini su questo pianeta da un po’, te ne andresti. Invece loro no: i giovani viaggiatori dello spazio, neo neanderthaliani, stanno ripercorrendo la storia dell’umanità in breve. Sono convinta che sia un’informazione impressa nel DNA, esce allo scoperto all’inizio del viaggio sulla Terra. Mio! No! Tu! IO! dicono “io” per dire “tu” e “tu” per dire “io”, si lanciano urli e danno spintoni, ma poi tornano, proprio come preistorici Neanderthal ribadiscono le posizioni, le discutono, si guardano dritto negli occhi, si lanciano sabbia e si depistano, si perdonano, si baciano, si odiano, si fanno la guerra e fanno pace

e poi te ne vai, un po’ più in là.
C’è il bagno Marisa al 23, dove incontri il gruppetto degli amici con cui proprio ti trovi. Succede a ogni età, affinità elettive, qualcuno le chiama, o più semplicemente la capacità di allenarsi a riconoscere quelli con cui ti piace fare gruppo: un esercizio che forse è il più importante di tutti e per tutta l’esistenza. Forse è proprio da questo allenamento che nasce il desiderio e la forza di non accettare passivamente la classe, la scuola, o i colleghi del lavoro ma di andare a cercare le situazioni e le persone con cui sentiamo di star bene; sapere che sì, è sempre possibile trovarle. Soprattutto se continui a camminare ed esplorare, sapendo che è un viaggio, che ti fermerai con qualcuno e non è affatto detto che saremo amici, non possiamo essere amici di tutti: questa è una grande e meravigliosa verità.

Vogliamo appiattire i bambini dicendo ‘sii amico di tutti’, ‘i giocattoli sono di tutti’. Ma tu non daresti la tua borsa o il vestito a cui tieni a chiunque. Dentro, anche se sei alto meno di un metro, intuisci che c’è qualcosa di storto, qualcosa che non torna in queste parole. No, non possiamo essere amici di tutti: bisogna imparare a sentire. E scegliere. E sperimentare, vivere, metterci alla prova. Curiosare. Uscire dal proprio spazio e vedere che effetto fa. Provare a giocare insieme, sbirciarsi a vicenda.

C’è Luca che ha cinque anni, anzi sei, ma non so quando sono nato in ogni caso o venerdì o sabato o domenica perché al mio compleanno è sempre festa, c’è Maria Sole che è sua sorella e di anni ne ha tre e Anastasia, la grande, che ne ha nove e suo papà, bravissimo a costruire piste giganti, che ogni tanto scappa a fumare, quando può – ancora un’altra ? – dice lei e scuote la testa. C’è Ettore che, la sua mamma sospira, spero si stanchi e vada a dormire. E poi Domenico che ha il costume con i teschi e gli occhi azzurrissimi: sono in quattro fratelli, ognuno distante cinque anni dal precedente o successivo. E poi Simone, che passerebbe la vita su uno scoglio o in acqua a nuotare come un pesce.

Tutti festeggiano le pagelle, comunque sia andata, e l’inizio di una nuova stagione dell’anno e della vita: le vacanze, desiderio di un anno intero. In barba alle preoccupazioni su ragazzini curvi sugli schermi, a Gabicce mare impera, incontrastato, il vecchio gioco delle biglie

le biglie sono palline di plastica colorata con dentro un’immagine, una figurina di carta diversa così ognuno può riconoscere la sua. Ogni giorno si fanno piste immense, dotate di tunnel, salite, discese ardite e fossati: questo impegna all’incirca tutta la mattina; poi si svolge la gara di biglie. Subito dopo è l’atto finale di distruzione perché le buche vanno richiuse altrimenti una persona può cadere e si rompe una gamba, soprattutto i vecchi, e poi il bagnino si arrabbia: questo lo sanno tutti i bambini. Per i più piccoli una delle cose più difficili da capire è perché alla cura estrema a non rompere mura e parapetti e tunnel in un attimo si sostituisca la furia cieca della distruzione. Tant’è, succede anche nella vita. E di solito, in spiaggia come nel quotidiano, solo chi ha costruito ha il diritto di rompere: diritto che si accaparrano i più grandi, che tanto si sono impegnati con secchi, sabbia, leganti e leggi dell’architettura dei ponti.

ogni giorno è diverso, ma solo se lo vuoi. Perché
se non fai programmi e ti lasci portare dalle sensazioni
può darsi che ieri ti farai un caffettino e uscirai tardi, senza orologio finendo per tornare tardissimo, al tramonto, con un cartoccio di spiedini di gamberi e calamari, la sabbia fra le dita dei piedi e ovunque, la pelle rossa di sole e appena il tempo di fare una doccia prima di addormentarsi
oggi hai lasciato aperta la tapparella e ti sei alzata presto, beato chi ama svegliarsi all’alba e cammina nella spiaggia ancora umida fra i colori che dipingono l’inizio del mondo

domani non sappiamo che sarà,
non lo sappiamo mai a dire il vero solo che cerchiamo di darci orari, tempistiche, programmi,
giusto per star tranquilli
giusto per occupare il tempo

e ci perdiamo il gusto,
il gusto di vivere attimo per attimo, che
ogni attimo ti dice di cosa c’è bisogno in questo momento
proprio questo, adesso e qui

tutto questo sembra estate, ma è ancora primavera,
gli ultimi giorni di primavera
a Gabicce Mare.

La filosofia della gentilezza

 

La filosofia della gentilezza è un modo di stare al mondo: essere gentili, una sfida. Ecco la rivoluzione: a bassa voce, con un sorriso

Ci sono delle cose che dovremmo tenere a mente e una di queste, insieme alla gratitudine, è la gentilezza. Sulla gratitudine ci hanno scritto dei libri, compresa Oprah (Winfrey), che a dire il vero ha avuto una vita per niente facile e se non fosse per qualcosa di più che una sterile analisi dei fatti probabilmente sarebbe ancora immersa nelle sabbie mobili del rancore. Sì, la rabbia ci divora da dentro: ci smangia e consuma l’impossibilità, o almeno il crederlo tale; ci logora l’eterna attesa, la tristezza che deprime, la pioggia che intride, il rimorso, il rimpianto, la nausea di tutto. La sensazione che avrebbe potuto essere meglio, sempre e comunque.

La meditazione ti fa fermare e vedere quello che vivi, qui e adesso, sof/fermarsi a respirarlo, soffiarlo via, incamerarlo
è esattamente quello che succede quando sono grata. Mi fermo e lo vedo, tutto ciò che ho vissuto: entra nel naso, in gola, riempie i polmoni.
A volte è forte, troppo forte; fa pizzicare il naso, gli occhi, la pelle. Fa scendere il naso e ridere, piangere, in una parola: emozionarsi.

Piange o ride, non si capisce quale delle due, ha detto oggi un bambino parlando di uno più piccolo che voleva aiutare.
Ecco, non diciamocelo. Importa davvero dare il nome a tutto? Malinconia, disperazione, attesa, felicità, trepidazione, quante sfumature infinite tutto quello che possiamo provare. Ci hanno detto che importante saper leggersi dentro, ma magari è tutto questo e ancora molto altro.

Questo è il punto. Non mi forzo. Non mi sforzo. Quando smettiamo di farlo allora iniziamo a essere gentili con l’ultimo degli ultimi: noi stessi. Noi, che siamo quelli che ci giudichiamo. E arranchiamo, corriamo, non ci bastiamo, ci allunghiamo, ci facciamo piccoli o grandi a seconda del caso.

Gentilezza, una parola bellissima.
Che cosa ci vuole nella vita? Più gentilezza.

Sembra che la parola “gentilezza” indichi l’appartenenza alla stessa gente, a un medesimo gruppo sociale. I bambini in questo a volte sono giudici terribili: devi entrare nel cerchio per poter essere trattato con gentilezza, devi osare e giocartela, devi volerlo e rischiare.

Abbiamo questa idea di dover tirare fuori il meglio da noi stessi e dal mondo. Invece basterebbe vedere quanto siamo già tutto questo e oltre, altro.
Eravamo bellissimi, quando abbiamo iniziato a percorrere questa strada, appena precipitati su questa sfera azzurra chiamata Terra.
Siamo bellissimi e nessuno ce l’ha mai detto.

 

Piccole scoperte meravigliose

Curiosità, motore del mondo: è per curiosità che usciamo dalla porte, ci mettiamo su nuove strade; cambiamo lavoro, casa e amori, ci mettiamo alla prova, andiamo alla scoperta di nuovi orizzonti, ci sentiamo insoddisfatti.
Inquieti, nulla ci basta mai. Abbiamo bisogno di esplorare, sperimentare
la vita
in ogni forma,
pur sapendo che non è possibile, ci dobbiamo accontentare.
Non possiamo vivere più di una vita alla volta,
tranne,
forse
che

con l’immaginazione.
Lei sì, ci salva:
è con il potere dell’immaginazione che
viaggiamo
attraverso lo spazio e il tempo,
solcando le onde invisibili di oceani primordiali.
Chiudiamo gli occhi e siamo altrove,
possiamo volaree
essere in altri luoghi e altre vite,
superare i nostri limiti
fare un salto al di là di ciò che siamo.

Quali sono le piccole scoperte meravigliose? Sono quelle quotidiane, le scoperte di ogni giorno, quelle che ci vuole attenzione per vedere. E cuore per comprendere

Ogni volta che usciamo di casa se apriamo veramente gli occhi
corriamo un rischio: è il pericolo di
essere interrotti,
fermarci
andare altrove, incontrare un bivio che
ci porterà fuori strada. Ci farà scoprire
nuove rotte, perdere, dimenticare ciò che
stavamo cercando.

La parola “meraviglia” viene dal latino mirari, “meravigliarsi”: è lo stupore di ciò che ci lascia attoniti. Accade innumerevoli volte da bambini, solo che tu più passano gli anni più te ne dimentichi, tutto diventa un già visto e già sentito. Te ne sei dimenticato che c’è stata un’epoca in cui tutto era una prima volta, tutto era stupore e meraviglia, oggi te l’aspetti e mentre facciamo dell’aspettativa una regola, lentamente si sbriciola la magia, che invece è una componente fondamentale della meraviglia e… dell’infanzia, non per caso.

Come recuperare angoli di meraviglia nella nostra vita? Camminare in compagnia dei bambini aiuta, ma a dire il vero viviamo in una società dove è sempre più raro avere l’occasione di passare del tempo con i più piccoli, a meno che non facciano parte della cerchia delle nostre piccole famiglie. Eppure, quella di trovare occasioni di meraviglia è una missione, va esercitata nel tempo e con dedizione, passione, curiosità. In fondo, è una questione di sguardo. Perché dietro la rigida maschera del quotidiano si nascondono infinite occasioni di meraviglia. Vale sempre la pena meravigliarsi.. Dentro, c’è il movimento sinuoso e inarrestabile della bellezza, è la poesia che ci salva la vita perché ci riconnette a tutto quello che ci fa sentire tragicamente belli e talvolta infelici, inquieti, ribelli, veri, coraggiosi, paurosi, indomiti, pieni di speranza e forza. In una parola, vivi.
Ogni volta che mi meraviglio riconosco, con stupore, quanta vita scorre ancora in me.

Crescere bambini come alberi

Mi sono sempre chiesta che cosa accadrebbe se fin dalla nascita ci considerassimo esseri viventi, rappresentanti della stirpe umana, persone, con desideri e diritti, bisogni irrevocabili, modi di essere e non semplicemente qualcuno da educare. Come cambierebbe il mondo se si smettesse di dire “è solo un bambino” o frasi come “dobbiamo educarlo”? Davvero c’è un’impostazione da dare? Io piuttosto la vedo come gli alberi. Guardo quei tronchi, così tenaci e forti anche quando sono giovani, l’abbraccio grande e verde dei rami che vanno verso cielo: sembrano fermi, invece si muovono in modo molto lento, ecco perché al nostro occhio appaiono immobili. Vivono cent’anni e oltre gli alberi, attraversano il tempo in modo diverso da noi. Noi che del resto viaggiamo nel tempo in modo diverso anche da una libellula, o un elefante. Ognuno percorre il mondo e la vita alla sua velocità.

Eppure, noi così diversi siamo simili. In fondo, si nasce da soli e da soli si muore, è la legge più antica del mondo, forse dell’universo intero. Da soli si cresce. Può esserci la mano amica o spietata di un giardiniere sollecito o perfino zelante; di sicuro influiranno le forbici, la forma che vogliono darci, il metodo. Ma non del tutto. Ciò che siamo, molto in profondità, emerge sempre e prima o poi travolgerà tutta la nostra vita, o se non altro quella impostazione che teneva insieme le cose in maniera ordinata. Siamo più forti della tempesta, la grandine ci lascia i segni, il vento ci insegna a piegarci e andare verso l’orizzonte in altri modi, persino piegati se serve. Il cuore, che sta sparso in ogni cellula e fa pulsare ogni fibra del nostro essere, è linfa vitale che fa andare avanti la vita anche quando ci crediamo morti. L’inverno dell’anima ci spoglia di ogni foglia e speranza, la stagione dell’amore ci fa rifiorire. Stendiamo le braccia ogni giorno al sole e mettiamo su nuovi germogli, ci adorniamo di idee come gemme e lasciamo che la pioggia faccia il suo corso: nelle tempeste scopriamo di essere ancora vivi, un mattino ci svegliamo e abbiamo aggiunto un nuovo cerchio al giro degli anni.

Dentro ognuno di noi c’è un viaggiatore, e una viaggiatrice, intergalattici: immaginiamoci così. Ogni giorno andiamo a scuola, impariamo la vita attraverso il mondo. La scintilla della meraviglia è ciò che desta e muove: grazie alla curiosità andiamo verso ciò che ci è ignoto facendo dell’avventura un nuovo viaggio alla scoperta di ciò che conosciamo.

“Non vi è uniformità geometrica in nessuna parte dell’albero. E tuttavia sappiamo che il seme, i rami, le foglie sono un tutt’uno. Sappiamo anche che nessuna figura geometrica può gareggiare in bellezza e grandiosità come un albero in piena fioritura”
Gandhi

per crescere
ogni piccola pianta
ha bisogno di calore,
attenzione
amore
ogni piccola pianta
ha bisogni fondamentali.
Il nutrimento che viene dal soddisfare la sopravvivenza,
il nutrimento che viene dal calore,
il nutrimento che viene dal sapere, e sentire: sì, ti vedo sì, ti sto guardando sì sono qui
il bambino che siamo dentro per sbocciare ha bisogno del SÌ. E se non l’hanno fatto prima, possiamo sempre dircelo oggi. Ora. A bassa voce. Dentro noi se stessi.

Sì, ti vedo. Sì, sei una persona bellissima. Sì, hai un sorriso meraviglioso. Sì, quando piangi va in pezzi tutto il mondo. Sì, hai sogni incredibile. Sì, sei vulnerabile e sei forte. Sì, puoi iniziare. Sì, puoi osare. Sì, puoi immaginare. Sì, puoi sorridere. Sì, sei un essere unico. Sì, hai un cuore antico e semi che fanno di te la persona che sei: spargili, guarda i colori della tua anima, distendi i tuoi petali al sole, sii foglia e lasciati sommergere di luce, apri le braccia e diventa rami verso il cielo
inebriati di energia
perché puoi,
siamo vivi

L’EDUCAZIONE DEI BAMBINI COME ALBERI

Gli alberi sono indipendenti
possenti,
anno dopo anno
forti
selvaggi
orgogliosi
capaci di integrare
contemplare

in natura
non esiste errore.
La deviazione
diventa meraviglia,
l’ostacolo inglobato

Gli alberi non vengono coltivati, al massimo
custoditi
amati
aiutati.
Potati, a volte.

È sempre difficile tagliare un ramo, ancor che secco

Gli alberi crescono forti e liberi
bevono sole e tempesta,
respirano l’aria che tira.
Diventano alti e vanno a cercarsi l’ossigeno e la luce di cui hanno bisogno. Per crescere

dentro
scorre linfa vitale.
Baciati dalla luce

ognuno dentro ha un seme

mai ci sogneremmo di
trattare tutti gli alberi nello stesso modo.

Invece con i bambini lo facciamo: cerchiamo regole e leggi universali da applicare. Ma
c’è quello che si sveglia e quello che ha fame, chi ha bisogno di mamma e chi degli amici, chi ama le verdure e chi non ne vuole sapere. Ogni bambino è un mondo e un tempo diverso.

ogni bambino ha un seme e
cerca di sbocciare
a modo suo

La lezione del tarassaco

C’è una cosa che ci insegna il tarassaco ed è
il senso della trasformazione.
La parola “cambiamento” viene dal verbo greco “kamptein”: significa
curvare, piegare, girare intorno
il cambiamento ti capita fra capo e collo,
è un tormento a volte, o
un ostacolo
spesso non lo decidi
è una cosa bella, come un lavoro nuovo, sposarsi, cambiare casa, un nuovo progetto
oppure un fatto triste, una malattia, un incidente
è qualcosa che si mette sulla nostra strada e ci costringe a
cambiare
direzione. E allora,
succede: muovo
lentamente
il collo,
prendo la curva
Trovo un altro sguardo
e un’altra direzione.
La trasformazione no,
è un’altra cosa. Viene dal latino,
trans-forma
attraverso la forma.
La trasformazione viene da dentro.
È questa la lezione di coraggio del tarassaco, lui che nasce sole,
con mille braccia gialle
e diventa vento, soffione leggero
si disperde nell’aria
portando in giro desideri :
nulla accade se
non accade prima dentro.
La realtà
cambia
quando
si trasforma
il mondo dentro.
Allora sì, che là fuori
mille impronte gialle
diventano strade nell’aria

I bambini sono lenti

i bambini sono lenti,
ci mettono tantissimo
a infilare un piede nella gamba giusta del vestito, a andare da un posto all’altro o
scendere le scale
barcollanti come sono,
distratti
si fermano a guardare un fiore
un sasso, qualcosa fuori asse
attira l’attenzione
i bambini rovesciano i piatti,
si sporcano
maldestri
inciampano,
si fermano quando non dovrebbero
vogliono solo giocare
scoppiano a ridere quando tu urli
per fortuna ci siamo noi,
noi adulti
a fare fretta, a incalzarli,
a dire di non perdere tempo
e sbrigarsi
ricordare la disciplina
l’importanza della serietà

I bambini sono lenti,
si fermano a guardare ciò che non dovrebbero.
Maldestri, fanno cadere e rompono,
inciampano.
I bambini
vanno
contro corrente e
contro ogni logica.
Ribelli nati,
ci insegnano
il potere della bellezza

– In effetti a ben pensarci per uno che viene dallo spazio deve essere molto buffo lo spettacolo di una faccia quando è arrabbiata, si accartoccia tutto e diventa un po’ come quelle maschere delle tribù africane, con occhi immensi e spalancati, la bocca gigante, una caverna, pelle paonazza e l’aspetto truce da teatro –

I bambini ci guardano

Oggi ero distratta e tu mi hai lanciato la tua palla di stoffa. L’hai lanciata di botto, tu che solo fino a un attimo fa non lo sapevi fare. Invece ha fatto un bel volo ed è finita fino a me. E poi l’hai lanciata e rilanciata, dal tavolo al divano e viceversa. Il piccolo spazio del salotto è diventato grande, che in fondo non serve uno spazio così immenso per giocare. Con i piccoli viaggiatori intergalattici la scommessa più grande è trovare il posto dentro: la disponibilità.

Una volta trovato il libero spazio della disponibilità allora può accadere l’infinito nella stanza. E così succede che ci guardiamo, ci guardiamo davvero; occhi negli occhi, così vicini e veri. E ridiamo e abbiamo tempo uno per l’altro. E noi dovremmo commuoverci osservando quanti e quali tentativi di coinvolgerci mettono in atto, loro che ci prendono per mano e vogliono portarci con gentilezza alla (ri)scoperta del mondo. E di come noi, se non stiamo bene all’erta, rischiamo di diventare una continuua delusione. Andiamo di fretta, non c’è mai tempo: è sempre l’ora di dormire o l’ora di mangiare o quella di pulire, sempre l’ora di altro e mai di questo. Mai che sia l’ora di adesso, di stare insieme e giocare.

Ma tu ricordati
L’ora giusta dell’adesso
L’ora di sederci
Insieme
L’ora di stare qui
L’ora del non fare e
giocare
L’ora della magia
Da immaginare

E allora guardarsi di sottecchi e farsi buu e abbracciarsi stretti. Farsi il solletico sulla pancia, gonfiare palloncini da lasciar sgonfiare con il rumore sulla pelle. Passarsi mattoncini a vicenda, costruire torri gru case camion. Avere tempo, uno per l’altro, che il tempo è quella cosa da afferrare per la manica e stringere forte quando c’è.

25 novembre

Svegliarsi ascoltando la pioggia
a occhi chiusi

ballare in cucina

mettere il naso nell’aria umida mentre
quasi spiove

e poi

rifiutare il passeggino
fare cik ciak nelle pozzanghere
sentire la nebbia in faccia, come un velo
fare ahhhh e respirare il cielo
le nuvole
sedersi sul gradino di una casa sconosciuta
di fianco a un gatto che fa le fusa

pranzare insieme a chi ami
il morbido di un berretto di lana sulla testa
aggiungere un legno al fuoco del cammino
bagnarsi i piedi e i capelli ma non importa

scaldare le mani sotto la maglia,
dentro la pelle
del cuore
il respiro calmo
fra i tetti
la nebbia che si impiglia nei rami

di nuovo,
a occhi chiusi
scorre

suono
di
pioggia

quando un bambino ti prende per mano e ti porta dentro il suo mondo accade una magia,
tu diventi piccolo e lui grande
scambiarsi l’altezza è un atto di meraviglia
e indipendenza
esplorazione
esperienza

è la lezione dei

primi passi

24 novembre

Bocche di leone fra i sassi,
rose tardive e
la luce forte del sole

il volo di una compagnia di merli che fugge,
sazia di bacche rosse

cumuli di foglie gialle,
giocare con la terra
camminare a piccoli passi,
mano per mano

Cronaca di una giornata di autunno

27 aprile

La nebbia tutto il giorno e l’odore di pioggia,
legna nella stufa, l’ultima?
Preparare il ragù e lasciarlo cuocere
con lentezza, ore

per la prima volta nella vita
qualcuno assaggerà
un intero cucchiaio di ragù
poi metterlo via
un paio di vasetti a bollire

La nebbia fuori
tutto il giorno
odore di umido
acqua
terra

Kukla la lagotta
corre al cancello
su per la salita,
passeggiare nella mattina grigia
papà a casa dal lavoro
rifugiarsi a giocare in soffitta

tu piccolo
fai un passo
prima la gamba destra
poi un altro
micropassi
vai dal letto al baule
in mano le mie infradito
come il bilancino di un funambolo

io rimango lì,
attonita
negli occhi
puro stupore,
la meraviglia delle prime volte

vedere un piede che
per la prima volta
si alza da terra

che magia

nebbia
parole da cercare e trovare.
Cambiare il letto tutti e tre insieme
con te sopra,
tu che ridi come un matto,
corri ovunque,
ti rotoli fra le lenzuola,
tu che scappi
fra le braccia di papà
il suono orrendo dell’aspirapolvere e poi
non resisti, vieni vicino e la guardi

scalare il divano,
guardare con meraviglia
dentro l’oblò della lavatrice
assaggiare per la prima volta l’avocado

una telefonata che mette eccitazione,
addormentarsi con un piccolo braccio sotto al mio braccio,
contatto

13 mesi

Un paio di riccioli tirabaci spuntati il giorno dopo il tuo primo compleanno,
un molare cresciuto in tre notti, l’ultima settimana di giugno
tu che urli all’improvviso e io che ti aiuto a dormire in verticale, i denti fanno meno male

la mia spalla è ancora il cuscino che ti rilassa di più
anche se fa caldo, pelle sulla pelle
forse un giorno dimostreranno che è vero,
ossitocina antidolorifico si trasmette così
attraverso ossa, muscoli e pelle.

Io che dovrei concentrarmi ma non importa
Ti guardo dormire e mi basta
Con la mano sinistra piegata afferri la mia

Ami giocare con l’acqua
aprire i bidet e non solo il nostro.
In ogni casa cerchi un bidet e ridi forte quando esce l’acqua.

Muovi i primi passi
ogni giorno sei più veloce
anzi, mi sembra che
dopo ogni riposino
ti svegli con nuove competenze
uno sguardo rinnovato e
equilibri più stabili.

Ami
le olive verdi
il melone
il prosciutto cotto
i tortelloni e i tortellini
giocare con la palla anche se non sai ancora bene come lanciarla
urlare a Kukla
appenderti alla rete del giardino per vedere chi passa
molestare i fiori e lanciare la terra e rovesciare vasi
arrampicarti su letti e divani rotolarti
guardare il mondo a testa in giù

9 luglio

Tu non te lo ricorderai, ma
oggi hai visto le lucciole.
L’avevi già vista qualche sera
una lucciola
vicina al palmo della mano
appoggiata come per caso
sulla fessura di un muro
solitaria fra i sassi.

Stasera, nel blu della sera
hai messo a fuoco
un prato intero pulsante
cos’è
sono una, tre, venti
cento lucciole
si muovono

tu col tuo dito indice
fai segno
su, verso il cielo.
E ridi

9 luglio (20)21

Il valore di un errore

Sbagliando s’impara è un vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe dire: sbagliando s’inventa
Gianni Rodari
Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare

Il valore di un errore è eredità dell’esperienza.
Sbagliare, comprendere, abbracciare.
Esercitare curiosità.
Meravigliarsi.
Evolvere

Imparare giocando

Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?
Gianni Rodari

Il gioco come filosofia di vita e di crescita.
Evolviamo giocando perché giocare è esplorazione,
esercizio di curiosità e meraviglia

Dentro lo sguardo dei bambini

Dentro lo sguardo dei bambini
ci siamo noi. Noi adulti, poco consapevoli in realtà
poco attenti. Bambini anche noi, un po’
impauriti facciamo paura
emozionati ci accendiamo
incompresi gridiamo.
E intanto, il riflesso di noi
è lì, in quello sguardo limpido e rotondo
in attesa sorridente,
pieno di fiducia
immensa

Oggi T. barcolla fra il piccolo pianoforte in miniatura e il bordo del tavolino. È da ieri che tutto il giorno si esercita ad alzarsi e la mira va sempre lì, al cavo che esce dal computer. Il mio computer nel suo fascino lampeggiante a pochi passi. E io ora dico NOO e sorrido, per farti desistere dal tirare il cavo.
E tu mi guardi, sorridi forte e intanto fai no con la testa. È proprio un no, con la testa che va bella dritta a destra e sinistra. Tu ancora non sai cosa significa ‘no’ e io mi stupisco della replicabilità dei miei gesti nelle tue azioni.
29 dicembre ’20, pomeriggio sera

Inizio d’estate

La luce di maggio e giugno
l’estate vera, diceva la nonna.

Lei che puntava il dito
misurare il tempo delle stagioni in spazio,
quello che il sole impiega
per andare da un crinale all’altro
il viaggio della luce
la montagna, da marzo a ottobre.

Inconfondibile il sole delle mattine di giugno
arriva sulla spalle e fa spalancare gli occhi.
Lucertole stese sui sassi dove l’acqua evapora in fretta
immobili
ci beviamo ogni goccia di luce

all’improvviso
è comparsa una rosa
sul muro.
Sono in ritardo quest’anno,
i fiori di questa primavera scompigliata

ogni nuova nascita si prende il suo tempo per arrivare,
suo e di nessun altro.

È la stagione in cui il cancelletto di casa si trasforma in un’illustrazione,
diventa passaggio
una porta sonora
fra i rami delle cotonastre
il ronzio di mille api
la scia
dolce dolce
mille minuscoli fiori bianchi
fitti fitti

Tu che le api non le avevi mai sentite
pieghi la testa e fai una faccia pensosa
poi scoppi a ridere e non ci fai più caso

4 giugno

Il cielo azzurro forte
tu che dormiamo scombinati da due notti
i premolari
ruvida la superficie prima liscia
gengiva inquieta

far colazione vagabondi
le chiacchiere sparse
la luce della mattina
i caffè
venerdì, ultimo giorno della settimana
il sapore dell’inizio di giugno

l’ultimo giorno di scuola
si sente nell’aria.

e poi i sorrisi
ritrovarsi con un bicchiere al tramonto
il tuo primo ovetto di cioccolato regalato dalla barista
sorridente sotto la mascherina
l’orto e la luce di fine giornata
tu
seduto in mezzo
sulla terra
gli scarponi di Piero che pianta fagioli
i tuoi due primi passi stamattina
con un mestolo in mano
a sfidare la gravità

Il cervello non smette mai di imparare

“La neuroplasticità è come la neve fresca su una collina. Quando scendiamo con la slitta da una collina, possiamo essere flessibili perché nella neve soffice abbiamo la possibilità di compiere percorsi ogni volta differenti. Ma se scegliamo lo stesso pecorso due o tre volte, le tracce cominceranno ad approfondirsi, e ben presto tenderemo a rimanere bloccati in una rotaia – il nostro percorso ora è abbastanza rigido, così come i circuiti neuronali, una volta stabiliti, tendono ad autoconsolidarsi. Poiché la neuroplasticità può avere come risultato sia l’elasticità sia la rigidità mentale, tendiamo a sottovalutare il nostro potenziale di flessibilità, del quale la maggior parte di noi ha un’esperienza molto limitata”
Norman Doidge, “Il cervello infinito
Ponte alle Grazie 2016, p. 259

Dopo una notte di tempesta usciamo di casa e davanti a noi c’è un mondo immacolato come un foglio bianco, intatto. È la magia del puro momento di scoperta. Esploriamo. Eccitati a ogni età. Affondare i piedi nella neve fresca e tracciare il proprio sentiero di passi è un atto di affermazione: lascia sempre un po’ attoniti e in uno stato di meraviglia. Andiamo avanti, come nella vita: passo dopo passo. C’è il solitario veloce sugli sci che ama i fuoripista, un gruppetto a ridere fra slittini e palle di neve, uno che medita con le ciaspole ai piedi.

C’è il tempo. E ora dopo ora, accade che le nostre azioni registrano i mutamenti del cambiamento. La geografia compatta dell’inizio lentamente scompare, non c’è già più. Mucchi di neve da una parte, terra grattata via e riemersa là ai bordi, dove la neve è scomparsa e torna a lasciare il posto all’asfalto. Se guardassimo da lontano, vedremmo la linea disegnata e netta delle piste. Questo è il senso profondo della neuroplasticità: un mondo che si riscrive costantemente.

Noi (ri)scriviamo le mappe del mondo in cui ci muoviamo. Passiamo attraverso le esperienze, le viviamo: loro tracciano un segno dentro di noi e noi inesorabilmente cambiamo insieme a ciò che viviamo. Il nostro vissuto accade continuamente e il cervello apprende, ogni istante. Mentre là fuori il mondo cambia, lo stesso accade nel nostro mondo interno: il cervello non smette mai di imparare. Questa è la grande rivoluzione oservata dai neuroscienziati, raccontata all’inizio con un sussurro sommesso e incerto. Ancora non ne siamo pienamente consapevoli, eppure sappiamo che è così. Quello che avevamo creduto verità non lo era.

Forse anche tu durante l’ora di scienze hai studiato il triste destino delle cellule nervose, destinate a spegnarsi anno dopo anno: i neuroni, che durante la vita fetale e nei primi mesi dopo la nascita si moltiplicano a velocità impressionanti, lentamente rallentano per poi invertire il senso di marcia. Mentre andiamo avanti con la nostra vita, migliaia di milioni di neuroni così scomparirebbero, invisibili galassie di lampadine bruciate, buchi neri che si allargano in cervelli un tempo nuovi di zecca e splendenti: è l’autunno neuronale dei dendriti stanchi, foglie secche che cadono fino a lasciarci spogli di ogni memoria e intelligenza.

No, non è affatto così.
Questa storia non mi ha mai convinto nemmeno quando veniva considerata una verità scientifica: oggi sappiamo che non lo è. Salta fuori che in effetti una nota aggiuntiva ai vecchi libri di scienze sarebbe d’obbligo, perché non è affatto vero che perdiamo miliardi di miliardi di cellule nervose, implacabilmente, fino a ritrovarci un bel giorno vecchi, incapaci e rincoglioniti. Il nostro cervello cambia, si evolve, si modifica: giorno per giorno, ogni istante. Non ne siamo ancora pienamente consapevoli, eppure questa scoperta è la nostra rivoluzione.

Plasticina, mi spiega Pascual-Leone, è il termine spagnolo per « plasticità ». Oltre ad avere una certa musicalità, la parola coglie qualcosa che sfugge all’equivalente inglese. Plasticina, in spagnolo indica anche la «plastilina», e descrive una sostanza fondamentalmente malleabile. Per Pascual-Leone il cervello è così plastico che, anche quando facciamo la stessa cosa giorno dopo giorno, le connessioni neuronali interessate sono di volta in volta leggermente diverse, a causa di ciò che abbiamo fatto nel tempo intercorso fra un’azione e l’altra.

« Immagino » dice Pascual-Leone « che l’attività cerebrale sia come giocare in continuazione con la plastilina ». Tutto ciò che facciamo plasma questo grosso pezzo di plastilina. Ma, aggiunge, « se iniziamo con un pacchetto quadrato di plastilina, e poi ne facciamo una sfera, è possibile tornare alla forma del quadrato. Ma non sarà lo stesso quadrato con cui abbiamo iniziato ». Risultati che sembrano simili non sono identici. Le molecole nel nuovo quadrato sono disposte in modo diverso rispetto al quadrato originario. In altre parole, comportamenti simili, messi in atto in momenti diversi, utilizzano circuiti differenti. « Il sistema è plastico, non elastico» dice Pascual-Leone con voce tonante. Un elastico può essere tirato, ma torna sempre alla forma originaria, e in questo processo la disposizione delle molecole non cambia. Il cervello plastico viene perennemente alterato da ogni incontro e interazione” (DOIDGE, 2016 : 224-225).

Questa estrema malleabilità che dà forma a un cambiamento incessante è anche ciò che sta dietro al « paradosso plastico ». Il termine è stato chiamato così da Norman Doidge per riferirsi alla proprietà della neuroplasticità di produrre comportamenti più flessibili o (paradossalmente!) più rigidi.

“Pascual-Leone spiega questo aspetto con una metafora. Il cervello plastico è come una collina coperta di neve in inverno. Le caratteristiche di quella collina – il fianco, le rocce, la consistenza della neve – sono date, proprio come i nostri geni. Quando scendiamo dalla collina con una slitta, possiamo dirigerla fino ai piedi della collina seguendo un percorso definito sia dalla nostra guida sia dalle caratteristiche del rilievo. È difficile prevedere il punto esatto in cui andremo a fermarci, poiché i fattori in gioco sono molti. « Ma » prosegue Pascual-Leone, « ciò che accadrà sicuramente la seconda volta che scenderemo dalla collina è che sarà molto più probabile ritrovarci in un altro punto, in un punto che comunque è in relazione con il percorso della prima discesa. Non sarà esattamente lo stesso percorso, ma sarà più vicino al primo di qualunque altro. E se passeremo tutto il pomeriggio a risalire la collina a piedi e a scendere con la slitta, alla fine avremo alcuni percorsi che sono stati utilizzati molte volte, altri pochissimo… e sarà difficile non seguire le tracce create di volta in volta. E d’altra parte quelle tracce non sono geneticamente determinate»

È l’abitudine. L’abitudine è la traccia di una pista battuta. Lascia una traccia.
Ricordiamocelo. La neve cancella ogni forma e riscrive ciò che conoscevamo.
Quando siamo in mezzo alla neve all’improvviso si apre un mondo nuovo. È quello che spiamo con magica attesa alla luce dei lampioni, mentre la nevicata imperversa nella notte e tutto si fa silenzio. È la magia senza età di uscire al mattino e stupirsi sempre un po’ di fronte a questo che vediamo fuori dalla porta, non è lo stesso di ieri. Un passo dopo l’altro, è l’emozione infinita di esplorare ciò che non ha ancora una traccia: dentro, ha l’abbraccio di ogni via possibile. Immaginazione non ancora toccata dalla realtà.
La scoperta è sempre un atto di pura meraviglia.

E allora ricordiamocelo, di cercare la meraviglia, la scoperta, il nuovo. L’inesplorato.
Di andare dove la neve è fresca, anche se il passo è faticoso e il piede affonda.

Dieci mesi di vita

Il tempo si misura in giorni.
O forse in sonnellini: ogni volta che
ti svegli
hai uno sguardo nuovo sul mondo.

Questa è la settimana del “me me me”
indichi tutto e lo ripeti:
me! me! me!

me come meraviglia
ogni nuovo oggetto
un puro atto di stupore

osservi

incantato

ami da sempre il soffitto
a testa in su
allunghi le braccia
nel vuoto
urli
eccitato

i pesci di ceramica colorata e
quelli di legno, le farfalle attaccate
filo di cotone ormai ingarbugliato
le cose appese,
la lampada che di sera crea grandi ombre

meraviglia

domenica 21 febbraio
ti sei svegliato con la punta bianco luccicante di
un nuovo dente, incisivo sinistro.
Messo sul water l’hai guardato perplesso ma solo per un attimo-
E poi, adesso ogni volta tiriamo lo sciacquone
(e facciamo una corsa per arrivare in tempo)

Dieci mesi fra dieci giorni
martedì 9 marzo ti svegli con un dente in più
il quarto, incisivo destro.
Adesso hai ben quattro denti
puoi afferrare la vita a morsi. Oggi, 9 marzo
un anno fa inziava il lockdown

nel frattempo voi, i pandemic boys
da un’idea vi siete trasformati in realtà
siete nati e ora gattonate
alla scoperta del mondo,
abituati a chi vi sorride in mascherina

e mentre il mondo ancora si preoccupa e corre affannato
la primavera spunta
affacciandosi
timida
fra violette e primule
nei prati umidi e proibiti

7 mesi e un giorno

Come pane e marmellata,
tu che dormi disteso dal mio collo all’ombelico
pancia su pancia, i nostri respiri
sono
ritmo di vita nel tempo eterno della notte di luna. Fuori,
rintocchi di campane e il solito barbagianni, fra i rami del noce. Mese dopo mese, le foglie
verdi
si tingono
al tramonto.
Albero nudo,
pelle sulla pelle,
mese dopo mese,
l’impronta calda dei tuoi pied
adesso si appoggia alle cosce.
Ci ascoltiamo respirare,
tu dormi, io ti guardo
La tua testolina dorata e lo sguardo assorto, corrucciato come la prima volta che ti ho visto
Attimo prezioso,
indelebile
il tuo odore
profumo di latte e velluto morbido
il collo, le pieghe
dove ti faccio il solletico
con la punta del naso.
Non dimenticherai mai
quando in una mano sta tutta la sua schiena,
il vicino Roberto e noi sull’aia al sole,
appena arrivati dall’ospedale.
Adesso non è più estate, fuori
la neve e tu
manciate di centimetri e sorrisi in più.

Sai ridere adesso,
soprattutto quando ti sbuffo sulla pancia.

Rotoli su un fianco e dormi così,
in mezzo fra me e papà, l’indipendenza è una conquista
a poco a poco,
Titti e poi ti giri e gli sorridi. Le prime sere insieme alla stessa ora non riuscivi a dormire, eccitazione. Ogni mattina
ti svegli, gli batti con la mano sulla schiena e vai alla finestra
a guardare il mondo, come un piccolo vecchierello
dalle gambe incerte e il passo coraggioso sempre più sicuro.