Tutta la verità su Babbo Natale

Mi dispiace,
no, non sarò io, non saremo noi, quelli che si maschereranno col pancione e la casacca urlando oh oh oh. Non sarò io ad accompagnarti in un centro commerciale sulle ginocchia di uno sconosciuto con la barba bianca sintetica. Non ti dirò di scrivere una letterina a Babbo Natale come fosse la lista della spesa e nemmeno te lo presenterò in video con una chiamata dal Polo Nord che in realtà è da un call center dell’Europa dell’Est.

Mi imbarazzerebbe mentirti. Mi imbarazzerebbe dire bugie a te. Perché sai, io alla magia ci credo davvero.

La magia a casa mia era una campanellina dorata appoggiata sul camino che la mattina di Natale tintinnava ma che tu, per quanto potessi fare veloce, non riuscivi mai a raggiungere. La magia è gli elfi e i folletti della buona notte, che tu immagini fuori dalla finestra, a scrutarti nel buio fra le stelle. O i funghi matti, che mio papà mi ha insegnato a trattare con rispetto e non rompere perché gli gnomi fanno così, quando un umano compare all’improvviso loro si trasformano per un attimo in funghi ma matti così nessuno li raccoglie. Oggi so che anche i funghi non commestibili hanno un ruolo nell’ ecologia del bosco, eppure ogni volta non posso fare a meno di sorridere e di certo non riudcirei mai a calciarli.

La magia appare così. Nella luce del crepuscolo e delle ombre, al confine fra la notte al giorno, nel riverbero dell’arcobaleno dopo la pioggia. La magia è un attimo. Si sottrae al controllo e al massimo del controllo che possiamo esercitare sulla realtà: la vista. Dei fatti magici della vita non puoi avere una prova, né imbrigliarli, ma solo intravvedere. Per questo la magia ci sfugge dalle dita via via negli anni. Perché ci hanno insegnato a credere solo a quello che vediamo e così abbiamo finito per dimenticare che la maggior parte dell’esistenza è inspiegabile, dalle cose più piccole alle più grandi e incredibili. La Vita è un’inspiegabile avventura a volte terribile e a volte meravigliosa piena di magia. Tutto è magia.

La magia è l’incanto e l’incanto ha a che fare con la meraviglia, lo stupore che io ti auguro di coltivare ogni giorno. Perché ogni giorno è un viaggio di cui non sappiamo niente, caro bambino, caro viaggiatore intergalattico che sei precipitato qui sul pianeta Terra e cerchi di capirci qualcosa, come noi tutti del resto

meravigliati, meravigliamoci. Non per le cose finte e le bugie da imbastire quel tanto che tengono, ma per la vera magia che permea ogni cellula dell’esistenza. La magia è ovunque, dentro e fuori di noi, ma accorgersene questo sì che è difficile

Imparare a sognare. O a desiderare? Anzi, a pregare

Chiedi e ti sarà dato

I desideri che nascono da un sentimento di mancanza hanno meno probabilità di avverarsi, come la senti questa frase mentre la leggi? Ci rifletto da qualche giorno su questo pensiero che non è mio ma appartiene a una saggezza antica. Dentro c’è un segreto, una consapevolezza che continuamente ci sfugge di mano come a sfuggirci è la meccanica dei desideri, su cui mai potremo dire di saperne abbastanza. Eppure, del perché la mancanza non aiuti la realizzazione dei desideri è una cosa su cui meditare e, attenzione, qui non sta scritto che i desideri non nascano da mancanze bensì il sentimento della mancanza, ecco il punto.

Il desiderio è figlio della mancanza, lo scrisse il filosofo Schopenhauer e una fila d’altri. Forse a dirlo è la parola stessa: “desiderio” che in quella distanza fra noi e le stelle, fra il presente e il domani, ci dice quanto ci sia da lavorare, e camminare, nel viaggio che ci separa dai nostri sogni, fra ciò che abbiamo (e siamo) e ciò che ancora non abbiamo né siamo: dentro quel viaggio, del desiderio, c’è, come indica l’etimologia, la tenacia di fissare l’obiettivo e al tempo stesso la lontananza dalla stesso. Desiderare apre la porta a un viaggio: dentro, la separazione.

Ci sentiamo separati, fra quello che abbiamo e quello che vorremmo, ciò che siamo e ciò che immaginiamo di diventare o raggiungere; è la stessa dolorosa distanza fra oggi e domani, un domani che immaginiamo sempre migliore (e distante) e che nel frattempo non cambia mai. I bambini sui desideri e il desiderio hanno molto da insegnarci, forse possono aiutarci. Sì, perché per loro la distanza non esiste, come del resto non esiste la pazienza dell’attesa, né la resa.

“If you can dream it, you can do it”

Tom Fitzgerald

Il desiderio è verso ciò che non c’è, un bambino lo sa e allora dice “Voglio! Lo voglio!”. La differenza fra noi e un bambino è che probabilmente per lui sarà ininfluente l’esserci o no: è solo una questione di tempo e per un bambino, il cui senso delle scadenze e dei confini temporali è altrettanto mobile, sarà tanto più sfumata anche l’attesa. Per noi invece il tempo acquista una distanza siderale e insieme all’attesa l’ostacolo dell’impossibilità.

All’inizio della vita non conoscevamo il senso dell’impossibilità poi lo abbiamo imparato. Ci abbiamo messo del tempo, poi lo abbiamo capito, più o meno lentamente a seconda della vita e della personalità. Babbo Natale non esiste, il lavoro che sognavi ha cozzato contro le bollette; a questo si aggiungono tutte le convinzioni con cui siamo venuti a contatto e che volenti o no ci hanno impregnato il tessuto delle giornate: non si può vivere senza lavorare, per esempio; il denaro è importante, o viceversa, fa schifo; bisogna guadagnarsi le cose; essere creativi vuol dire avere un progetto di successo…. e cose così.

L’emozione che ogni desiderio porta con sé

Il desiderio nasce dalla mancanza sì, ma per un bambino non c’è mancanza: c’è la voglia, genuina e intensa, di quella cosa di cui noi avvertiamo spesso la dolorosa impossibilità. Così è più chiaro, vero? Ogni desiderio segna l’inizio di un viaggio. Ogni stella cadente a cui affidiamo un desiderio leghiamo a doppio filo una speranza: un cuore in tumulto: mentre lo diciamo il cuore batte più forte perché la vediamo già, l’immagine del domani. L’etimologia della parola “sogno”ci riconduce a questo filo: un’immagine. O meglio, le immagini che incontriamo quando abbandoniamo il controllo cosciente per entrare nell’incosciente, nel sonno. Sonno e sogno molto hanno in comune tanto che in certe lingue come lo spagnolo usano perfino le stesse parole: sueño.

Dentro il desiderio si nasconde un sogno, un’immagine che ci portiamo nel cuore e che il cuore lo lancia avanti, verso il futuro, verso ciò che ancora non è. In fondo, è questo che ci fanno fare i sogni: almeno per un attimo scambiano il presente con il futuro, un gioco di prestigio fra tempi diversi. Poi si tratta di continuare quel viaggio. Perché in fondo il sogno è anche questo, ci dà la possibilità di tornare indietro, di tornare nella realtà. Non è facile vivere di sogni, vivere nel sogno, e allora si torna indietro, per tanti motivi. Per l’affitto, per il compromesso, per sentirci più integrati: per ciò che crediamo sia possibile e ciò che crediamo non lo sia.

“Un alleato è un potere capace di portare l’uomo oltre i confini del sé”… “Dopo che abbiamo varcato una certa soglia è la natura stessa dell’infinito a porre un progetto davanti a noi”

Carlos Castaneda

La preghiera

Pensa a quello che è importante. Perché quello che è importante fa battere il cuore. Se il cuore batte quando qualcosa preoccupa e fa sedere a terra con il sentimento della tristezza e dello sconforto in gola, batte anche quando osserviamo quello che ci ha reso felici nella giornata, grati e pieni di fiducia. Allora succede che voglio girare il collo e vederlo quello che anche solo per un attimo mi ha fatto sorridere. Accorgermi ogni giorno di quello che rende magica l’esistenza forse sarà la prima delle rivoluzioni: il potere della meraviglia inizia quando lo sguardo sulle cose diventa più ricco di puro stupore.

Sembra che “preghiera” sia connesso all’aggettivo precarius: ottenere con preghiera, con insistenza; è grazie all’insistenza se all’inizio della nostra vita ci siamo “impuntati” su alcuni dei desideri che abbiamo considerato i più grandi e importanti della vita. Poi siamo diventati educati ed educate, ragionevoli, con i piedi per terra. Ma i sogni non hanno i piedi per terra, non sono ragionevoli.

In tante culture del mondo, in tanti tempi diversi della storia si è pregato alzando le braccia al cielo e sdraiando il corpo per terra: quando sto in piedi apro le braccia e la mente verso un cielo più infinito di me, quando mi sdraio mi rifugio in una terra che mi dà una forza più grande della mia. In piedi, mi attivo. Con il corpo sdraiato, mi arrendo. Azione e riposo, andare e aspettare, prendere e dare. Come un’onda, anche nel desiderare siamo movimento.

“Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere la legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”

Antoine De Saint-Exupéry

Fiducia. Dentro la preghiera c’è la fiducia; anche dentro il cuore del sognatore c’è, anche nel desiderio: ciò che ci trascina fuori dal pantano è questa forza straordinaria in qualcosa di più grande che non ci sappiamo nemmeno spiegare, o che ci diciamo in mille lingue e modi diversi, qualcosa che ci porta fuori da noi e dalla realtà del già dato per farci assaggiare l’infinito.

La fede incrollabile smuove le montagne, racconta una saggezza antica. Ogni desiderio può essere esaudito, ma il problema dell’essere umano è che… cambia spesso idea, ricorda un altro proverbio del tempo che fu. Forse interrogarsi sui nostri desideri significa questo: scendere in profondità e arrivare in quel posto del cuore dove vivono i sogni dei bambini e delle bambine che siamo stati, i desideri che nutrono la nostra felicità e il nostro sentirci integrati con la vita: la preghiera dell’anima che ci ricorda di vivere per l’infinito.

Se non l’hai ancora letto…

La tradizione tedesca dei 30 desideri per il nuovo anno

Storia di un albero: piccola meditazione

Ci siamo trovati in una pineta e dovendo leggere una storia che non avevamo il piccolo viaggiatore intergalattico con cui condivido le mie giornate mi ha invitato a leggere un altro libro, un libro che a dire il vero non avevo mai considerato. Un ramo.

Anche un ramo può essere un libro, se lo guardi bene. Un libro dentro contiene una storia ed è così anche per il piccolo ramo. Dentro contiene anni, vita, radici. Tutto sta nel saperle vedere e nel fermarsi un attimo.

Ecco allora una storia che è diventata una piccola meditazione da fare insieme. Per trasformare le parole in azioni e lasciarci attraversare dal respiro e dal movimento. Ecco com’è andata…

〰️ leggiamo un libro?
a dire il vero non l’ho preso.
〰️ questo è il libro
OoOo. E cosa ci racconta questo libro?
〰️ È un pino.
E sai che cosa ci racconta questo rametto?
qui un tempo c’era un grande prato. Sì, proprio così. Solo un grande prato verde. Poi, ecco che sono arrivati dei giovani semi.
I cinghiali di notte ne hanno mangiati alcuni, con le loro zampe forti hanno corso e spaccato la terra. Alcuni semi sono scivolati fra le zolle, più giù nel profondo.
Come quando metti le dita fra la terra e, ecco così, e il terreno le ricopre.
Sai cos’è successo? È arrivata la pioggia che ha bagnato la terra. E poi uno strato bianco e spesso di neve ha coperto tutto: i semi si sono addormentati, sembravano non doversi svegliare mai. Poi un giorno è arrivato il sole di primavera, la luce più forte e altra pioggia.
Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, estate dopo estate, ecco una piccola foglia: è nata. È sbocciata. Piano piano dal seme ormai vecchio si è aperta una nuova via. Si è stiracchiata questa giovane pianta, si è allungata e stesa e alzata verso il sole
io ci sono, dice. Io esisto e vivo
〰️E l’albero è diventato grande. Così grande che le mie braccia non sono abbastanza lunghe per abbracciarlo tutto. L’albero è qui, alto e forte, dopo anni e anni e anni e anni, dice lui sottovoce.
Il tempo è un mormorio leggero che si perde nel vento.
🌀 sii seme nella terra, chiudi gli occhi e ascolta il respiro che si calma, i profumi nell’aria
🌀senti sotto le dita la terra, la polvere e il muschio
🌀alzati verso il cielo, sei come una fiamma. In te scorre la linfa che va dalle radici fino alla punta dei capelli, chioma accarezzata dal vento
🌀sei forza vitale, silenzio e presenza, uno in mezzo a tanti e insieme, intrecciati alla Vita

La lezione del tarassaco

Torna ad affacciarsi signora Primavera ed ecco che nel giro di una settimana ci fa girar la testa, di nuovo. L’avevamo scordato il profumo dei fiori nell’aria e all’improvviso i colori, così chiassosi e ribelli. Poi d’un colpo, in una notte e un giorno, appare il tarassaco. Ed è giallo, per un attimo, tutto il mondo.

C’è una cosa che ci insegna il tarassaco ed è
il senso della trasformazione: nulla accade se non accade prima dentro

La parola ‘cambiamento‘ viene dal greco antico: trova le sue radici nel verbo kamptein, che significa “curvare, piegare, girare intorno”.
Il cambiamento ti capita fra capo e collo,
è un tormento a volte, o
un ostacolo;
spesso non lo decidi, anzi forse quasi mai capita di darsi a lui in piena consapevolezza. Si tratta di un colpo di testa, al meglio delle ipotesi. Oppure, appare fugace e perentorio come un mal di schiena, il mal di pancia, il trasloco, la fine del lavoro, o un contratto stracciato: il cambiamento ti prende alla sprovvista.
Mica sempre è brutto, sai. Il cambiamento può anche essere una cosa bella: un lavoro nuovo, sposarsi, cambiare casa, il cane, un figlio, un dipinto appena fatto, la cosa che non sapevi di saper fare, una passione appena trovato, la fresca idea di un nuovo progetto. Eppure fa sempre un po’ paura, perché il cambiamento è così: ti affacci ed è sempre al di là del parapetto: al di là delle tue intenzioni, possibilità, al di là del noto per l’ignoto c’è questo tuffo nel pozzo buio del non-so.
Il cambiamento
è qualcosa che si mette sulla nostra strada e ci costringe a
girare la testa, il collo verso una nuova
direzione, che non è quella abituale. Ecco, la radice dolorosa e miracolosa del cambiamento: esce dall’abituale, ci costringe. Ci butta fuori di casa anche quando fa freddo, ci sposta di peso e a volte non risparmia un calcio, ci sprona e se serve costringe. E allora succede: lentamente accade. Muovo, mi muovo di nuovo
lentamente
prima il collo, poi gli occhi. Ci vuole un attimo per abituare lo sguardo, focalizzare l’orizzonte. Sempre è necessario il momento in cui tornare a metter(si) a fuoco: una vecchia storia scovata in un deserto africano l’aveva narrata al mondo dicendo che è il tempo di cui abbiamo bisogno perché l’anima ci raggiunga, affinché lo spirito delle nostre radici profonde raggiunga il posto in cui abbiamo camminato. Sì, perché dove ci troviamo, il punto in cui siamo nel presente, non sempre corrisponde al luogo in cui siamo rimasti, con il cuore o con la mente.

Il punto in cui siamo nel presente non sempre corrisponde al luogo in cui siamo rimasti, con il cuore o con la mente: ci vuole tempo, ecco il difficile viaggio del cambiamento

Prendo la curva, mi piego. Mi costringo, fanno male le ginocchia: le giunture, come le chiamavano, perché quelle segnano il punto del collegamento mancante; fra le due ossa non c’è più un ponte, mi manca la connessione. Devo fare un salto.
Trovo un altro sguardo,
un’altra direzione.

La trasformazione no,
è un’altra cosa, a dirlo è la parola stessa. Il termine ‘trasformazione’ viene dal latino: trans-forma, “attraverso la forma”.
La trasformazione viene da dentro.
È questa la lezione di coraggio del tarassaco, lui che nasce sole,
con mille braccia gialle
e diventa vento, soffione leggero destinato a disperdersi nell’aria lanciando in giro semi e desideri. Nulla accade se non accade prima dentro, ecco la lezione dentro la metamorfosi del tarassaco: se fai attenzione, se ci guardi bene bene, tutto è già lì. Tutto è cambiamento perché si trasforma, impercettibilmente, ogni momento. Attimo dopo attimo, anzi attimo per attimo. Attraverso l’attimo. Il tempo ci scorre addosso e ci vive da dentro.

La realtà
cambia
quando
si trasforma
il mondo dentro.
Allora sì, che là fuori
mille impronte gialle
diventano strade nell’aria.

In viaggio dalla terra al cielo e dall’aria alla terra, di nuovo, i semi di ciò che agiamo diventano pensieri che si fanno azioni e viceversa. Come i semi del tarassaco di cui è buono tutto, dalle foglie amare che in montagna si mangiano nell’insalata o cotte in padella sulla stufa, ai petali gialli da bere nell’infuso. Nel giro di una sera e una mattina i prati si ricoprono di giallo, di nuovo. Soffiamo nell’aria i nostri desideri, credevamo di averli persi a un certo punto

e invece, eccoli lì. Sono fioriti i nostri pensieri. Si sono fatti colore. Noi non ce n’eravamo accorti, non ci facciamo mai caso, eppure sono sempre stati lì, intorno a noi: ad aspettare nel buio, attendere un varco, resistere al difficile e nutrirsi del domani, bere le tempeste e scoprire la luce dove non c’era. Il tarassaco ci insegna a soffiare via i nostri desideri, con tutte le nostre forze, lanciare i nostri sogni al mondo. E poi ritrovarli, dentro.

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni?

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni? I sogni dei bambini sono grandi, belli, non temono confronti: è tempo di ritrovarsi e crescere sognatori

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni?

I nostri sogni, la nostra libertà.
Se c’è una cosa che spesso manca è questa: insegnare ai bambini a coltivare un sogno. Non lo facciamo nemmeno più noi.
Finalmente ci hanno fatto desistere.

Ormai sei grande per queste cose

Quante volte ti hanno detto questa frase? Ormai sei grande per queste cose.

Essere adulto significa stare con i piedi per terra, smettere di coltivare sogni troppo lontani e ambiziosi, guardarsi intorno e pensare alla sopravvivenza….

Essere adulto significa stare con i piedi per terra, smettere di coltivare sogni troppo lontani e ambiziosi, guardarsi intorno e pensare alla sopravvivenza?

 

Si può sopravvivere davvero senza sogni?

Sì, si può sopravvivere senza sogni. Lo fanno centinaia di persone, ogni giorno.
Puntano la sveglia la sera prima, si alzano, vanno al lavoro, fanno la spesa, fanno uno sport o vanno al cinema, cucinano e brindano, vanno al ristorante; fanno figli, mutui, costruiscono case e vite. Proprio come tutti gli altri.
Solo che si riconoscono perché hanno lo sguardo spento, seppellito da tonnellate di sabbia e dura terra: è lì che hanno sepolto i loro sogni, nella polvere del tempo e degli anni, chiusi in soffitta e nei cassetti.

 

I sognatori hanno lo sguardo brillante e il cuore che va lontano. I sognatori non li compri perché non si arrenderanno mai. I sognatori sono in mezzo alla gente di sempre, ma te ne accorgi: loro se lo ricordano. Siamo tutti viaggiatori del tempo, qui per esplorare questo pianeta azzurro, piccolo e grande insieme, ma non possiamo ripartire senza aver completato la nostra missione. Qual è la tua?

I giapponesi usano la parola ikigai per dire tutto ciò che ci tiene in vita, tutto ciò che ancora ci tiene in vita: tutto ciò che vale la pena, per cui vale la pena alzarsi e affrontare la giornata, combattere e tramandare agli altri. Non è solo una la passione, ma tante: sono tutte quelle che ci fanno brillare gli occhi e venir voglia di uscire allo scoperto. Sperimentare, esplorare.

Stai divagando, concentrati su una cosa sola

Ci hanno detto che la passione è una, tutto il resto sono hobby, o peggio ancora, perdite di tempo. Se ami la fotografia, esci, fotografa, impara tutto sulla fotografia, vendi le tue foto e diventa fotografo: altrimenti si vede che non era quella la tua passione. Diventa un esperto. Un esperto in qualsiasi cosa, purché ti fermi e impari a concentrare tutte le energie lì.

Multipotenzialità, dall’inglese multipotentiality, identifica le capacità e la propensione di persone che tendono a focalizzarsi su più interessi e attività: di solito sono soggetti che presentano una forte curiosità intellettuale, possono eccellere in più di un campo e possiedono grandi risorse creative

Nel 1972 lo psicologo R.H. Frederickson crea la definizione di “multipotenziale”. Sebbene la tendenza ancora oggi sia verso l’iper-specializzazione non demoralizziamoci. Caro viaggiatore intergalattico, il mondo e questa incredibile vita hanno una complessità e una ricchezza così esplosive da non poterle ridurre in pochi scatoloni. O meglio, potremmo, ma perché farlo?

Quando diventerai grande dovrai pensare al lavoro e alla tua sopravvivenza

Sì, la sopravvivenza qui sulla Terra è una grossa questione. Una di quelle questioni che non puoi eliminare così alla svelta, ti ci vorranno anni per esaminare il problema a fondo e poi pensare a delle soluzioni possibili. Anni in cui metterai la sopravvivenza sopra a ogni cosa perché dovrai pagare l’affitto, mangiare e fare tante altre cose che magari non sono indisensabili ma fanno comunque parte della vita. Salvo poi ricordarti, magari dopo anni, dove sono finiti i miei sogni? Che cosa ne ho fatto e che cosa sono diventato nel frattempo? Non preoccuparti, è successo a tanti, forse tutti. Si perché forse un po’ a tutti capita di dimenticare, anche solo per un attimo, qual’era la cosa che non dovevi dimenticare.

La ritrovi là dentro, nel respiro del cuore che batte: la cosa da non dimenticare mai, caro viaggiatore delle stelle, è quello per cui batte il tuo cuore. Che cosa ti fa vivere e sorridere e respirare, ancora? Riportalo a galla e avrai la chiave della felicità

La felicità non è domani, non è il successo. Ricorda che lasceremo tutto un giorno, è nel destino di questo viaggio. La felicità è nell’attimo di adesso, è ciò che ti fa sorridere anche se sei nella situazione più grigia. Per questo hanno sbagliato tutto a raccontarci dei sogni: i sogni che vale la pena inseguire non lo sono per via della sopravvivenza, o perché hanno successo o si trasformano in un lavoro. Lo sono a dispetto di tutto questo. Lo sono perché portano pace nella nostra anima.

A Gabicce Mare

in uno spazio tempo a metà via fra Cesenatico degli anni Ottanta e i matrimoni lampo di Las Vegas vive
Gabicce

a Gabicce non si dorme mai e si mangia a stento,
i “ciucciamonetine” sono alti un metro e mezzo o poco più,
conoscono bagnini e baristi, con cui hanno traffici segreti: è tutto uno scambiarsi soldini e monetini per avviare i temibili giochi, che sono
ovunque. Impossibile andarsene dalla spiaggia: bimbi! esclama il piccolo viaggiatore con il dito puntato
e del mare chissenefrega

il centro del mondo è la spiaggia,
giochi: giochi è la prima parola con cui ci si sveglia la mattina e mentre si aprono gli occhi suona imperioso un monito interiore:
là, fuori
fuori. Giochi!

C’è il camper di Adriano al bagno 28, si narra che quando arrivò i piccoli viaggiatori intergalattici facevano la fila. Me lo dice il bagnino Francesco, che per passione legge grossi volumi di economia in lingua inglese all’ombra. Al sole delle due resistono solo le signore più abbronzate, indefesse con il cappellino sulla fronte: loro, quelli piccoli, non si arrendono

scotta la sabbia? no
correre! dicono, e se ne vanno correndo mentre i grandi si salutano in fretta e lasciano i discorsi a metà.
Abbiamo tutti gli stessi giocattoli, molto simili, cambiano i colori e qualche forme. TrattoLe! I trattori sono i preferiti, ruspe, palle che il vento disperde continuamente e
ovviamente, secchiello e paletta.

Sono oggetto di lunghe contrattazioni fra i più piccoli, secchiello e paletta. Una palestra con cui i più volenterosi imparano, e insegnano, l’uso dei possessivi e della filosofia politica: mio, tuo, suo, condivisione, riappropriazione, appropriazione indebita, prestito, riscossione etc. Gli stronzi di solito iniziano a intuirsi già a questa età, hanno modi di fare che rivedrai a diciotto o quarant’anni, solo con più rughe.

Ma a volte è da un graffio e uno spintone che nasce un’amicizia. Perché tu, che cammini su questo pianeta da un po’, te ne andresti. Invece loro no: i giovani viaggiatori dello spazio, neo neanderthaliani, stanno ripercorrendo la storia dell’umanità in breve. Sono convinta che sia un’informazione impressa nel DNA, esce allo scoperto all’inizio del viaggio sulla Terra. Mio! No! Tu! IO! dicono “io” per dire “tu” e “tu” per dire “io”, si lanciano urli e danno spintoni, ma poi tornano, proprio come preistorici Neanderthal ribadiscono le posizioni, le discutono, si guardano dritto negli occhi, si lanciano sabbia e si depistano, si perdonano, si baciano, si odiano, si fanno la guerra e fanno pace

e poi te ne vai, un po’ più in là.
C’è il bagno Marisa al 23, dove incontri il gruppetto degli amici con cui proprio ti trovi. Succede a ogni età, affinità elettive, qualcuno le chiama, o più semplicemente la capacità di allenarsi a riconoscere quelli con cui ti piace fare gruppo: un esercizio che forse è il più importante di tutti e per tutta l’esistenza. Forse è proprio da questo allenamento che nasce il desiderio e la forza di non accettare passivamente la classe, la scuola, o i colleghi del lavoro ma di andare a cercare le situazioni e le persone con cui sentiamo di star bene; sapere che sì, è sempre possibile trovarle. Soprattutto se continui a camminare ed esplorare, sapendo che è un viaggio, che ti fermerai con qualcuno e non è affatto detto che saremo amici, non possiamo essere amici di tutti: questa è una grande e meravigliosa verità.

Vogliamo appiattire i bambini dicendo ‘sii amico di tutti’, ‘i giocattoli sono di tutti’. Ma tu non daresti la tua borsa o il vestito a cui tieni a chiunque. Dentro, anche se sei alto meno di un metro, intuisci che c’è qualcosa di storto, qualcosa che non torna in queste parole. No, non possiamo essere amici di tutti: bisogna imparare a sentire. E scegliere. E sperimentare, vivere, metterci alla prova. Curiosare. Uscire dal proprio spazio e vedere che effetto fa. Provare a giocare insieme, sbirciarsi a vicenda.

C’è Luca che ha cinque anni, anzi sei, ma non so quando sono nato in ogni caso o venerdì o sabato o domenica perché al mio compleanno è sempre festa, c’è Maria Sole che è sua sorella e di anni ne ha tre e Anastasia, la grande, che ne ha nove e suo papà, bravissimo a costruire piste giganti, che ogni tanto scappa a fumare, quando può – ancora un’altra ? – dice lei e scuote la testa. C’è Ettore che, la sua mamma sospira, spero si stanchi e vada a dormire. E poi Domenico che ha il costume con i teschi e gli occhi azzurrissimi: sono in quattro fratelli, ognuno distante cinque anni dal precedente o successivo. E poi Simone, che passerebbe la vita su uno scoglio o in acqua a nuotare come un pesce.

Tutti festeggiano le pagelle, comunque sia andata, e l’inizio di una nuova stagione dell’anno e della vita: le vacanze, desiderio di un anno intero. In barba alle preoccupazioni su ragazzini curvi sugli schermi, a Gabicce mare impera, incontrastato, il vecchio gioco delle biglie

le biglie sono palline di plastica colorata con dentro un’immagine, una figurina di carta diversa così ognuno può riconoscere la sua. Ogni giorno si fanno piste immense, dotate di tunnel, salite, discese ardite e fossati: questo impegna all’incirca tutta la mattina; poi si svolge la gara di biglie. Subito dopo è l’atto finale di distruzione perché le buche vanno richiuse altrimenti una persona può cadere e si rompe una gamba, soprattutto i vecchi, e poi il bagnino si arrabbia: questo lo sanno tutti i bambini. Per i più piccoli una delle cose più difficili da capire è perché alla cura estrema a non rompere mura e parapetti e tunnel in un attimo si sostituisca la furia cieca della distruzione. Tant’è, succede anche nella vita. E di solito, in spiaggia come nel quotidiano, solo chi ha costruito ha il diritto di rompere: diritto che si accaparrano i più grandi, che tanto si sono impegnati con secchi, sabbia, leganti e leggi dell’architettura dei ponti.

ogni giorno è diverso, ma solo se lo vuoi. Perché
se non fai programmi e ti lasci portare dalle sensazioni
può darsi che ieri ti farai un caffettino e uscirai tardi, senza orologio finendo per tornare tardissimo, al tramonto, con un cartoccio di spiedini di gamberi e calamari, la sabbia fra le dita dei piedi e ovunque, la pelle rossa di sole e appena il tempo di fare una doccia prima di addormentarsi
oggi hai lasciato aperta la tapparella e ti sei alzata presto, beato chi ama svegliarsi all’alba e cammina nella spiaggia ancora umida fra i colori che dipingono l’inizio del mondo

domani non sappiamo che sarà,
non lo sappiamo mai a dire il vero solo che cerchiamo di darci orari, tempistiche, programmi,
giusto per star tranquilli
giusto per occupare il tempo

e ci perdiamo il gusto,
il gusto di vivere attimo per attimo, che
ogni attimo ti dice di cosa c’è bisogno in questo momento
proprio questo, adesso e qui

tutto questo sembra estate, ma è ancora primavera,
gli ultimi giorni di primavera
a Gabicce Mare.

La filosofia della gentilezza

La filosofia della gentilezza è un modo di stare al mondo: essere gentili, una sfida. Ecco la rivoluzione: a bassa voce, con un sorriso

Ci sono delle cose che dovremmo tenere a mente e una di queste, insieme alla gratitudine, è la gentilezza. Sulla gratitudine ci hanno scritto dei libri, compresa Oprah (Winfrey), che a dire il vero ha avuto una vita per niente facile e se non fosse per qualcosa di più che una sterile analisi dei fatti probabilmente sarebbe ancora immersa nelle sabbie mobili del rancore. Sì, la rabbia ci divora da dentro: ci smangia e consuma l’impossibilità, o almeno il crederlo tale; ci logora l’eterna attesa, la tristezza che deprime, la pioggia che intride, il rimorso, il rimpianto, la nausea di tutto. La sensazione che avrebbe potuto essere meglio, sempre e comunque.

La meditazione ti fa fermare e vedere quello che vivi, qui e adesso, sof/fermarsi a respirarlo, soffiarlo via, incamerarlo
è esattamente quello che succede quando sono grata. Mi fermo e lo vedo, tutto ciò che ho vissuto: entra nel naso, in gola, riempie i polmoni.
A volte è forte, troppo forte; fa pizzicare il naso, gli occhi, la pelle. Fa scendere il naso e ridere, piangere, in una parola: emozionarsi.

Piange o ride, non si capisce quale delle due, ha detto oggi un bambino parlando di uno più piccolo che voleva aiutare.
Ecco, non diciamocelo. Importa davvero dare il nome a tutto? Malinconia, disperazione, attesa, felicità, trepidazione, quante sfumature infinite tutto quello che possiamo provare. Ci hanno detto che importante saper leggersi dentro, ma magari è tutto questo e ancora molto altro.

Questo è il punto. Non mi forzo. Non mi sforzo. Quando smettiamo di farlo allora iniziamo a essere gentili con l’ultimo degli ultimi: noi stessi. Noi, che siamo quelli che ci giudichiamo. E arranchiamo, corriamo, non ci bastiamo, ci allunghiamo, ci facciamo piccoli o grandi a seconda del caso.

Gentilezza, una parola bellissima.
Che cosa ci vuole nella vita? Più gentilezza.

Sembra che la parola “gentilezza” indichi l’appartenenza alla stessa gente, a un medesimo gruppo sociale. I bambini in questo a volte sono giudici terribili: devi entrare nel cerchio per poter essere trattato con gentilezza, devi osare e giocartela, devi volerlo e rischiare.

Abbiamo questa idea di dover tirare fuori il meglio da noi stessi e dal mondo. Invece basterebbe vedere quanto siamo già tutto questo e oltre, altro.
Eravamo bellissimi, quando abbiamo iniziato a percorrere questa strada, appena precipitati su questa sfera azzurra chiamata Terra.
Siamo bellissimi e nessuno ce l’ha mai detto.