È stata una bella giornata?

Ecco, cercavo proprio una parola che potesse riassumere il miscuglio che si priva e poi il titolo me l’ hai dato tu, con quella domanda e lo sguardo che si accende mentre ti strofini i denti con il tuo spazzolino rosso. La domanda ormai nota, che di solito arriva a fine giornata.

È stata una bella giornata? All’inizio sono stata io a chiederlo, poi hai iniziato tu. Ogni giorno dovremmo prenderci un momento per guardarci indietro e sorridere, raccontarci. Prendere un respiro. Ringraziare. Osservare e anche, poter cambiare.

Quando ero molto giovane credevo che avrei potuto vivere andando avanti così, senza immischiarmi troppo nel tempo. Come il personaggio di un libro, sovrapporre rughe alle rughe ma senza troppi cambiamenti né scossoni, in una realtà perennemente uguale a se stessa o almeno, non troppo difforme. Già allora mi immaginavo con un computer nello zaino e qualcuno rideva di questa immagine: perché nello zaino, cosa ci fa un computer nello zaino? Invece ora, con il solito saggio senno di poi, ad avere un ufficio in valigia,o nella borsa che sia, siamo in tanti e non c’è più bisogno di spiegare niente. Vivo nel paesaggio che mi faceva sentire libera da bambina e dove, senza saperlo, il mio inconscio mi ha guidato per anni, fino a quando, dopo anni ci sono arrivata: dovrei dire “tornata” ma a volte la vita ti ri/scrive così prepotentemente che ri/diventiamo persone nuove ogni attimo, a pensarci bene.

Ecco, quello che non avrei saputo dire con questa esattezza matematica – ed è anche il motivo per cui lo scrivo – è l’abbraccio che c’è dentro il senso del Tempo. Avrei potuto scrivere “contrasto” ma preferisco scegliere “abbraccio”. Sì, questo è il tipo di cosa che capita quando decidi di condividere la vita con altri esseri umani, specialmente bambini, e animali. Le giornate in casi come questi diventano oscillazione costante: può accadere di tutto e tutto questo si verificherà nei prossimi cinque minuti. Auguri.

Ci saranno alti e bassi tremendi, pacifici bambini che si trasformano in esseri posseduti e poi con altrettanta facilità ritornano paciosi saggi gnomi sorridenti. Ci saranno gli urli di chi non vuole mettere il naso fuori di casa e poi gli schiamazzi divertiti della stessa personcina che, a distanza di un minuto, ride di eccitazione per la nuova avventura. Il Tempo si misurerà in istanti e in ogni manciata di secondo si troverà il segreto per la dannazione o la salvezza.




Com’era il mondo una volta?

Com’era il mondo una volta? Come si buttavano le cose, come si beveva e come ci si scaldava? Com’erano le case? Un viaggio nel tempo

Come si buttavano i rifiuti?

Là in strada ci sono i cassonetti e proprio in questi giorni li stanno cambiando: giallo la plastica, azzurro per la carta, i rifiuti misti e la campana verde del vetro, che adesso sarà sostituita da un paio di bidoni più piccoli e facili da manovrare, con il solito spazio rotondo sopra per introdurre le bottiglie. In altre città non ci sono nemmeno i cassonetti, per esempio dove vivono i nonni in Lombardia già da qualche anno la raccolta è casa per casa: si lascia fuori dal cancello il secchio del colore giusto e a seconda del giorno della settimana sarà ritirato. Anni fa, quando ero piccola io, era ancora diverso. Per tutti gli anni Ottanta, Novanta e in parte Duemila si mettevano grandi sacchi neri fuori dalle case: il camion dei rifiuti grigio passava la mattina presto. Ricordo che mia nonna spiava sempre il loro arrivo fra le tende colorate della finestra del soggiorno e per Natale lasciava un paio di bottiglie di vino proprio sul muretto rosa accanto, in segno di augurio.

E prima ancora? Come si buttavano le cose? In realtà di rifiuti ce n’erano molti meno. La plastica, per esempio, non esisteva. Il polipropilene è stato scoperto nel 1954 e pensa un po’, proprio da un ingegnere chimico italiano. Per questa scoperta Giulio Natta riceverà il Premio Nobel insieme al tedesco Karl Ziegler, il quale aveva isolato il polietilene nel 1953. La plastica occupa molto dei nostri rifiuti: sono di plastica i sacchetti, gli involucri delle cose, le bottiglie. Invece, una volta le bottiglie erano di vetro e non venivano buttate: si usavano le stesse bottiglie per imbottigliare di nuovo il vino e per prendere da bere l’acqua della fontana. Le verdure arrivavano dall’orto oppure dai mercati: si legavano con dello spago e venivano trasportate nei cesti di vimini, o quando necessario, avvolte in un foglio di giornale.

Anche per la pasta era così: non stava in un sacchetto di plastica. I negozi di alimentari, le botteghe, avevano grandi vasi di vetro o cassetti appositi di legno dove stava la pasta. I fogli di carta con cui venivano avvolte le cose potevano essere utilizzati per disegnare, scrivere e infine per accendere la stufa: non si buttava via nulla. Gli scarti di cibo? Venivano dati agli animali di casa e alle galline, oppure gettati fra la terra dell’orto. Ecco, un mondo dove si consumava meno: un mondo dove tutto veniva usato, riparato e trasformato di più. Non si conosceva la parola “riciclo” eppure si riciclava continuamente; le case erano spesso piccole, ma c’era quasi sempre abbastanza posto per conservare e custodire. Difficilmente si buttavano via le cose a cuor leggero, perché potevano tornare utili in modi imprevedibili.




Passeggiate autunnali

Hai mai sentito l’effetto che fa camminare fra le foglie secche e lanciarle in aria? Oggi mi chiedevo questo mentre uno piccolo mi insegnava a entrarci dentro in quei mucchi di foglie, calpestarle e viverle, lanciarle per aria, buttarle addosso, farle cadere. Non importa la polvere, non importa lo scompiglio: è il caos che ci porta i messaggi più importanti, l’energia più intensa.

Accade ancora di fermarsi ad ascoltare il suono di un bosco intero che cade, una foglia dopo l’altra?

Quello delle foglie che cadono è un suono che abbiamo dimenticato. Anche in città succede a starci bene attenti, solo che in parte è coperto dai rumori di sottofondo, in parte non c’è abbastanza spazio. Ci vuole molto silenzio e molti alberi perché la magia accada. Tu ti fermi. Proprio in mezzo al bosco. Poi ascolti. Prima una, poi un’altra: è un intero bosco a cadere, una foglia dopo l’altra. Una pioggia di foglie, una pioggia di giallo. Oggi hai fatto questa scoperta dalla prospettiva della tua nuova postazione; arrampicato sul ramo di un albero con un bastone scuotevi i rami e mi chiamavi a vedere questa bizzarra pioggia autunnale fatta di foglie, rumore e colore.

Abbiamo trovato nomi come “forest bathing” e “barefoot” e li abbiamo trasformati in trend, in realtà camminare nei boschi e andare a piedi nudi per il mondo è una delle attività più antiche del mondo, un’azione così ancestrale che nasce all’inizio del mondo. Abbiamo lasciato alla scuola il compito di ricordarci la natura e le stagioni invece possiamo chiederci come vogliamo vivere noi il Tempo, che cosa vogliamo metterci nel nostro di tempo. Anni fa Peter Gray nel suo meraviglioso libro “Lasciateli giocare” ci raccontava che sono sempre di più i bambini inglesi lontani dal contatto con la natura. Abbiamo lasciato fuori dalla porta di casa la polvere, il fango, i vestiti strappati, i piedi sporchi, gli animali e i peli, i giochi che creano caos, i pericoli, le unghie nere, le sbucciature, la terra nelle suole.

Eppure, mai ci sentiamo così liberi come quando respiriamo l’aria a pieni polmoni, passo dopo passo, tornando verso casa con le foglie nei capelli e nel naso l’odore della stagione con tutti i suoi profumi, così diversi in ogni luogo e periodo dell’anno.




Paure

〰️ sai di cosa ho paura io? Dei fanpasmi.

Dei fantasmi?

〰️ sì, i fampasmi. Passano dal camino, entrano dalle porte quando è buio. Ma adesso non ho paura, sai perché?

Perché?

〰️ Perché adesso c’è la luce! È giorno, non ho paura. Poi arriva la notte e arrivano i fanpasmi. Sai cosa faccio quando arrivano?

Andiamo a combatterli?

〰️ nooo. Io metto un lenzuolo bianco e esco insieme a loro, loro non sanno che io non sono un fanpasma.

Ah! Ti mimetizzi.

〰️ Sì. E loro raccontano cose, fanno magie.

Devono conoscere molte storie i fantasmi. Sai, dei fantasmi non bisognerebbe avere paura perché loro sono… persone. Sono semplicemente persone, vissute molto tempo fa. Ma è molto difficile incontrarli. Se ne stanno per i fatti loro per tutto il tempo, chissà dove e a fare chissà cosa, eppure io credo che a qualcuno farebbe molto piacere incontrare qualcuno a cui ha voluto molto bene. Per questo conoscono tante cose del mondo com’era una volta, di cui chiedi sempre tu, perché sono vissuti tanto tempo fa

〰️e le storie le raccontano senza leggerle sui libri?

Sì, perché le hanno vissute. 

〰️ i fanpasmi sanno volare. 

E come fanno a volare?

〰️ è un mago che li fa volare, con una magia.

Certo che deve essere molto bello volare, vedere tutto dall’alto e di notte il mondo dai tetti. 

〰️ a me piacerebbe un fanpasma per amico. Insegnerebbe a volare a me, a te e papà e Kuki. Farebbe volare anche la casa, diventerebbe una casa volante.

Immagina, aprire il cancelletto rosso e trovarci per magia in un posto nuovo, poi una volta riaperto il cancello essere di nuovo qui.

〰️questi amici fantasmi, quante cose sanno fare




Martedì di ottobre

Grazie, hai detto oggi. Grazie per tutto quello che fai per me, hai aggiunto e mi è sembrata una cosa così bella che mi veniva da commuovermi. L’hai detto a papà, così nel sole all’improvviso mentre lui ti ha portato nel capannone del lavoro e ti aiutava a strofinarti le mani per pulirtele via dal grasso che ti era rimasto appiccato dai pistoni del trattore che ti sei messo a guardare.

La scoperta della pasta per le mani, una cosa bellissima l’hai definita

La passeggiata fino al bar e voler papà a tutti costi, che venga anche lui, tornato presto dal lavoro e intanto fermarsi a ogni piccola manciata di passi: una persona da salutare, un insetto da osservare, un sasso

Quest’anno il ramo di more non ha fatto che pochi frutti, invece ogni volta che possiamo dalla curva raccogliamo una piccola mela selvatica dall’ albero, che ne ha tante e succose, verdi e rosse

Le tue piccole mani, così forti e ogni giorno più grandi, la mela stretta, le tue gambe intorno a me mentre tu arrampichi come una scimmietta per farti portare

Tu che ti fai un taglietto e non dici una parola, mi indichi solo la riga di sangue che esce dal nero delle dita coperte di polvere e grasso

L’odore del legno di abete, la segatura chiara e tu che mi fai appoggiare le dita sul mobile in costruzione nella vecchia stanza laboratorio di Maurizio e poi chiedi se si può andare di là

L’invenzione del filo, così sottile, con cui riesci lo stesso a bere dalla fontana e che poi mi soffi in faccia e trasformi in ancora, cannuccia, nodo, legame, strada: porti quasi sempre con te un filo o una corda nelle tue passeggiate, non esci senza

La calma che mi mette spazzare via le foglie secche, un esercizio di quotidiana bellezza in cui rivedo mia nonna e le mattine di pace

Il sole così forte di questi giorni, che per qualcuno è bellissimo e per altri allarme. Il pranzo da portare fuori e mangiare sulla panchina, io al sole tu all’ ombra. La canina sdraiata e addormentata sotto al cespuglio di cipresso

La nuova porta, che lascia entrare tutta la luce che c’è, e noi che non ci siamo ancora abituati

Tu che urli, io che ti chiedo perché e la canina che scappa

Gli uccellini che muovono le foglie della siepe e mangiano il vecchio panettone messo per loro su un ramo

Lasciare il giorno fuori e riposare, con la testa sotto il pile a leggere libri e poi riemergere sbuffando, fa troppo caldo

Io che mi stufo di leggere sempre lo stesso ma ora no e allora mi domandi perché

Le pile di libri che si rovesciano, le briciole sul tavolo, la torta di mele e cannella, il profumo del pane cotto in forno e avvolto nel canovaccio di lino bianco

Noi che litighiamo perché lanci le cose e poi facciamo pace e ci diciamo che siamo brutti quando urliamo e che vogliamo imparare la gentilezza: sì, imparare la gentilezza, tu io e papà e la canina, hai precisato oggi, e in realtà da lei avremmo solo da imparare perché è l’unica che la conosce già, ho detto io

Mami? Mami, scendiamo in cucina a scaldare il latte? Svegliarsi di mattina che è ancora buio, con il mio maglione verde sulle spalle i piedi nudi, giocare con papà che poi deve andare al lavoro. Addormentarsi con la tua testa appoggiata sulla spalla, il profumo del sapone che ha tolto via tutta la terra e la pelle morbida, la luce dei lampioni fuori nella notte arancione. L’acero del giardino nell’ombra con ancora tutte le foglie.

Se ci pensi bene molte giornate della vita sono fatte di niente, eppure così insostituibili e preziose nella loro essenza.

Martedì 10 ottobre ’23




Perché cadono le foglie?

〰️hai visto che c’è una foglia caduta? mi hai fatto notare tu settimana scorsa.

Hai visto che ora la terra si sta lentamente coprendo di foglie secche? ti ho detto io stamattina.

Sono dappertutto e il sole è ancora caldo, ma gli alberi non si ingannano. Il volo delle foglie non si arresta; è come una danza. Il crepitio leggero nel silenzio, mentre anche gli stormi se ne vanno, in lontananza.

〰️ perché cadono le foglie?

Cadono le foglie perché la clorofilla diminuisce e nella foglia appaiono altri pigmenti, come il giallo e l’arancione del carotene. Cadono le foglie perché la luce alla fine dell’estate inizia a diminuire: l’albero lo sente e gradualmente smette di nutrire le foglie. La linfa è come il nostro sangue; attraverso le radici l’albero prende dalla terra acqua e sali minerali che si diffondono in ogni cellula, come accade nel nostro corpo.

Siamo fatti di cellule: sembrano piccole stanze viste al microscopio, sono porte: porte minuscole che si aprono e chiudono lasciando entrare e uscire ciò che ci serve.

Cadono le foglie perché l’albero nella sua istintiva e infinita silenziosa saggezza sa che sta per arrivare l’inverno. Se la neve pesasse sulle sue foglie sarebbe la fine.

Non potrebbe sopportare il peso di tutto e allora lascia andare, in questo sta la saggezza dell’albero. Accetta di lasciar andare il superfluo, si spoglia dell’eccesso: rimane così, nudo e leggero. Essenziale.

È per tutti questi perché che cadono le foglie in autunno. Tempi difficili si affrontano con la bellezza coraggiosa dell’essenziale, forse è questa ispirazione che ci possiamo portare.

Puoi portare sì, ma sopportare fino a un certo punto e anche noi umani dovremmo forse farci più caso.




Arte pericolosa

〰️Mami, guarda forse prima facevi un’altra cosa perché qui c’è un fucile e questo spara ai cinghiali come fanno i cacciatori

Vieni, ti racconto una cosa. Questo innanzitutto non è un fucile ma una pistola, si chiama revolver. E non è l’unica cosa che c’è su questa borsa: c’è anche lui, lo vedi, su questa striscia di tessuto ritagliato come una fototessera. Lui si chiamava Andy.
Andy Warhol. Un giorno una donna di nome Valerie Solanas lo ha incontrato e gli ha sparato. Questo è ciò che racconta la borsa, che l’arte a volte è più pericolosa della guerra. Perché gli artisti la rivoluzione la fanno da dentro, cambiano la storia trasformando la coscienza.

〰️E lui, è morto?

Adesso sì, è passato tanto tempo. Ma non è morto per il colpo di rivoltella. È sopravvissuto e ha continuato a fare quello che faceva: creare. Inventare mondi. Reinventare il mondo che vedeva, questo è quello che fa un artista. Ed è per questo che l’arte fa paura. Perché è più rivoluzionaria della guerra.

La rivoluzione che creano gli artisti è dentro. Una volta che inizia niente è più uguale perché ti insegna a vedere nuovi mondi dentro quelli che già esistono e ti racconta il più grande atto di ribellione: il fatto che puoi percorrerli tutti, non c’è limite alla libertà. Non ha limiti l’immaginazione.

Sul lunedì e sulla mia nuova vecchia borsa, la preferita dell’università, ritrovata nell’armadio .