1

1 settembre

“Mi sono messo in marcia, libero e felice, il primo settembre del 1867. Il mio progetto era semplicemente di andare dritto davanti a me, all’incirca verso sud, attraverso il sentiero più selvaggio”

Alexis Jenni, “Potevo diventare milionario ho scelto di essere un vagabondo. La vita di John Muir
(Piano B Edizioni)

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Vivere il tempo in quarantena

E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò

E ascoltò più in profondità
Qualcuno meditava
Qualcuno pregava
Qualcuno ballava
Qualcuno incontrò la propria ombra
E la gente cominciò a pensare in modo differente

E la gente guarì.
E nell’assenza di gente che viveva
In modi ignoranti
Pericolosi
Senza senso e senza cuore,
Anche la terra cominciò a guarire

E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro
Kathleen O’Meara, poesia scritta nel 1869

Ora o mai più

Il tempo si spezza e si entra nel mondo sospeso.

Si chiamano punti di riferimento temporali. Sì, perché non ci orientiamo solo nello spazio, ma anche in quello che è il nostro sentimento del tempo. Il tempo, che di per sè non esiste, ma esiste su di noi: è effetto di pelle e ci si incolla sull’epidermide. Il tempo è ruga, solco della terra che attende il passaggio dal seme a albero; il tempo è cicatrice, ferita, sorriso che si apre, sguardi che si perdono o si incrociano in un istante fatale.

Abbiamo bisogno di scialuppe di salvataggio per fuggire dal tempo, a volte. O altre volte di barchette di carta che sappiano traghettare intatti i momenti di cui abbiamo bisogno attraverso l’oceano inconsapevole dell’oblio. Una boa, almeno: da raggiungere a nuoto, bracciata dopo bracciata, che ci ricordi il destino, parola ambigua che in lingua italiana con un solo vocabolo è capace di unire spazio e tempo. “Destino”, quello del tempo di una vita, destino la fermata ultima di un treno. Smemorati cronici, al binario dell’esistenza con la valigia della nostra storia, cercando il senso indietro o avanti, tra qualche chilometro. Un punto che interrompa l’orizzonte indistinto e uguale a se stesso. Un punto di riferimento, appunto.

Il primo giorno del nuovo anno è uno di quei giorni definiti “punti di riferimento temporali” scrive Daniel H. Pink, che di mestiere ha fatto lo speech writer per Al Gore. Dobbiamo immaginarci una cosa simile al bar dell’angolo, la casa di mattoni rossi o il semaforo all’incrocio: la nostra mappa quotidiana è fatta di riferimenti che dividono e suddividono… lo spazio, ma anche il tempo. Nello stesso modo in cui lo sguardo si appiglia a costruzioni che emergono sul piano visivo, spieghiamo e organizziamo la nostra mappa temporale. Dentro l’ordine dei giorni cerchiamo il bandolo di una matassa che al tempo del Covid si è fusa e confusa.
La scatola dei gomitoli ora è diventata inestricabile. Torneremo mai quelli di prima?
Vogliamo tornare quelli di prima?

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Oggi mi sono svegliata e c’era brutto tempo. Niente sole, aria fredda. Nonostante questo, ho voluto mettere la musica ad alto volume e ho costretto la mia famiglia a ballare in salotto. Poi ho cantato ad alta voce. E poi mi sono venute un paio di idee che non ho voluto lasciar scappare. Così le ho segnate su un’agenda trovata sulla mia scrivania. Cose che oggi ho potuto solo sognare, ma che finito quest’incubo vorrò, anzi dovrò assolutamente realizzare. Le ho scritte in bella calligrafia, tutte in verde, come la speranza. Perché i sogni belli meritano cura e attenzione. Poi ho chiuso l’agenda. Sulla cover c’era scritto: “Fai le cose con amore”. Niente succede mai per caso. . . . #quarantine #mysweetquarantine #coronavirus #covid_19 #covid19italia #sogni #todreamlist #todolist #cosedafare #hope #speranza #amore #picoftheday #pictureoftheday #instahope #futuro #future #pensieribelli #solocosebelle #riflessioni #insegnamenti #gratitudine #grazie #eternamentegrata

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“Favole al telefono” di Gianni Rodari durano solo una pagina, ma non tutti sanno perché. Sono state raccontate al telefono da un commesso viaggiatore che ogni sera chiamava la sua bambina a casa per darle la buona notte e, come scrive Rodari, le interurbane costa(va)no. Sono favole moderne e adesso quasi non lo sono già più, perché sono state scritte negli anni Sessante, edizioni Einaudi 1962 per l’esattezza. Oggi siamo nella contemporaneità. Il telefono praticamente non costa più e non esiste nemmeno più
– nella mente il rumore del telefono grigio beige della nonna, dove infilavi il dito nella rotella e per iniziare a chiamare descrivevi un cerchio nello spazio come un rito magico –
ora da un capo all’altro dell’oceano passa un filo che ci permette di parlare e addirittura vedere quelli a cui vogliamo fare ciao. Siamo viaggiatori del XXI secolo, eppure se togli “20” davanti, rimane ’20.
Siamo di nuovo nei meravigliosi Venti, il sapore dell’inizio. Un altro giro di valzer.
Perché ogni secolo, ovvio e incredibile, ha i suoi anni Venti. Da piccola io mi chiedevo com’erano state le persone degli anni Venti; cercavo di immaginarmele quelle vite dell’Ottocento, Settecento, Novecento.
I sogni, gli incidenti e i bivi della vita. Le svolte, gli orizzonti cercati.
Le illuminazioni improvvise e le saggezze dell’età. Le cucine e le case, i visi allo specchio.
Che faccia avevano, quali abiti e sogni, che speranze e incubi abbbiamo indossato in tutti gli anni Venti della Storia.
E chissà, come saranno quelle degli anni Venti del Duemila col senno di poi.
E chissà, come saremo noi nel nostro sguardo di domani

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Esercizi di memoria

Le estati dell’infanzia
Quel momento proprio no
La colonna sonora dei tuoi viaggi
L’ostacolo
La(le) grande(i) svolta(e)
L’orizzonte sognato
La finestra a cui vorresti affacciarti

e poi
quello che diresti all’orecchio di te stesso
adolescente
quello che ti direbbe all’orecchio te stesso
bambino

un segreto mai confessato

il messaggio che lasceresti al mondo di domani

il ricordo del cuore che ancora ti fa piangere
o sorridere

Esercizi di memoria per esercitare la resilienza: partire per un viaggio nel tempo dove ritrovare frammenti di se stessi che credevamo perduti. Ricucire insieme ricordi è un atto di magia




Paura

Sarà che ormai la paura ti ha trovato e non puoi più fare nulla per nasconderti? Se è così, gli occhi della paura possono vederti, così come tu vedi le prime luci dell’alba che filtra dalle fessure tra le canne.

Luis Sepulveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Guanda, 1999, pagina 120

 

L’autore cileno Luis Sepulveda nel suo libro Il vecchio che leggeva romanzi d’amore sulla paura scrive che un proverbio shuar consiglia di nascondersi alla paura. Il vecchio Antonio José Bolivar, nella caccia sulle tracce della belva, femmina a cui hanno ucciso i cuccioli, si trova nella foresta. Solo, è notte. “Lasciò che i pensieri si acquietassero come le pietre che toccano il letto del fiume”.

La paura ti guarda. Sei tu che ti senti visto, indagato, frugato.

 




Il valore di un errore

Sbagliando s’impara è un vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe dire: sbagliando s’inventa
Gianni Rodari
Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare

Il valore di un errore è eredità dell’esperienza.
Sbagliare, comprendere, abbracciare.
Esercitare curiosità.
Meravigliarsi.
Evolvere




Imparare giocando

Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?
Gianni Rodari

Il gioco come filosofia di vita e di crescita.
Evolviamo giocando perché giocare è esplorazione,
esercizio di curiosità e meraviglia




Dentro lo sguardo dei bambini

Dentro lo sguardo dei bambini
ci siamo noi. Noi adulti, poco consapevoli in realtà
poco attenti. Bambini anche noi, un po’
impauriti facciamo paura
emozionati ci accendiamo
incompresi gridiamo.
E intanto, il riflesso di noi
è lì, in quello sguardo limpido e rotondo
in attesa sorridente,
pieno di fiducia
immensa

Oggi T. barcolla fra il piccolo pianoforte in miniatura e il bordo del tavolino. È da ieri che tutto il giorno si esercita ad alzarsi e la mira va sempre lì, al cavo che esce dal computer. Il mio computer nel suo fascino lampeggiante a pochi passi. E io ora dico NOO e sorrido, per farti desistere dal tirare il cavo.
E tu mi guardi, sorridi forte e intanto fai no con la testa. È proprio un no, con la testa che va bella dritta a destra e sinistra. Tu ancora non sai cosa significa ‘no’ e io mi stupisco della replicabilità dei miei gesti nelle tue azioni.
29 dicembre ’20, pomeriggio sera




I giardini del muschio rosa di Takinoue in Giappone

Nella prefettura di Hokkaido i giardini rosa di Takinoue in primavera

Il nome Takinoue, che letteralmente significa “sopra alla cascata” in lingua Ainu Takinoue è detto “Ponkamuikotan”, il “villaggio dei piccoli dei”.




27 giugno




10 giugno

“Il 10 giugno 1940 era un bel giorno di primavera, quasi estivo. Probabilmente la dichiarazione di guerra, che Mussolini avrebbe proclamato dal fatidico balcone di Palazzo Venezia e che venne trasmessa via radio, era già stata annunciata preventivamente. Mio padre, infatti, aveva trasferito la radio, di marca CGE nel nostro cortile interno per poterla fare udire anche alle famiglie dei Rossi e dei Sacchetti, che non la possedevano e le cui finestre si affacciavano sul cortile stesso. A pomeriggio inoltrato si sprigionò dall’apparecchio, al massimo del volume, la voce del duce che soverchiando e azzittendo il coro degli evviva dei tanti accorsi nella piazza, annunciava che erano state consegnate le dichiarazioni di guerra alla Gran Bretagna e alla Francia e che di conseguenza il conflitto era di fatto iniziato. Esordendo con l’ormai famoso e fatidico incipit: “Combattenti di terra, di mare, dell’aria, Camicie Nere della rivoluzione…ascoltate: l’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria, l’ora delle decisioni irrevocabili”. Al momento di menzionare i due nemici Gran Bretagna e Francia si levò dalla folla plaudente un “booooh” come quello che ora è di grande attualità negli stadi calcistici, rivolto a qualche sfortunato giocatore di colore. Ma, mentre dall’apparecchio radio giungeva un prolungato e fragoroso applauso misto a grida di approvazione, dalle finestre dei Rossi e dei Sacchetti non pervenne nessun commento. Mio padre rimase silenzioso e assorto mentre gli occhi di mia madre e di mia nonna si appannarono in un accenno di lacrime trattenute. Da poco più di vent’anni era terminata la Prima guerra mondiale: sia per mio padre, che l’aveva vissuta in prima persona al fronte, sia per mia madre e mia nonna che avevano trepidato per fratelli e figli gettati nella mischia: il ricordo era ancora troppo cocente per poter accettare con gioia una nuova carneficina. Ora cominciava un rinnovato tempo di angosce per nipoti, parenti, amici, che presto sarebbero partiti per i vari fronti e se fortunati sarebbero rientrati solo dopo cinque lunghi anni. La dichiarazione di guerra non giunse certamente come un fulmine a ciel sereno. Già da tempo ne erano apparsi i primi sintomi premonitori. Dopo la collaudata autarchia e le disposizioni dell’Unione Nazionale Protezione Aerea per la creazione dei rifugi antiaerei, già nel mese di febbraio era entrata in vigore la carta annonaria, con tutte le relative restrizioni alimentari e di generi di primo consumo. Credo che fosse operante anche l’ammasso obbligatorio e le due cose contribuirono subito alla creazione di un fiorente mercato nero. Era iniziata l’era del surrogato. Si surrogava tutto: il caffè era sostituito con orzo, ceci, cicoria, e fagioli; il carcadè del Setif, ignobile intruglio rossastro, aveva la presunzione di sostituire il tè che peraltro, essendo una bevanda tipica della perfida Albione, non era particolarmente apprezzato. Al cioccolato subentrava la nonna della Nutella fornita sempre dalla Ferrero, ma a base di sole nocciole, carruba, e qualche altro additivo per aggiungere colore e sapore. Purtroppo, quello che rimase originale fu l’infernale “Ferro-China Bisleri” amarissimo ricostituente che mia madre mi obbligava a ingurgitare perché “mi faceva crescere bene”. Fortunatamente fui preservato dall’ancor più infernale olio di fegato di merluzzo, il cui ricordo è rimasto negli incubi di tanti miei coetanei. Il cuoio per le suole, riservato ai militari, ma spesso neppure a loro, era sostituito da una specie di cartone pressato, dal sughero e anche da vecchi copertoni di auto e moto riciclati e ovviamente super consunti. La lana era diventata poi lanital mentre su suggerimento della sarta Spagnoli molti si erano gettati nell’allevamento dei conigli d’angora che, prima di chiudere la loro esistenza gloriosamente in padella, fornivano una morbida lana. Per le signore e signorine le calze di seta si erano trasformate in un mito, si dovevano accontentare di quelle di rayon,materiale, che pur avendo la mia età, fino allora non aveva goduto di grande fortuna, ma per forza maggiore divenne di moda per quel determinante capo di abbigliamento femminile. All’epoca nessuna donna avrebbe mai osato presentarsi in pubblico, anche in piena estate, senza calze. Considerato che non erano ancora state inventate le calze tubolari, la tecnica di fabbricazione contemplava una lunga riga di giuntura che seguiva posteriormente tutta la lunghezza della gamba. L’ossessione della riga dritta era costante tra tutte le donne. Non era, infatti, difficile vedere signore e signorine, di spalle a una vetrina, controllare la riga nel riflesso dei vetri. Per quanto riguarda la riga verso la fine del conflitto, quando ormai non erano più reperibili neppure le calze in rayon, molte donne si facevano disegnare sulla gamba nuda una lunga riga, per dare l’impressione d’indossare calze regolari con le famose scarpe ortopediche. La carne, anch’essa contingentata, veniva distribuita a piccole dosi e le macellerie chiudevano nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì e negli stessi giorni non poteva essere servita nei ristoranti. Lavoravano le tripperie, dove si poteva trovare solo trippa e la macelleria di bassa scelta, che distribuivano le interiora degli animali come fegato, cuore, milza, polmoni e anche carne di animali non macellati secondo le regole, ma morti per malattia o infortuni. Le severe regole sanitarie, con cui conviviamo oggi, allora non albergavano neppure nei sogni”

Domenico Alvisi
“Storia minima di un balilla mancato” (Pendragon)




24 maggio

La guerra era iniziata il 28 luglio ’14. La primavera dopo, il 24 maggio 1915, l’Italia entra in guerra. Gli austriaci, in attesa da settimane, sferrano un attacco. Il primo a essere colpito è Timau, villaggio della Carnia sulle Alpi. Diverrà il fronte di una strenua resistenza contro l’avanzata austro-ungarica. Manca tutto. Penosamente, la vita in trincea si trascina giorno dopo giorno. Il comando chiede aiuto alla gente del posto: lì intorno, nei borghi di pietra nascosti nel cuore della montagna, sono rimaste le donne, con i bambini e i vecchi.

E loro arrivano. Impavide, dritte sui sentieri di montagna con una gerla di vimini sulle spalle, le donne arrivano fino alle trincee. Portano cibo, medicine, munizioni. Le portatrici carniche scalano le montagne, non le ferma né il sole né la neve e tantomeno la paura. Al ritorno spesso il carico è ancora più pesante perché trasportano fino ai paesi, giù a valle, i corpi dei feriti, o di chi ormai aspetta solo una sepoltura.

Nel 1973 Maria Plozner Mentil e a tutte le Portatrici della Carnia verranno insignite del cavalierato




26 maggio

Tu che gattoni nell’aiuola,
dietro il muro
i cespugli di rose, l’ultimo raggio di sole della sera, l’erba secca secca
ti fermi all’improvviso
spalanchi gli occhi
no, non piangi ma
ti pieghi e cerchi nella terra
me lo mostri
un rametto secco
le spine
le guardi, me le indichi
è quello che volevo dirti
le rose
intorno a te

non sono ancora fiorite
le rose quest’anno
boccioli chiusi
attesa

eppure
le sere di maggio
identiche a se stesse, sempre
la luce intensa fino a tardi
il giorno che non si stanca
di giocare
la voglia

26 maggio ’21




Fiori di primavera: trifoglio rosso

“Trifoglio rosso” o “trifoglio violetto”, ha sfumature accese come un piccolo sole all’alba. Il trifoglio dei prati, Trifolium pratense, annuncia la primavera perché è tra i primi fiori a spuntare sui prati alla fine dell’inverno.

Succhia i suoi petali e sentirai un sapore dolce dolce. Puoi raccoglierlo e unirlo all’insalata, darà colore e ricchezza al piatto. Oppure impasta un formaggio caprino fresco con un cucchiaio di olio, aglio, una manciata di foglie tritate e i petali di qualche fiore di trifoglio: la ricetta di primavera per una crema da stendere sulle bruschette.

Fra gli effetti benefici del trifoglio rosso l’azione antiossidante degli isoflavoni, fitoestrogeni in grado di agire positivamente sulla salute della prostata, abbassare il colesterolo, alleviare i dolori mestruali e i sintomi della menopausa. Di questa piccola pianta dei prati i druidi conoscevano le proprietà calmanti e disintossicanti. Il trifolium pratense aiuta la respirazione e lo stomaco allontanando disturbi gastrici e malanni come la tosse. Sotto forma di impacco, calma la pelle.

Trifolium, tre foglie: inconfondibile la sua forma. La pianta si sviluppa rapidamente ed è usata nelle rotazioni agrarie per rigenerare il terreno. Il trifoglio può rimanere dormiente persino anni e poi all’improvviso sbocciare, quasi su qualsiasi terreno. Raccolto durante la bella stagione, diventa profumato foraggio per l’alimentazione delle mucche.

Plinio il vecchio nella sua opera “Storia naturale” racconta che le foglie del trifoglio si alzano leggermente quando sta per arrivare la pioggia. Chi si addormenta su un prato di trifoglio potrebbe incontrare un elfo, narrano le leggende nordiche. E se indossi un quadrifoglio, dice la tradizione inglese, potresti riuscire a trovare l’ingresso per il magico regno delle fate.

Trefoil è uno dei simboli dell’Irlanda, shamrock, in gaelico seamróg, trifoglio giovane. Con i fiori di trifoglio fra i capelli si brindava per poi gettare il fiore nell’ultimo sorso di whisky e lanciarlo dietro la spalla sinistra: drowning the shamrock, rito beneaugurante. Nel Settecento il trifoglio diventa simbolo della lotta per l’indipendenza irlandese.

Una delle specie più comuni è il trifolium repens: trifoglio bianco, noto come trifolium ladino o rampicante, amatissimo dalle api. Usa i suoi fiori nella frittata oppure lasciali macerare nel vino. Anticamente, i petali di trifoglio venivano seccati, polverizzati e uniti alla farina.

dalla “Flora dell’apicoltore lombardo”, pubblicata sulla rivista “L’Apicoltore” nell’anno 1873.

“Fra le moltissime specie di trifoglio l’apicoltore deve conoscerne tre che tanto per la loro diffusione, come per la quantità di miele che somministrano riescono d’una importanza non comune. Le tre specie sono: il Trifoglio pratense, o di Lombardia, o di Stiria, il Trifoglione, o incarnato, ed il Trifoglio ladino, o cavallino, o domestico”




Inizio d’estate

La luce di maggio e giugno
l’estate vera, diceva la nonna.

Lei che puntava il dito
misurare il tempo delle stagioni in spazio,
quello che il sole impiega
per andare da un crinale all’altro
il viaggio della luce
la montagna, da marzo a ottobre.

Inconfondibile il sole delle mattine di giugno
arriva sulla spalle e fa spalancare gli occhi.
Lucertole stese sui sassi dove l’acqua evapora in fretta
immobili
ci beviamo ogni goccia di luce

all’improvviso
è comparsa una rosa
sul muro.
Sono in ritardo quest’anno,
i fiori di questa primavera scompigliata

ogni nuova nascita si prende il suo tempo per arrivare,
suo e di nessun altro.

È la stagione in cui il cancelletto di casa si trasforma in un’illustrazione,
diventa passaggio
una porta sonora
fra i rami delle cotonastre
il ronzio di mille api
la scia
dolce dolce
mille minuscoli fiori bianchi
fitti fitti

Tu che le api non le avevi mai sentite
pieghi la testa e fai una faccia pensosa
poi scoppi a ridere e non ci fai più caso




4 giugno

Il cielo azzurro forte
tu che dormiamo scombinati da due notti
i premolari
ruvida la superficie prima liscia
gengiva inquieta

far colazione vagabondi
le chiacchiere sparse
la luce della mattina
i caffè
venerdì, ultimo giorno della settimana
il sapore dell’inizio di giugno

l’ultimo giorno di scuola
si sente nell’aria.

e poi i sorrisi
ritrovarsi con un bicchiere al tramonto
il tuo primo ovetto di cioccolato regalato dalla barista
sorridente sotto la mascherina
l’orto e la luce di fine giornata
tu
seduto in mezzo
sulla terra
gli scarponi di Piero che pianta fagioli
i tuoi due primi passi stamattina
con un mestolo in mano
a sfidare la gravità




14 dicembre

Le luci da arrotolare sulla scala
La luce che arretra
Odore di legna e
Cose buone
Abbracci al mattino
Aria che pizzica
Pensieri di neve




L’inizio di tutte le mappe

Arriva solcando il mare, arriva su una nave e vola nell’aria, passando di bocca bocca, fra i peli della barba folta di quegli uomini, naviganti e marinai, che arrivavano dall’altra parte del mare. E noi lì a guardarli, prima con curiosità, poi con sorriso fraterno che ormai ci si conosceva.
E si scambiavano parole come monete, suoni segreti di una lingua sconosciuta. E si scambiavano oggetti, di mano in mano, dita ruvide e abbronzate, contro altre dita. E poi ci si scambiò pensieri, idee, teorie.

Tutto inizia qui, da una mappa.
Racconta Quintiliano che la parola mappa l’avevano portata i fenici.
Nella loro lingua “mappe” erano i tovaglioli, quelle pezze di lino con cui ci si avvolgevano gli avanzi e si portava via la fine del pasto prima di alzarsi da tavola.
La mappa si teneva in tasca e si estraeva all’occorrenza, magari un po’ unta e stropicciata. O ancora nuova, ben piegata. Mappe di tutti i tipi e di tutti i colori.

Bizzarro pensarci adesso, a questa nascita popolana delle mappe, che poi per secoli se ne sono state ben arrotolate nei cassetti delle navi, spiegate dai capitani di vascello intenti a scrutare la rotta. Dopo altri secoli ancora, mappe di carta stampata appese sui muri di ogni aula scolastica e ora? Mappe immateriali digitali, satellitari, geografiche, politiche, mappe da consultare e modificare con un dito ballerino.

Il tessuto è stato uno dei primi fogli su cui scrivere, lo sanno gli antichi Egizi e il popolo cinese.
Le prime mappe dello spazio erano una mappa del tempo: si misuravano i luoghi con il metro della distanza, osservando il sole e le stelle.
Immagina tu, di essere nella notte profonda sul mare.
Il silenzio come una macchia blu che si allarga su tutto e tu ci sei dentro.

Tutto è immobile in mare. Tranne il sole, tranne le stelle.
Alzi gli occhi e li vedi, con il caldo che ti scioglie la pelle di giorno e il freddo glaciale che ti entra nelle ossa appena il sole è inghiottito dall’orizzonte.

Poi arriva uno che immagina una linea.
Chissà da dove gli viene l’idea, è una linea che inizia dalle colonne d’Ercole, lì nel segreto di quella porta sulla fine del mondo, che poi sarà chiamato stretto di Gibilterra da marinai temerari che non si erano arresi a che il mondo finisse o forse erano curiosi di come andava a finire.

Dicearco, geografo degli esordi e antico filosofo, era nato nel 350 a.C. a Messana e se il nome non ti dice nulla sappi che in questo stretto di mare della Sicilia, che poi trasformerà la “e” nella “i” di Messina, abitavano i mostri marini Scilla e Cariddi, racconta la storia popolare attraverso la bocca del cantore Omero. Attraversa il mare questa linea fin dove l’occhio del sapere può arrivare, in Asia Minore, e si incrocia con un’altra linea, come uno spillo puntato da Assuan, in Egitto, tende il filo di una direzione fino lassù, alla città di Lisimachia, Turchia, l’arcipelago delle tre isole nel golfo di Saros.

Le linee immaginate da Dicearco, che a lungo aveva passeggiato per la Grecia e a braccetto del maestro Aristotele, attraversano il Mediterraneo per intero, che allora era tutto il mondo conosciuto. È la prima volta che si disegna una mappa con due linee di riferimento: latitudine longitudine.
Due linee, una croce.
Moltiplicata, una croce che diventa una ragnatela dove cercare il proprio posto nel posto.

“Quando sono di umore scherzoso, uso i meridiani della longitudine e i paralleli della latitudine come una grande rete da pesca, e con questa setaccio l’Atlantico a caccia di balene.
Mark Twain, Vita sul Mississippi

Una mappa, un nodo al fazzoletto della nostra memoria.
Nei secoli le mappe sono state dito indice con cui puntare verso isole del tesoro, annotare limiti e proprietà, (ri)trovare direzioni e commerci. Mappe per ritrovarsi prima di perdersi di nuovo, che a perdersi ci si perdeva spesso e volentieri. Ci si perde ancora, nella geografia del tempo e fra le strade della vita.

Ogni mappa è un atto della memoria contro l’oblio, a dirlo è quello scampolo di stoffa da tenere lì, come le mamme che da piccini ce lo infilavano nella taschina di una giacchetta. Per conservare e custodire.
Ritrovare la via.




Nascita

La nascita è un passaggio come è un passaggio la morte




Il viaggio di Annemarie Schwarzenbach

Sono passati ormai due mesi o due mesi e mezzo, e già appartengono al passato. Eppure è sempre la stessa estate, di cui sto vivendo ora la fine a Kabul, la capitale dell’Afghanistan, ed è sempre lo stesso viaggio che mi ha portato fin qui attraverso innumerevoli frontiere, capitali e stazioni di ogni genere. La targa dei Grigioni e la piccola croce bianca svizzera sulla mia Ford mi ricordano che tutto si è svolto come da programma e nel modo in cui l’ho descritto nel mio diario. E a volte è utile. Forse il mio senso della realtà non è molto sviluppato, forse mi manca il sicuro e tranquillizzante istinto per i fatti tangibili della nostra esistenza terrena, non sono sempre in grado di distinguere i ricordi dai sogni e spesso scambio i sogni, che tornano a ripresentarsi in colori, odori, associazioni improvvise, con l’inquietante e familiare certezza di un passato dal quale il tempo e lo spazio mi dividono come e non più di un leggero sonno, nelle prime ore del mattino.

“La nostra vita assomiglia a un viaggio…” e così il viaggio mi sembra, più che un’avventura e un’escursione in luoghi insoliti, un’immagine concentrata della nostra esistenza: residenti in una città, cittadini di un paese, vincolati a una posizione o a una classe sociale, appartenenti a una famiglia e a una stirpe, e legati agli obblighi di una professione, alle abitudini di una “vita quotidiana” intessuta da tutte queste circostanze, ci sentiamo spesso fin troppo sicuri, crediamo di aver costruito la nostra dimora fissa, siamo facilmente portati a credere a una stabilità che agli uni rende problematico invecchiare, agli altri fa apparire catastrofico ogni cambiamento del mondo esterno. Dimentichiamo che si tratta del corso della vita, che la terra è in perpetuo movimento e che l’alta e la bassa marea, i terremoti e gli eventi lontani dalla nostra realtà visibile e tangibile toccano tutti: mendicanti, re, figure dello stesso, grande gioco. Lo dimentichiamo, apparentemente per amore della pace della nostra anima, la quale però è costruita su granelli di sabbia. Lo dimentichiamo per non sentire la paura. E la paura ci rende ostinati; chiamamo realtà solo ciò che possiamo toccare con mano e ci riguarda direttamente e neghiamo la violenza del fuoco quando è in fiamme la casa del vicino, ma non la nostra. C’è la guerra in altri paesi? A dodici ore o a dodici settimane appena dalle nostre frontiere? Dio ce ne guardi, l’orrore che talvolta ci assale, lo percepiamo anche leggendo i libri di storia, e resta immutato, qualsiasi cosa ce ne separi, nel tempo o nello spazio.

Il viaggio, però, svela un poco del mistero dello spazio. Una città dal nome magico e irreale, Samarcanda la dorata, Astrakhan o Isfahan, la città dell’olio di rosa, diventa reale nel momento in cui entriamo e la rendiamo viva con il nostro respiro. Il selciato di Damasco riecheggia dei nostri passi, le colline di Erzurum brillano nella luce della sera, i minareti di Herat si elevano in fondo alla pianura. Ma un’epidemia di colera ci trattiene in Iran e quel che un attimo prima era fuggevole visione, una pausa per riprendere respiro, diventa un episodio, un periodo di esistenza vissuta. A Kabul facciamo amicizie, mettiamo su casa, incontriamo un russo che cuoce il pane all’europea e il Gulam Haidar, che vende stilografiche, buste per posta aerea e Veramon. Abbiamo già le nostre abitudini quotidiane, ritroviamo la strada di casa al buio, e forse dipende solo da un caso se non passiamo il resto della nostra vita qui: qui o altrove, sulle rive del mar Caspio, per esempio, dove il clima è infernale, il caviale costa quattro soldi e la malaria è gratis.

Annemarie Schwarzenbach, “Dalla parte dell’ombra
il Saggiatore, Milano 1990
pp. 223-224




27 marzo

La tua mano
Piccola e morbida,
Nella mia.

Un gufo nella notte,
Ormai un vecchio amico.
Fuori, fra i rami del vecchio noce

giù in strada
il suono d’acqua delLa fontana che scroscia
nel silenzio
La luna che illumina tutto
27 marzo ’21




21 marzo

Primo giorno di primavera,
Il sole forte giallo limone
L’aria ancora fredda

Le coccole in tre, il caffè con la pizza di ieri sera, il mercato dei fiori
È domenica mattina

Rose rosse cascanti, anemoni e una peonia rosa. I raggi di sole che entrano dalla finestra e ci abbracciano gli occhi,
Tortellini in brodo per pranzo

La malinconia lieve dopo il caffè della domenica.
Tu che mi vedi dalla finestrella della soffitta, io che sono giù in strada e mi stupisco
La tua faccina tonda e intensa, emozionata
Picchi sul vetro per attirare la mia attenzione
Mi hai visto, lo so
Anche io tu vedo, ora lo sai
Agitiamo le bracci. Dietro di te,
compare papà. L’amore
ha fili che tessono la distanza

Candelotti di ghiaccio sui rami del noce,
Albero giovane nato fra le case, potato all’improvviso. Tornare a casa in fretta, i piedi nudi e freddi. La cucina vuota.
Il vento forte fuori e noi a giocare sul letto

Preparare per il dopo cena la crema dolce come quella fatta dalla nonna,
le luci che si accendono nella sera.
Anche la fine dell’inverno ha una sua malinconia
21 marzo ’21