70 anni fa a Montgomery, Stati Uniti, è una sera d’inverno.
Il sole scende presto e una donna aspetta il bus per tornare a casa dal lavoro.
Sì, è il primo giorno di dicembre e fa buio presto. Per le strade si accendono le luci e sui marciapiedi ci sono le persone in attesa del bus per tornare a casa dopo il lavoro. Anche Rosa Parks sta tornando a casa. Ha 42 anni e fa la sarta: è da tutto il giorno che cuce abiti e orli e quel 1 dicembre 1955 la vede stanca come lo si è quando le mani che lavorano senza sosta. Ma forse è stanca anche per un’altra stanchezza, quella che viene di fronte alle ingiustizie e all’ingiustizia della vita, una stanchezza che si moltiplica per giorni, mesi e anni e che, alla fine, o ti affossa le spalle oppure ti fa venire voglia di smettere di essere stanca.
Rosa Parks quella sera sale sull’autobus, paga il biglietto e si siede nella parte riservata alle persone nere. All’epoca funzionava così: sui bus c’erano sedili “white” e sedili “coloured”. E se i sedili “dei bianchi” si riempivano, quelli “dei neri” dovevano alzarsi e lasciare il posto. Una regola così ingiusta che oggi sembra quasi incredibile.
A una fermata sale un uomo bianco. L’autista, che si chiamava James Blake, dice: “Alzatevi. Lasciate il posto.”
I passeggeri neri si alzano. Rosa no.
Rimane seduta. Non urla, non si arrabbia, ma dice: “No”.
No, non mi alzo. E un semplice gesto diventa ostinazione e l’ostinazione diventa protesta; la protesta diventa cambiamento.
Rosa Parks viene arrestata. Dal lunedì successivo, nessuno prende più l’autobus: per 381 giorni nessun afroamericano di Montgomery prenderà più l’autobus.
La gente della comunità afroamericana cammina a piedi, anche per chilometri; condivide l’auto, chiede e si dà passaggi: per un anno intero. Nel frattempo, gli autobus circolano a volte praticamente vuoti, gli incassi crollano e la compagnia deve pensare a pagare carburante e stipendi. Alla protesta morale si aggiunge il danno economico e il fattore economico, come sempre, è la spina che fa accorgere il sistema sociale di un segnale.
1 dicembre 1955: la donna che restò seduta. Nove mesi prima, sempre a Montgomery, un’altra ragazza di quindici anni aveva fatto lo stesso gesto. Claudette Colvin. Anche lei era rimasta seduta, anche lei era stata arrestata.
Claudette studiava, amava i libri e sognava un mondo più giusto. La sua storia, così giovane e coraggiosa, non diventò un simbolo nazionale. Le persone potenti dell’epoca pensavano che una ragazzina avrebbe avuto poca voce nei tribunali e sulla stampa. Eppure, Rosa Parks e Claudette Colvin, gocce dello stesso mare, smossero l’oceano e insieme a loro altri, altre, tutti e tutte insieme.
Il boicottaggio dei bus durò 381 giorni: un anno di passi sul marciapiede, scarpe consumate, autobus quasi vuoti che costavano alla città più di quanto riuscissero a guadagnare. Chi protestava non rispondeva mai con la violenza. Rispondeva con costanza. E la nonviolenza ancora una volta dimostrò che era possibile cambiare le cose: dimostrò che le proteste più forti possono avere il silenzio e la determinazione incrollabile della gentilezza. Un coraggio che non è mai semplice, né ovvio: è sempre cuore che trema di fronte alla cosa giusta da fare.
Poco più di un anno dopo, la Corte Suprema decise che quella legge era ingiusta. I bus tornarono a essere per tutti. Della giornata Rosa Parks disse: “Mentre ero seduta lì cercavo di non pensare a ciò che sarebbe potuto accadere, sapevo che tutto era possibile. Avrebbero potuto maltrattarmi o picchiarmi. Avrebbero potuto arrestarmi.
Mi hanno chiesto se in quel momento mi fosse passato per la mente di poter diventare il caso esemplare che la National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) stava cercando. Non lo pensai affatto. Se mi fossi soffermata troppo su ciò che avrebbe potuto succedermi, forse sarei scesa dall’autobus. Ma scelsi di restare”.
