Guardare fuori dalla finestra, un atto di ostinata resistenza e di immaginazione

Caspar David Friedrich, donna alla finestra (1822), olio su tela. Conservato presso Alte Nationalgalerie di Berlino, in Germania (credits Commons Wikimedia)
Caspar David Friedrich, donna alla finestra (1822), olio su tela. Conservato presso Alte Nationalgalerie di Berlino, in Germania (credits Commons Wikimedia)

A settembre, quando si torna seduti al banco e al lavoro si sente di più: l’orizzonte inesplorato che ci chiama, a un passo da lì dove siamo; è il richiamo dell’estate, delle vacanze, ma non solo. Si sente anche d’inverno, nei giorni di nebbia e pioggia buia, al mattino quando i fari illuminano le strade. Ecco, adesso se potessi sarei laggiù, mi mescolerei alla gente e magari entrerei in quel bar poi mi fermerei su quella panchina a guardare il viavai della vita. A uno viene da pensare così. A volte. Viene da perdersi, nell’immaginazione. L’immaginazione del proprio tempo. Davanti alla finestra.

Ce lo hanno detto da bambini e lo ripetono ai bambini di oggi: stai attento! Stai attenta! Eppure, mai come il primo giorno di giorno e di lavoro dovremmo rivendicarlo il diritto di avere almeno un po’, ogni tanto, la testa fra le nuvole e poter partire per un viaggio, oltre la finestra. Quando immaginiamo, e oggi a dirlo sono anche le neuroscienze, il nostro cervello lavora con reti nascoste della memoria come la default mode area, che si attiva quando il cervello è a riposo: usa il passato, il presente e il futuro, impasta insieme ricordi e desideri non ancora attuali, identità e flussi di ciò che sarà.

“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?” Joseph Conrad, scrittore

Quando la mente vaga, il cervello crea risposte, soluzioni, idee inesplorate. Ricordiamocelo quando pensiamo che noi o i bambini più piccoli stiano perdendo tempo. Negli anni Ottanta Rachel e Stephen Kaplan, psicologi ambientali, hanno elaborato la Attention Restoration Theory, esplorando la relazione fra attenzione e ambienti naturali.Secondo i Kaplan la soft fascination è l’attenzione spontanea di quando osserviamo senza che la mente venga completamente occupata ed è propria dell’ambiente naturale: guardare il mare, osservare le nuvole, respirare davanti all’orizzonte che cambia incessantemente. Quando siamo nell’azione di contemplare la nostra attenzione resta impigliata nella cartolina di ciò che accade ma senza fatica, senza dover l’energia risucchiata dentro uno schermo.

Si apre uno spazio: è uno spiraglio. Spazio vuoto come un sipario che può portare in scena nuove idee e su cui fanno capolino emozioni del momento e personaggi. Ed è proprio qui e ora che può arrivare la connessione, un respiro infinito che ci porta lontano per viaggiare nei territori dell’immaginazione, una chiave che apre luoghi inaccessibili.

Quante volte ci è bastato stare vicino a una finestra? A scuola, al lavoro. Perfino in posta, o in ospedale. La finestra è un atto di ostinata resistenza: un atto di libertà che non si arrende e cerca la vita attraverso l’immaginazione

La finestra è una porta per l’immaginazione

Quando alzo gli occhi e lancio lo sguardo oltre la finestra, per un attimo metto una distanza fra me e il compito: costruisco un ponte che va verso l’infinito. Quante volte una finestra ci ha salvato? Ci ha salvato dalla stanza da cui, per qualsiasi motivo, da piccoli o grandi, non potevamo uscire. Ci salva tutte le volte che da quella finestra facciamo un volo dell’immaginazione e ci proiettiamo verso territori in cui (ancora) non possiamo volare.

Ma perché l’immaginazione è così importante? Semplicemente, perché quando smettiamo di immaginare sopravviviamo: facciamo spesa; portiamo a termine compiti e obiettivi. Ma dove vanno a finire i nostri sogni, le nostre aspirazioni? Che cosa facciamo qui, viaggiatori intergalattici in viaggio sul pianeta Terra?

L’immaginazione, che limitiamo spesso al territorio dell’infanzia, in realtà non serve soltanto a inventare mondi che non esistono. Immaginare significa riuscire a pensare ciò che non è qui, adesso. Possiamo anticipare una situazione, provare mentalmente una soluzione prima di metterla in pratica, combinare in maniera nuova ciò che già conosciamo. Possiamo tornare a un ricordo e attribuirgli un significato diverso, metterci nei panni di un’altra persona o proiettarci in un futuro che ancora non esiste.

L’immaginazione partecipa alla costruzione della nostra identità di ognuno di noi e si tratta di un flusso che accade costantemente, non è limitato a un periodo della vita. Ogni giorno ridefiniamo i nostri pensieri e noi come entità, persone che vivono e sentono: ci troviamo in un flusso costante di trasformazione. La persona che pensiamo di essere non è fatta soltanto di ciò che siamo in questo momento: contiene ciò che ricordiamo di essere stati, le storie che raccontiamo su noi stessi e ciò che immaginiamo di poter diventare. Memoria autobiografica, pensiero rivolto al futuro e costruzione del sé condividono meccanismi cognitivi e coinvolgono, fra le altre, regioni che appartengono al Default Mode Network, una rete cerebrale al centro delle ricerche attuali, che mostra di attivarsi quando la mente vaga.

L’immaginazione permette quindi qualcosa di straordinariamente concreto: costruire possibilità. Prima di prendere una strada possiamo immaginare dove potrebbe portarci. Prima di trovare una soluzione possiamo esplorarne diverse nella mente. Prima ancora che qualcosa esista nel mondo, esiste come possibilità pensata. Non sempre utilizziamo il nostro pensiero razionale, anzi, molti dei nostri processi avvengono proprio nel fiume sotterraneo della mente inconscia.

Forse è anche per questo che abbiamo bisogno di momenti in cui l’attenzione non sia completamente occupata. Una finestra, una nuvola che cambia forma, le foglie mosse dal vento non ci chiedono di arrivare a una conclusione. Attirano lo sguardo e, nello stesso tempo, lasciano qualcosa di sempre più raro: spazio alla mente per andare altrove.

Alzare gli occhi.

Cercare una finestra.

Perderci per un attimo.

Volare come un uccello.

Planare laggiù come fossimo proprio lì.

Respirare.

A fondo, mentre la cassa toracica si apre.

Due, tre, quattro respiri.

Essere là, dentro il paesaggio.

Per un attimo non sono più io,

sono

uccello, tetto, aria, nuvola.

E poi ritornare.

Con un po’ di aria fresca nel cuore

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