Boccata d’aria sul Monte Everest…. in virtuale

scalata-everest
Questa fotografia è stata scattata per Project Possible durante la spedizione verso l’Everest dell’apinista Nirmal Nims Purja, che ha scalato quattordici vette a 8000 metri in sette mesi

Sono due i campi base dell’Everest. Uno è a 5364 metri di altezza, sul versante sud, nepalese, e si trova ai piedi del Ghiacciaio Khumbu. L’altro campo base dell’Everest è sul versante nord, il lato tibetano, dove inizia il ghiacciaio di Rongbuk, 5154 metri d’altezza.

Le vette più alte del mondo

Con i suoi 8848 metri sul livello del mare, il monte Everest è una delle sette vette più alte del mondo. All’origine del nome “Seven Summits”, Sette Vette l’impresa dell’alpinista statunitense Richard Bass, che nel 1985 scala, in ordine, il Denali, in Alaska, Aconcagua, situato nella Cordigliera delle Ande; Elbrus, in Caucaso, uno delle sette meraviglie della Russia; il Monte Kosciuszko in Austrialia, Vinson, Antartide, Kilimangiaro, Africa, e infine l’Everest. Sulle Seven Summits in verità non mancano controversie, legate alla considerazione delle mappe in senso geografico, geografico puro o addirittura politico. Per esempio, il primato per la montagna più alta dell’Oceania spetta al Puncak Jaya, 4.884 m, di frequente noto con il nome Monte Carsztens, tuttavia, si trova su un’isola e per di più in Nuova Guinea, politicamente appartenente all’Indonesia. La questione sarebbe ininfluente dal punto di vista geografico, ma per chi fra gli alpinisti è legato a un criterio geografico puro, è necessario prendere in considerazione solo le vette poste sulla terraferma continentale. In questo caso, sarebbe quindi il Monte Kosciuszko, 2.228 metri, in Australia, la cima più alta dell’Oceania. A proposito, calcolando l’altezze delle vette a partire dal fondale marino circostante, anziché dal livello del mare come avviene secondo la convenzione internazionale, il monte più alto dell’Oceania è il vulcano hawaiano Mauna Kea, 4.205 m, che nasce dalle profondità della Terra con una base a 5.761 m sotto il livello del mare, e si slancia per un totale di 9.966 m. Questo lo renderebbe anche la vetta più alta di tutto il pianeta.

L’Everest è stata considerata la montagna più alta del mondo… fino al 2016. Effettuando le misurazioni dal centro della terra a superare i 8848 metri dell’Everest è il Monte Chimborazo, 6248 metri s.l.m. Questo dipende dalla Terra, che non è completamente sferica. È stata una spedizione voluta dal francese Institut de Recherche pour le Développement a raggiungere la vetta Chimborazo nel febbraio 2016 ed effettuare i nuovi calcoli con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia odierna. Eppure l’inaccessibile Everest, sempre più ricoperto da piante e fiori, rimane un luogo geografico e simbolico.

Al confine fra Cina e Nepal sulla catena dell’Himalaya, il suo nome, che nel 1852 è “Cima XV”, nel 1865 diventa “Mount Everest” in onore di Sir George Everest, responsabile dei geografi britannici in India. In tibetano è femmina, la montagna sacra “Chomolungma”, madre dell’universo: “Zhumulangma”, Zhūmùlǎngmǎ Fēng, in lingua cinese. Il popolo nepalese chiama le sue vette “Sagaramāthā”, in Sanscrito “dio del cielo”, nome che verrà adottato ufficialmente dal governo del Nepal negli anni Sessanta, suggerito dallo storico nepalese Baburam Acharya.

Via per la Cresta Sud-Est dell’Everest

L’accesso all’Everest attraverso la Via per il Colle Sud e la Cresta Sud-Est avviene dal Nepal. Questo rappresenta il punto d’accesso più noto nonché il primo, percorso dall’esploratore e alpinista neozelandese Edmund Hillary insieme alla guida Tenzing Norgay, alpinista nepalese-indiano di etnia sherpa. Passati alla storia come i primi scalatori dell’Everest, raggiungono la vetta il 29 maggio 1953.

Qui, ai piedi della cascata di ghiaccio di Khumbu, si estende l’ombra scura del Kala Patthar, “pietra nera” il significato del suo nome in lingua nepalese e hindi. La visione dell’Everest nelle giornate più limpide è una scenografia che rompe il cuore in mille aghi ghiacciati di puro ossigeno.

Un tempo le spedizioni iniziavano proprio in questo luogo. Nell’antico lago ghiacciato di Gorak Shep, 5.164 metri o 16,942 piedi, dove ora si trova un eliporto, si trovava il campo base originale del Monte Everest. Le bandiere di preghiere, colorate e sfilacciate dal vento, danzano nell’aria, in alto sul mondo.
A Kala Patthar i viaggiatori si fermano qualche giorno, per abituare il corpo al mal di montagna. Uno dei percorsi più frequenti è l’arrivo nell’aeroporto di Lukla per poi dirigersi attraverso la valle del fiume Dudh Kosi in direzione della capitale Sherpa e Namche Bazaar, ai piedi dell’Himalaya, sede del Parco nazionale di Sagarmatha, uno dei pochi posti dove è possibile usufruire della rete internet prima di perdere ogni contatto con il mondo lasciato alle spalle e ritrovare la conenssione con lo spirito di un mondo senza tempo.
Alcuni sentieri che portano al campo base sud sono stati resi inagibili dal terremoto che ha colpito il Nepal il 25 aprile 2015.

L’accesso al campo base nord dell’Everest attraverso il versante tibetano è raggiungibile in fuoristrada: cento chilometri sulla Friendship Highway, a Shelkar, che si trasformano in una pista nel cuore della Riserva naturale del Qomolangma, passando per il monastero di Rongbuk e il villaggio di Tingri. Per affrontare questo percorso è necessario richiedere al governo cinese un permesso per visitare il Tibet: solo una parte del campo base è accessibile ai viaggiatori stranieri, che non troveranno mai cartelli con il nome “Everest” ma solo il nome della vetta in tibetano e in lingua cinese, Chomolungma, Zhūmùlǎngmǎ Fēng. Qui c’è l’ufficio postale più alto al mondo.

La montagna sacra

Sulla cima dell’Everest vive Miyo Lang Sangma, una delle Cinque Sorelle di lunga vita, citata da Edwin Bernbaum nel suo libro “Sacred Mountains of the World”. L’immagine dell’antica dea Miyo Lang Sangma, protettrice dell’Everest da millenni è custodita nei monasteri di Rongbuk e Tengboche, dove gli sherpa, le abili guide alpine che da millenni vivono in queste vette, partivano dopo aver ricevuto la benedizione per affrontare il viaggio.

Ancora oggi durante il mese di novembre si celebra la festa Mani Rimdu, quando le pareti di questi templi sacri risuona l’eco delle preghiere dei monaci e fuori, nelle vallate, viene liberato uno yak destinato a vagare fra le montagne. Nel 2018 se n’è andato, dissolto nel vento dell’Himalaya, Lama Geshe Odiyaana Vajra Rinpoche: nessuno sherpa partiva per l’Everest senza aver ricevuto la sua benedizione. Durante l’occupazione cinese degli anni Cinquanta Lama Geshe, nato in questa comunità, lascia il Tibet per fare ritorno al suo villaggio, dove si sposa e ha due figli. Dal suo rifugio nel cuore del mondo, fino alla fine della sua vita, benedirà ogni viaggiatore con il mantra a Miyolangsangma, che i tibetani conoscono con il nome Chomolungma, Goddess Mother of Mountains, dea madre delle montagne, la dea che cavalca una tigre e fra le mani regge una ciotola con una scimmia che sputa gioielli. Era stata una dea potente e da temere, dall’aspetto demoniaco, facile all’ira quando le si mancava di rispetto. Ogni anno Chomolungma chiede delle vite, sarà per questo che lo yak evoca il capro espiatorio liberato nel deserto oltre le mura di Gerusalemme, pegno per la vita, fragile tentativo per ammansire una montagna che sappiamo di bellezza implacabile.

Scalare l’Everest in 3D: trekking virtuale

Ispirandosi all’indomito amore degli alpisti per le vette Google nel 2011 decide di organizzare un viaggio sull’Everest e rendere accessibili le immagini a tutti tramite Google Maps.

campo-base-everest-google-view

Street View Campo Base Everest

Su Twitter è attivo il progetto #360 per una visione a 360° del monte Everest attraverso lo sguardo di chi ha raggiunto il tetto del mondo

Giorno per giorno, quattro sherpa, le tradizionali guide nepalesi, hanno documentato la scalata dell’Everest e contribuito al progetto #Project360, campagna lanciata nel 2014 da Mammut, brand per equipaggiamenti da alpinismo, per l’uso della GoPro come strumentazione per la documentazione e condivisione di viaggio.

L’alpinista nepalese Nirmal Nims Purja in 6 mesi e 6 giorni ha scalato 14 delle vette più alte al mondo, a oltre 8mila metri, realizzando un nuovo record mondiale nell’ottobre 2019.

L’immagine della spedizione di Nirmal sull’Everest insieme ai suoi compagni di avventura ha fatto il giro del mondo. Il record precedente era detenuto da Jerzy Kukuczka, polacco, che aveva scalato le stesse vette in 11 mesi, nel 2013.

Reinhold Messner ha scalato queste cime fra il 1970 e il 1986, in sedici anni. Quanto dura un viaggio? Forse tutta la vita. Perché una scalata non è solo una scalata per chi vive la montagna come uno stato dell’anima. Nel frattempo si è moltiplica la spazzatura, ogni anno in costante aumento (nel 2013 sono state 4 le tonnellate di immondizia recuperate e portate a valle da una spedizione indiana). Eterni non sono più i ghiacciai, molti dei quali si stanno sciogliendo: diventano più ampie le zone verdi visibili dal satellite, terre ricoperte da muschi, licheni e piante che fioriscono all’improvviso trasformando l’Himalaya con una sorprendente primavera.

Iniziato con la scalata dell’Annapurna, 8091 metri raggiunti il 23 aprile, il viaggio di Nirmal Purja è continuato verso l’Everest, scalato il 22 maggio, e altri giganti dell’Himalaya per concludersi sulla vetta del Shishapangma, 8.027 metri, alle 08.58 locali del 29 ottobre 2019.

Salva

STAMPA

Canto delle carezze al cuore

 

 

 

 

 

di Daniela Lamponi

Oggi la mia agenda riporta:
Bologna e orari dei treni acquistati.
La mia agenda mi ricorda che sarei dovuta essere in trasferta alla Fiera del libro per Ragazzi…

Oggi la mia vita mi ha fatto fare tutt’altro, eppure, in un modo tutto suo, mi ha riportato a dei ricordi della Fiera… Sempre muovendomi nella libreria, ho trovato la poesia di Sabrina Giarratana e illustrata da Sonia MariaLuce Possentini: “Canti dell’attesa. Canti che accompagnano la gravidanza e la nascita“.
Un titolo che in questo momento potrebbe condurre a pensare alla nostra attesa, come Paese Italia e andando anche oltre i confini geofisici.
A me, invece, ha riportato quel giorno lontano e alla Fiera. A quando mi sono emozionata ad ascoltarne la presentazione e a farmi fare una dedica sopra da Maria Luce.

Alcuni di quei canti poi li ho condivisi con una tra le più care amiche di questa vita, durante la sua gravidanza.
E ora, questo canto è per te e un po’ per tutti noi in attesa.

Oggi il mio cuore vuole carezze
Come un cavallo sulla criniera
Come un gattino senza certezze
Vuole carezze fino a stasera
Come un pulcino senza le piume
Un lupo perso nella bufera
Un pesciolino solo nel fiume
Vuole carezze fino a stasera.

Canto dell’attesa di Sabrina Giarratana e Sonia Maria Luce Possentini,
Il leone verde Edizioni

STAMPA

I vecchi al tempo del Coronavirus

Più ribelli e imprudenti dei ventenni, i vecchi al tempo del Coronavirus nelle parole di Alessandro Gilioli: emergenza Covid-19 perché gli anziani sono per strada?

Martin-Roemers-viso-anziano
Questo viso fa parte della collezione di ritratti “The Eyes of War” del fotografo Martin Roemers

C’è stata una fase iniziale, in questa primavera sadica, in cui a sfidare i divieti erano soprattutto i ragazzi. Sfrontati, irridenti, convinti – come siamo stati tutti – della propria immortalità. Ora se ne vedono molti meno. Probabilmente hanno capito, o hanno mamme che gli agitano il mattarello sul naso se provano ad allacciarsi le scarpe.

In compenso fuori è pieno di vecchi.

Oggi, per la prima volta da inizio quarantena, per lavoro ho dovuto fare un tratto di città più lungo del consueto casa-alimentari, e ho notato questa cosa di cui prima non mi ero accorto: gli unici in giro erano gli anziani.

Palesemente sfaccendati, senza nemmeno l’alibi apparente di una sporta per la spesa, lenti nel camminare, talvolta proprio fermi: in un semidistanziato crocchio di chiacchiere.

Ne ho visti alcuni davanti al bar: chiuso. Ma loro erano lì lo stesso.

Per capire se era un caso ho chiesto un po’ in giro, attraverso il pc da cui vi scrivo adesso. Pare di no. Diverse testimonianze in più città mi hanno confermato la stessa cosa. Vecchi con cane e senza cane, con mascherina e senza mascherina, con barba sfatta e con barba pulita.

Me lo aveva anche detto la mia panettiera, qualche giorno fa. Ha il negozio davanti a un cassonetto: «I peggiori sono i vecchi, che scendono ogni due ore a buttare sacchetti piccolissimi». Non sono tuttavia riuscito a condividerne lo sdegno: ha prevalso la tenerezza per questi anziani soli che si centellinano pure la monnezza pur di uscire qualche minuto di casa.

Così ho pensato alle mille ragioni possibili per cui i vecchi escono di più, a dispetto del fatto noto anche ai sassi che sono i più a rischio, i più vulnerabili, i primi a finire intubati.

Forse escono di più, banalmente, perché molti di loro vivono soli, in vedovanza, ed è durissima stare tutto il giorno soli in casa, vale pure per me che ancora del tutto vecchio non sono – e neppure vedovo.

Forse escono di più perché non usano internet, questa quotidiana contraffazione di socialità che ci fa passare il doppio del tempo su Facebook, e che forse mi ha portato anche a scrivervi queste righe, a illudermi che sto parlando con qualcuno.

Forse escono di più perché spesso da pensionato ricco non sei, quindi vivi in spazi ristretti, e trenta metri quadri sono meno della cella di Breivick.

Forse escono di più perché non hanno Netflix né Amazon Prime, si devono accontentare della tivù generalista che in queste settimane sta offrendo uno spettacolo pessimo seppur misto, cioè metà squallido e metà ansiogeno.

Forse escono di più perché coltivano il rito antico del giornale di carta che mai come in questi giorni si sta rivelando utile: non tanto per quello che contiene, ma perché consente di arrivare legalmente fino all’edicola – e comunque una mezz’ora poi riesci a bruciarla, a casa, solo leggendo i titoli e un paio di articoletti.

O forse escono di più semplicemente perché gliene frega di meno, alla fine.

Un lungo futuro davanti non ce l’hai comunque, da vecchio, e quando non hai un futuro non puoi accettare che ti si rubi anche il presente – e ti si lasci solo col passato.

Stare chiusi in casa, senza niente da fare, non lo vedono come “un periodo”, come un tunnel da attraversare e con una luce in fondo. Lo vedono, più o meno consciamente, come un anticipo di morte.

Lo vedono come un infame, cinico e immeritato furto dell’ultimo scampolo di vita.

E allora escono, più indifferenti che impavidi, a riprendersene almeno un brandello, più ribelli e imprudenti dei ventenni.
Alessandro Gilioli

Il post è stato pubblicato il 2 aprile 2020 con il titolo “Perché i vecchi escono” sul blog Piovono Rane del giornalista Alessandro Gilioli, nato a Milano il 28 febbraio 1962, vicedirettore de l’Espresso

Nel frattempo dal 31 marzo 2020 a Panama City la quarantena è di genere: il lunedì, mercoledì e venerdi a uscire sono le donne; martedì, giovedì, sabato tocca agli uomini. La domenica a chi spetterà? Tutti a casa, riposo par condicio.
Nel frattempo a Mumbai il cielo è diventato azzurro: 23 delle 40 città più inquinate al mondo si trovano in India (9 in Cina, 6 in Pakistan, 1 in Bangladesh, 1 in Indonesia). A causa del lockdown che si sta estendendo ovunque nel mondo come misura preventiva contro la diffusione del Covid-19, i veicoli non circolano: si svuotano le strade, aumenta il silenzio, si abbassano i livelli di smog. Il cielo a Nuova Delhi non è mai stato così blu negli ultimi dieci anni.
Si vede anche dallo spazio. Il satellite ESA Copernicus-Sentinel 5P ha registrato un calo di emissioni di diossido di azoto nell’Italia del nord. Si dirada la tradizionale nebbia della Pianura Padana, che da anni non è motivata dal clima bensì dalle tristi incrostazioni generate da fabbriche e traffico indiscriminato, cicli di lavoro e di una vita che ora lo stiamo comprendendo: si reggeva e si regge su equilibri fragilissimi.

Nel frattempo si avvistano volpi che attraversano, indisturbate, le strade, stupite anche loro per l’improvviso silenzio. Giovani cervi in una breve fuga dall’agriturismo in cui hanno casa vagabondano nella quieta notte di stelle in Salento, a Tricase, provincia di Lecce; in Sardegna balenottere nel golfo di Cala Gonone e delfini. Si dissolve il rumore dei motori e delle barche, il chiacchiericcio umano (per i rifiuti di plastica ci vorrà più tempo), smette di accumularsi il vociare e il caos. Tornano a nidificare le tartarughe, quest’anno in aumento, sulla spiagge deserte dove l’essere umano non può più andare, se non per brevi apparizioni illegali. Di solito ben nascosti nelle periferie, cinghiali e lupi nel centro di Roma e Firenze, curiosi per questi umani che adesso arretrano, nelle loro case, nelle loro vite ristrette di cui ora si sente tutta la scomodità.

A Shenzen c’è chi combatte per vietare la carne di cane e gatto. Il governo cinese a livello nazionale ha deciso di abolire, provvedimento di febbraio 2020, il commercio di alcune specie selvatiche che sembra siano state responsabili dei primi contagi di Coronavirus, proliferato nella capitale Wuhan, della provincia di Hubei, fra i mercati dove è abitudine acquistare pipistrelli, serpenti, zibetti e ratti affumicati da cuocere in padella. Nella quarantena invernale gli abitanti di Kunming, capitale dello Yunnan, hanno deciso di occuparsi della popolazione di gabbiani comuni, Chroicocephalus ridibundus: oltre 400.000 esemplari che ogni anno arrivano qui a svernare, migrando attraverso la Siberia.
Nel frattempo in Cina si torna a vedere. Il cielo appare strepitosamente limpido da Shanghai a Hong Kong. La nebbiolina fitta di solito avvolge come un filo le tetre megalopoli, dai finestrini dei treni veloci si vedeva bene: l’infinito della terra eternamente piatta e palazzi che si alzano all’improvviso, qui o là, nell’orizzonte sfocato, cartoni grigi di una scenografia dipinta.
Adesso tutto è bloccato. Gli aerei hanno smesso di viaggiare e il mondo è tornato a essere un po’ più grande, un po’ più distante, come lo era in un tempo che abbiamo scordato. A differenza di allora adesso c’è la corrente inarrestabile di un flusso che ci mantiene aperti e in collegamento: la rete internet, che stiamo imparando a usare meglio e di più, un’altra delle inaspettate conseguenze di questa primavera in quarantena.

Alcuni di noi, almeno, la fascia giovanissima di studenti che adesso impara un nuovo modo di fare scuola, l’apprendimento online. E poi noi, nativi, domiciliati, affittuari e residenti digitali fra i trenta e i quarant’anni, cinquanta, sessanta, che in questi ultimi anni ci siamo, chi più chi meno, abituati a mettere un indirizzo anche nell’altrove del web, a nuotare come pesci in quelle maglie sfuggenti della rete che ogni giorno si rinnova, si modifica e riinizia.
E forse sì, i vecchi, costretti a una televisione ottusa e ansiogena, a una scatola che non risponde e non parla, sono quelli che rimangono in silenzio con la loro vita fra le dita. Loro hanno conosciuto l’odore della polvere da sparo, i palazzi sbriciolati, le riunioni clandestine e il suono delle sirene antiaeree e il vuoto che c’è un attimo prima dell’impatto.
Oggi non cadono le bombe, ma il silenzio del coprifuoco trasforma il quando in un qui insapore, di cui non si distingue fine e inizio, notte e giorno.

Per chi non va a scuola, nemmeno su internet, per chi vive solo e non aspetta telefonate, la giornata è struggimento di notizie allarmiste e programmi già visti (e a differenza di internet la televisione è ormai in stato di abbandono, condensato di miseria e paura). La solitudine ancora una volta riappare e non ha l’aspetto dell’afa estiva: è implacabile e silenziosa, mentre là fuori fioriscono i mandorli e la città si riempie di profumi. È senza notizie perché non c’è nessuno a guardarti in faccia, rispondere alle tue domande più segrete o anche solo a chiederti come stai.
Come stai?
Bisogna ricordarselo, che sono ancora qui. Forse mezzo morto, ma non ancora: ancora vivo. E allora succede che diventa un piccolo atto di ribellione scendere al cassonetto anche solo per buttare una bottiglia di plastica vuota, senza vedere nessuno, senza pericolo di contagio, ma con l’aria in faccia. Per ricordarmi che sono ancora vivo.

STAMPA

Viaggiare è immaginare

Una volta mi è capitato di leggere che basta guardare un paesaggio perché si inneschi un cambiamento a livello cerebrale. Sono sufficienti pochi secondi davanti a una fotografia, ma funziona anche solo pensandole.
È il potere delle immagini mentali: sono migliaia, milioni le cartoline che conserviamo fra i cassetti della mente e del cuore. Sono i nostri ricordi. Basta aprirne uno per ritrovare quel posto, che magari non esiste nemmeno più; ritrovare i colori, intatti, le sfumature di quel momento della vita e delle persone che erano con noi. Se mi concentro davvero, a chiusi chiusi strizzando forte forte le palpebre, avverto ancora il tempo sulla pelle, i profumi e gli odori dietro l’angolo, la voce della gente e che cosa indossavo.

Esercitare il ricordo significa vivere di nuovo la nostra storia e coltivare l’immaginazione.
Come immagini la tua mente? Per anni abbiamo pensato alla mente, noi che facciamo parte della cultura occidentale, come una soffitta buia dove accatastati ci sono ricordi come scatoloni di un trasloco dopo l’altro. Scatoloni chiusi e a volte dimenticati, che piano piano si perdono nel buio e nella polvere: le cellule nervose lentamente si bruciano; a causa della vecchiaia o di una malattia neurodegenerativa le ragnatele li ricoprono, le tarme se li divorano e a noi non restano che briciole di ricordi, frammenti di ciò che è stato divorati dagli anni.

In realtà questa è solo una delle possibilità in cui immaginare la memoria. Le Vie dei Canti dei popoli aborigeni in Australia sono un altro modo per immaginare il corpo, fisico e sociale, e lo spazio della memoria. La tradizione orale dell’Africa e il suo modo di concepire l’invecchiare; i sistemi di navigazione degli antichi e le mappe del mare fatte di canti in Polinesia: in quanti modi diversi abbiamo imparato e usato la memoria? Ogni modo di vivere il mondo è un viaggio nella percezione, eppure per secoli non siamo riusciti ad avvicinarci a modalità troppo distanti da come noi abituati ad apprendere e utilizzare la mente. Un esempio fra tutti, la storia della medicina e i percorsi della scienza dovrebbero averci abituato al fatto che ogni certezza lo è fino a prova contraria. Eppure anche oggi facciamo enormemente fatica ad uscire dalle nostre abitudini, quelle percettive prima di tutto; le diamo così per scontate da pensare che almeno quelle siano incrollabili verità. In mezzo un oceano: barriere linguistiche, culturali, difficoltà… anche di immaginazione. Perché spesso difficile è riuscire a immaginare una realtà mai immaginata prima, insormontabile ammettere che possa esistere.
Proprio questo, forse, nel profondo segna la distanza fra “me e l’altro”.

Le neuroscienze stanno svelando nuovi angoli e prospettive del cervello, di come impariamo e memorizziamo, facciamo esperienze, dimentichiamo, creiamo le nostre mappe del mondo e della vita. Moltissimo è ancora il territorio al buio, lo spazio ignoto di ciò che non sappiamo. Ma un dato di cui ora siamo consapevoli è il ruolo della curiosità. Se l’essere curiosi è la molla che muove le prime scoperte di un bambino, così è stato anche nella storia del mondo.

I primi esseri umani sono stati viaggiatori curiosi e dotati di immaginazione.
Siamo usciti allo scoperto,
incontro all’ignoto.
In cammino sulla superficie delle terre emerse,
rincorrendo la linea dei fiumi e
attraverso oceani di acqua
abbiamo viaggiato alla scoperta del pianeta,
immaginando nuovi orizzonti inesplorati.
In cerca di altro,
a caccia di ciò che ancora non avevamo

L’immaginazione insieme alla curiosità è una componente dell’evoluzione che ha contraddistinto la storia dell’umanità: IMÀGO, immagine, dal greco mimos, imitatore, imito. Immaginazione e immagine sono connesse alla vista, che la maggior parte di noi usa in una percentuale incredibilmente maggiore rispetto agli altri sensi. Alla vista affidiamo il nostro lavoro di decodifica della realtà e quanto essa, invece, può essere ingannevole lo sa bene chi è diventato cieco o ipovedente. Una persona ipovedente mi raccontava che da quando è cambiata la sua percezione della realtà e, necessariamente, ha dovuto intraprendere una trasformazione nell’uso dei sensi, ora è consapevole di quanto la vista sia bugiarda. Preferisce affidarsi al tatto, anche quando può vedere. Non a caso, fra persone operate agli occhi che sono state in grado di recuperare la vista frequenti sono le testimonianze del fatto che questi soggetti non cadono nei tranelli della percezione visiva, a differenza di chi è abituato a vedere. Ma le conseguenze dell’immaginare dentro di sé portano la traccia di una direzione che ci trascina più in là. Immagin-azione, l’immagine diventa azione: mi spinge a muovermi, un passo dopo l’altro e via. Mi sto muovendo, metto in moto le mie risorse e vado, sono in viaggio.

Una falsa etimologia che da un po’ gira in rete racconta l’immaginare come locuzione, dal latino, “in me mago agere”, in me agisce un mago. Errata e affascinante. Nonostante sia falsa dietro a questa etimologia immaginaria c’è un’idea e forse è proprio il suo nocciolo ciò che ha colpito i tanti che l’hanno abbracciata all’istante e condivisa.
Dentro di me agisce una forza: un potere che non sono io, non è quello del mio io razionale, della mia coscienza che controlla. Questa idea ha trovato tante formule per essere definita; in alcune parti di mondo hanno provato a chiamarla inconscio, altri lato oscuro, ombra; è una parte di me che sfugge continuamente da me, “io” non la controlla.
Anima del mondo più grande rispetto alla mia sagoma. Dentro, c’è la forza di tutto ciò che è altro, qualsiasi cosa sia, entra in me e mi tocca, mi sfiora, mi colpisce e rimane dentro. Un’immagine viva e incancellabile.

L’immagine è specchio, dipinto, fotografia, impronta; a due o più dimensioni, in bianco e nero, a colori, statica, in movimento. Capace di cambiare nel tempo, in grado di svanire, scolorire, trasformarsi. Immagine è rappresentazione, risultato dell’azione e spazio costruito, negoziazione fra mondo interno e mondo esterno.
Mentre faccio esperienza del mondo dentro di me opera una magia, è vero. È un’alchimia di cui non so nulla.
Oggi anche il processo visivo, che a scuola si studiava con la storiella dell’immagine rovesciata et cetera e già allora suonava piuttosto labile come teoria, è stato rivisto. Gli scienziati ammettono che non sappiamo esattamente come avvenga. Non sappiamo come la nostra memoria agisca in noi, come la persistenza dei ricordi sia scheggia in grado di scalfire e modificare i nostri tessuti. In che modo dimentichiamo, andiamo avanti, torniamo indietro. Immaginiamo nel presente, qui e ora, lavorando sempre su un prima e un dopo: immaginando operiamo sul passato e sul futuro.

Sono il mio cuore, sono la mia mente, sono il mio cervello. Come si sono create le immagini che adesso mi riempiono? Da dove arrivano e come si sono conservate? Come mai dopo anni, un frammento può ancora scatenare un ricordo indelebile, nel bene o nel male? Il neuroscienziato Eric Kandel a questo interrogativo ha dedicato la vita intera: com’è possibile che ancora, dopo anni, sono lì in quella stanza di notte mentre i soldati bussano alla porta? Americano di origine austriaca, la sua è una famiglia ebrea con un negozio di giocattoli nella bella Vienna degli anni Venti. Un prima e un dopo: l’istante di quel ricordo. Una notte. Il giorno dopo niente sarà più uguale.

Eric Kandel, insieme ai colleghi Arvid Carlsson e Paul Greengard, è il primo psichiatra statunitense a vincere il Nobel per la medicina, assegnato nel 2000 per le ricerche sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria nei neuroni. Si riferisce a questi ricordi come flashbulb memory. I primi a parlarne e teorizzare il concetto di flashbulb memory sono Brown e Kulik, che nel 1977 li studiano in relazione a eventi come l’uccisione di Martin Luther King e del presidente John F. Kennedy. Flashbulb memory, il termine ha il flash acceccante di una lampadina che improvvisamente accende la memoria. Spara, si direbbe utilizzando il linguaggio della fotografia. È possibile definire flashbulb memories “ricordi fotografici, istantanee fotografiche o flash di memoria”. Un ricordi vivido, capace di registrare un evento che si fissa come traccia indelebile nella scatola nera della nostra testa.

Immaginazione o conoscenza?

Ti fidi più della tua immaginazione che della tua conoscenza? A questa domanda Albert Einstein rispose con una considerazione che nasconde una prospettiva illuminante. La conoscenza è legata a ciò che sappiamo già, all’esperienza che abbiamo accumulato rispetto a noi stessi e al mondo. L’immaginazione è scoperta che si apre a nuovi orizzonti. Immaginare è gioco di curiosità, avventura che si lancia verso il futuro, scoperta. Tuffo nell’ignoto.

L’immaginazione è più importante della conoscenza.
La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione
Albert Einstein

Viaggiare non dipende da dove stanno i nostri piedi. Alcune delle persone più cieche che mi sia capitato di conoscere sono persone che di posti ne hanno visti tanti, per passione e per lavoro e che continuano ad avere questa fame, ossessione, di mettere sulla mappa del mondo una bandierina dopo l’altra. Altre, all’opposto, quasi non si sono mosse dal luogo in cui sono nate, eppure quando raccontano dentro ci senti tutte le storie del mondo, lo spazio e il tempo come onde che si muovono insieme verso territori sconosciuti dell’anima. Viaggiare, che cosa significa davvero? Se “viaggio”, dal latino viaticus, è “ciò che riguarda la via, il cammino” allora il centro del discorso, il soggetto che tiene in piedi tutto, non sono io bensì la strada. È il cammino ciò che fa il viaggio, è la via-vita che percorro ciò che disegna il mio andare attraverso lo spazio e il tempo dell’esistenza. Viaggiare è continuare a immaginare, un orizzonte dopo l’altro sapendo che dietro, sopra e sotto, oltre l’infinito esistono altri infiniti mondi da disegnare e raccontarsi, percorrere, annusare, ideare, sperimentare. Universi sconosciuti in cui tuffarsi e riemergere, al di là della sottile linea fra ciò che è qui e l’altrove.

Se mi dispiace morire? Certo che sì, è ovvio. È la mia vita e non importa quanto tu abbia vissuto. Non sarà mai abbastanza.
Ma non è la vita a finire, è solo la mia che finisce.
Ho avuto tanto. Un lavoro, un amore, una casa. Adesso è il tuo momento.
Prenditi tutta la vita che vuoi. Non dimenticarlo.
Vivi.
A finire è solo la mia vita, ma la vita,
la Vita va avanti.
Ogni giorno

Rosa

Un terrazzino all’inizio dell’autunno e la luce del sole nel primo pomeriggio, la brughiera lombarda e le sagome degli alberi, una sciarpa di lana intorno al collo.
Due donne sedute, una di fianco all’altra, a guardare l’orizzonte

STAMPA

Febbre spagnola

febbre-spagnola

michela-ricciarelli

Un ricordo di Michela Ricciarelli

Pistoia anno 1920

Di fronte al nostro Battistero di San Giovanni a Pistoia: due di queste tre bambine persero la madre a causa di un’epidemia chiamata “La Spagnola”, una è mia nonna Gina e l’altra sua sorella Emma.

Nel 1918 la prima città che si autoisolò per sfuggire a questa terribile pandemia fu la città di Gunnison in Colorado.
Questa influenza colpì mezzo miliardo di persone, pari a un quarto della popolazione mondiale dell’epoca e invece a Gunnison grazie all’auto isolamento si salvarono tutti.

Furono alzate barricate intorno alla città e tutte le famiglie restarono in casa, senza tv, dedicandosi a lavoretti d’artigianato, a coltivare l’orto e i bambini a studiare a casa. Dopo 4 mesi poterono uscire dal paese tutti salvi.
La Cina oggi ha studiato questo caso per imitarne l’esempio avvenuto esattamente cent’anni fa.
Stare in casa quindi è l’unico modo al momento conosciuto per combattere il virus Covid-19.

febbre-spagnola

La nonna Gina era nata a Pistoia il 26 Ottobre del 1912.
La sua mamma si chiamava Ida e morì quando sua figlia aveva sei anni.
Alla morte della moglie il padre si risposò con un’altra donna, ma dopo due anni morì anche lei e allora ne prese un’altra ancora, che aveva vent’anni anni meno di lui e che finalmente gli sopravvisse. Quest’ultima matrigna – come la chiamava la nonna Gina – era cattiva; con la prima invece, la vita era un po’ meglio. La matrigna era gelosa di loro bambine e mia nonna soffrì molto per questo.

Lei era la maggiore di tre fratelli e si sentiva responsabile per loro. Mi raccontava che fu mandata a lavorare in un cotonificio di Pistoia all’età di 12 anni e la matrigna non si alzava mai per prepararle la colazione la mattina, lei che si doveva alzare alle 4 per uscire di casa prima dell’alba. Per fortuna aveva la nonna paterna, che le voleva tanto bene e le metteva i calzini a scaldare sulla stufa. A volte la portava a letto con sé.

La mia nonna è stata una nonna affettuosa con me e mi ha insegnato ad esserlo allo stesso modo con mia figlia: mi ha trasmesso il suo amore come avrebbe voluto riceverlo lei da piccola – con tante attenzioni, a riprova che basta un po’ d’amore ricevuto da piccina da una nonna per far germinare il desiderio di farsi una propria famiglia e essere la madre e la nonna che avrebbe voluto avere.

L’epidemia di spagnola

Nota come influenza spagnola, rimase nella storia come la grande influenza. Fu una pandemia influenzale scatenatasi fra il 1918 e il 1920. In tutto il mondo saranno milioni le persone morte a causa della spagnola.

Secondo i dati sembra che abbia causato più vittime della peste nera del XIV secolo: una delle più gravi forme di pandemia in grado di raggiungere anche le terre deserte nel Mar Glaciale Articolo e remote isole del Pacifico. A differenza del Covid-19, che sembra colpire in forma più grave chi è più anziano e in forma più lieve bambini e organismi giovani, sembra che la variante del virus presente nell’influenza spagnola attaccasse con più violenza i giovani. Dagli studi effettuati sui corpi congelati delle vittime è emerso che nell’organismo si scatenava una tempesta di citochine da cui un’insufficienza respiratoria progressiva e rapida, infine la morte. Si è ipotizzato che l’impennata di citochine fosse collegata a una reazione eccessiva del sistema immunitario dell’organismo, tipica degli organismi più in salute. Le probabilità di sopravvivenza sarebbero state, quindi, maggiori nei soggetti con un sistema immunitario più debole, come gli anziani, mentre i giovani adulti, avendo una risposta immunitaria più forte, sarebbero incorsi in un rischio di mortalità più elevato.

Malnutrizione, scarsa igiene e ospedali sovraffollati trasformarono la violenza del virus in un’infezione batterica di portata mondiale. Non dimentichiamo che si era alla fine della prima guerra mondiale. Nel 1918 i soldati vivevano in trincea, ammassati, deperiti e allo stremo. La popolazione, scoraggiata, pativa il freddo dell’inverno e la scarsità di cibo. La povertà era endemica.

Fra il 1916 e il 1918 migliaia di operai cinesi vengono ammassati sulle navi e nei treni per finire nelle fabbriche di munizioni, nei porti e sui campi di battaglia del fronte occidentale e russo. Erano i coolies e scavavano trincee per gli alleati. Non si sa quanti fossero. Avevano la stessa condizione lavorativa di uno schiavo e dopo la guerra rimasero in Europa e negli Stati Uniti, iniziando a costruire i primi quartieri cinesi, Chinatown.

autoritratto-Edvard-Munch
Autoritratto dopo infuenza spagnola, Edvard Munch

In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro.
Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore.
Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore
Edvard Munch

Il pittore Edvard Munch nel 1919 ha 55 anni. Vive nella periferie di Kristiania, oggi Oslo, dove la famiglia si era trasferita nel 1864 e dove l’artista morirà il 23 gennaio 1944. La madre muore di tubercolosi nel 1868, seguita dalla sorella di Edvard Munch, Johanne Sophie, quindicenne, che a causa della stessa malattia se ne andrà nel 1877.
Malattia, morte, paura: un urlo tragico che è quello di tutta l’Europa, stroncata nei suoi sogni sul nascere dopo la meraviglia degli anni Dieci del Novecento, quando tutto sembrava carico di nuove promesse. “Non ci saranno più scene d’interni con persone che leggono e donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno esseri viventi che hanno respirato, sentito, sofferto e amato…” scriverà nel Manifesto di Saint Cloud.

A un visitatore che osserva il suo Autoritratto dopo l’influenza spagnola chiede se la trova nauseante. Che cosa? La puzza. Sì, la puzza. “Non vede che sono quasi sul punto di decompormi? Sfumature cupe del rosso color sangue, decomposizione e disfacimento. Ancora oggi non si conosce con esattezza il numero di vittime della Grande Guerra: 74 i milioni di soldati mobilitati, 21 milioni di feriti e mutilati e poi i morti sui campi di battaglia, i prigionieri e tutti i nomi che fra le pagine della storia si sono persi. Affamati, debilitati, annichiliti spettri.


Riccardo Chiaberge, 1918 La grande epidemia: Quindici storie della febbre spagnola. Utet, Novara 2016

Perché si chiama influenza spagnola?

I giornali di Madrid sono i primi a parlarne. È l’inizio della primavera 1918, 102 anni fa, e per le strade della capitale spagnola si fischiettano le arie de La canción del olvido. Questa commedia lirica in un atto del genere zarzuela era stata ideata da José Serrano, pianista e compositore, e messa in scena prima al Teatro Lirico di Valencia, il 17 novembre 1916, poi a Madrid al Teatro de la Zarzuela, il primo giorno del mese di marzo, nel 1918. L’azione si svolge in un’immaginaria Sorrentinos, a Napoli intorno al 1799, per questo La canción del olvido, che inizialmente doveva chiamarsi El Príncipe errante, il principe errante, (ma pareva di cattivo auspicio), divenne famosa fra il popolo con il nome Soldato di Napoli, soldado de Nápoles.

Negli stessi giorni, i quotidiani iniziarono a scrivere che una “strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid… l’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi letali”. Anche il sovrano Alfonso XIII viene colpito dal male che in futuro resterà conosciuto con il terribile epiteto di febbre spagnola e che la popolazione spagnola ha ormai legato alle sorti del soldato napoletano dopo l’affermazione del librettista Federico Romero, il quale sull’opera disse che sopportò eroicamente la terribile epidemia di febbre detta “il soldato di Napoli” perché questa serenata era tanto orecchiabile quando la malattia, sebbene meno mortale. L’aneddoto, riportato da María Encina Cortizo a sua volta citata nell’opera di Ryan Davis “The Spanish Flu: Narrative and Cultural Identity in Spain“, di lì in poi segnò la connessione fra il virus e la lugubre immagine di morte e malattia rappresentata nel soldato di Napoli, ripreso dalla stampa dell’epoca.

soldato-napoletano-febbre-spagnola-1918
Vignetta satirica del Soldato napoletano pubblicata su “El Figaro”, 25 settembre 1918

Il diffondersi dell’epidemia spagnola

Qualche giorno di febbre e tutto passa, scrivevano inizialmente i giornali dell’epoca. Tuttavia, la situazione cambia rapidamente. Mentre le autorità cercano di tenere a freno il senso crescente di panico, la popolazione intuisce la gravità della situazione dalle misure sempre più restrittive prese dal governo. Victor C. Vaughan, capo dei chirurghi militari americani durante la Prima Guerra Mondiale, nel settembre 1918 scriverà che l’influenza ha invaso il mondo fino agli angoli più remoti. Ucciderà più soldati americani lei della la guerra e in poco più di un anno. Colpite anche India, Asia e Africa subsahariana, in particolare il Kenya.
I sintomi dell’influenza spagnola, che verrà chiamata in termini medici A sottotipo H1N1, coinvolgono il sistema respirato, apparato cardiocircolatorio e nervoso. L’esito è spesso mortale, con un’incidenza più alta nella fascia giovane della popolazione, fra 20 e 40 anni. Insieme alle complicanze a carico del sistema respiratorio si aggiungeva l’emorragia delle mucose, in particolare da orecchie, naso, stomaco e intestino, oltre un’alta frequenza di sintomi emorragici in diverse parti interne dell’occhio.

morte-spagnola

Per quanto riguarda la profilassi e la terapia dobbiamo confessare che siamo quasi disarmati. Le disinfezioni dei locali e degli effetti d’uso e letterecci dei malati, i gargarismi, le polverizzazioni e le altre medicazioni topoche applicate sui militari si mostrano del tutto inefficaci. Lo stesso dicasi della sieroterapia e della vaccinoterapia, dei salassi, delle iniezioni endiovenose di acido fenico e d’altri antisettici sebbene tutti questi soccorsi fossero benissimo tollerati dagli infermi. Negli ospedali di Marina fu su larga scala provato anche il vaccino polivalente del prof. Centanni ma senza alcun risultato apprezzabile
Tenente Generale Filippo Rho, capo della Sanità militare marittima
estratto da un lavoro pubblicato sugli Annali di Medicina Navale, febbraio 1919
Consultabile sul sito web Ammiraglio Vincenzo Martines, Le avventure di un medico militare

Ancora oggi non è mai stato individuato il paziente zero. Come spiega Laura Spinney nel suo libro “1918, l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio Editore), tre sono le ipotesi finora considerate principali: all’origine della pandemia A sottotipo H1N1 nota come febbre spagnola una base militare del Kansas, o forse un primo caso all’interno di una base britannica a Etaples, nord della Francia, o ancora dalla Cina attraverso uno dei molti lavoratori schiavizzati per la costruzione delle trincee di guerre. Quest’ultima ipotesi oggi appare la meno probabile.

Il caso di Gunnison

A salvarsi fu la città così coraggiosa da inventare per i propri abitanti l’auto-quarantena: Gunnison, in Colorado. Le autorità locali decisero immediatamente la costruzione di barricate lungo le strade che fungevano da accesso alla città; stazione ferroviaria bloccata e cittadinanza in quarantena. Gunnison, dove il fiume e la città si chiamano nello stesso modo, prende il nome dall’esploratore John W. Gunnison, che per primo la scopre. Alla fine dell’Ottocento l’arrivo della ferrovia, la stessa che verrà poi bloccata così velocemente, insieme alla corsa all’oro attireranno qui sempre più abitanti: minatori, agricoltori, gente in cerca di fortuna fra le montagne del Colorado.
Nel 1918 a Gunnison vivevano 1390 persone, 5590 all’interno di tutta la contea. I messaggi inviati con il telegrafo da Denver parlano dei primi morti, siamo all’inizio di ottobre.

I soldati per ordine della municipalità montano di guardia sulle barricate, armati. Chiunque sia di passaggio a Gunnison dovrà entrare in quarantena, pena la prigione. La popolazione non protestò: abituata a vivere in condizioni durissime, riuscì a superare l’inverno con i pochi prodotti dei campi. È il 3 febbraio quando si decide di abbattere le barricate. La mattina del 5 febbraio 1919 Gunnison rivede il mondo: tutti i suoi cittadini sono sani e salvi. Nei mesi successivi la terza ondata di pandemia si abbatterà sulla contea: almeno cento i casi a Gunnison, a morire per la pandemia cinque giovani lavoratori. Sono trascorsi cento anni, centodue per l’esattezza, e il mondo è attonito di fronte a una nuova, imprevista, pandemia. Il 13 marzo 2020 la prima vittima di Gunnison a causa del Covid-19: il 23 marzo nella contea di Gunnison si segnalano 37 casi positivi, 41 negativi e 58 in fase di osservazione.

Le nostra vita e le nostre strutture sono completamente diverse dalle condizioni di un tempo. Eppure, anche oggi torna a serpeggiare la paura, la stessa che fa parte dell’incontrollabile umano, uguale in ogni tempo. Anche ora si temono le conseguenze economiche e nonostante i grandi passi della ricerca medica, il tempo della quarantena torna come unica soluzione possibile a protezione della salute. Dopo un secolo, in questi anni Venti di un millennio diverso, ci ricordiamo all’improvviso, e questa volta senza vie di fuga, che il mondo è di nuovo a una svolta. A noi la scelta, di come vivere. E di come decidere di vivere quando tutto questo sarà un ricordo.

Ospedale da campo Fort Collins in Colorado 1918
Ospedale da campo a Fort Collins, Colorado 1918

rimedi-febbre-spagnola

passeggiata-influenza-spagnola

influenza-spagnola-1918

spazzini-al-lavoro-spagnola-1918

ospedale-epidemia-spagnola

influenza-spagnola-febbre

Salva

Salva

STAMPA

I racconti della zona rossa

antonio-disi

Di Antonio Disi

 

 

“Papà corri, c’è un mostro!” urlavo dalla mia stanza, piangendo.

E lui arrivava di corsa, come sempre, pronto a rassicurarmi.

“Dov’è?” mi chiedeva con un sorriso consolante.

“Nell’armadio, dietro agli sportelli e mi sta guardando!”, gli rispondevo terrorizzato.

Allora restava tutta la notte ad accarezzarmi i capelli e mi prometteva che sarebbe stato li a fare la guardia, così il mostro non sarebbe più tornato.

Ora il mostro è dentro di lui e quasi non apre più gli occhi. Lo osservo da dietro al vetro della sala di rianimazione. Non posso entrare. Ho il corpo e la testa avvolti da una tuta bianca. Il mio respiro è affannato per la maschera che mi copre il naso e la bocca, il suo per la polmonite che gli stringe il petto fino a farlo esplodere.

“Sta resistendo”, hanno detto i colleghi, “nonostante l’età, sembra che il suo cuore non voglia fermarsi”.

Il cuore, il cuore. Mi sembra di sentirlo battere da quaggiù il suo cuore.

“Penso di essere innamorato”, gli confessai in un giorno di primavera .

Si sedette per ascoltarmi e parlare con me dei cuori innamorati.

“Non mi ama più, papà, so che non mi ama”, gli dissi piangendo qualche tempo dopo.

E anche quella volta e tante volte in seguito si sedette per ascoltare e parlare con me di cuori spezzati.

Ora io sono seduto qui fuori, accanto a lui. Vorrei stringergli la mano, come tante altre volte ha tenuto la mia. Ma la sua mano è lontana, troppo lontana e da quaggiù sembra quasi senza vita.

Cerco di capire cosa gli passi per la mente in questo momento. Spero che non abbia tanta paura e che sappia di non essere solo.

Stai tranquillo pà. Il mostro non tornerà mai più.

 

 

Antonio Disi è ricercatore e divulgatore scientifico. Scrive storie, soprattutto sui temi dell’ambiente e dell’energia.
Il progetto I racconti della zona rossa nasce per provare a raccontare l’umanità nel difficile tempo del Coronavirus e confrontarsi con l’impatto sociale dato dalla grande tragedia del Covid-19.

Ti interessa? Continua a leggere su 100 Watt, il blog di Antonio Disi e cerca l’hashtag #iraccontidellazonarossa

Penso che ci sia tanto bisogno del racconto e di creare luoghi protetti dove il lettore possa provare senza pericolo sentimenti importanti coma la paura, la gioia, l’amore…
Quando ero piccolo ho sempre pensato che Cappuccetto Rosso non fosse una storia vera ma mi piaceva sentirla raccontare perchè riuscivo ad aver paura ma non c’era pericolo.
Ho sempre scritto con questo pensiero
Antonio Disi

Ho sempre scritto perchè mi piaceva raccontarmi le storie.
Ero affascinato dalla capacità del mio cervello di mettere in collegamento cose più disparate,
creare metafore, inventare storie talmente verosimili da ingannare anche me stesso.
Poi ho cominciato ad usare quelle storie a scuola, nella vita e per lavoro
Antonio Disi

STAMPA

Charlotte, il respiratore nato da una valvola 3D e una maschera snorkeling contro il Covid-19

valvole-3d-coronavirus

Il pezzo in questione è una valvola Venturi, che viene attaccata a un tubo e collegata a una maschera. Contattati da Massimo Temporelli, fondatore della startup FabLab, Cristian Fracassi e Alessandro Romaioli a causa dell’emergenza Covid-19 hanno realizzato uno stampo fornendo cento pezzi all’Ospedale di Chiari, in provincia di Brescia, grazie a una stampante 3D e una sana dose di ingegno personale.

Per chi non lo sapesse, l’effetto Venturi, o paradosso idrodinamico, viene studiato a metà del Settecento nell’Università di Modena, dal fisico italiano Giovanni Battista Venturi. Attraverso questo fenomeno idrodinamico si scoprirà che la pressione di una corrente fluida aumenta con il diminuire della velocità. Lo scopo era studiare la variazione di pressione di un liquido in un condotto attraverso l’uso di tubi manometrici, ovvero un tubo posizionato perpendicolarmente secondo la direzione di flusso, la direzione secondo la quale scorre il fluido. L’esperimento di Giovanni Battista Venturi dimostrerà che il liquido raggiunge altezze diverse nei tubi: poiché la pressione del liquido aumenta all’aumentare dell’altezza raggiunta dal liquido nei tubi manometrici si può dire che ad un aumento della velocità corrisponde una diminuzione della pressione e viceversa, cioè all’aumento della pressione corrisponde una diminuzione della velocità.

valvola-salvavita-modello-3d

Come è stato realizzato lo stampo?

I pezzi sono stati realizzati con una tecnologia a polvere. Il primo prototipo è stato realizzato a filamento, tuttavia la sua rugosità non avrebbe permesso alla valvola Venturi di miscelare correttamente l’ossigeno e l’aria a causa di turbolenze all’interno della valvola. Inoltre, all’interno della valvola esiste un piccolo foro della dimensione di 6-8 mm che deve possedere una perfetta circolarità, molto difficile da ottenere anche con le macchine più avanzate. Questo l’ostacolo che complica la produzione e che i ricercatori hanno dovuto affrontare nella creazione dello stampo.

valvola-salvavita-funzionamento

valvola-3d

Qual è stata l’idea vincente? L’accortezza di riprendere il foro a mano utilizzando una mini-fresa meccanica in modo da ottenere una perfetta circolarità e un flusso il più laminare possibile. Dietro la geometria di questo componente si nasconde, quindi, l’elaborazione dati che si è potuta raggiungere grazie alla tecnologia 3D e una ricerca che nel profondo richiama abilità artigiana, manualità, impegno creativo: la capacità di mettere a confronto l’idea rispetto all’ostacolo calandolo nella realtà.

La valvola è stata creata per un utilizzo in ambito biomedicale. Il video realizzato da Cristian Fracassi e Alessandro Romaioli desidera rispondere alla accuse dei tanti che in questi giorni hanno scritto ai ricercatori accusandoli. L’idea, infatti, è nata per rispondere all’esigenza specifica di un ospedale trovatosi sprovvisto di valvole per respiratori.

Fondamentale per il funzionamento dei macchinari della rianimazione, la valvola salvavita si era esaurita a causa dell’emergenza legata al Covid-19, per questo l’ospedale di Chiari aveva lanciato un appello, richiamato dal Giornale di Brescia. Tramite il passaparola generato dalla diffusione il grido d’allarme è stato raccolto dall’innovatore e startupper Massimo Temporelli, co-founder di The FabLab. Grazie a una stampante 3D, all’ingegno e all’entusiasmo per la condivisione del proprio sapere, in poche ore sono state realizzate e consegnate 100 valvole da destinare alla terapia intensiva.

Le evoluzioni del progetto

valvola-3d-progetto

Grazie alla condivisione del sapere e una collaborazione fra i ricercatori, Isinnova, Dott. Renato Favero e Decathlon è nata la valvola Charlotte, una maschera respiratoria d’emergenza progettata riadattando una maschera da snorkeling già in commercio.
I ricercatori hanno divulgato la seguente nota. È possibile leggere il testo integrale cliccando sul progetto della valvola Charlotte di Alessandro Romaioli e Cristian Fracassi sul sito Isinnova

DESTINATO A MEDICI, OSPEDALI E PERSONALE MEDICO
Ci avete scritto da quasi ogni Stato del mondo. Tutti per chiederci di raccontare che cosa abbiamo fatto, tutti desiderosi di aiutare: il proprio Paese, le proprie città e i propri medici. E noi, in quanto abitanti di questo mondo unico per tutti, ci abbiamo messo l’anima e il cuore, oltre che la testa. Aver stampato quelle valvole ci ha fatto capire che non potevamo fermarci, che c’era bisogno di aiuto e non solo di speranza. Ed ecco che un primario d’ospedale in pensione, il dott. Renato Favero, ha suonato alla nostra porta, ci ha fatto una lezione di anatomia sul funzionamento di polmoni, alveoli, virus e polmonite, per poi chiederci di aiutarlo nell’impresa di trasformare maschere da sub in maschere per la respirazione da utilizzare in ospedale. Inutile dire la nostra risposta: ci abbiamo lavorato giorno e notte, Isinnova ha ingranato la sesta e in meno di 10 ore avevamo il prototipo che due ospedali bresciani stanno testando in questi giorni. Vorremmo aspettare l’esito di tutti i test (ad oggi positivi) ma pensiamo che ogni minuto sia cruciale. Medici, infermieri, ospedali, diffondetela, studiatela e aiutateci a migliorarla: noi stessi vi terremo aggiornati su come implementare questa nuova idea (sempre gratuitamente). Un grazie con il cuore a tutti quelli che hanno contribuito, specialmente a Massimo Temporelli, Federico Vincenzi, Decathlon, Autuori&Partners, gli ospedali, le isitituzioni e i medici eroi.

Maschera d’emergenza per respiratori ospedalieri

Nei giorni scorsi siamo stati contattati da un ex primario dell’Ospedale di Gardone Valtrompia, il Dott. Renato Favero, che è venuto a conoscenza di Isinnova tramite un medico dell’Ospedale di Chiari, struttura per la quale stavamo realizzando con stampa 3d le valvole d’emergenza per respiratori. Il Dottor Favero ha condiviso con noi un’idea per far fronte alla possibile penuria di maschere C-PAP ospedaliere per terapia sub-intensiva, che sta emergendo come concreata problematica legata alla diffusione del Covid-19: si tratta della costruzione di una maschera respiratoria d’emergenza riadattando una maschera da snorkeling già in commercio.

Abbiamo analizzato la proposta assieme all’inventore (il Dott. Favero). Abbiamo contattato in breve tempo Decathlon, in quanto ideatore, produttore e distributore della maschera Easybreath da snorkeling. L’azienda si è resa immediatamente disponibile a collaborare fornendo il disegno CAD della maschera che avevamo individuato. Il prodotto è stato smontato, studiato e sono state valutate le modifiche da fare. È stato poi disegnato il nuovo componente per il raccordo al respiratore, che abbiamo chiamato valvola Charlotte, e che abbiamo stampato in breve tempo tramite stampa 3d. Il prototipo nel suo insieme è stato testato su un nostro collega direttamente all’Ospedale di Chiari, agganciandolo al corpo del respiratore, e si è dimostrato correttamente funzionante. L’ospedale stesso è rimasto entusiasta dell’idea e ha deciso di provare il dispositivo su un paziente in stato di necessità. Il collaudo è andato a buon fine. Ribadiamo che l’idea si rivolge a strutture sanitarie e vuole aiutare a realizzare un maschera d’emergenza nel caso di una conclamata situazione di difficoltà nel reperimento di fornitura sanitaria ufficiale, solitamente impiegata. Né la maschera né il raccordo valvolare sono certificati e il loro impiego è subordinato a una situazione di cogente necessità.

L’uso da parte del paziente è subordinato all’accettazione dell’utilizzo di un dispositivo biomedicale non certificato, tramite dichiarazione firmata.

Stante la bontà del progetto, abbiamo deciso di brevettare in urgenza la valvola di raccordo, per impedire eventuali speculazioni sul prezzo del componente. Chiariamo che il brevetto rimarrà ad uso libero perché è nostra intenzione che tutti gli ospedali in stato di necessità possano usufruirne.

Abbiamo deciso di condividere liberamente il file per la realizzazione del raccordo in stampa 3d.

A differenza della valvola dei respiratori, si tratta di un raccordo di facile realizzazione, quindi è possibile per tutti makers provare a stamparlo. Le strutture sanitarie in difficoltà potranno acquistare la maschera Decathlon (qui il link) e accordarsi con stampatori 3d che realizzino il pezzo e possano fornirlo.

Chiariamo che la nostra iniziativa è totalmente priva di scopo di lucro, non percepiremo diritti sull’idea del raccordo o né sulla vendita delle maschere Decathlon

Chi sono?

Cristian Fracassi ha una laurea specialistica in ingegneria edile-architettura, dottorato in materiali per l’ingegneria e un master in economia e sviluppo dell’idea di business. Dal 2014 si dedica allo sviluppo di nuove idee presso ISINNOVA srl, Istituto di Studi per l’Integrazione dei Sistemi, istituto di ricerca indipendente con sede a Roma fondato nel 1971.

Alessandro Romaioli consegue la laura magistrale in Ingegneria Meccanica dei Materiali nel 2016 e nel tempo libero svolge attività ludico ricreative nel carcere di Verziano, Brescia.

Massimo Temporelli si laurea in Fisica all’Università di Milano. È divulgatore scientifico, innovatore e imprenditore. Presidente e founder del laboratorio innovativo The FabLab, dal 2012 insegna Antropologia e Sociologia allo IED di Milano e Piattaforme tecnologiche per la televisione in Cattolica.

STAMPA