La vera saggezza

Io lo so che a volte sembra tutto così difficile, che le cose non è facile impastarle, né rifinirle o cucirle insieme. Anche a me sembra facile a prima vista, invece quando ci mettiamo davvero le dita e l’attenzione rimaniamo impantanati come nelle sabbie mobili o in una pozzanghera. Un po’ come stupidi, ce ne stiamo lì, a guardare quella cosa uscita così, quel risultato che sembra così brutto e imperfetto.

E allora. Allora tu ti metti sulle punte. Vuoi dire a tutti, soprattutto a te stesso, che ce la puoi fare, che ce l’hai già fatta. Che lo sai. A tutti noi piace quel posto: è una sedia dove ci sentiamo comodi quella sicurezza che ci fa sentire giusti. Sentirsi bravi, essere bravi, già pronti ed esperti, che bellezza.

Invece no.

Circa 2400 anni fa, in Grecia è vissuto un uomo che si chiamava Socrate: il suo nome lo abbiamo trovato fra le pietre antiche e ancora lo studiamo. In Occidente ci diciamo che la storia della filosofia inizia con lui, con un uomo che si chiamava Socrate: suo padre tagliava o intagliava le pietre, non sappiamo; sua madre era una levatrice. Della sua vita non sappiamo molto: non scriverà libri, non aprirà scuole, non diventerà uno scultore. Ma sappiamo che Socrate se ne andava in giro per Atene, che all’epoca era già grande, bellissima e piena di viaggiatori. Amava avere tempo per fare domande e aspettare le risposte. Parlare con le persone, osservare il mondo intorno: un filosofo di strada, uno che guarda il cielo e magari ha un sorriso simpatico con cui chiederti cose, e ti punta gli occhi in faccia.

Socrate è uno che ha fatto la guerra. Da soldato: oplita, come si diceva nell’esercito greco, fanteria pesante. Era durante la guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta: notti e notti lontano da casa, a piedi per chilometri, il sangue. Chi lo conobbe tramandò alla storia che Socrate fosse un uomo forte, capace di resistere senza lasciarsi abbattere: camminava scalzo, sopportava la fame e il freddo, restava in silenzio per ore immerso nei suoi pensieri. Platone, che lo considerò un amico e un maestro, raccontò di una volta che Socrate se ne stette una notte intera immobile, a riflettere. Fino all’alba.

Faceva una vita semplice, non aveva bisogno di molto. Non era interessato a una vita lussuosa, né agli abiti che indossava. Ma gli interessava la verità che si nasconde dietro alle cose, lo smuoveva il senso profondo dell’esistenza che serpeggiando corre via e ci lascia pieni di domande. E proprio queste erano le domande che Socrate afferrava: che cos’è il coraggio? Che cos’è la giustizia? Che cos’è la bellezza?… Tì estì?… In greco, che cos’è…?…

La storia racconta che un giorno un amico di Socrate andò a interrogare l’oracolo di Delfi, dove la gente andava a chiedere consiglio alla sacerdotessa Pizia. Esisteva qualcuno più sapiente di Socrate? Questo chiese l’amico. La sacerdotessa rispose di no: nessuno era più sapiente di Socrate. Socrate restò sconvolto dal responso: non era ciò che si aspettava.

Iniziò a interrogare politici, uomini di cultura, persone considerate colte e la cui opinione era importante. E dalla sua ricerca nasce una consapevolezza: ciò che lo rende più sapiente rispetto agli altri non è qualcosa che sa, qualcosa che fa o conosce meglio degli altri, ma è una sensazione, una qualità. Una disposizione dell’anima, un’attitudine. A fare la differenza è il fatto di non avere paura di fare la figura dello sprovveduto, è il coraggio di dire: non lo so.

“Mi pare dunque di essere più sapiente di lui almeno in questo poco: che ciò che non so, neppure credo di saperlo” 

Socrate

So di non sapere. Sapere di non sapere è umiltà, è coraggio; è capacità di aprirsi a puro ascolto e lasciar cadere tutte le tentazioni di cavarsela tanto per, è osare far cadere le impalcature e le sovrastrutture. E stare lì, davanti al senso delle cose che appare. C’è sempre qualcosa che ancora non so, sempre. Ed è per questo che non smetto di fare domande, è per questo che prima di aggiungere la mia lascio all’altro la possibilità di dire e spiegarsi. Poi metterò insieme tutto. E continuerò a impastare, amalgamare, aggiungere lievito.

E quindi ricorda, quando ti vuoi fare bello, che la vera saggezza non è di chi sa, ma nelle mani incerte dei bambini e di chi sa ancora farsi domande: non avere paura di sentirti insicuro, di fare sbagli. Non sentirti in dovere di avere risposte: non ce ne sono. Diventare grandi è imparare a nuotare in un mare di sconfinata ignoranza, una parola apparentemente brutta che in realtà ci racconta di un buio dove le nostre domande splendono come stelle.

All’epoca di Socrate, il Partenone non era ancora stato terminato. Nelle piazze di Atene si discuteva di politica, libertà, mercati, esplorazioni. Non esisteva ancora l’Impero Romano, né ovviamente il cristianesimo. C’è un detto aborigeno che dice: we walk backwards into the future, camminiamo all’indietro nel futuro. Il futuro è dietro le nostre spalle. Perché non possiamo vederlo. Non sappiamo cosa arriverà. È invisibile, sconosciuto, nascosto. Camminiamo seguendo le tracce del passato e in questo non sapere procediamo avanti, passo passo.

* Appunti sul Tempo chiacchierando sul senso delle cose con mio figlio

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