Perdersi a Phnom Penh

Era la primavera del 1973. La sera, intorno alla piscina dell’hotel Le Phnom dove ci si ritrovava a smaltire le emozioni, le paure e le frustrazioni della giornata, si discusse, come sempre, dell’ assurdità di quella guerra e della stranezza del nostro ruolo di giornalisti, voyeurs impotenti della distruzione di un paese e dell’abbrutimento di un popolo a cui tutti ci sentivamo legati ogni giorno di più.

Avendo ancora negli occhi le immagini dei loro cadaveri disseminati nelle risaie dai bombardamenti americani, o abbandonati al margine delle strade dai soldati governativi (che a volte toglievano loro il fegato per mangiarlo e così acquisire la loro forza), i Khmer rossi, partigiani di una Cambogia contadina che si difendeva dall’ intervento della superpotenza Usa e si opponeva al regime corrotto ed inefficiente messo al potere dal colpo di Stato organizzato dalla Cia, i Khmer rossi ci sembravano l’unica via d’uscita dall’incubo della guerra.

Fossero arrivati loro a Phnom Penh, il conflitto sarebbe finito. Senza più protettori stranieri nè dall’ una nè dall’ altra parte, i cambogiani si sarebbero intesi fra di loro e la Cambogia avrebbe ritrovato la sua pace di paese povero ma indipendente. Allora la pensavamo così. Come molti altri giornalisti che lavoravano in Indocina, io ero contrario a quella guerra.
Del resto, come si poteva pensarla altrimenti?
Tiziano Terzani

Phnom Penh è un gatto addormentato lungo il Mekong. La città è cresciuta accoccolata intorno alla linea d’acqua del fiume Mekong che qui confluisce, insieme al Tonle Sap, il “Grande fiume dalle acque fresche”, dichiarato nel 1997 riserva della biosfera dall’Unesco, il più grande lago di acqua dolce del sud-est asiatico.

Il fiume è immenso e grigio, a tratti ocra come la terra ruvida che appanna la vista sul fondo. Traghetti e imbarcazioni solcano la sua superficie, avanzano lente nell’aria ferma della giornata senza respiro. Quando arriviamo a Phnom Penh è l’alba e la città si sveglia, gente che corre sul lungofiume e studenti con le cartelle. In Cambogia quella che noi chiamiamo terza età è un capitolo di vita molto attivo. Gli anziani li vedi per strada, in piccoli gruppi di amici, ritrovarsi ogni sera per fare stretching all’interno di qualche parco o in un angolo verde cittadino; si muovono al ritmo della musica, coordinati da una donna che ha con sé una cassa che poi si riporterà via, sparendo nella folla dopo un’oretta. Fanno jogging da soli o a gruppetti, con la tuta e scarpe adatte, si fermano a utilizzare gli attrezzi di metallo semplici e robusti che trovi un po’ ovunque: in Vietnam e in Cambogia le palestre sono all’aperto, a disposizioni di tutti.

Phnom Penh è la capitale della Cambogia ed è una capitale che non ti aspetti. Al di là della presenza della fiume, che ha un respiro immenso, si estende un nugolo di case basse da cui riesce ad alzarsi su un gomito solo il Palazzo Reale, che infatti è il punto di riferimento principale da usare per orientarsi se uno dorme nel quartiere.

Costruita nel 1860, la Pagoda d’argento di Phnom Penh ha un tetto di piastrelle d’argento: qui, fra i nove edifici di questo complesso minuziosamente decorato, ancora oggi vive la famiglia reale. Solo una parte è aperta al pubblico: il palazzo reale di Phnom Penh, che è aperto tutti i giorni, nella parte che i turisti non vedranno è il laborioso ufficio del regno.
Che starà mangiando oggi a colazione il re, Norodom Sihamoni? Lui, che ha anche qualche scia di sangue italiano (la madre Norodom Monineath nasce Paule-Monique Izzi), oltre alla sua lingua (e all’inglese, russo e francese) parla anche il ceco, perché a Praga trascorre tanto della sua adolescenza, frequentando le scuole superiori all’Accademia di Arti Musicali. Il filo di un’appartenenza viscerale quella fra il principe e Praga. Appassionato di musica, entra al Conservatorio. Dopo il colpo di Stato di Lon Nol nel marzo 1970 gli viene vietato il ritorno in Cambogia: lui si trasferirà a casa del maestro di scuola delle elementari (in seguito sarà insieme al padre in Corea del Nord, dove studia cinematografia all’Accademia Nazionale di Pyongyang).

Perdersi a Phnom Penh
Gli spiedini di carne stesi a seccarsi
al sole
per strada l’odore di bruciato misto a smog
la vampa umida e calda del sole
statue di monaci in preghiera come fossero vivi
il profilo alto e incombente del Palazzo
la presenza del fiume.
E poi perdersi fra i banchi del mercato
dove il pesce sfrigola sulla griglia e
si beve succo ghiacciato,
la luce filtra appena fra i tendoni fitti.

A piedi per le strade,
centri commerciali e grattacieli altissimi
piccole strade di fango
all’improvviso
la pioggia
forte, fragorosa
senza ombrello, si corre
vicino i canali delle fogne
a cielo aperto
rivoli di acqua nera
file di lampadine accese sui ristoranti illuminati
da lontano il verde acceso della pagoda,
dove per un monetina si liberano i passeri prigionieri.
Nascosto fra abitazioni anonime,
l’urlo silenzioso dell’S-21

St 113, Phnom Penh 12304, Cambodia: l’indirizzo dell’S-21 lo conoscono tutti. Qui un tempo c’era una scuola e in un angolo lugubre ancora si vedono, calcoli scritti con il gesso lasciati da un tempo che ormai è troppe ore fa, quando le giornate erano ancora piene di sole lento. Nell’ottobre 1975 i giorni di scuola della Tuol Svay Prey High School terminano bruscamente e le finestre vengono sbarrate con pezzi di legno e ferro. Le aule grandi che un tempo ospitavano le classi sono frazionate e trasformate in minuscole celle divise fra loro da pareti. A pochi passi ci sono le case, tutte intorno questo edificio da sempre immerso nella vita brulicante del quartiere, all’improvviso i suoi muri alti sono circondati di filo spinato.

Tutti sapevano cosa accadeva. S-21 è una cicatrice nella storia della città di Phnom Penh. I primi gruppi di detenuti arrivano in autunnno e poi altri andranno ad aggiungersi, un fiume inesorabile che lava di sangue i pavimenti dove venivano incatenati, caviglie e polsi, con catene ancora fissate ai piedi dei letti. I Khmer rossi ribattezzeranno la struttura Ufficio di Sicurezza 21. Dal 2009 il Museo Tuol Sleng è nell’Elenco delle Memorie del mondo Unesco e testimonia il genocidio del popolo cambogiano. Una grande scala conduce dal cortile, dove si affacciano i diversi stabili, al piano superiore, in cui sono esposte alcune delle storie di chi è arrivato qui, spesso senza nemmeno sapere perché, senza un motivo: contadini strappati alla terra ai quali venivano fatte domande senza che si potesse capir quale risposta dare, domande a cui in fondo non c’era risposta.

Del genocidio cambogiano rimane la spiazzante ferocia di un dolore urlato nel silenzio generale. Tuol Sleng, in lingua khmer “collina del mango selvatico”, era una delle prigioni disseminate in tutto il Paese: fra il 1976 e il 1979 a Tuol Sleng vengono imprigionate oltre 17.000 persone. Nessuno conosce il numero esatto. Come in seguito raccontò il direttore, i proiettili non venivano utilizzati perché ritenuti troppo costosi. Insieme agli uomini e alle donne, qui furono imprigionati bambini.
Di 17.000 prigionieri i sopravvissuti di Tuol Sleng furono 14.

I grandi massacri di Phnom Penh fra il 1975 ed il 1978 ebbero luogo nel liceo Tuol Sleng, a poche decine di metri dall’ ambasciata cinese, dove non solo si potevano sentire le urla delle vittime, ma si tenevano i conti della gente che veniva via via eliminata. Durante gli anni che ho trascorso a Pechino ho saputo di un diplomatico cinese ricoverato in un ospedale psichiatrico: era stato assegnato a Phnom Penh e, testimone e complice delle stragi, era impazzito.

William Shawcross, nel suo libro Sideshow, individua le radici della brutalità dei Khmer rossi nell’ essere stati vittime della brutalità dei bombardamenti a tappeto americani; ma questa può essere stata solo un’ aggravante. La verità, come dicevo, è che i Khmer rossi sono il prodotto di una ideologia. Pol Pot non è un pazzo; quello che ha tentato di fare in Cambogia è la quintessenza di ciò che ogni rivoluzionario vorrebbe realizzare: una nuova società. La stessa cosa, ad esempio, aveva cercato di fare Mao con la rivoluzione culturale. L’operato di Pol Pot fa più impressione, sembra più disumano, solo perché Pol Pot ha ridotto i tempi di realizzazione, è andato direttamente al nodo della questione.

Come tutti i rivoluzionari, Pol Pot aveva capito che non si può creare una società nuova senza prima creare degli uomini nuovi, e che per creare degli uomini nuovi bisogna eliminare innanzitutto gli uomini vecchi, distruggere la vecchia cultura, cancellare la memoria collettiva. Di qui il progetto dei Khmer rossi di spazzar via il passato con tutti i suoi simboli e con i portatori dei suoi valori: la religione, gli intellettuali, le biblioteche, la storia, i bonzi.
Tiziano Terzani

Al tramonto un vecchio cambogiano siede fra gli alberi sulle scalinate del Wat Phnom, noto come montagna di Pagoda. In effetti assomiglia a una piccola montagna, proprio nel cuore della città di Phnom Penh. Il Wat Phnom, costruito nel XIV secolo, è un tempio buddista che sfiora i 27 metri di altezza. È un vecchio rito quello di chiudere in una gabbia gli uccelli per poi liberarli, una moneta. Un’intenzione che prende le ali, una preghiera che vola fino al cielo.

Manciate di strade più in là, odore di mille cucine dal mercato di Phnom Penh e lo stile art-deco del Central market, Le Thmei. Costruito nel 1937 su un vecchio lago, durante la stagione delle piogge l’acqua torna a allagare l’area, dove oggi svetta la cupola centrale, antica scrosciante memoria di fango e fiumi.
Fondata nel 1400, Phnom Penh è un porto che vive d’acqua. Da nord a sud la taglia la via principale, il Monivong Boulevard, lungo sei chilometri e mezzo, pieno di palazzi e gente in motorino. Ma sulle sponde del Tonle Sap, dove c’è il porto fluviale di Phnom Penh, il tempo si ferma. Davanti a un caffè osservo il pranzo di quelli in partenza, in attesa del traghetto nel primo pomeriggio. Sì, da Phnom Penh si va via sull’acqua. Attraverso il viaggio su questa acqua vasta, seguendo la scia delle piccole imbarcazioni che propongono una crociera di qualche giorno sul fiume: da lontano, ci si saluta con la mano mentre si osserva la vita intorno. Il fiume occupa tutte le nostre parole. Via, trovando la direzione verso la liquida linea della frontiera con il Vietnam, un punto invisibile nell’orizzonte in movimento.




Biblioteca Le Nuvole di Scampia a Napoli

di Daniela Lamponi

Le biblioteche per ragazzi: la mia Stella Polare

Lo ammetto, è la mia passione per le biblioteche per ragazzi che fa muovere l’ago della bussola quando decido la tappa successiva da fare in questo nostro viaggio che ci sta portando in giro per l’Italia e non solo.
Le biblioteche per ragazzi e in generale quelle biblioteche che dedicano molta attenzione al pubblico dei più giovani sono la mia Stella Polare.

Scampia e le Nuvole

È quanto è accaduto nel momento in cui ho scelto di ‘muovermi virtualmente’ verso Napoli, una città a cui sono particolarmente legata per gli affetti della mia vita e così mi sono spinta fino ad uno di quei quartieri con il marchio di ‘difficile’: Scampia.

Tasso di disoccupazione tra i più alti d’Italia, criminalità organizzata, droga, abusivismo edilizio, le Vele…

Durante la manifestazione “rEsistere a Scampia”, primo grande evento dedicato alla lettura e alla cultura promosso in collaborazione con l’associazione i Presìdi del Libro, decine di editori da tutta Italia mandarono i loro libri permettendo la nascita della biblioteca quale casa della lettura e della biblioteca quale luogo di incontro per i ragazzi e i bambini di Scampia reduci dalla lunga e terribile faida del 2004. L’operazione è stata resa possibile anche dal forte impegno delle forze locali, soprattutto la Regione che ha stanziato due borse di studio per due ragazzi che hanno tenuto aperto, catalogato e animato il centro culturale.

La biblioteca oggi conta oltre 10.000 volumi con una sezione particolarmente importante di letteratura per bambini e ragazzi. Le attività non si esauriscono al solo servizio di prestito che, data la sua posizione periferica nel quartiere e la conformazione territoriale di Scampia, da solo non avrebbe la forza sufficiente ad attirare a sé i potenziali lettori. Così, accanto al prestito la biblioteca offre al territorio attività per tutte le età.

La mia consueta chiacchiera che tesse la tela l’ho fatta con Stefania Ioppolo, una voce entusiasta di questo progetto sociale. Anche con lei siamo in contatto attraverso fb e anche con lei la promessa di trovarci a Scampia o a Trevignano Romano. Ma non è su tutto questo che voglio fermare lo sguardo. Come sempre l’invito è a visitare questo luogo.

Lo sguardo lo voglio rivolgere alle nuvole perché da sempre le nuvole mi danno un senso di leggerezza, di movimento, di nuove forme, di nuove possibilità.

La biblioteca ‘Le Nuvole” nasce nel 2004 nei locali della Rettoria S. Maria della Speranza, e poi nel 2006 con la nascita del Centro Hurtado, si è trasferita presso questo Centro affidato ai Padri Gesuiti.

Le sue fondamenta sono fondamenta forti, realizzate con un cemento armato fatto di cuore e di libri.

Anna Mauro, coordinatrice delle attività educative del Centro Hurtado, e Stefania Ioppolo, volontaria, ci raccontano della prima biblioteca di Scampia

Care Anna e Stefania, chi segue tutte le attività del Centro Hurtado?
Il Centro Hurtado è un Centro di Formazione Culturale e Professionale fondato dai Padri Gesuiti e operante a Scampia dal 2006. Nell’ambito del Centro Hurtado abbiamo un ente di formazione professionale (IPAM – istituto Pontano delle Arti e dei Mestieri), una Cooperativa sociale (La Roccia) avente una sartoria e un laboratorio di sartoria e cartotecnica che producono con il marchio fatto@scampia, oltre a un’associazione di volontariato, AQuaS – Animazione Quartiere Scampia, che si dedica alla promozione culturale. Le attività della Biblioteca, così come le attività musicali di “Musica Libera Tutti” ed il sostegno scolastico, fanno tutte capo all’Associazione AQuaS.

Fisicamente la biblioteca si trova in uno stabile condiviso con altri?
Sì, ci sono attività lavorative e culturali che si dividono gli spazi del Centro Hurtado. La stessa Biblioteca è una sala polifunzionale, utilizzata nel primo pomeriggio per il sostegno scolastico, o talvolta per riunioni o incontri di vario genere ovvero per i laboratori musicali.

Il personale è fatto di volontari o ci sono anche degli assunti?
Al momento il personale della biblioteca è composto interamente da volontari.

Quale è il patrimonio librario attuale e come è suddiviso?
Il patrimonio librario è composto da circa 12.000 volumi, in fase di ricatalogazione informatica per l’accesso dal 2018 al sistema ISBN Polo Regione Campania.La suddivisione è per genere: Narrativa italiana e straniera (suddivisa per nazionalità francese, inglese, americana, latinoamericana etc,), Fantasy, Thriller, Arte, Spiritualità, Musica, Enciclopedie, Collane etc. ed una sezione molto ampia dedicata alla narrativa per bambini e ragazzi.

Quanti prestiti ci sono circa ogni anno? Come viene implementato il patrimonio?
Considerando una media di 30 prestiti mensili abbiamo circa 360/400 prestiti all’anno. Il patrimonio viene implementato per lo più con donazioni, in genere non disponiamo di fondi che ci permettono acquisti mirati.

Qual è l’età dell’utenza?
Molto varia, dai bambini alle persone anziane, passando per gli adolescenti e gli adulti.

Quali sono i progetti in corso?
Oltre all’attività di promozione della lettura e di prestito, un laboratorio ormai consolidato è “Giocare… Leggendo”, appuntamento settimanale di approccio alla lettura in maniera ludica dedicato ai bambini dai 5 ai 10 anni.

La Biblioteca collabora anche con le attività del Caffè Letterario di Scampia, ospitando e promuovendo le attività dello stesso. Attraverso un incontro mensile, da oltre 13 anni vengono presentati autori e libri ad un pubblico molto attento e affezionato, con intermezzi musicali, dibattiti e un momento conviviale, con tanto di caffè finale.

Com’è la vostra giornata tipo?
La biblioteca è aperta tutti i giorni al prestito pomeridiano, mentre il martedì tutta la giornata. Per lo più in questo periodo siamo impegnati con la catalogazione, il riordino degli scaffali, la registrazione dei prestiti e dei rientri.
Ogni lunedì pomeriggio dalle 17.30 alle 19.00 c’è “Giocare… Leggendo” con i più piccoli.

Quali sono i progetti futuri?
Tra i nostri sogni ad occhi aperti vedremmo un “Bibliocarro”, per portare i libri tra le strade del quartiere oppure la lettura a domicilio per le persone anziane o ammalate, così come un servizio navetta per portare le persone in Biblioteca, poiché i lunghi stradoni che caratterizzano il quartiere Scampia non agevolano gli spostamenti dei pedoni. Ci piacerebbe poi riattivare alcuni laboratori per il momento sospesi per mancanza di personale: “Mamme Arcobaleno” con mamme e bimbi Rom e Gagè di età inferiore ai 5 anni, ed i laboratori con le scuole materne, elementari e medie del quartiere, con visita settimanale in Biblioteca. Queste attività potrebbero anche portare un po’ di lavoro, in un quartiere dove la carenza lavorativa è un problema molto grave.

Di cosa avreste bisogno sia materialmente che a livello immateriale?
Materialmente c’è bisogno un po’ di tutto, dal materiale di cancelleria e di consumo ai libri di ultima uscita, a fondi per la manutenzione e i costi di gestione. Avremmo bisogno anche di figure professionali dedicate con costanza e continuità alla gestione della biblioteca, dal momento che siamo tutti volontari e non sempre riusciamo a garantire presenza stabile. A livello “immateriale” ci potrebbero essere utili e preziosi dei consigli nella gestione delle anagrafiche e dei prestiti, dal momento che usiamo dei fogli excel poiché il sistema ISBN non prevede l’inserimento del prestito, ma solo la catalogazione e la verifica della disponibilità dei volumi.

Dopo il racconto di Anna e Stefania…

Sono le 9 di sera sto per chiudere questo post, ho alle spalle una giornata di lavoro in biblioteca e rileggendo l’intervista fatta ad Anna e Stefania mi viene spontaneo emozionarmi nel pensare a quanto sta accadendo a Scampia dove le Nuvole sono fatte di gocce umane in continuo movimento, impegnate a dar nutrimento alla loro terra.
È vero, sarebbe bello andare a vedere queste ‘Nuvole’.
Segno in agenda tra le cose da fare.

Centro Hurtado: Biblioteca le Nuvole di Scampia




Biblioteca Załuski a Varsavia

Biblioteca-Załuski-Varsavia

Quando, pietra su pietra, inizia la costruzione della Załuski Library a Varsavia è il 1747. Già da qualche anno Józef Andrzej e il fratello Andrzej Stanisław Załuski, entrambi vescovi e bibliofili, progettano l’ideazione di uno spazio in cui raccogliere la collezione di libri.

La biblioteca Załuski di Varsavia sarà la prima biblioteca pubblica polacca, considerata una delle più grandi biblioteche del mondo contemporaneo. Aperta al pubblico dalle ore sette del mattino alle sette di sera, il martedì e giovedì, fra le sale della biblioteca si trovavano circa 200.000 voci, destinate a diventare oltre 400.000: mappe, volumi e manoscritti, strumenti scientifici e una raccolta di arte, insieme a campioni di piante e animali.

Biblioteca-Załuski-mappa-Varsavia

Dopo la rivolta di Rivolta di Kościuszko del 1794, le truppe inviate dalla zarina Caterina II, sequestrano i materiali della biblioteca: la collezione viene trasferita a San Pietroburgo, dove diventerà, di lì a breve, parte della Biblioteca Pubblica Imperiale, fondata da poco. Successivamente, negli anni Venti, il governo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa restituirà alla Biblioteca Załuski circa 50mila beni dell’antica collezione. Tuttavia, queste raccolte verranno fatte a pezzi dall’esercito tedesco durante la distruzione di Varsavia nell’ottobre del 1944, quando la città viene rasa al suolo.

Alla guerra mondiale sopravvissero 1800 manoscritti, oltre a 30.000 materiali stampati, parte delle raccolte originali. Dopo la guerra l’edificio è stato ricostruito: ad assumere l’eredità, materiale e immateriale della biblioteca Załuski sarà la Biblioteka Narodowa, oggi Biblioteca nazionale polacca.

Secondo i registri prima della guerra i beni della biblioteca contavano 6,5 milioni di libri e riviste, 3.000 stampe antiche, 2.200 incunaboli, 52.000 manoscritti: come accade in Germania durante i roghi di libri, questi materiali saranno dati alle fiamme.

Questa è la stima dei documenti distrutti durante la guerra:
80.000 libri antichi stampati
26.000 manoscritti
2.500 incunaboli
100.000 fra disegni e incisioni
50.000 pezzi di musica da spartito e materiale teatrale.
oltre 6 milioni di volumi contando le principali biblioteche di Varsavia nel 1939
Ad andare persi, in Polonia, durante il secondo conflitto mondiale circa 3,6 milioni di libri, gran parte di essi appartenenti alla Biblioteca nazionale.

Gli edifici della Biblioteka Narodowa, ricostruiti fra il 1962 e il 1976, si trovano in Aleja Niepodległości 213 a Varsavia. Alla fine del 2016 secondo le registrazioni la Biblioteca nazionale polacca comprendeva oltre 8.500.000 di unità, 162.000 volumi di stampa pubblicati prima del 1801, oltre 26.000 manoscritti, di cui oltre 7.000 manoscritti musicali, più di 120.000 stampe musicali e 485.000 disegni, oltre 130.000 atlanti e mappe, più di 2.000.000 di libri e documenti sulla vita sociale, oltre 1.000.000 riviste del XIX e XX secolo, senza contare le 151 foglie del Codex Suprasliensis, nel 2007 incluso nel programma Memoria del mondo UNESCO.

Storie di libri: libri pensati, libri temuti e distrutti, libri che viaggiano e fanno ritorno, libri di nuovo donati e cercati. Libri che non si arrendono. Luoghi che si trasformano

biblioteca-nazionale-varsavia




10 maggio 1933: il rogo dei libri di Berlino

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I roghi di libri, Bücherverbrennungen, sono stati decisi in Germania nel 1933 dal governo nazista. Tutti i libri non in linea con l’ideologia nazista vennero bruciati: gettati dalle finestre, accumulati per strada, trasformati in falò.


Dort wo man Bücher verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen

Dove arde il libro, in fin si abbrucia l’uomo.
Heinrich Heine, poeta tedesco

“Là dove si bruciano libri, si finirà per bruciare uomini”. Nato tre anni prima che il Settecento finisse, il poeta tedesco Heinrich Heine, di origine ebrea, morirà a Parigi il 17 febbraio 1856: le sue parole sinistramente profetiche anticipano la visione che nel giro di trent’anni diventerà lugubre realtà, nella sua Germania. Nella città di Düsseldorf, dove Christian Johann Heinrich Heine era nato, il principale rogo di libri avviene l’11 aprile 1933. Uno dei primi fu a Dresda, 8 marzo, poi a seguire Braunschweig, Würzburg, Heidelberg e Kaiserslautern, Münster, Lipsia e Wuppertal il primo aprile, Schleswig il 23, Monaco di Baviera il 6 maggio, Rosenheim e Coburgo il 7. Insieme ad altri, uno fra i più tristemente noti è il rogo di libri di Berlino, avvenuto il 10 maggio 1933. Il rogo più grande.

Saranno 25mila i libri dati alle fiamme nella celebre Opernplatz, la grande Piazza dell’Opera nel quartiere Mitte di Berlino, nel 1947 rinominata Bebelplatz. Oggi, proprio in questo luogo c’è una targa con le parole del poeta Heine. Sì, dove si bruciano libri si finirà per bruciare uomini, oggi sappiamo che è così. Sotto un pannello luminoso, l’occhio vede oltre la superficie della strada: dentro, una stanza piena di scaffali vuoti, opera di Micha Ullman.

Micha-Ullman-opera-piazza-berlino

Il 10 maggio 1933 gli studenti bruciano oltre 25.000 volumi, considerati da distruggere a causa dello spirito non tedesco: intorno al terribile falò che illumina questa notte di tarda primavera circa 40.000 persone, riunite qui all’interno dell’Opernplatz per il discorso di Joseph Goebbels. Inizia così la censura di Stato, organizzata dall’ufficio della Stampa e della Propaganda, promossa dall’Associazione studentesca della Germania, condivisa da tutti quelli che staranno lì, a guardare.

Coltivare una mente libera non è mai facile

La lista degli autori e dei libri proibiti

La lista degli autori, i cui libri vennero bruciati nei roghi organizzati dal governo nazista, è lunga. È una lista lunga e trovo sia importante annotare ogni nome, uno dopo l’altro. Lo spazio che vediamo nell’opera di Micha Ullman in Opernplatz ci ricorda che il vuoto lasciato dall’assenza è un un territorio vivo, che possiamo decidere di abitare.
Ogni volta che leggiamo un libro, le parole di un autore vivono di nuovo e così la sua visione del mondo, che si intreccia alla nostra vita: le idee cambiano la storia, attraverso il tempo.

Albert Einstein
Alexander Lernet-Holenia
Alfred Döblin
Alfred Kerr
Alfred Polgar
André Gide
Anna Seghers
Arnold Zweig
Arthur Schnitzler
Bertha von Suttner
Bertolt Brecht
Carl Sternheim
Carl von Ossietzky
Charles Darwin
Egon Erwin Kisch
Émile Zola
Erich Kästner
Erich Maria Remarque
Ernest Hemingway
Ernst Bloch
Ernst Erich Noth
Ernst Glaser
Ernst Toller
Erwin Piscator
Eugen Relgis
Felix Salten
Franz Kafka
Franz Werfel
Friedrich Engels
Friedrich Wilhelm Foerster
Georg Kaiser
Georg Lukács
George Grosz
Grete Weiskopf
H. G. Wells
Heinrich Eduard Jacob
Heinrich Heine
Heinrich Mann
Helen Keller
Henri Barbusse
Hermann Hesse
Ilja Ehrenburg
Isaak Babel
Iwan Goll
Jack London
Jakob Wassermann
James Joyce
Jaroslav Hašek
Joachim Ringelnatz
John Dos Passos
Joseph Roth
Karl Kraus
Karl Liebknecht
Karl Marx
Klaus Mann
Kurt Tucholsky
Lev Trockij
Leonhard Frank
Lion Feuchtwanger
Ludwig Marcuse
Ludwig Renn
Ludwig von Mises
Maksim Gor’kij
Marcel Proust
Marieluise Fleißer
Max Brod
Nelly Sachs
Ödön von Horváth
Otto Dix
Robert Musil
Romain Rolland
Rosa Luxemburg
Sigmund Freud
Stefan Zweig
Theodor Lessing
Thomas Mann
Upton Sinclair
Vladimir Lenin
Vladimir Majakovskij
Walter Benjamin
Werner Hegemann

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Radio Aut, la voce di Peppino Impastato

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“La mafia uccide,
il silenzio pure”
Peppino Impastato

Si ascoltava sulla frequenza di 98.800 MHz: radio Aut è stata una radio libera e autofinanziata, creata nel 1977 a Terrasini, provincia di Palermo, da Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. Il suo programma di satira politica andava coraggiosamente in onda ogni venerdì sera, “Onda pazza a Mafiopoli”.

“È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione a rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”
Peppino Impastato

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A spasso per biblioteche: Biblioteca Delfini di Modena

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La biblioteca Delfini in corso Canalgrande 103 a Modena è una delle realtà che partecipa al polo delle Biblioteche Comunali insieme a Crocetta, Giardino e Rotonda. Ognuna ha una storia differente, che si intreccia al territorio e allo spazio della città in cui si trova collocata, come i 400 mq della biblioteca Crocetta (di cui un terzo dedicato alla sezione ragazzi) nella cosiddetta Palazzina Pucci dell’ex mercato Bestiame: un complesso realizzato dall’architetto Mario Pucci tra il 1947 e il 1951 all’interno dell’ex quartiere industriale noto come “Sacca”.

Nel caso della biblioteca Antonio Delfini la storia inizia già qui, in questa strada che è considerata una delle più belle d’Italia: corso Canalgrande. Proprio così: canal-grande, questo nome ci riporta alla storia scomparsa, di quando Modena, come altri luoghi di questo territorio, era una città d’acqua percorsa da canali. A Modena, capitale del Ducato Estense, la corte si trasferì il 13 gennaio 1598, dopo la morte a Ferrara del duca Alfonso II d’Este, che pur con tre matrimoni non lascerà eredi: la corte estense rimarrà nella città fino al giugno del 1859. I canali di Modena erano nove: a formarli le acque del fiume Secchia, Panaro, insieme alle acque delle sorgenti che confluivano nel bacino chiamato “casa delle acque”, sotto il Palazzo ducale Estense. Il canale Naviglio era il piú grande, una vita navigabile fino al Po e a Venezia, percorsa da imbarcazioni, commerci e viandanti che affrontavano il viaggio con lo sguardo perso in quell’intricato paesaggio fluviale, fatto di canneti e acqua, guidati dai barcaioli.

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Corso Canalgrande, che incrocia la via Emilia e segna il cuore di Modena, arriva fino al Giardino Botanico e al Parco Ducale Estense, un antico giardino che secondo i documenti esisteva già nel Cinquecento, a ridosso del castello trecentesco dimora della nobile famiglia. Aperto ai cittadini nel 1739 dal duca Francesco III, oggi è il parco storico della città e patrimonio culturale della regione. Dopo aver incrociato Corso Cavour, a sinistra troviamo le Scuderie Ducali, oggi Accademia Militare, mentre a destra si indovina il profilo del lato orientale del Palazzo Ducale. Più avanti, oltre a Palazzo Tardini e l’edificio Sassoli de’ Bianchi, casa natale dell’architetto ducale Francesco Vandelli, corso Canalgrande ci accompagna fino al civico 103: palazzo Santa Margherita, che ospita la Biblioteca Civica Antonio Delfini. Qui si trova anche la sede del Museo della Figurina e la Galleria Civica).

Nel 2016 la biblioteca Delfini di Modena ha ricevuto l’eredità dell’avvocato Ettore Gandini, scomparso il 3 febbraio all’età di 77 anni. Nel testamento, datato 16 novembre 2015, Gandini aveva istituito erede la Biblioteca Delfini del Comune di Modena. La biblioteca, un archivio dove si raccolgono libri e si preserva il sapere dalla furia del tempo. E poi non solo, perché ogni biblioteca è in grado di diventare, grazie al lavoro di tanti e la passione di chi varca questi spazi, luogo di incontro, socialità e relazione fra le persone: posti capace di fare informazioni, transgenerazionale e transculturale.
Riguardo ai beni librari, la biblioteca Delfini ha ereditato il patrimonio della Biblioteca Civica, sorta alla fine del 1970 come biblioteca di quartiere.

Sembra che una Santa Margherita, risalente al 1197, si riferisse a una piccola chiesa sorta dopo l’ampliamento della città del 1188. Dal Trecento proprietà dei Canonici di sant’Agostino, qui si racconta di uno splendido orto, con alberi da frutto e pergolati dove godersi l’ombra fra piante in fiore e rampicanti. Lo spazio attuale di Palazzo Santa Margherita è il risultato degli interventi di ristrutturazione, in stile neoclassico, effettuati nel 1830 su disegno dell’architetto Francesco Vandelli. Affidato alla Società Operaia del Mutuo Soccorso, dal 1874 diventerà ricovero per poveri e bisognosi, con il Patronato pei Figli del Popolo.

La Biblioteca Delfini di Modena è uno degli spazi toccati dal Festival Passa la Parola, che ha portato in giro per la città libri e lettori trasformando i luoghi abituali in un altrove dove immaginare nuove storie e avventure grazie alla passione per la letteratura.

Biblioteche comunali di Modena: orari

Biblioteca Delfini
Lunedi dalle ore 14.30 alle 20
Da martedì a sabato dalle ore 9.30 alle 20.

Bibliotea Poletti
Lunedì dalle ore 14.30 alle 19.
Da martedì a venerdì dalle ore 8.30 alle 13 e dalle 14.30 alle 19.
Sabato dalle ore 8.30 alle 13.

Biblioteca Crocetta
Da lunedì a venerdì dalle ore 15 alle 19.
Giovedì e sabato dalle ore 9 alle 12.30.

Biblioteca Giardino
Da lunedì a venerdì dalle ore 15 alle 19.
Martedì e sabato dalle ore 9 alle 12.30.

Biblioteca Rotonda
Da lunedì a sabato dalle ore 9.30 alle 19.

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Tu sei liber* di esprimerti? Giornata Mondiale della Libertà di Stampa

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Quella che si vede nella fotografia è una lettera datata 1941. Non mi era mai capitato di vedere queste buste, fino a quando non ne ho trovata una in un cassetto: dentro, lettere scritte fitte fitte per risparmiare carta e farci stare quante più cose e persone possibili. Fuori, la superficie ruvida e sottile con attaccato il francobollo e un timbro nero che occupa, ben visibile, buona parte della busta. TACI.

TACI

3 maggio, Giornata mondiale della libertà di stampa. La libertà di parola è sancita dall’Articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: sono passati 70 anni dal 10 dicembre 1948, quando il futuro premio Nobel per la Pace René Samuel Cassin presenta al mondo quei trenta articoli costati il sangue di due guerre mondiali e innumerevoli conflitti armati, coscienza civile in evoluzione attraverso un secondo complicato, il Novecento, che si è concluso ma forse porta ancora il triste strascico di una sposa bambina. Libertà soffocata e azzittita, in mille modi e ancora cento, nei Paesi in guerra e a volte, più spesso di quanto vorremmo, anche in quelli cosiddetti civili, dove il silenzio, così come la fame, diventano una questione più elaborata, sfumata ed elegante.

TACI

Secondo il rapporto di Reporters sans frontières sono 54 i giornalisti uccisi nel 2018. Questa è la mappa redatta da Reporters sans frontières / Reporters Without Borders / RSF con il 2019 World Press Freedom Index, l’indice che ci informa sul libello di libertà di stampa nel mondo. Ai primi posti Norvegia, Finlandia, Svezia. Italia? 43esimo. Stati Uniti 48esimo, Venezuela 148, Turchia 157, Libia 162. Visti da qui, i nomi e le geografie di cui ci parla la tivvù sono una prospettiva straniante e incredibile. Incredibile sì, perché sono le notizie che provengono da realtà di cui possiamo vedere anche al tiggì o utilizzando i social, anche se (ancora troppe) poche volte li utilizziamo così, per andare a caccia del non detto.

TACI

“Quello di allora era un mondo che voi non potete capire” mi ha detto tempo fa un uomo di 90 anni che del Novecento ha vissuto molto e rischiato la pelle più volte (salvandosi solo per il fatto, anzi la fortuna, di essergli capitati in sorte pelle e capelli del colore giusto). Nel suo toscanaccio allegro mi ha indicato le montagne e la distesa del mare. Un tempo le notizie non viaggiavano alla velocità di internet, il paesaggio era davvero una barriera fisica: la comunicazione aveva dei tempi e delle attese. Si dovevano attendere le notizie e quelle che viaggiavano erano poche, talvolta false e poco verificate. Si stampava su carta difficile da reperire, si stampava a volte di nascosto e del mondo non c’era una conoscenza certa, ma una sensazione vaga fatta di pezzi da incrociare e faticosamente legare fra loro, un rammendo fatto in fretta e precario, con quello che c’era. Una mappa imprecisa dove le geografie, i confini e le notizie di quello che stava accadendo, anche solo pochi chilometri più in là, sfumava nella nebbia. “Voi, abituati a svegliarvi e nemmeno uscire per andare a comprare il giornale, perché ora basta un tasto per iniziare a leggere, vedere video, informarsi su quello che c’è da sapere, non potete neanche immaginare cosa significa aprire gli occhi in un posto e non sapere: non sapere proprio nulla, non sapere nemmeno domani e non sapere nemmeno quando si saprà qualcosa“.

TACI

La paura è il comune denominatore quando la degenerazione del dover tacere si trasforma in un silenzio violento. L’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul, la libertà strozzata dei giornalisti e intellettuali turchi (almeno 170 giornalisti “scomparsi” in carcere in Turchia, oltre a 150.000 funzionari pubblici licenziati e 50.000 persone arrestate), il rischio per la propria vita, sulla propria pelle. Da una parte all’altra del mondo, Iran, Venezuela, Serbia, Arabia Saudita. Si aprono musei strizzando l’occhio alla cultura (e soprattutto agli investimenti economici), nel frattempo si uccidono persone e non siamo dentro a un film, no. È solo che si lavano in fretta le strade e intanto si dimentica che la vera cultura è il coraggio dell’umano, l’invenzione di un’idea e dell’osare: libertà, una parola latina che ci ricorda, ieri come oggi, che essere liberi non è fatto scontato.

TACI

Un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
Paolo Borsellino

Un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà, capace di schierarsi contro indifferenza e contro complicità, aveva detto Paolo Borsellino parlando della lotta alla mafia. E forse questo vale in generale per le parole, per il bisogno e la capacità di riappropriarci della bellezza attraverso ciò che è verità, giustizia, onestà. Uomini come lui ci insegnano che il seme del coraggio nasce anche e soprattutto lì, nella dittatura, là dove non dovrebbe ma può. Dove tutto attorno continua a cantare la voce di una bocca tappata che non si arrende. Può perché chi vuole essere libero non si arrende al dovere imposto.

Quasi sempre, è una lotta che ha bisogno del coraggio. E non c’è antidoto, purtroppo, alla paura se non l’osare di ognuno e la condivisione di tutti. Perché la paura aumenta quando si rimane soli e allora parlare, anche per chi non può parlare, diventa un modo per continuare a ricordare ciò che riguarda tutti. La possibilità di immaginare. Coltivare idee, scendere per strada, manifestare ciò che si pensa. Ragionare insieme. Evolvere.

Se tu ti senti libero o libera di esprimerti, se tu puoi scrivere un commento o avere un profilo social, se tu puoi far sentire la tua voce, se ti puoi fermare per strada a ragionare su un’idea e scriverne, se tu puoi accedere a internet… Pensaci. Perché non è ovvio.

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