Feste delle luci

11 novembre, in Europa è San Martino. I bambini dei Paesi del Nord costruiscono le lanterne di san Martino, fatte con barattoli, spago e decorazioni di foglie e fiori.

12 novembre, oggi in India si festeggia Diwali: re Rama dopo quattordici anni fa ritorno nella sua città, Ayodhya, insieme alla moglie Sita, rapita da un demone. Sita e Rama camminando escono dalla foresta e vedono il cerchio di luce acceso dal popolo che li stava aspettando, così riescono ad arrivare a casa, sani e salvi, guidati dalle lampade accese fuori dalle case, le stesse che ancora oggi illumineranno la notte per i prossimi cinque giorni.

La luce ci guida, questo in fondo ci ricordano le feste della luce in tutto il mondo: proprio quando il buio avanza è il momento di cercare la luce, proprio quando il caos ci sovrasta è il momento di pensare a cosa ci dà bellezza, proprio quando l’inquietudine ci confonde è il momento di pensare a cosa ci chiarisce e schiarisce l’anima.

Passeggiate autunnali

Hai mai sentito l’effetto che fa camminare fra le foglie secche e lanciarle in aria? Oggi mi chiedevo questo mentre uno piccolo mi insegnava a entrarci dentro in quei mucchi di foglie, calpestarle e viverle, lanciarle per aria, buttarle addosso, farle cadere. Non importa la polvere, non importa lo scompiglio: è il caos che ci porta i messaggi più importanti, l’energia più intensa.

Accade ancora di fermarsi ad ascoltare il suono di un bosco intero che cade, una foglia dopo l’altra?

Quello delle foglie che cadono è un suono che abbiamo dimenticato. Anche in città succede a starci bene attenti, solo che in parte è coperto dai rumori di sottofondo, in parte non c’è abbastanza spazio. Ci vuole molto silenzio e molti alberi perché la magia accada. Tu ti fermi. Proprio in mezzo al bosco. Poi ascolti. Prima una, poi un’altra: è un intero bosco a cadere, una foglia dopo l’altra. Una pioggia di foglie, una pioggia di giallo. Oggi hai fatto questa scoperta dalla prospettiva della tua nuova postazione; arrampicato sul ramo di un albero con un bastone scuotevi i rami e mi chiamavi a vedere questa bizzarra pioggia autunnale fatta di foglie, rumore e colore.

Abbiamo trovato nomi come “forest bathing” e “barefoot” e li abbiamo trasformati in trend, in realtà camminare nei boschi e andare a piedi nudi per il mondo è una delle attività più antiche del mondo, un’azione così ancestrale che nasce all’inizio del mondo. Abbiamo lasciato alla scuola il compito di ricordarci la natura e le stagioni invece possiamo chiederci come vogliamo vivere noi il Tempo, che cosa vogliamo metterci nel nostro di tempo. Anni fa Peter Gray nel suo meraviglioso libro “Lasciateli giocare” ci raccontava che sono sempre di più i bambini inglesi lontani dal contatto con la natura. Abbiamo lasciato fuori dalla porta di casa la polvere, il fango, i vestiti strappati, i piedi sporchi, gli animali e i peli, i giochi che creano caos, i pericoli, le unghie nere, le sbucciature, la terra nelle suole.

Eppure, mai ci sentiamo così liberi come quando respiriamo l’aria a pieni polmoni, passo dopo passo, tornando verso casa con le foglie nei capelli e nel naso l’odore della stagione con tutti i suoi profumi, così diversi in ogni luogo e periodo dell’anno.

Paure

〰️ sai di cosa ho paura io? Dei fanpasmi.

Dei fantasmi?

〰️ sì, i fampasmi. Passano dal camino, entrano dalle porte quando è buio. Ma adesso non ho paura, sai perché?

Perché?

〰️ Perché adesso c’è la luce! È giorno, non ho paura. Poi arriva la notte e arrivano i fanpasmi. Sai cosa faccio quando arrivano?

Andiamo a combatterli?

〰️ nooo. Io metto un lenzuolo bianco e esco insieme a loro, loro non sanno che io non sono un fanpasma.

Ah! Ti mimetizzi.

〰️ Sì. E loro raccontano cose, fanno magie.

Devono conoscere molte storie i fantasmi. Sai, dei fantasmi non bisognerebbe avere paura perché loro sono… persone. Sono semplicemente persone, vissute molto tempo fa. Ma è molto difficile incontrarli. Se ne stanno per i fatti loro per tutto il tempo, chissà dove e a fare chissà cosa, eppure io credo che a qualcuno farebbe molto piacere incontrare qualcuno a cui ha voluto molto bene. Per questo conoscono tante cose del mondo com’era una volta, di cui chiedi sempre tu, perché sono vissuti tanto tempo fa

〰️e le storie le raccontano senza leggerle sui libri?

Sì, perché le hanno vissute. 

〰️ i fanpasmi sanno volare. 

E come fanno a volare?

〰️ è un mago che li fa volare, con una magia.

Certo che deve essere molto bello volare, vedere tutto dall’alto e di notte il mondo dai tetti. 

〰️ a me piacerebbe un fanpasma per amico. Insegnerebbe a volare a me, a te e papà e Kuki. Farebbe volare anche la casa, diventerebbe una casa volante.

Immagina, aprire il cancelletto rosso e trovarci per magia in un posto nuovo, poi una volta riaperto il cancello essere di nuovo qui.

〰️questi amici fantasmi, quante cose sanno fare

Martedì di ottobre

Grazie, hai detto oggi. Grazie per tutto quello che fai per me, hai aggiunto e mi è sembrata una cosa così bella che mi veniva da commuovermi. L’hai detto a papà, così nel sole all’improvviso mentre lui ti ha portato nel capannone del lavoro e ti aiutava a strofinarti le mani per pulirtele via dal grasso che ti era rimasto appiccato dai pistoni del trattore che ti sei messo a guardare.

La scoperta della pasta per le mani, una cosa bellissima l’hai definita

La passeggiata fino al bar e voler papà a tutti costi, che venga anche lui, tornato presto dal lavoro e intanto fermarsi a ogni piccola manciata di passi: una persona da salutare, un insetto da osservare, un sasso

Quest’anno il ramo di more non ha fatto che pochi frutti, invece ogni volta che possiamo dalla curva raccogliamo una piccola mela selvatica dall’ albero, che ne ha tante e succose, verdi e rosse

Le tue piccole mani, così forti e ogni giorno più grandi, la mela stretta, le tue gambe intorno a me mentre tu arrampichi come una scimmietta per farti portare

Tu che ti fai un taglietto e non dici una parola, mi indichi solo la riga di sangue che esce dal nero delle dita coperte di polvere e grasso

L’odore del legno di abete, la segatura chiara e tu che mi fai appoggiare le dita sul mobile in costruzione nella vecchia stanza laboratorio di Maurizio e poi chiedi se si può andare di là

L’invenzione del filo, così sottile, con cui riesci lo stesso a bere dalla fontana e che poi mi soffi in faccia e trasformi in ancora, cannuccia, nodo, legame, strada: porti quasi sempre con te un filo o una corda nelle tue passeggiate, non esci senza

La calma che mi mette spazzare via le foglie secche, un esercizio di quotidiana bellezza in cui rivedo mia nonna e le mattine di pace

Il sole così forte di questi giorni, che per qualcuno è bellissimo e per altri allarme. Il pranzo da portare fuori e mangiare sulla panchina, io al sole tu all’ ombra. La canina sdraiata e addormentata sotto al cespuglio di cipresso

La nuova porta, che lascia entrare tutta la luce che c’è, e noi che non ci siamo ancora abituati

Tu che urli, io che ti chiedo perché e la canina che scappa

Gli uccellini che muovono le foglie della siepe e mangiano il vecchio panettone messo per loro su un ramo

Lasciare il giorno fuori e riposare, con la testa sotto il pile a leggere libri e poi riemergere sbuffando, fa troppo caldo

Io che mi stufo di leggere sempre lo stesso ma ora no e allora mi domandi perché

Le pile di libri che si rovesciano, le briciole sul tavolo, la torta di mele e cannella, il profumo del pane cotto in forno e avvolto nel canovaccio di lino bianco

Noi che litighiamo perché lanci le cose e poi facciamo pace e ci diciamo che siamo brutti quando urliamo e che vogliamo imparare la gentilezza: sì, imparare la gentilezza, tu io e papà e la canina, hai precisato oggi, e in realtà da lei avremmo solo da imparare perché è l’unica che la conosce già, ho detto io

Mami? Mami, scendiamo in cucina a scaldare il latte? Svegliarsi di mattina che è ancora buio, con il mio maglione verde sulle spalle i piedi nudi, giocare con papà che poi deve andare al lavoro. Addormentarsi con la tua testa appoggiata sulla spalla, il profumo del sapone che ha tolto via tutta la terra e la pelle morbida, la luce dei lampioni fuori nella notte arancione. L’acero del giardino nell’ombra con ancora tutte le foglie.

Se ci pensi bene molte giornate della vita sono fatte di niente, eppure così insostituibili e preziose nella loro essenza.

Martedì 10 ottobre ’23

Perché cadono le foglie?

〰️hai visto che c’è una foglia caduta? mi hai fatto notare tu settimana scorsa.

Hai visto che ora la terra si sta lentamente coprendo di foglie secche? ti ho detto io stamattina.

Sono dappertutto e il sole è ancora caldo, ma gli alberi non si ingannano. Il volo delle foglie non si arresta; è come una danza. Il crepitio leggero nel silenzio, mentre anche gli stormi se ne vanno, in lontananza.

〰️ perché cadono le foglie?

Cadono le foglie perché la clorofilla diminuisce e nella foglia appaiono altri pigmenti, come il giallo e l’arancione del carotene. Cadono le foglie perché la luce alla fine dell’estate inizia a diminuire: l’albero lo sente e gradualmente smette di nutrire le foglie. La linfa è come il nostro sangue; attraverso le radici l’albero prende dalla terra acqua e sali minerali che si diffondono in ogni cellula, come accade nel nostro corpo.

Siamo fatti di cellule: sembrano piccole stanze viste al microscopio, sono porte: porte minuscole che si aprono e chiudono lasciando entrare e uscire ciò che ci serve.

Cadono le foglie perché l’albero nella sua istintiva e infinita silenziosa saggezza sa che sta per arrivare l’inverno. Se la neve pesasse sulle sue foglie sarebbe la fine.

Non potrebbe sopportare il peso di tutto e allora lascia andare, in questo sta la saggezza dell’albero. Accetta di lasciar andare il superfluo, si spoglia dell’eccesso: rimane così, nudo e leggero. Essenziale.

È per tutti questi perché che cadono le foglie in autunno. Tempi difficili si affrontano con la bellezza coraggiosa dell’essenziale, forse è questa ispirazione che ci possiamo portare.

Puoi portare sì, ma sopportare fino a un certo punto e anche noi umani dovremmo forse farci più caso.

Equinozio

12 ore di luce, 12 ore di ombra: equinozio. I giorni di equinozio segnano il tempo di una stagione nuova e del cambiamento.

Le ombre, da qualche giorno le noti e me le indichi ovunque. Sarà che viviamo i giorni in cui le ombre iniziano ad allungarsi anche tu te ne accorgi: il buio entra dalla porta, come ho detto qualche giorno fa in un’espressione sbagliata ma bellissima.

A entrare dalle crepe dei muri e della vita non è solo la vita, ma anche l’ombra. Siamo fatti di due parti, destra e sinistra, luce e ombra, visibile e invisibile. Siamo fatti di parti emerse e parti sommerse; il buio è sempre dietro l’angolo, lo sanno bene i bambini: paura e fascinazione. Quando le cose vanno con calma, al timore segue la curiosità e allora impariamo, a piccoli passi, a camminare nel buio. A guardare il buio. Il ritrovare e ritrovarsi al buio diventa una ricerca con il respiro sospeso, con ogni senso all’erta.

E mentre l’equinozio porta lentamente l’ingresso dell’oscurità attraverso la porta del Tempo, in natura si fa più forte la luce. Ha toni esagerati, affascina come un pugno sul cuore.

Nella storia del mondo il più antico modo per segnare il tempo è stato attraverso le ombre: la meridiana, che ancora vediamo qualche volta sulla facciata delle vecchie case. La luce segna la nostra storia, ci si incolla addosso.

Intanto, mi torna in mente un rito che  lo scorso anno mi raccontò una signora tedesca: prima di Natale, all’inizio di dicembre, si scrivono 30 desideri su trenta foglietti. Se ne aprirà uno al giorno bruciando con una candela quello pescato: alla fine non ne rimarrà che uno e sarà quello su cui concentrarsi per il resto dell’anno
Ecco, prendo il rito e lo trasformo, di desideri ne scrivo dodici, che mi sembrano già molti: li consegno a questo inizio d’autunno e fra dodici giorni vediamo quale sarà il pensiero bello su cui soffermarsi in questa nuova stagione che inizia.

Oggi a Riga bruciano mille candele per celebrare l’equinozio come si faceva, secoli fa, nelle feste dei popoli del Nord: equinox, festa del sole, per celebrare la luce che ancora ci inonda e il buio che, con coraggio, nella vita bisogna imparare ad affrontare.

Perché tenerci stretta la malinconia

I paesaggi della malinconia sono come certe giornate d’autunno o di inizio primavera, quando la pioggia e il sole si scambiano di posto velocemente e l’aria è ancora fredda. La malinconia è dentro un tramonto, ma a volte anche dentro a certe albe seppur piene di luce e bellezza. Perché proprio con la luce e la bellezza si mescola l’ombra della malinconia: è nebbia, non di quelle dove non si vede nulla; assomiglia di più a quella foschia leggera che annebbia l’anima e i pensieri con un non so che dolciamaro. Sì, questa parola esiste, dolciamaro, e mi sembra bellissima perché unisce il dolce all’amaro, piacere e dolore insieme, l’ombra e la luce, allegria e tristezza, proprio come il sentimento complesso della malinconia.

Una decina di anni fa Justin Feinstein, dell’Università dello Iowa negli Stati Uniti, ha condotto una ricerca selezionando un gruppo di dieci persone, fra cui cinque affette da forme di amnesia antrograda a causa di danni all’ippocampo e alla memoria a breve termine, connessa con la memoria spaziale e con l’incapacità di formare nuovi ricordi. Alle persone sono state mostrati dei video con scene tratte da film emotivamente intensi: dopo la visione degli spezzoni i ricercatori hanno testato la “temperatura emotiva” e le reazioni dei soggetti coinvolti nell’esperimento. Il risultato? Le persone colpite da amnesia rimanevano tristi più a lungo rispetto agli altri, pur senza sapersi spiegare il motivo. L’esperimento è stato ripetuto con la visione di film allegri, tuttavia è stato registrato che nel primo caso la condizione di tristezza mostrava una lunghezza più importante.

Non è qualcosa a cui dovremmo fare molta più attenzione? A volte per superare brutti periodi, disavventure o momenti tristi vorremmo lasciarci tutto alle spalle con una scrollata di spalle. Pensiamo che resilienza sia andare avanti, sempre avanti eppure dimentichiamo una caratteristica fondamentale della resilienza (oltre all’ovvio fatto che noi esseri umani non siamo metalli): il ritorno alla forma originale dopo un urto o una sollecitazione presuppone comunque una deformazione, un cambiamento. Non torniamo mai le stesse persone che eravamo: ogni attimo ci trasforma, ogni passo dentro al viaggio del tempo. E non parliamo sempre e solo di traumi, parliamo di cicatrici e vita, cadute, ginocchia sbucciate, parliamo di salite e rincorse, discese a perdifiato, di tuffi e voli, del cuore in gola e dei sogni che abbiamo dentro.

Allora teniamocela stretta la malinconia, come piccole perle da infilare nelle collane del Tempo che passa e fluendo ci fa danzare come foglie al vento. Teniamoci stretti i giorni di nebbia e le piogge improvvise, quando stare a occhi aperti a sentire le gocce sul tetto e contare ogni istante, che poi finiranno per passare veloci anche quelli che sembrano immobili. Teniamoci stretti la luce opaca dei grigio e del bianco, di certe mattine del lunedì o di una domenica al rallentatore, fra divano e copertina. Sì, la malinconia sembra nutrirsi di un senso di immobilità, è la magia del Tempo che si ferma ma solo per un attimo. E per un attimo riporta istantanee che credevamo perdute, un profumo dimenticato, il gesto di una persona lontana da tanto, l’angolo di una stanza in cui siamo passati che ormai sono anni, come le targhette con scritto il cognome sulla porta di una casa abitata una vita fa, oggi scomparsa. Ecco, la malinconia è come un’onda e, quando abbiamo il coraggio di restare lì in attesa e chinarci in ginocchio davanti all’oceano del tempo, come per magia appaiono relitti che si pensavano scomparsi, la coscienza ce li restituisce e per un attimo sono di nuovo lì, a ricordarci, forse, la bellezza sublime dei valori in cui crediamo nascosti nei piccoli dettagli, quelli che ci fanno alzare ogni mattina. Questo sì, è importante: ricordare a noi stessi cos’è che ancora ci sveglia e ci riporta in vita.