
Immagina la Grecia di migliaia di anni fa.
Da una parte il mare scintillante del golfo di Corinto. Dall’altra le colline assolate. In mezzo una stretta lingua di terra, l’istmo di Corinto, un passaggio importantissimo per mercanti, viaggiatori e marinai.
Gli antichi guardavano quel luogo e si chiedevano: a chi appartiene? Al mare o al sole?
La leggenda racconta che sia Poseidone sia Helios desiderassero essere protettori di Corinto.
Entrambi la consideravano preziosa.
Poseidone perché Corinto viveva del mare. Le sue navi partivano verso ogni angolo del Mediterraneo. I porti erano pieni di pescatori, mercanti e navigatori.
Helios perché le sue alture erano esposte alla luce e dominavano l’orizzonte.
La disputa divenne così importante che intervenne Briareo, uno degli antichi giganti dalle cento braccia.
Fu lui a decidere.
A Poseidone assegnò l’istmo, il mare e i porti.
A Helios assegnò l’Acrocorinto, la grande montagna che domina la città.
Così i due dèi smisero di contendersi il territorio e impararono a condividerlo. Da una parte il regno dell’acqua. Dall’altra il regno della luce: in mezzo una città che appartiene a entrambi.
Ogni sera, quando il sole scende verso il mare, sembra quasi che Helios e Poseidone tornino a incontrarsi sul confine che un tempo dividevano.
Uno arriva dal cielo.
L’altro emerge dalle profondità.
Per qualche minuto la luce si riflette sulle onde e nessuno riesce più a capire dove finisca il regno del sole e dove cominci quello del mare.
Un dettaglio curioso: nelle vicinanze di Corinto esisteva un importante santuario dedicato a Poseidone, presso Istmia. Qui si svolgevano i Giochi Istmici, una delle grandi competizioni dell’antica Grecia, quasi importanti quanto le Olimpiadi, dove gli atleti gareggiavano in onore del dio del mare.
C’era una città così bella che due dèi se ne innamorarono.
Uno arrivava cavalcando le onde.
L’altro attraversava il cielo su un carro di fuoco.
Nessuno dei due voleva rinunciare a Corinto.
Così dovettero condividerla.
Da allora il mare appartiene a Poseidone e le alture appartengono a Helios.
E ogni tramonto, quando il sole scende verso l’acqua, i due antichi rivali si incontrano ancora per qualche istante all’orizzonte.

Chi è il dio del mare?
Per l’Impero Romano era Nettuno, nell’antica Grecia lo chiamavano Poseidone, forse da posis, una parola che significava “signore, marito” e da, forse da ricondurre al termine protoindoeuropeo *deyw-o- (“dio”), o forse relazionato a una radice antica per dire “terra”: gli studioso sono incerti, da imparare resta il fatto che non tutto sappiamo. Le tavolette, libri originari di una biblioteca primordiale, alla storia consegnano il nome: po-se-da-wo-ne, attestata nelle tavolette in lineare B.
Forse è il signore della Terra, il suo sposo, e grazie all’acqua, in un matrimonio di elementi, rende prolifica la dea che verrà chiamata Demetra, Cerere, dea del grano e dei raccolti, delle stagioni. L’origine di Poseidone viene da ancora prima della civiltà greca e forse non dal mare. Molto prima che i poeti scrivessero i miti che conosciamo, il nome di Poseidone era già inciso sulle tavolette di argilla dei palazzi micenei. È uno dei nomi divini più antichi arrivati fino a noi, è il dio dei terremoti e degli sconvolgimenti. I Greci lo chiamavano Enosìctono, colui che scuote la terra. Quando il terreno tremava o il mare si agitava all’improvviso, si diceva che fosse lui a passare.
I racconti greci narravano che Poseidone vive in un immenso palazzo costruito nelle profondità del mare, vicino alla città di Ege, una città che esisteva davvero, di cui oggi si possono visitare gli scavi archeologici, e che fu la prima capitale del regno di Macedonia, ora territorio greco. Il palazzo di Poseidone, in fondo al mare, risplendeva talmente che certe volte veniva avvistato dai pescatori sorpresi in una lunga notte di pesca, o da qualche stupito marinaio imbarcato su uno dei molti mercatili che attraversavano il Mar Mediterraneo. Il palazzo di Poseidone aveva pareti d’oro; i pavimenti incrostati di madreperle scintillavano fra i coralli e intorno nuotavano cavalli marini, delfini e creature fantastiche. Quando usciva dal suo palazzo, si dice che Poseidone salisse su un carro trainato da cavalli con la criniera d’oro che correvano sulle onde senza mai affondare.
Le onde del mare evocano il suono degli zoccoli dei cavalli: il mare corre come un branco di cavalli bianchi. Poseidone
Quando sulla terra è l’ora del tramonto, Poseidone ama uscire a nuotare tra le torri del suo palazzo sommerso. Da laggiù, in lontananza, si intuisce il sole e la terra lontana. Una leggenda raccontata di bocca in bocca dagli antichi marinai dice che nelle sere di bonaccia, quando il mare diventa liscio come uno specchio e il sole tramonta, qualcuno giura di essere riuscito a vedere bagliori dorati provenire dalle profondità. Forse sono soltanto i riflessi del sole sull’acqua. O forse il palazzo di Poseidone che cattura gli ultimi raggi del giorno.
Dove va il Sole quando tramonta?
L’antico dio del sole Helios ogni giorno attraversa il cielo con il suo carro trainato da quattro cavalli di fuoco: Piròis, Eos, Aetòn e Flegonte. Dal suo palazzo in Oriente, dove parte all’alba, arriva fino in Occidente. Quando arriva all’estremità della terra, lì ha fine il viaggio del dio del Sole Helios, che alla fine della giornata attraversa Oceanus, il fiume cosmico che circonda il mondo. Oceanus, figlio di Urano, il Cielo, e Gea, la Terra, è il fiume da cui nascono tutte le acque del mondo. Quando la notte avvolge di buio il mondo, racconta il poeta Mimnermo, Helios viaggiava all’interno di una coppa d’oro, costruita da Efesto, ed è in questa imbarcazione che silenziosamente naviga attraverso le acque del mondo fino in Oriente, dove di nuovo risorgerà al mattino.
Quando il sole tramonta sul mare e affonda nell’acqua sembra creare una strada di luce: una strada che corre diritta e misteriosa verso l’orizzonte, una strada che si rende visibile e appare, infatti Helios nella tradizione è anche il dio della vista perché nulla sfugge al suo sguardo. Helios si trasforma e dal cielo, dalla luce dei suoi cavalli infuocati, scende nel mistero di Poseidone, nell’oscurità dell’acqua che attrae e spaventa. Le nostre lacrime sono salate, come acqua di mare. Anche il sudore ci assomiglia: sembra che la natura ci ricordi che siamo un unico flusso di elementi del cosmo.
Ogni sera il Sole naviga nell’oscurità, custodito in una coppa, per ritrovare la strada dell’alba, eterna rinascita. Dai cavalli di fuoco a un’imbarcazione, dal regno del Cielo a quello di Nettuno, dalla luce al buio: non da temere, ma da attraversare.
Ogni notte attraversiamo l’oceano del sogno per rinascere, di nuovo, al mattino, nella luce del mondo che appare ed è specchio del mondo che siamo dentro.

Oggi abbiamo fatto un disegno a quattro mani. Vuoi aiutarmi? Ho fatto le onde del mare, ora sono lì ad asciugare: se vuoi puoi aggiungere il sole al tramonto. Fai anche Nettuno. Ma non ne sono capace! Ma allora provaci, mamma: me lo dici sempre tu che bisogna almeno provarci. Io faccio la barba. Va bene, io il tridente: lo so fare.
Tagliando cartone, con cui ideare un sole a strati, premendo carta scottex sul blu per il mare, ci siamo accorti quanto il semplice fatto di dipingere, anche senza essere artisti che ovviamente rende tutto più intenso ma anche complesso, sia rilassante. E c’è un momento in cui molleleresti lì, perché è tutto brutto e insufficiente, lontano da come lo immaginavi. Poi però ti abbandoni al gesto, ai colori, al tempo che passa. E quasi senza accorgertene qualcosa emerge. Ha preso forma. Esiste.
E poi abbiamo scoperto che mettendo fianco a fianco rosso e verde, un colore caldo e uno freddo, senza mescolarli, si ottengono i raggi di sole al tramonto, carichi di luce, quando usi uno, e con l’altro invece le profondità del mare. Giustapponendoli, senza mescolarli troppo, restano se stessi ma si trasformano anche. Indaco, plumbeo, viola: sfumature inesplorate fra cielo e mare che sorprendono.
Giorno e notte. Helios e Poseidone. Il cielo e il mare che si incontrano all’orizzonte senza mai diventare la stessa cosa. Forse i colori conoscono bene ciò che raccontano i miti: la magia accade quando ci incontriamo sulla soglia di un confine, un passo al di là di noi stessi. A volte basta avvicinarsi per generare qualcosa di nuovo.

