Inverno a Peñíscola

Svegliarsi quando è ancora buio, ma già dietro le nuvole viola si nasconde il sole che sottrae oscurità alla notte

aspettare la luce del nuovo giorno avvolti in una coperta bianca, spiando dal finestrino

fare il caffè e mangiare panini dolci, ciambelline di avena che galleggiano nel latte e intanto mettere a posto scaffali, perdere e trovare cose, spolverare con un panno arancione, mettere via libri e aprirne di nuovi.

Giornate così, che sembrano non iniziare mai ma continuare dalla sera prima, una lunga sera in cui ci si è addormentati troppo presto dopo i giochi nel vento e nel sole. E adesso tutta la costa, ancora, illuminata da mille piccole luci sparse cucite nel buio.

Un uomo lancia briciole mentre i gabbiani accorrono famelici planando sull’acqua.

Un bambino mezzo svestito, con una maglietta di cotone addosso, mezza macchiata, i capelli scompigliati
danza sulla spiaggia

e poi cadere dopo aver girato e girato su se stessi. Cadere e mettersi a ridere fra la sabbia,

dei cagnetti in un passeggino da bambole.

Domenica d’inverno a Pèniscola,

i bambini vestiti a festa al parco giochi a mezzogiorno dopo il catechismo, a gridare forte, arrampicarsi, giocare a nascondino e litigare per non mettersi il caschetto

il profumo quasi amaro del pesce in padella, le fritture di pesciolini e il polpo morbido alla gallela, l’aglio e il prezzemolo, le spezie per il riso, le padelle incrostate, i ristoranti con un foglietto scritto a pennarello con la data di riapertura, fra un mese o alla prossima stagione estiva, e quelli che non chiudono mai

un passeggino che arranca su per le stradine della rocca, nata sulla roccia, la distesa azzurra dalle torrette di avvistamento e un faro nascosto fra le case azzurre, com i tetti piatti, che per un attimo sembra di essere in Grecia, i negozietti di artigianato, il Museo del Mar con i suoi due vecchi guardiani all’ingresso e i modellini in legno delle imbarcazioni che sono passate di qui navigando sulle onde della storia: fenici, greci, cartaginesi, latini, arabi, cavalieri templari.

I navigatori del passato restano impigliati nella forma che hanno lasciato alle cose, con cui hanno involontariamente modellato il paesaggio per sempre

le cupole, i tetti piatti e quadrati, le pareti dipinte di azzurro intenso, blu e bianco, le finestre ottomane, le piccole porte di legno decorate in ferro battuto, i  terrazzini con le piastrelle dipinte da guardare da sotto in su, le piante tropicali che traboccano fino in strada

la strada, fatta di pietra bianca e liscia, decorata in mille incastri

nel primo pomeriggio il collo nero di un cormorano su e giù nell’acqua vicino agli scogli, dove amano nuotare questi uccelli marini alla ricerca di pesci e un bambino che cerca di farlo volare via urlando dal bagnasciuga

gli orli bagnati dei pantaloni

piccoli fiori viola, bianchi e lilla, capaci di crescere nella sabbia

un raggio di sole che tutto trasforma, per un attimo, e la pioggia lenta che inzuppa densa la fine della giornata, mentre il giorno stenta ad andarsene.

È ancora inverno, ma da certi tocchi impercettibili della luce che resiste già si immagina un nuovo cambiamento che chiamerà nell’aria, fra non molto, promesse di primavera e stagioni di fiori

STAMPA

Pubblicato da

Maddalena De Bernardi

Giornalista freelance e web writer, scrivo di qualità della vita. Ho un dottorato in etnosemiotica con un progetto di ricerca sui riti di cura. Da qualche anno vivo in un borgo dell'Appennino modenese e mi occupo di resilienza, educazione, meditazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *