Contatto di pelle

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Addormentarsi mano per mano, un gesto d’altri tempi.
Addormentarsi mano per mano. Sopravvivenza.

Dei neonati non consideriamo mai lo spavento di ritrovarsi in un mondo nuovo, catapultati in una luce sconosciuta. Rumore, mani che ti prendono, vuoto che ti sostiene.

La sensazione di precipitare è costante. Gravità.
Un piccolo corpo leggero manovrato, mosso, spostato, spesso senza gentilezza.

Offri una mano, un braccio, un appiglio. Offri un abbraccio
Ricorda che sei stato anche tu in balia della paura.

È strano come col tempo ci allontaniamo fisicamente dai nostri figli, quella fisicità lentamente scompare per dare spazio all’indipendenza. Succede così, naturalmente… Ne rimane un intenso e dolce ricordo.
Alessia Morelli

Il tatto è il primo senso che si sviluppa quando siamo piccoli feti persi nell’oceano della placenta primordiale.
Pelle, il senso più esteso del nostro corpo.
Tatto e con-tatto.
Con tatto, per dire di trattarci con gentilezza, la stessa che serve per sapere che si supera ogni distanza quando ci tocchiamo.
Pelle a pelle, non serve vedere ma solo sentire

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25 agosto 2020

Vita di Jack London

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Preferirei essere cenere che polvere! Preferirei che la mia fiamma bruciasse in una vampa brillante piuttosto che venire ricoperto dalla muffa. Preferirei essere un magnifico meteorite, con atomi che bruciano e si infiammano, piuttosto che un pianeta immobile e assopito. La natura dell’uomo è vivere, non esistere. Non ho intenzione di sprecare i miei giorni nel tentativo di prolungarli, voglio viverli
Citazione (non documentata nella sua opera) attribuita a Jack London

Jack London viene trovato morto la mattina del 22 novembre 1916, è la sorella Eliza ad aprire la porta della sua camera e chiamare la moglie, Charmian. Si erano salutati per la buona notte la sera prima, quando lui era uscito dalla cucina del loro ranch californiano con dei libri sottobraccio per passare la notte a leggere, come sempre, mentre lei usciva a fare un giro notturno della proprietà. Da lontano, rientrando, Charmian aveva visto la sua luce ancora accesa.
La luce di una stanza solitaria abitata dalle voci dei libri e delle idee.
Scriveva circa mille parole al giorno Jack London, ogni giorno.
La sua morte viene dichiarata nel pomeriggio. Il giorno dopo, il 23 novembre, è allestita la camera ardente. Lo vestiranno con un completo grigio. Il lutto compare sulla prima pagina del New York Times e la notizia viene pubblicata da tutti i giornali del mondo. Lo scrittore Jack London, autore di libri come “Il richiamo delle foresta”, il celebre “Zanna bianca” e “Il vagabondo delle stelle”, muore all’età di quarant’anni per una disfunzione epatica.

Avvelenamento del sangue, forse associato alle iniezioni di morfina che ogni tanto si praticava. A tratti si ventilerà l’ipotesi di suicidio, mai provata. Le ultime parole, dette alla moglie la sera prima di andare a dormire con i libri già sottobraccio, sembra siano state: “Grazie a Dio, non abbiamo paura di niente“.
Attendeva di partire per New York a breve e giusto la sera prima, parlando con Charmian, immaginava un emporio da creare nel ranch, per espandere le attività e ricavarne utili. Quella mattina, il giorno prima di morire, aveva scritto una lettera alla figlia Joan, avuta dal primo matrimonio con la moglie Bessie Madern, per invitarla a pranzo la domenica successiva.

È sepolto lì, nel Beauty Ranch in California che aveva creato spendendo una fortuna e dove abitava insieme alla seconda moglie. Charmian London non sarà presente al funerale. Le ceneri di Jack London verranno deposte il 26 novembre 1916 dagli amici Ernest Matthews e George Sterling. Riposa sulla cima della Valle della Luna a Glen Ellen, di fronte a quello che era stato il suo rifugio dell’anima, il panorama preferito.

Jack London aveva iniziato a vendere giornali all’età di tredici anni, a diciassette si era imbarcato per i Mari del Sud e a diciotto spalava carbone come fuochista su una locomotiva della Western Union. Aveva pescato di frodo aragoste ascoltando i racconti dei pescatori davanti al fuoco nelle notti buie sul mare. Conosceva i segreti dei treni merci, che da ragazzino, quando era conosciuto con il soprannome Frisco-Kid, derubava a capo di una banda di amici, correndo invisibile fra i vagoni. Leggeva leggeva Marx e Spencer, Proudhon e Saint-Simon. Per tutta la vita combatterà contro lo spettro della povertà, per tutta la vita sarà guidato da una forza indomita e senza nome.

Dopo essere stato licenziato come ferroviere a causa di una restrizione dei fondi governativi destinati ai trasporti, scrive una serie di rivendicazioni e diritti a nome dei lavoratori rimasti disoccupati. Il tenore dei reclami con il tempo diventò occasione per una riscrittura dei diritti dell’intera umanità e i compagni, partecipi e divertiti dall’impresa, lo incoraggiarono contribuendo economicamente al suo viaggio per la marcia verso Washington del 1894.

Tre grandi passioni: la letteratura, le donne, il viaggiare che è vagabondaggio dell’anima.
Non a caso, una delle sue opere più celebri è “Il vagabondo delle stelle”. Il titolo in lingua originale è “The Star Rover”. Rover, il Cambridge Dictionary ci racconta che è detto di persona che “spende il suo tempo viaggiando da un posto all’altro“, “a person who spends their time travelling from place to place“.

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Il tempo ha un prezzo, sì.
Ognuno di noi sceglie come spendere il suo tempo, è solo che non ci riflettiamo mai. Eppure ciò che vendiamo ogni giorno, al di là delle nostre laureee o abilità, è proprio questo. In fondo è solo questo: il nostro tempo.
Se qualcuno, someone, roves, il verbo ci avverte che questa persona sta compiendo un’azione di esplorazione. Passo il mio tempo qua e là; mi trovo in uno attenzione attiva, vago e guardandomi intorno cerco qualcosa di interessante.
Il verbo rove è considerato sinonimo di wander,”vagare”. Ma il suono di wander (oltre a wonder, meraviglia?!) porta la mente all’universo semantico del verbo walk, camminare. Il vagare che è wander infatti contiene in sé la l’antica radice del germatico wandern, aggirarsi qua e là, muoversi senza scopo.
Di altra natura, invece, suona il vagabondare scelto da Jack London: rover, detto di predatori e bucanieri, termine attestato dal tardo Trecento in lingua olandese. Gergo di mare e di pirati, di vagabondi fra le tempeste della vita, capaci di affrontare la burrasca e, se necessario, far rapina, pensare a come campare e guadagnarsi il bottino. Gente impavida che cerca un tesoro, il grande tesoro, mai sazia.
Nello stomaco la fame nera e negli occhi un destino sempre un passo più in là.
Destino, parola doppia. Meta nel senso destinazione o destino, quello di una vita. Quello di molte vite nel caso di Jack London e di persone come lui.

Alla fine dell’Ottocento la notizia della corsa all’oro del Klondike divampa accendendo l’attenzione su queste remote terre al confine fra Canada e Alaska. Jack London ha 21 anni e insieme al capitano Shepard, marito della sorella, il 12 luglio 1897 si imbarca alla volta di Dawson City. Rapine, risse e, come tanti, lo scorbuto dovuto alla malnutrizione. Jack London parte per il grande Nord il 12 luglio 1897 come cercatore d’oro, tornerà a San Francisco un anno dopo, nel 1898.
Per circa sei mesi vive all’ombra dei boschi sterminati, inseguendo il corso del fiume, un’esistenza solitaria e selvaggia. Il suo tempo ai confini del mondo gli varrà un compenso di quattro dollari e mezzo per il sacchetto di polvere dorata trovata dopo interminabili ore in ginocchio e un manoscritto che diventerà “Il richiamo della foresta”, scritto insieme ai primi racconti nella luce fioca delle candele di sego. Una bottiglia di whiskey di bassa qualità e un taccuino sempre a fianco, nelle notti di luna offuscata dalla tormenta e durante le lunghe camminate, passo dopo passo nelle lande deserte ricoperte di neve. La presenza della foresta soverchiante e totale, dove l’essere umano sparisce. Forse il grande tesoro non l’oro, ma qualcosa di molto più grande, persino oltre l’opera letteraria: l’esperienza.

Jack London cede i diritti del libro per mille dollari, nel giro di un anno “Il richiamo della foresta” vende sei milioni di copie. Strillone, pescatore di frodo e cacciatore di foche, lavorante in una lavanderia, ferroviere, pugile, cercatore d’oro, Jack London era nato a San Francisco il 12 gennaio 1876. Registrato all’anagrafe con il nome John Griffith Chaney London, la madre fu Flora Wellman, figlia di un prolifico e benestante inventore dell’Ohio, il padre (forse) uno sconosciuto ambulante irlandese che di mestiere si ingegnava come astrologo, William Henry Chaney. Ma il suo cognome verrà da John London, agricoltore vedovo con due figli, che la madre sposa quando Jack ha otto mesi e che lo adotterà.

Dopo la scuola elementare, che termina nel 1889, Jack London campa di lavoretti e piccoli espedienti; di tanto in tanto vive per dei periodi in diversi centri di rieducazione. A Oakland, dove torna per frequentare la Oakland High School, partecipa come redattore al giornale scolastico The Aegis. Come desiderava, si iscrive alla Berkeley University, ma dopo tre anni lascia l’università a causa di difficoltà finanziarie.
Anni dopo, la marcia a Washington per rivendicare i problemi dei disoccupati e il suo lungo vagabondaggio attraverso gli Stati Uniti rendono pungente la sua acuta sensibilità sociale; l’osservazione dell’essere umano nel viaggio esistenziale è una ricerca che non avrà mai fine. Il suo diario di viaggio diventa un romanzo itinerante, The Road. La strada è maestra di vita, insieme allo spirito di osservazione e di avventura.

Nel 1904 Jack London è in Corea come corrispondente della guerra russo-giapponese. Arrestato più volte, infine gli viene rilasciato un permesso che gli consente di viaggiare insieme all’esercito imperiale giapponese, diretto verso il luogo della battaglia di Yalu. Tuttavia, il presidente Theodore Roosevelt dovrà impegnarsi personalmente in suo favore per facilitarne il rilascio, dopo che lo scrittore aggredisce i compagni di viaggio giapponesi con l’accusa di aver rubato la biada del suo cavallo. A giugno lascia il fronte e nel 1905 compra mille acri di terreno a Glen Ellen, California: è l’inizio del Beauty Ranch. In realtà, il primo edificio che si tentò di costruire sulla proprietà, Wolf House, venne distrutto da un incendio e oggi i resti di questi muri di pietra fanno parte del Jack London State Historic Park, attualmente monumento storico nazionale protetto, dove la moglie iniziò a raccogliere oggetti e testimonianze dello scrittore dopo la sua improvvisa morte.

Uno dei sogni di Jack London era viaggiare per mare. Con l’idea di fare il giro del mondo nel 1906 si fece costruire uno yacht: si chiamerà Snark, una parola intraducibile, animale immaginario citazione dall’opera di Lewis Carroll. È uno zio della moglie, a quanto si racconta poco competente, a occuparsi della costruzione della goletta, che misura 21,33 m di lunghezza, compreso il bompresso, e 4,57 m di larghezza. La nascita dello Snark è travagliata e viene ritardata di sei mesi a causa del terremoto che si abbatte sulla baia di San Francisco in quel periodo. Dai 15mila dollari previsti all’inizio i costi salgono a 30mila, nel frattempo Jack continua a scrivere perché ora le parole servono a mantenere a galla i suoi sogni. Nel 1907 la creatura fantastica dello Snark parte verso le Hawaii. Le difficoltà non mancheranno, compreso una ferma di cinque mesi in cantiere a causa di guasti subentrati durante questa prima partenza. Ma il viaggio riprende. Jack London insieme a Charmian e un piccolo equipaggio navigheranno alla volta delle isole Marchesi, Samoa, Polinesia, Isole Salomone e Fiji, solcando le onde dell’Oceano Pacifico meridionale, fra misteriosi incontri con gli abitanti della Papua Nuova Guinea e strambi viaggiatori, come Lili’uokalani, l’ultima regina delle Hawaii. The Cruise of the Snark, pubblicato nel 1911, diventerà il libro illustrato delle sue avventure porto dopo porto insieme alla moglie Charmian.

Nel 1915 torna al Beauty Ranch. È qui che morirà in una notte di fine autunno, a poca distanza dal luogo in cui era nato. Oltre allo scorbuto contratto durante i mesi nel Klondike, nei viaggi per mare era stato attaccato da diverse infezioni tropicali e soffriva di insufficienza renale. Era noto il suo problema di alcolismo in stato ormai avanzato. In tempi recenti, attraverso l’analisi di alcune fotografie del volto un team di medici appartenenti alla divisione di Nefrologia e Ipertensione della facoltà di Medicina della University of North Carolina hanno ipotizzato un avvelenamento da mercurio. Le cause della morte di Jack London a tutt’oggi rimangono un mistero.

Come avviene per qualsiasi essere vivente, anch’io sono il risultato di un processo di crescita. Non ho avuto inizio quando sono nato, o addirittura, nel momento in cui sono stato concepito. La mia crescita e il mio sviluppo sono l’esito di un numero incalcolabile di millenni. Tutte le esperienze fatte nel corso di queste e di infinite altre esistenze hanno per gradi dato forma a quell’insieme – possiamo chiamarlo anima o spirito – che è il mio io. Non capite? Io sono tutte queste vite. La materia non ricorda, lo spirito sì. Ed il mio spirito altro non è che la memoria delle mie infinite incarnazioni.
Jack London
Il vagabondo delle stelle, Adelphi Edizioni, Milano 2005, p. 298

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The Cruise Of The Snark, il libro
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Lewis Carroll sul significato del termine “snark”, lettere
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Snark, lo yacht di Jack London
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Charmian e Jack London insieme a Martin Johnson e Bert Stolz, l’equipaggio a Oakland
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Jack London scrisse il suo libro “Martin Eden” durante una navigazione

Il richiamo del mare lo sentii all’età di dodici anni. A quindici, ero già capitano e proprietario di uno sloop pirata con il quale facevo incetta di ostriche. A sedici, viaggiavo a bordo di scafi; attrezzati come golette, pescavo i salmoni con i pescatori greci del fiume di Sacramento e mi guadagnai persino un posto da marinaio nelle vedette della guardia costiera. Ero un buon marinaio, sebbene non mi fossi mai spinto oltre la baia di San Francisco o i fiumi che vi confluiscono, e non avessi ancora mai navigato in mare aperto. Poi, al compimento del diciassettesimo anno di età, mi imbarcai come marinaio a bordo di un tre alberi che salpava per un viaggio di sette mesi, andata e ritorno, sul Pacifico. Come non mancarono di farmi notare i miei compagni di viaggio, avevo avuto una bella faccia tosta… Non mi ci vollero più di un paio di minuti per imparare i nomi e le funzioni di certe cime che non conoscevo. Era semplice. Non facevo le cose alla cieca.

… Preferisco una barca a vela a una a motore, e sono convinto che la manovra di un veliero sia un’arte più raffinata, più difficile, più energica di quella di una barca a motore… Non si può dire lo stesso per la barca a vela. Ci vuole senz’altro più abilità, più intelligenza e molta più esperienza.

E non c’è scuola migliore al mondo, per il giovane adolescente come per l’uomo maturo. Se il ragazzo è molto giovane, dategli un barchetta stabile. Il resto lo farà da solo. Inutile cercare di insegnargli qualcosa. Nel giro di poco sarà in grado di issare da solo una vela e di timonare. Poi inizierà a parlare di chiglie, di derive, e vorrà portarsi dietro una coperta per poter passare la notte a bordo.

Non temete per lui. Senz’altro andrà incontro a rischi e disavventure. Ma ricordatevi che gli incidenti domestici non sono meno numerosi di quelli che si verificano sull’acqua. Uccidono più ragazzini le case surriscaldate che le barche, piccole o grandi che siano. D’altro canto, la navigazione ha contribuito a trasformare molti giovani in adulti solidi e autonomi più di quanto abbiano fatto il cricket o le lezioni di danza. E poi, se sei marinaio per un giorno, resti marinaio tutta la vita. Il sapore del sale non si dimentica più. Un marinaio non è mai troppo vecchio per non cedere alla tentazione di lanciarsi in una nuova avventura tra il vento e le onde…

Dall’articolo The joy of small boat sailing, “Le gioie della navigazione con una piccola barca, scritto da Jack London e pubblicato nell’agosto del 1912 sulla rivista inglese Yachting Monthly

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Jack e Charmian London nel Beauty Ranch

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Jack London ai tempi della corsa dell’oro in Klondike
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Jack London State Historic Park

Il senso nascosto del divertimento

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“Se voglio divertirmi leggo”, è questa riflessione a inaugurare il Maggio dei libri 2019. Divertimento, una parola da masticare di nuovo, lentamente: che sapore ha nella nostra vita? Il filosofo greco Platone, vissuto intorno al 300 a.C., riguardo all’educazione e all’infanzia spiegava che la prima educazione dovrebbe essere proprio questo, una sorta di divertimento: un atteggiamento capace di mettersi in contatto con l’inclinazione naturale del bambino e trovare connessione, terreno fertile di idee e passioni che sbocciano da sé, apertura verso il mondo, naturale miccia di curiosità.

Io penso che il divertimento sia una cosa seria
Italo Calvino

Oggi le ricerche di discipline diverse trovano un punto di incontro nella direzione tracciata su questa strada antica. Sì, perché se abbiamo la possibilità di esplorare in libertà e lasciarci andare alla meraviglia, impariamo senza sforzo. Mentre ci divertiamo liberiamo noi stessi dal fastidio del dover fare e dalla pesantezza del dover essere: siamo quello che siamo, pienamente immersi nell’attimo del qui e ora, così com’è. Semplicemente.

Dalla naturale curiosità dell’essere umano, in forma di bambino, si dipana il filo di una conoscenza che ci porta lontano e tesse il nostro essere nel mondo. Diventiamo adulti e al tempo stesso restiamo piccoli, perché è la passione insaziabile di chi non si accontenta, è la fame della domanda inquieta e curiosa che si agita in noi, ciò che ci salva e fa uscire dagli edifici che ci costruiamo intorno, anno dopo anno, andando avanti nella vita. Edifici fatti di simboli e idee, di questo si tratta. L’esperienza che facciamo del mondo, vissuta sulla pelle, è la parete su cui arrampicarsi e guardare fuori; la dipingiamo con sfumature diverse e parole che ognuno sceglie in base al proprio vissuto. È ciò che ci permette di crescere e diventare ciò che siamo, eppure con gli anni questo si trasforma, sempre più solido e altrettanto rigido, nel muro delle nostre convinzioni.

Le finestre cognitive sono tutto ciò che possiamo accettare di far passare nella nostra mente, o che respingiamo per la nostra incapacità di guardare ciò che appare impossibile.

Attenzione, non impossibile in generale, bensì per noi. L’impossibile è il non-possibile in base alla nostra esperienza, ciò che irrimedialmente cozza contro le nostre convinzioni sul mondo e sulla vita. Ecco perché la saggezza di ogni popolo da secoli ci ricorda che il senso che diamo all’esistenza è ciò che dà forma al mondo: al nostro mondo, il nostro personale universo, quello in cui ci muoviamo e affrontiamo ogni giorno per il tempo che ci è dato vivere su questo traballante pianeta terra.
Il mondo narrato è il mondo vissuto, queste due realtà si intrecciano inestricabilmente come il filo di un ordito misterioso che nasce e si sviluppa da piani diversi, fatti di un’unica materia.

Noi siamo le storie che ci raccontiamo. E il modo in cui raccontiamo la nostra storia, nel bene o nel male, ci salva o affoga. Ci lascia uno spiraglio di luce o ruba energia, aggiunge speranza o la nega. Il nostro modo di dare senso alle cose e alla vita crea la realtà che viviamo, ogni giorno.

Anno dopo anno, il rischio è proprio questo. Sopravviviamo a noi stessi, agli eventi e alle piccole o grandi tragedie della vita: sopravvissuti lo siamo già, ognuno alla propria complessa esistenza, in questo esatto momento. Ma più passa il tempo, più il frutto della nostra esperienza diventa un nocciolo duro, essenza poco incline al cambiamento. All’elasticità del bambino si oppone la rigidità dell’adulto: due condizioni, quella del bambino e dell’adulto, che in fondo esulano dallo stato anagrafico per condensarsi in uno stato dell’essere.

La finestra tende a chiudersi, è inevitabile? NO. Forse la lotta più difficile è quella verso se stessi, per lasciarsi liberi dalle convinzioni che pensiamo di aver trovato, dai valori dati come massime inalterabili. L’esperienza che per me può aver funzionato per te magari non vale. Magari non vale neanche per me, in altri tempi e contesti.

Fare l’impossibile è una specie di divertimento
Walt Disney

Il divertimento ci insegna che un altro modo è possibile. Accade quando penso all’impensabile; quando mi lascio andare e mi immergo nell’autenticità, pura e cruda, della scoperta. “Scoprire” è sempre atto di meraviglia perché significa sospensione di giudizio e manifestazione della catarsi, trasformazione: “epìphaneia”, rivelazione, che negli antichi templi greci era fugace apparizione di un dio calato dall’alto, simbolo di un mistero che accade all’improvviso, che fugge dal noto per camminare brancolando nel buio.
Il nuovo prende forma nel buio dell’ignoto.

Da dove viene la parola divertimento? L’etimologia di questa parola, così come il verbo “divertire” e “divertirsi”, rimandano al termine latino divertere, ovvero “deviare, andare in un’altra direzione, volgere altrove”. Mentre mi diverto, io vado via; anzi, è il mio “io”, quello che di solito riconosco come “io” a sparire. Nella mia mente si apre lo spazio per un viaggio nell’altrove. Altrove: un posto speciale, il posto magico in cui io posso fuggire e andare lontano, anche solo per un attimo. (S)fuggire dalle costruzioni e dalle costrizioni, da tutto ciò che mi accerchia e mi assedia, dalla guerra mia e del mondo: qui trovo pace, ho spazio per respirare.

Quando leggo mi diverto
Quando mi diverto… vado altrove

Attraverso il gioco apro la porta che rende possibile l’impossibile. Entro in una stanza dove le pareti hanno un orizzonte infinito e inizio a sognare.
Lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi lo ha chiamato stato di flow. Si tratta dell’esperienza di flusso: è lo stato di coscienza che possiamo sperimentare quando siamo immersi in un’attività che ci prende completamente. Accade nello sport, come documentato da Csikszentmihalyi, che anni fa inizia questa indagine esaminando le performance di grandi atleti passati alla storia; le sensazioni sono simili alle parole usate dagli artisti che descrivono l’esperienza mentre sono immersi nella creazione di un’opera.

Il flow, flusso, accade mentre stiamo creando, sì; accade mentre nuotiamo, facciamo l’amore, sogniamo o ci lasciamo andare all’immaginazione. Accade mentre leggiamo o viaggiamo con il pensiero, fra i ricordi del passato o immaginando il futuro: secondo le neuroscienze quando immaginiamo di fare qualcosa nel nostro cervello si accendono gli stessi collegamenti neuronali di quando realmente facciamo quell’azione. Incredibile, vero?

Mentre leggo mi diverto. Mentre mi diverto immagino. Mentre immagino faccio un atto rivoluzionario, perché apro lo spazio per qualcosa di nuovo. Devio dalla strada dell’abitudine, scopro un percorso nuovo, scappo dalla rigidità e vado in un’altra direzione.
Mi rivolgo verso l’altrove e quando mi trovo là, in quello spazio dove “io” scompare, allora tutto accade. Mi immergo in un fiume in cui passato, presente e futuro si fondono, scavando nell’ossatura del mio cervello con le onde in piena di una trasformazione che tutto travolge, rigenera e fa risplendere di pura vita.

Ancora non si è capito che soltanto nel divertimento, nella passione e nel ridere si ottiene una vera crescita culturale
Dario Fo

Insieme al tema principale, l’edizione di quest’anno del Maggio dei libri seguirà 4 filoni tematici, con relative bibliografie, che ci portano verso percorsi differenti e ci immergono nella storia:

“Desiderio e genio. A cinquecento anni dalla morte di Leonardo Da Vinci”
“Dove sei giovane Holden? A cento anni dalla nascita di J.D. Salinger”
“Se questo è un uomo. A cento anni dalla nascita di Primo Levi”
“Guarda che luna! A cinquanta anni dall’allunaggio”

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Cliccando qui vai dritto alle bibliografie del Maggio dei Libri 2019

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