La vera libertà

Chi ha detto che non possiamo uscire al tramonto, anche se la giornata sembra già finita?

Chi ha detto che non possiamo fare picnic in salotto o in giardino seduti su un sasso?

Chi ha detto che non possiamo fare i viaggiatori se non siamo lontani da casa?

Chi ha detto che non possiamo vivere la vita come un’avventura, ogni giorno?

La vera libertà è la possibilità di immaginare se stessi e il proprio tempo in maniera fluida

〰️〰️〰️ siamo guardatori

si dice osservatori, a dire il vero

no, guardatori. È più bello. Perché guardiamo

“Guardatori”: gente che ostentamente guarda, spesso da case e posti non suoi dove si introduce con un sorriso; ficcanaso, avrebbe anche detto mia nonna. Una parola nuova insieme alla bellissima “vestipanni”, attaccapanni

Ultima settimana di luglio

L’ultima settimana di luglio inizia con un lunedì che è già 31 perciò faremo finta, per quest’anno, di essere ancora luglio mentre il calendario ci spalmerà già agosto sulla pelle

Torneranno i giorni del silenzio e della calma, adesso no. Ci sono le amicizie, quelle fra le amichette del parchetto e quelle delle mamme, che cuciono fili di relazioni e tessono le tele delle loro vite raccontandosi gli anni e i sogni fra una panchina e un caffè.

Sono giorni di sole, luce forte che entra dalle finestre schermate come ci dicevano di fare i nonni un tempo, con le persiane socchiuse; giorni di pomeriggi lunghi e serate infinite, con i papà che arrivano con le tute da lavoro e le braccia abbronzate oppure il venerdì, quando tutto diventa una festa e il fine settimana sembra interminabile.

L’estate dei tuoi tre anni, voi che urlate da rompere i vetri e poi dormite come sorridenti angioletti. La sabbia, i trattori, le grigliate dove non ci si vedeva da tanto e all’improvviso si ritrova il tempo, come per miracolo. Le malverosa fiorite, i cespugli immensi di lavanda e menta, i profumi intensi, il basilico che cresce lento, le innaffiature serali, le idee su cosa fare e come passare il tempo. Che poi in fondo, non si fa niente. Solo giocare, giocare, giocare. Incontrarsi, cucinare, arrampicarsi e correre, sognare.

Guardare le stelle, a volte. Guarda come sono tante e belle, dici tu. O a volte svegliarsi e stare alla finestra: voglio vedere tutto dall’alto ma dall’alto davvero, eh. E ti dirò “gabbiano!” così i pensieri volano, spieghi, e mi sembra un bellissimo pensiero di poesia.

Il senso di una passeggiata

Ovvero di una piccola passeggiata estiva fra le montagne dell’Appennino in compagnia di un viaggiatore intergalattico: dimentica il tempo

🌀 raccogliere bastoncini
🌀 entrare con i piedi nell’acqua, che sia pozzanghera o ruscello, che tu abbia o no le scarpe adatte
🌀 sentire quant’è bello il rumore del fango cik ciak e affondarci dentro con i piedi – anche se poi saranno tutte da pulire quelle suole
🌀 avere sete subito alla prima salita e ricordarsi l’acqua e il picnic che ci piace da matti, non dimenticare una mela
🌀 facciamo come fanno gli scalatori
🌀 costruiamo una capanna?
🌀 là, corri verso le fragoline di bosco
🌀 ascolta, seguiamo il rumore del fosso!
🌀 lo sai che il bosco fa un po’ paura?

C’è stato un tempo in cui per noi non c’era né lentezza né fretta, né arrivo, ne partenza

Ieri sera ho letto una frase illuminante e la sto ancora masticando. Diceva: “Il tempo dei bambini è il tempo della crescita, un tempo di lentezza” (Sabina Bello, fra le pagine di “L’asilo nel bosco“). Ecco, ce lo siamo dimenticato che c’è stato un tempo in cui per noi non c’era né lentezza né fretta, né arrivo, ne partenza. Prima, non lo sapevamo che cosa fosse arrivare o partire, c’era solo l’andare.

Non sapevamo cosa fosse il tempo. C’era solo il nostro tempo, la nostra velocità: il nostro ritmo. Un bambino esce di casa e non sa cosa farà. Potrebbero essere due passi o venti, chissà. Dovremmo sempre essere pronti a partire come per un lungo viaggio, con uno zaino né troppo pesante e nemmeno vuoto: uno zaino dove ci sia qualcosa per bere e mangiare, per sedersi o giocare.

Andiamo all’avventura, dice lui. È sempre un’avventura! Solo che noi che lo abbiamo dimenticato e ci scocciamo: ma come, dovevamo andare lontano e siamo ancora qui… Qui, dove? Ma come, dovevamo avere dei programmi e invece… I bambini sono meglio di un corso di meditazione zen: sono la pura essenza di programmi. E se ci pensi bene quella cosa che loro amano più di tutto – andiamo all’avventura! – ha proprio questo come senso profondo: andare all’avventura significa sorpresa; non è un dove ma un come, possibilità di stupore e meraviglia.

Tu non te lo ricordi, ma il mondo un tempo era molto più grande sai? Se fai uno sforzo di immaginazione ci riesci, a tornare piccolo. Il quartiere ti sembrava grande come una città, allora. Quella strada laggiù sembrava immensa: se torni in un posto dove andavi nell’infanzia a distanza di tanti anni ti è subito chiaro questo concetto. Il prato dietro casa sconfinato. Persino le stanze di casa e i mobili, come sono piccoli, adesso che li possiamo toccare e vedere con l’altezza dell’essere adulto.

Ci vuol pazienza a andare lontano.
Per adesso, sarà… non troppo lontano: quanto basta.
Facciamo piccoli passi, una manciata per volta.
Non avere fretta, perché non sai dove andremo. Forse ci siederemo al primo incrocio. Ci metteremo a osservare una lucertola al sole, i muratori che impastano il cemento. Cammineremo lungo i muretti e cercheremo di farci camminare sulle dita dalle coccinelle.

non si può avere fretta,
quando non sai cosa sia il tempo
non ci sono obiettivi, né arrivi. Questa è l’unica cosa da tenere a mente

Le lucciole

Ci sono le lucciole a fine giugno, tu non te le ricordi ma le hai già viste lo scorso anno. Adesso in queste sere spiamo l’arrivo del buio e il ritorno delle lucciole.
All’inizio c’era diffidenza verso il buio 〰️ non andiamo dove è troppo buio, no. Poi ci si impratichisce e mentre svanisce quel periodo del mese in cui la luna è tonda e gialla, arriva il blu della luna calante che tu ti scopri già più abituato all’ oscurità.
L’oscurità è qualcosa con cui dobbiamo fare pace. È nell’ombra che si nasconde tutto ciò che non sappiamo. E ci attira e fa paura. È la paura di quello che non vedo e striscia nel buio
〰️ l’ho presa! L’ho presa
correre a piedi nudi nel buio e acchiappare lucciole, delicatamente
tenerle in una mano
solo per un attimo
e poi
vederle volare via,
come una danza
tornare a casa a mettersi scarponi e prendere la torcia, la bellezza delle passeggiate notturne
camminare
nell’ombra
sentire
quanto
si trasforma la percezione:
l’udito è più sensibile
il tatto più potente
se resti al buio
il tempo sufficiente
l’occhio si abitua,
l’oscurità acquista
gradazioni di senso: inizi a orientarti
〰️una mano, due mani.
Che bello volare. Come le lucciole, no come il vento. Il vento che arriva e fa volare tutto.
Quando tornerai a casa ti sembrerà quasi strano vedere in tutta quella luce, un’ onda improvvisa e totale. E poi “stupefatto”, la parola di stasera.
Io gliela vorrei chiedere a quel viaggiatore, scusi dove l’ha sentita: lo sa, lei, cosa significa “stupefatto”? È vero, ha un bel suono. Sì, è quando sei molto sorpres* e meravigliat*: quando accade qualcosa che ti sbalordisce. Ecco, proprio questo è il punto; stupefatto viene da un verbo di una lingua antichissima, il latino, e significa “star fermo”, “stare immobile”.
Ci sono cose che ci fanno fermare all’impr〰️ovviso. Come la danza luminosa delle lucciole al buio di un prato in una notte d’estate, come la luna, le stelle, come tutte le cose belle capaci di portare poesia nella nostra vita e un pizzico di magia
〰️guarda! Se guardi in alto ci sono tantissime stelle, come sono belle
E sì, per chi passeggia di notte in premio ci sono le stelle.
È bello il mondo?
〰️ Sì, molto.
Ci sono le lucciole, le stelle, le cose belle.
Le parole nuove.
La notte e i suoi misteri,
da camminarci dentro
a poco a poco.
〰️lo sai che se punto la torcia fra l’erba arrivano tutti e fanno il solletico dentro la maglietta?
〰️ei, fermati. Guarda. Se guardi l’erba da qui la vedi tutta rosa
〰️ cos’è questo? Ah, un ramo di amarena
〰️ non vedo niente
〰️ questa è una lucciola femmina: ha la luce fissa e aspetta
A dire il vero io a caccia di lucciole non c’ero mai stata. Ma tant’è, si può sempre sperimentare, soprattutto se ti capita di vivere con un viaggiatore intergalattico
Appunti sul Tempo

Le lucciole arrivano a giugno e restano a fare compagnia alle serate estive per qualche settimana. Poi, all’improvviso spariscono: come era arrivate nel giro di qualche sera i bagliori dei prati si spengono e la notte torna liquida oscurità solitaria. Io nell’avevo mai fatto, invece quest’anno mi sono stupita nel lasciarmi dondolare su un’amaca e veder arrivare le lucciole in giardino, puntuali come sempre, verso le ventitrè, quando il buio si fa buio davvero. Una lucciola può restare allo stato di larva per due anni: una volta raggiunto lo stadio adulto, vive per qualche settimana.

Mattine d’estate

Se tu ti svegliassi molto presto
in un mattino di metà estate
sentiresti le api
nel silenzio profondo
a cercare nettare dai fiori, operose
fra i cespugli
montagne che si illuminano al sole
tutti dormono, una ghiandaia vola via
i passeri a gruppetti
indisturbati nei giardini dove le case hanno finestre ancora chiuse
è tutto un frullare d’ali e ronzii nell’aria
a quest’ora
saresti l’unica persona in giro,
eppure sarebbe impossibile sentirsi soli,
perché fra le cose della natura sei solo l’ultimo che si è svegliato
e se ti avvicini molto
vedrai i bombi e le piccole api dentro i fiori di quei cespugli misteriosi che, ho scoperto, vengono chiamati Lacrime d’italia, il sole che entra fra i rami del noce, i gatti a caccia di topi
un gallo canta in lontananza
il sibilo degli irrigatori automatici
e poi fare il caffè, forse riaddormentarsi, aspettare il sole

Mattine d’estate: impressioni strappate da una pagina del calendario di una mattina d’estate qualunque in un’estate qualunque nell’Appennino, dobbiamo tenercele strette le istantanee di questi momenti e aprire gli occhi e allora quando le vedi, all’improvviso, scriverle sul cuore per non dimenticarle

La luce del mattino è inconfondibile, dentro ha l’energia del mondo che si sveglia e del sole che arriva dando un nome a tutte le cose.

Intanto in estate ovunque è tele di ragno.

L’albero della vita al centro ha un ragno, raccontano le tradizioni antiche. Al centro della tela c’è la creazione: Dio si trova nel centro, là dove i raggi della ruota si uniscono vicino all’asse e nel corpo là dove si uniscono i vasi sanguigni, racconta la Bhagavad Gita.

I fiori di tagete

Il tagete è un fiore amico dell’orto, perché l’aroma che sprigiona allontana alcuni parassiti nemici delle piante. Inoltre, anche le sue radici rilasciano sostanze utili per la crescita scoraggiando i parassiti: aiuta la coltivazione di pomodori, fagioli e basilico. Quindi, perché non seminarlo fra le giovani piante dell’orto?

Il tagete cresce anche in vaso. Wilma l’anno scorso ha raccolto i semi dalle piante ormai sfiorite insieme ai petali; li ha lasciati in una vecchia scatolina usata per il tè e i semi di tagete hanno atteso fino a questa primavera. Adesso possono essere piantati nella terra. Il tagete fiorisce da maggio o all’inizio dell’estate fino all’autunno inoltrato. I fiori possono essere raccolti e messi a testa in giù in piccoli mazzolini; una volta secchi, i semi cadranno dai petali.

Stamattina siamo usciti di casa e abbiamo incontrato Luciano, insieme abbiamo messo le mani nella terra e piantato i semi. Fra non molto tempo passeremo dalla sua porta e ci ricorderemo di questo momento: il tempo della Terra vive di attese e fioriture improvvise. Così, lentamente, dal ciclo della vita impariamo anche il senso del Tempo, quello che ci scorre dentro e addosso.

I bambini non conoscono ancora il senso del tempo. Ci vogliono anni per impararlo. Perché il tempo in fondo non esiste, impariamo sulla pelle il suo effetto sulla nostra vita.

Per i bambini tutto è adesso, o al massimo ieri, oppure “una volta è successo che…”. Eppure, quando piantiamo un seme vediamo gli effetti del tempo che si svolge nel libro dei giorni come il filo di un gomitolo che cade dalla cesta di questa grande coperta che è l’intricata maglia della nostra esistenza. Ce n’eravamo quasi dimenticati, poi passi da lì, da quell’angolo e li rivedi: i semi che avevi lasciato cadere il sole e la pioggia li hanno resi grandi, li hanno resi piante. Il Tempo trasforma, ecco la grande lezione.

La leggenda di Tagete

Un contadino sta arando la terra fra le campagne di Tarquinia, un posto molto bello in provincia di Viterbo, nel Lazio, dove scorre il fiume Marta, che un tempo era chiamato Larthe ed è l’unico emissario del lago di Bolsena. Il contadino ara, zolla dopo zolla, e ogni tanto si ferma a detergere con una mano il sudore che cola dalle tempie. Forse lo puoi vedere anche tu, fermo per un istante in mezzo al campo sgombro, dove non è ancora cresciuto il grano, appoggiato su un bastone a contemplare il suo lavoro, così faticoso, e riprendere fiato.

A un certo punto, quasi non ci crede, vede spuntare piano piano da sotto una zolla, qualcosa: sembra un fiore, un ciuffetto di capelli color tramonto. No, aspetta, sembra un ragazzo. Sarà uno scherzo dato dalla stanchezza? Sì, è proprio un ragazzino ma con i capelli tutti bianchi: è Tages, Tagete, il dio ragazzino con i capelli da vecchio, simbolo della sua saggezza e della conoscenza profetica.

Tagete infatti ha il dono della visione: sa vedere il futuro. La voce del vento racconta che lui detterà al popolo Etrusco, che abitava quelle terre tanto tempo fa, i tre libri sacri: Aruspicini, Fulgurali e Rituali, che secoli e secoli dopo verranno ritrovati dagli archeologi, gente che si interroga sul passato scavano fra la pietra alla ricerca di storie perdute.

Secondo lo studioso Giulio Mauro Facchetti Tages sarebbe il nome latinizzato di Tages corrispondente, nell’originale etrusco, a Tarχies che forse significava proprio questo: voce. Lui, che con la voce condivide segreti ancestrali, rivive nei semi capaci di creare questi fiori arancioni presenti in molte parti del mondo, dall’Italia al Messico. Ed è bello pensare che se osiamo fermarci un attimo e piegarci verso la terra, forse riusciamo davvero a sentirla, la voce magica di un segreto raccontato dai fiori, che tutto conoscono di questa antica Terra che ci capita d’abitare.

Che cos’è che ti fa sentire viv*?

C’è un confine a volte sottile ma comunque invariabile
fra noi e loro,
i nostri figli non sono noi, noi non siamo loro. Noi non siamo stati i nostri genitori.

Se dovessimo usare un modo forse potremmo provare con gli insiemi, come a scuola. Ecco, disegno un cerchio col pennarello e ci metto dentro quello che piace a me. A te cosa piace? A volte alle donne viene più difficile non solo dirlo ma addirittura ricordarlo a se stesse. Combattiamo contro secoli in cui per abitudine abbiamo guardato noi stesse attraverso gli occhi degli altri.

Sembra ovvio, poi succede che nella vita quotidiana ci si sovrapponga. Gli sport che amavi, lo stile dei pantaloni o l’hobby da imparare: guarda un po’ sono gli stessi che piacciono a te.. e a volte succede, ma dovremmo sempre starci attenti a queste sovrapposizioni.

In un mondo ideale ognuno di noi sarebbe chiamato a coltivare un progetto, studenti per tutta la vita perché in fondo non si smette mai di imparare. Il progetto potrebbe riguardare qualsiasi cosa e ovviamente crescere e cambiare negli anni perché tutta la nostra vita in fondo non è che un viaggio nel tempo.

I giapponesi lo chiamano ikigai. Ikigai significa all’incirca: ciò che ti mantiene in vita, ciò che accende il tuo entusiasmo e ti fa sentire viv*, con gli occhi brillanti e con passione.

Intanto qui l’estate si avvicina anche con un temporale ogni giorno; nei prati spuntano i papaveri e gli alberi hanno messo nuove foglie. Ecco, gli alberi saranno il mio punto di osservazione di questa nuova stagione; il suo invece, al momento, sono i cowboy… chissà se troveremo dei punti di contatto fra le storie delle praterie, dei boschi selvaggi e di chi per secoli le ha esplorate a cavallo.