Passeggiate autunnali

Hai mai sentito l’effetto che fa camminare fra le foglie secche e lanciarle in aria? Oggi mi chiedevo questo mentre uno piccolo mi insegnava a entrarci dentro in quei mucchi di foglie, calpestarle e viverle, lanciarle per aria, buttarle addosso, farle cadere. Non importa la polvere, non importa lo scompiglio: è il caos che ci porta i messaggi più importanti, l’energia più intensa.

Accade ancora di fermarsi ad ascoltare il suono di un bosco intero che cade, una foglia dopo l’altra?

Quello delle foglie che cadono è un suono che abbiamo dimenticato. Anche in città succede a starci bene attenti, solo che in parte è coperto dai rumori di sottofondo, in parte non c’è abbastanza spazio. Ci vuole molto silenzio e molti alberi perché la magia accada. Tu ti fermi. Proprio in mezzo al bosco. Poi ascolti. Prima una, poi un’altra: è un intero bosco a cadere, una foglia dopo l’altra. Una pioggia di foglie, una pioggia di giallo. Oggi hai fatto questa scoperta dalla prospettiva della tua nuova postazione; arrampicato sul ramo di un albero con un bastone scuotevi i rami e mi chiamavi a vedere questa bizzarra pioggia autunnale fatta di foglie, rumore e colore.

Abbiamo trovato nomi come “forest bathing” e “barefoot” e li abbiamo trasformati in trend, in realtà camminare nei boschi e andare a piedi nudi per il mondo è una delle attività più antiche del mondo, un’azione così ancestrale che nasce all’inizio del mondo. Abbiamo lasciato alla scuola il compito di ricordarci la natura e le stagioni invece possiamo chiederci come vogliamo vivere noi il Tempo, che cosa vogliamo metterci nel nostro di tempo. Anni fa Peter Gray nel suo meraviglioso libro “Lasciateli giocare” ci raccontava che sono sempre di più i bambini inglesi lontani dal contatto con la natura. Abbiamo lasciato fuori dalla porta di casa la polvere, il fango, i vestiti strappati, i piedi sporchi, gli animali e i peli, i giochi che creano caos, i pericoli, le unghie nere, le sbucciature, la terra nelle suole.

Eppure, mai ci sentiamo così liberi come quando respiriamo l’aria a pieni polmoni, passo dopo passo, tornando verso casa con le foglie nei capelli e nel naso l’odore della stagione con tutti i suoi profumi, così diversi in ogni luogo e periodo dell’anno.

Paure

〰️ sai di cosa ho paura io? Dei fanpasmi.

Dei fantasmi?

〰️ sì, i fampasmi. Passano dal camino, entrano dalle porte quando è buio. Ma adesso non ho paura, sai perché?

Perché?

〰️ Perché adesso c’è la luce! È giorno, non ho paura. Poi arriva la notte e arrivano i fanpasmi. Sai cosa faccio quando arrivano?

Andiamo a combatterli?

〰️ nooo. Io metto un lenzuolo bianco e esco insieme a loro, loro non sanno che io non sono un fanpasma.

Ah! Ti mimetizzi.

〰️ Sì. E loro raccontano cose, fanno magie.

Devono conoscere molte storie i fantasmi. Sai, dei fantasmi non bisognerebbe avere paura perché loro sono… persone. Sono semplicemente persone, vissute molto tempo fa. Ma è molto difficile incontrarli. Se ne stanno per i fatti loro per tutto il tempo, chissà dove e a fare chissà cosa, eppure io credo che a qualcuno farebbe molto piacere incontrare qualcuno a cui ha voluto molto bene. Per questo conoscono tante cose del mondo com’era una volta, di cui chiedi sempre tu, perché sono vissuti tanto tempo fa

〰️e le storie le raccontano senza leggerle sui libri?

Sì, perché le hanno vissute. 

〰️ i fanpasmi sanno volare. 

E come fanno a volare?

〰️ è un mago che li fa volare, con una magia.

Certo che deve essere molto bello volare, vedere tutto dall’alto e di notte il mondo dai tetti. 

〰️ a me piacerebbe un fanpasma per amico. Insegnerebbe a volare a me, a te e papà e Kuki. Farebbe volare anche la casa, diventerebbe una casa volante.

Immagina, aprire il cancelletto rosso e trovarci per magia in un posto nuovo, poi una volta riaperto il cancello essere di nuovo qui.

〰️questi amici fantasmi, quante cose sanno fare

Partiamo per un’avventura?

〰️guarda mamma, una foglia caduta

sì, la prima figlia dell’autunno che vola nell’aria, me l’hai fatta notare tu qualche giorno fa

la sorpresa di mille farfalline azzurre sull’erba medica fiorita, si confondono con il viola del prato e volteggiano,
come minuscoli petali leggeri portati dall’aria

il biancospino un tempo profumato, ora tornato nel periodo dell’anno in cui è verde cespuglio dalla bellezza spinosa e discreta, che non si fa notare se non a sguardo attento

le foglie grandi e ovali del noce, profumatissime quando le strofini fra le dita: gli alberi ancora verdi, ma già con qualche punta di giallo

fermarsi a osservare una strana pianta spinosa e il ragno che vi ha trovato casa

osservare il muschio, interrogarsi sulle direzioni e rifarle con il corpo, braccia e gambe a orientarci verso mondi diversi

giocare con la terra, scoprire che con il fango si impasta, creare torri di sassi, fermarsi a seguire il percorso di un insetto.

Oggi mi dici 〰️partiamo per un’avventura? Mi torna in mente così, con la meraviglia della parola AVVENTURA che all’inizio dell’esistenza è la scoperta a guidare la giornata.

Avventura, senti che suono mentre lo dici.

Ogni giorno è un viaggio che non conosciamo, ogni giorno c’è l’andare. Immaginare, trovare, osservare. La magia della scoperta è nel toccare, sperimentare, nel fermarsi. Vedere attraverso la pelle. Crescere esploratori è un’attitudine, ovunque saremo

Come ci si sente ad andare in pezzi?

Si è rotta la tazza preferita di Tito, ormai da un po’

 〰️ Papà saprà aggiustarla

Sì, in effetti -ovviamente- papà aggiusta tutto l’ha rimessa insieme o, come diceva mia nonna in una bellissima espressione di una volta, “accomodata”. 

La tazza è stata riparata mettendo al loro posto i pezzi con la colla, ma dentro non ci si poteva più bere. Che cosa ci possiamo fare, allora? Per esempio, potremmo metterci un fiore.

〰️Lo voglio rosa. Solo rosa.

Così, si è dovuto attendere. Attendere fino a che il fiore non fosse venuto a trovarci, un bel fiore rosa che l’altro giorno abbiamo trovato da Grazia nel suo bel giardino. Tito insieme a lei lo ha scalzato dalla terra e ha imparato a prendere la quantità sufficiente di radici. Poi lo abbiamo portato a casa e piantato al tramonto, ora è già lì che spunta, rosa come una promessa bella, come l’alba che ri/nasce.

Ecco, c’è una cosa di cui non parliamo spesso. Da anni una delle parole che pronunciamo di più è la parola “resilienza”. Immaginiamo la resilienza come una palla che rimbalza. Evento dopo evento, continuiamo a rimbalzare contro il mondo e noi stessi, colpo su colpo, sbattendo la testa contro il muro. Senza arrendersi, senza demordere.

Sì e no. Perché noi non siamo materiali di ferro o gomma. Siamo fatti di pelle, muscoli, ossa, emozioni e pensieri. Ci sono parti che guariscono più fretta e altre, invisibili, che non guariranno mai. Questo è quello che dico al viaggiatore intergalattico: qui su questo pianeta dove sei capitato non tutto si aggiusta. Si rompono le belle amicizie, i grandi amori, le ossa, le speranze e non sempre si trova si trova il modo per ripararle. A volte non si ripara una frattura.

Quello che si può fare è trasformare e forse è questo che ci  insegna il rito del kintsugi, che letteralmente significa “riparare con l’oro” e sembra sia nato nell’antica Cina proprio da una tazza preferita alla cui rottura un guerriero non si arrese. 

Dispiacersi per le rotture, fermarsi di fronte alle grandi frane della vita e piangere. Poi ri/costruire. La vera resilienza forse è osare chiederci come ci sentiamo quando andiamo a pezzi.

Quello che non diciamo e a volte non ammettiamo è che le cose non torneranno come prima. Trovare la vera resilienza forse è iniziare a piangere per le rotture, fermarsi di fronte alle grandi frane della vita e lasciarci essere in piena come un fiume che scoppia e arriva all’oceano.

Non si torna indietro. Si va a avanti, è vero. Ma il cuore segue le gambe solo quando è pronto per farlo e a volte, come vasi vuoti, dobbiamo attendere. 

Inventario delle cose belle

Le sveglie alle cinque del mattino, con il caffè caldo, le gambe incerte sulle scale e gli occhi che si chiudono

Ascoltare il vento fuori dalle finestre

La sensazione mentale di quando finisci un lavoro e inizi un periodo di riposo, la brezza della vacanza che inizia nel momento in cui fai l’ultima cosa che devi portare a termine

Le docce con il sole, a metà pomeriggio o di mattina, mentre tutti fuori corrono: il lusso di fermarsi

Guardare chi ami mentre dorme

Accarezzare il naso minuscolo di un bambino con la punta dell’indice

Trovare una finestra da dove guardare la pioggia e sperare che non smetta solo perché anche la tempesta sa essere bellissima, specialmente in un giorno di metà estate

Le giornate con gli orari confusi, a svegliarsi quando è buio e dormire con la luce, come da universitari  svagati

Il profumo delle cose nel forno che cuociono lente

Il disordine in giro per casa da mettere a posto, ma senza fretta

Continuo a raccogliere istanti per l’inventario delle cose belle da tenere sul cuore…

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La vasca da bagno di questa casa dove viviamo ormai da un po’ ha un abbaino da cui si vedono le nuvole che corrono nel cielo. Da un paio di giorni hai deciso di provare anche tu a fare il bagno in questa vasca di pietre viola che arrivano da lontanissimo, da un posto fra montagne sacre chiamato Uttar Pradesh.

Fa un po’ paura però va bene, mi hai detto la prima volta che l’hai sperimentata. Lasci che l’acqua ti arrivi fino al collo: lanci spugne, boccette, bagnoschiuma e osservi. Perché stanno a galla? Dentro c’è il liquido e l’aria, ci somigliano un po’: dentro noi abbiamo sangue e aria e muscoli e come i tappi di sughero nel lavandino quando giochi in cucina, il nostro corpo galleggia e questo è un buon motivo per non avere paura di lasciarsi andare nell’acqua. Galleggiamo.

Il senso di una passeggiata

Ovvero di una piccola passeggiata estiva fra le montagne dell’Appennino in compagnia di un viaggiatore intergalattico: dimentica il tempo

🌀 raccogliere bastoncini
🌀 entrare con i piedi nell’acqua, che sia pozzanghera o ruscello, che tu abbia o no le scarpe adatte
🌀 sentire quant’è bello il rumore del fango cik ciak e affondarci dentro con i piedi – anche se poi saranno tutte da pulire quelle suole
🌀 avere sete subito alla prima salita e ricordarsi l’acqua e il picnic che ci piace da matti, non dimenticare una mela
🌀 facciamo come fanno gli scalatori
🌀 costruiamo una capanna?
🌀 là, corri verso le fragoline di bosco
🌀 ascolta, seguiamo il rumore del fosso!
🌀 lo sai che il bosco fa un po’ paura?

C’è stato un tempo in cui per noi non c’era né lentezza né fretta, né arrivo, ne partenza

Ieri sera ho letto una frase illuminante e la sto ancora masticando. Diceva: “Il tempo dei bambini è il tempo della crescita, un tempo di lentezza” (Sabina Bello, fra le pagine di “L’asilo nel bosco“). Ecco, ce lo siamo dimenticato che c’è stato un tempo in cui per noi non c’era né lentezza né fretta, né arrivo, ne partenza. Prima, non lo sapevamo che cosa fosse arrivare o partire, c’era solo l’andare.

Non sapevamo cosa fosse il tempo. C’era solo il nostro tempo, la nostra velocità: il nostro ritmo. Un bambino esce di casa e non sa cosa farà. Potrebbero essere due passi o venti, chissà. Dovremmo sempre essere pronti a partire come per un lungo viaggio, con uno zaino né troppo pesante e nemmeno vuoto: uno zaino dove ci sia qualcosa per bere e mangiare, per sedersi o giocare.

Andiamo all’avventura, dice lui. È sempre un’avventura! Solo che noi che lo abbiamo dimenticato e ci scocciamo: ma come, dovevamo andare lontano e siamo ancora qui… Qui, dove? Ma come, dovevamo avere dei programmi e invece… I bambini sono meglio di un corso di meditazione zen: sono la pura essenza di programmi. E se ci pensi bene quella cosa che loro amano più di tutto – andiamo all’avventura! – ha proprio questo come senso profondo: andare all’avventura significa sorpresa; non è un dove ma un come, possibilità di stupore e meraviglia.

Tu non te lo ricordi, ma il mondo un tempo era molto più grande sai? Se fai uno sforzo di immaginazione ci riesci, a tornare piccolo. Il quartiere ti sembrava grande come una città, allora. Quella strada laggiù sembrava immensa: se torni in un posto dove andavi nell’infanzia a distanza di tanti anni ti è subito chiaro questo concetto. Il prato dietro casa sconfinato. Persino le stanze di casa e i mobili, come sono piccoli, adesso che li possiamo toccare e vedere con l’altezza dell’essere adulto.

Ci vuol pazienza a andare lontano.
Per adesso, sarà… non troppo lontano: quanto basta.
Facciamo piccoli passi, una manciata per volta.
Non avere fretta, perché non sai dove andremo. Forse ci siederemo al primo incrocio. Ci metteremo a osservare una lucertola al sole, i muratori che impastano il cemento. Cammineremo lungo i muretti e cercheremo di farci camminare sulle dita dalle coccinelle.

non si può avere fretta,
quando non sai cosa sia il tempo
non ci sono obiettivi, né arrivi. Questa è l’unica cosa da tenere a mente