Se capiti alle Hawaii, ti accorgerai che un po’ ovunque ci sono galli e galline. Girano libere, non sono di nessuno se non di se stesse. Quando i colonizzatori arrivarono alle Hawaii nel XVIII secolo, le galline c’erano già. Erano più piccole, più scure, più simili a uccelli selvatici della giungla. Erano le discendenti dirette delle galline portate dai navigatori polinesiani, i maestri del mare che abitavano le isole del Pacifico molto prima che James Cook vedesse l’arcipelago all’orizzonte.

La storia delle galline alle Hawaii inizia sulle canoe a doppio scafo dei polinesiani, che seguirono le correnti per esplorare l’oceano. Dentro a quelle canoe, insieme a semi, strumenti, statuette sacre e canti, i navigatori portavano alcuni animali preziosi: i pua‘a (maiali), i ‘īlio (cani) e le moa, le galline. Le tenevano per la carne, certo, ma anche come parte viva del loro mondo. Arrivarono così su, sulle isole dell’arcipelago. Le prime galline hawaiane, quindi, non sono animali arrivati per caso: sono viaggiatrici antiche quanto i primi esploratori del Pacifico.
Alle Hawaii le galline sono libere perché hanno seguito gli esseri umani nel grande viaggio attraverso il mare e poi, un giorno di tempesta, hanno iniziato a vivere per conto loro
I colonizzatori portarono altre razze domestiche. Ma nel 1992 l’uragano Iniki travolse soprattutto l’isola di Kaua‘i. Il vento ruppe recinti, scoperchiò pollai, rovesciò fattorie. Molte galline domestiche scapparono e si unirono ai discendenti delle galline polinesiane selvatiche che già vivevano libere nelle foreste. Da quell’incontro nacque un piccolo popolo piumato moderno: galli coloratissimi, galline agili, pulcini che zampettano in ogni dove. Così oggi, mentre si cammina su un sentiero o si attraversa un parcheggio vicino al mare, intorno è possibile vedere i moa che zampettano ovunque. Non hanno paura, perché non hanno padroni da tantissimo tempo. E, proprio come i primi navigatori che portarono la loro specie attraverso l’oceano, queste galline sono diventate maestre di adattamento: cercano cibo tra i cespugli di ti, si riparano sotto le fronde delle palme, insegnano ai pulcini a scappare veloci come ombre leggere.


L’oceano, il grande tutto
Chi abitava le Hawaii? Prima che la storia iniziasse c’era lui, l’immenso oceano. Le Hawaii erano disabitate. Nessun essere umano, nessun mammifero terrestre. Solo uccelli, foche monache, tartarughe e un paesaggio di vulcani, foreste e lava. Un mondo giovane, nato dal fuoco, che aspettava qualcuno che lo trovasse.
I primi esseri umani arrivarono tra il 300 e il 900 d.C., ancora non si conosce la datazione esatta. Erano navigatori polinesiani, parte della più grande cultura del mare della storia umana. Non lasciarono città di pietra come gli Egizi, né mura ciclopiche come gli Inca, ma lasciarono un atto di coraggio capace di scrivere la storia: la prova che si può attraversare un oceano immenso usando solo il cielo, il vento e la memoria.
Tra i reperti archeologici presenti nelle isole sono stati trovati heiau, templi di pietra, resti di antichi focolari, ma anche tane di ratti polinesiani e strumenti di ossidiana provenienti da oltreoceano: i tracciamenti chimici li hanno collegati a isole lontane come Eiao, nella Polinesia Francese.
I primi navigatori arrivati alle Hawaii giungono dalla Polinesia centrale: Tahiti, Raiatea, Bora Bora. In quelle isole i navigatori conoscevano già da generazioni l’esistenza di un grande mare aperto con terre lontane a nord. A volte partivano seguendo uccelli migratori, altre volte spinti da necessità politiche, carestie o esplorazione sacra.
La distanza tra Tahiti e le Hawaii è di circa 4.000 km. È come attraversare l’Europa intera… ma senza città, senza porti, senza mappe. Solo mare. Le loro imbarcazioni si chiamavano waʻa kaulua, canoe a doppio scafo.
Immagina due grandi barche parallele unite da una piattaforma. Lì al centro viveva l’equipaggio: uomini, donne, bambini talvolta, qualche animale, insieme a sacchi con semi e piante.
Ogni viaggio di scoperta poteva diventare la fondazione di un mondo nuovo. Una wa’a era poteva essere lunga anche 30 metri: veniva costruita con tronchi sacri di koa; doveva resistere alle tempeste ed era una vera e propria casa sull’acqua.
Quali strumenti di navigazione usavano?
Gli strumenti non erano fatti di metallo o vetro. Erano fatti di cielo, mare e memoria. I polinesiani per navigare usavano:
Le stelle.
Ogni popolo polinesiano aveva una “bussola stellare” in testa. Sapevano esattamente quali stelle sorgevano e tramontavano in quale punto dell’orizzonte. Seguendo una stella, sapevano la rotta.
Le onde.
L’oceano non è mai piatto: ha onde lunghe, onde corte, riflessi creati dalle isole. I navigatori sentivano le vibrazioni dello scafo per capire da dove arrivava la terra.
Gli uccelli.
Le sterne e i noddi non si allontanano troppo dalle isole. Seguirli significava seguire un sentiero vivente.
Le nuvole.
Sopra un’isola si formano spesso nuvole diverse, perché l’aria calda sale dalla terra. Una “cupola” bianca all’orizzonte poteva indicare una costa a ore di distanza.
Il colore del mare.
Le acque più chiare significano fondali bassi. Quelle scure, profondità. Una mappa da costruire con il corpo e i sensi.
Le case: gli hale, fatti di vento e foglie
Le prime abitazioni hawaiane erano case leggere, costruite con ciò che l’isola offriva: si chiamavano hale ed era costruite con legno di koa o ‘ōhi‘a per la struttura, foglie di pandanus o di palma intrecciate per il tetto, corde di fibra vegetale per legare tutto. Nessun chiodo, nessuna struttura rigida.
Un hale era:
• fresco d’estate,
• asciutto durante le piogge,
• aperto al paesaggio.
Esistevano diversi tipi:
• hale noa (casa abitativa),
• hale mua (la casa degli uomini, dove si mangiava e si compivano alcuni riti),
• hale ‘aina (la casa delle donne),
• hale wa‘a (la casa-cantiere delle canoe)
Koa, l’abero delle Hawaii

Fonte: Hawaiian Trail & Mountain Corp.
Maui Nui Botanical Garden: koa acacia
Botany, Ecology and Diversity of Acacia koa in the Hawaiian
Islands

I campi di taro: il cuore dell’alimentazione
Se c’è una pianta che racconta l’anima delle Hawaii, è il kalo, il taro. Nella cosmologia hawaiana, il primo figlio degli dèi è il kalo, e gli esseri umani sono suoi fratelli minori: per questo il suo rispetto è un dovere, non solo una necessità.
I campi di taro si chiamano lo‘i.
Erano terrazze irrigate costruite con cura lungo le vallate. L’acqua scorreva da monte a valle in piccoli canali, portando freschezza alle radici. I lo‘i creavano paesaggi geometrici, come scacchiere verdi immerse nelle montagne.
Da lì nasceva il poi, la pasta viola di taro che era alla base dell’alimentazione: nutriente, digeribile, perfetta per bambini e anziani. Coltivare taro non era solo agricoltura: era un gesto sacro, un modo per onorare la famiglia degli dèi.