Malinconia da domenica sera

Quella cosa che la domenica sera fa un po’ paura, da piccoli. E poi anche da grandi. Iniziare di nuovo la settimana. Stomaco che si intreccia i compiti in classe, gli impegni che pressano ancora di più di quanto premevano i compiti in classe.

E poi la domenica sera, quello che ci lascia la giornata con il sole sulla pelle, la sveglia senza sveglia, il profumo di torte e chiacchiere davanti a un caffè o il tempo di un bicchiere di vino. Il segnalibro fra le pagine. Tramonti da dietro il vetro, le luci che si accendono intorno alla porta e non importa se non è più Natale.

Domenica sera e la cucina illuminata. Le voci, il fuoco della presenza. I piatti da preparare insieme, il profumo di quello che sta cuocendo nel forno. L’odore della pelle dopo la doccia nella maglietta di cotone fresco di bucato.

Un dente che cade.
Sorpresa fra i più piccoli.
Spavento per l’adulto.
Rassegnazione nel vecchio.
Il dramma della perdita nella banalità del quotidiano

13 gennaio ’20

Bivio

Roma a destra, Ancona sinistra

Ancona

Bologna

Sinistra, destra, dritto.

Le direzioni della vita

Ricordarsi di:

* evitare di rimanere incastrati in un incrocio che è sempre lo stesso anche giri e giri. Ed evitare, se possibile, anche le ore di punta, le invasioni di folla, la radio che sfrigola

* avere un piano B. Oppure essere pronti a fermarsi da qualche parte in un punto che all’inizio non avevi considerato. E magari scoprire di essere finita in un posto dove non eri mai stata prima, a 1000 km da casa: piove a dirotto e fra poco riprenderai la strada perché la rotta attende i tuoi passi, ma nel frattempo passi un’ora a bere caffè, ordinarne un altro e guardare la pioggia che scende senza la minima fretta mentre uno sconosciuto sorride e ti racconta la vita vista da qui.

* programmare il tuo navigatore, soprattutto quello mentale, su strade alternative, tagli e sentierini. E ricordarsene, che un giorno vorrai andare veloce e allora poi rischieresti di dimenticare che avevi scelto il viaggio per amore del paesaggio

Perdersi è l’inizio di tutte le scoperte.

Dentro la fine un nuovo inizio

Il senso amaro della fine, lo stupore che pizzica gli occhi.
Quell’emozione grande che stravolge il respiro e il cuore allora batte più forte.
I grandi dolori, così forti che quasi non li senti (hanno spiegato che è vero, succede anche in caso di forti traumi e chi ha vissuto un incidente me l’ha raccontato in tanti casi: il dolore, quello forte, quello vero, l’ho sentito solo dopo)
La felicità pura, quella che ti fa piangere e poi ridere e poi ancora piangere
Il senso di abbattimento e la stanchezza,
come prima dell’alba, quando sei alzato da una notte lunga, lunghissima e
il giorno arriva all’improvviso
la luce fra i tetti
il silenzio del mattino presto
le saracinesche ancora chiuse e le finestre da cui filtrano le lampadine accese di
chi mette su il caffè
l’odore di pane fresco nell’aria.

La sensazione che sì, è finita.
Un colpo di spugna
Una riga tracciata con la matita rossa e blu
dritta, netta.
Un punto e
a capo.

Proprio quando sei lì e
ti abbandoni
perché non puoi fare altro, perché sei alla fine
la testa si svuota
leggerezza senza limiti
non essere più.
E allora accade, chiudi gli occhi.
Il cuore è un volo invisibile

Dentro la fine il nuovo inizio
sta già accadendo.

Quest’anno ha portato momenti difficili, gioie improvvise, il talento di coltivare una rosa e imparare dalle spine, l’incontro con la morte, il tempo degli addii. Ora arriva il tempo di inventare nuove parole per un ciclo, di nuovo, che inizia

A Capodanno a Benevento si fanno le zeppole: sono simili alle pittule, leccesi, che a Taranto si chiamano pettole e si preparano per santa Cecilia. Acqua e farina, gli ingredienti base di tutti i popoli del mondo, l’olio bollente che c’è da stare attenti. Si rotolano nello zucchero le pettole, invece le zeppole si mangiano così, o con il prosciutto. Da un pizzaiolo di Napoli a Roma una volta ho imparato una cosa simile, angeli o diavoletti, che sarebbero poi l’impasto della pizza fatto a pezzi e fritto, con il pomodoro se sono angioletti o piccante.
Quanti nomi e quanti modi di inventare la farina, l’acqua e l’olio, patrimonio antico dove dentro c’è la storia dell’uomo, lacrime, gioia e fatica, ricerca e bellezza. Quanti nomi e quanti modi per inventare la fine e un nuovo inizio.
E così alla tavola di Capodanno, che non è la fine, come spesso pensiamo, bensì l’inizio, capo-d-anno, succede di trovarsi tutti insieme intorno a una tavola: chi si conosce e chi no, chi è amico e chi lo diventa ora. E fra scambi, assaggi e racconti, si snocciola il filo che tesse la nostra trama da dove siamo arrivati fino a qui. Il nuovo anno lo voglio immaginare un po’ così.

Una tavola apparecchiata nella notte e tutte le risate che la fanno vivere, sguardi che diventano amici, luoghi dove girare una chiave ed entrare nella storia che raccontano. Per perdersi nel viaggio e attraverso lo spazio ritrovare il tempo.

Per ricordarsi che capodanno è il giorno che decidiamo. Capodanno è il nostro compleanno, quando un’annata si chiude come al compimento del primo anno di un bambino, e un’annata si apre. Capodanno è il giorno dopo il grande evento che conosci solo tu.
Il primo giorno di un nuovo ciclo nasce dentro la fine di quello che portiamo nascosto nel cuore.

1/2020
1/365 istantiditempo