
A Boccassuolo c’è un campanile e la cosa di cui ti accorgi è che non se sta di fianco alla chiesa come di solito succede ai campanili. Il campanile di Boccassuolo se ne sta tutto solo su una collinetta di pietra e ciuffi d’erba che in realtà è un millenario sperone di roccia: la strada non c’è sempre stata, l’hanno costruita qualche anno fa – prima c’erano sassi e massi – ora il sentiero ti porta fino su.
Quando arrivi sul campanile per un attimo
respiri forte e
intorno
tutto il mondo
verde e antico, il bosco e i prati
i tetti delle case:
la montagna maestosa e pacata,
le strade che portano altrove. Laggiù,
i Cinghi, dove in un tempo che noi non ricordiamo
c’era una montagna e ora resta la vecchia cava.
Sembra che viaggiatori antichi ed esploratori dalle terre etrusche arrivassero qui nel modenese, in cerca di metalli, attraverso i passi di montagna dalla Toscana all’Emilia Romagna. Boccassuolo è un borgo di case antiche nella valle tracciata dal corso tortuoso del torrente Dragone, disegnato da una mano ancestrale. Le valli del Dolo e del Dragone raccontano storie scritte sulla roccia e nell’acque, rocce scavate che riaffiorano come vertebre di un gigante addormentato.
Qui le pietre hanno i colori dell’oceano e del tramonto, viola e verde petrolio. Sono ofioliti: rocce dell’antico oceano ligure che milioni di anni fa si è chiuso piegando la crosta terrestre come un foglio. Serpentiniti, basalti, gabbri: pietre scure, dense, quasi metalliche, che al sole sembrano conservare una traccia di un mare sconosciuto, fotografia di un mondo lontano nel tempo.
Camminiamo fra i boschi, eppure, passo dopo passo, perlustriamo un fondale preistorico dimenticato, che ogni tanto sale in superficie attraverso il lento respiro della Terra per regalarci un fossile di conchiglia. Dentro, la memoria di un tempo di cui abbiamo perso memoria ma che continua a scorrere nelle cose del mondo che ci circonda.
Tra le rocce, nelle pieghe verdi dei castagneti, si trovano tracce di rame, un tempo filoni ricercati nelle cave oggi chiuse. Chissà quali viandanti arrivavano qui, quando le luci erano solo quelle delle lanterne e le campane per segnare il tempo della giornata non esistevano ancora. Possiamo immaginare le montagne dell’Appennino non confine, ma come corridoio: una strada di cresta, lenta e rugosa, percorsa a piedi e sui muli, come semi trasportati dal vento.