I racconti della zona rossa

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Di Antonio Disi

 

 

“Papà corri, c’è un mostro!” urlavo dalla mia stanza, piangendo.

E lui arrivava di corsa, come sempre, pronto a rassicurarmi.

“Dov’è?” mi chiedeva con un sorriso consolante.

“Nell’armadio, dietro agli sportelli e mi sta guardando!”, gli rispondevo terrorizzato.

Allora restava tutta la notte ad accarezzarmi i capelli e mi prometteva che sarebbe stato li a fare la guardia, così il mostro non sarebbe più tornato.

Ora il mostro è dentro di lui e quasi non apre più gli occhi. Lo osservo da dietro al vetro della sala di rianimazione. Non posso entrare. Ho il corpo e la testa avvolti da una tuta bianca. Il mio respiro è affannato per la maschera che mi copre il naso e la bocca, il suo per la polmonite che gli stringe il petto fino a farlo esplodere.

“Sta resistendo”, hanno detto i colleghi, “nonostante l’età, sembra che il suo cuore non voglia fermarsi”.

Il cuore, il cuore. Mi sembra di sentirlo battere da quaggiù il suo cuore.

“Penso di essere innamorato”, gli confessai in un giorno di primavera .

Si sedette per ascoltarmi e parlare con me dei cuori innamorati.

“Non mi ama più, papà, so che non mi ama”, gli dissi piangendo qualche tempo dopo.

E anche quella volta e tante volte in seguito si sedette per ascoltare e parlare con me di cuori spezzati.

Ora io sono seduto qui fuori, accanto a lui. Vorrei stringergli la mano, come tante altre volte ha tenuto la mia. Ma la sua mano è lontana, troppo lontana e da quaggiù sembra quasi senza vita.

Cerco di capire cosa gli passi per la mente in questo momento. Spero che non abbia tanta paura e che sappia di non essere solo.

Stai tranquillo pà. Il mostro non tornerà mai più.

 

 

Antonio Disi è ricercatore e divulgatore scientifico. Scrive storie, soprattutto sui temi dell’ambiente e dell’energia.
Il progetto I racconti della zona rossa nasce per provare a raccontare l’umanità nel difficile tempo del Coronavirus e confrontarsi con l’impatto sociale dato dalla grande tragedia del Covid-19.

Ti interessa? Continua a leggere su 100 Watt, il blog di Antonio Disi e cerca l’hashtag #iraccontidellazonarossa

Penso che ci sia tanto bisogno del racconto e di creare luoghi protetti dove il lettore possa provare senza pericolo sentimenti importanti coma la paura, la gioia, l’amore…
Quando ero piccolo ho sempre pensato che Cappuccetto Rosso non fosse una storia vera ma mi piaceva sentirla raccontare perchè riuscivo ad aver paura ma non c’era pericolo.
Ho sempre scritto con questo pensiero
Antonio Disi

Ho sempre scritto perchè mi piaceva raccontarmi le storie.
Ero affascinato dalla capacità del mio cervello di mettere in collegamento cose più disparate,
creare metafore, inventare storie talmente verosimili da ingannare anche me stesso.
Poi ho cominciato ad usare quelle storie a scuola, nella vita e per lavoro
Antonio Disi

STAMPA

Charlotte, il respiratore nato da una valvola 3D e una maschera snorkeling contro il Covid-19

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Il pezzo in questione è una valvola Venturi, che viene attaccata a un tubo e collegata a una maschera. Contattati da Massimo Temporelli, fondatore della startup FabLab, Cristian Fracassi e Alessandro Romaioli a causa dell’emergenza Covid-19 hanno realizzato uno stampo fornendo cento pezzi all’Ospedale di Chiari, in provincia di Brescia, grazie a una stampante 3D e una sana dose di ingegno personale.

Per chi non lo sapesse, l’effetto Venturi, o paradosso idrodinamico, viene studiato a metà del Settecento nell’Università di Modena, dal fisico italiano Giovanni Battista Venturi. Attraverso questo fenomeno idrodinamico si scoprirà che la pressione di una corrente fluida aumenta con il diminuire della velocità. Lo scopo era studiare la variazione di pressione di un liquido in un condotto attraverso l’uso di tubi manometrici, ovvero un tubo posizionato perpendicolarmente secondo la direzione di flusso, la direzione secondo la quale scorre il fluido. L’esperimento di Giovanni Battista Venturi dimostrerà che il liquido raggiunge altezze diverse nei tubi: poiché la pressione del liquido aumenta all’aumentare dell’altezza raggiunta dal liquido nei tubi manometrici si può dire che ad un aumento della velocità corrisponde una diminuzione della pressione e viceversa, cioè all’aumento della pressione corrisponde una diminuzione della velocità.

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Come è stato realizzato lo stampo?

I pezzi sono stati realizzati con una tecnologia a polvere. Il primo prototipo è stato realizzato a filamento, tuttavia la sua rugosità non avrebbe permesso alla valvola Venturi di miscelare correttamente l’ossigeno e l’aria a causa di turbolenze all’interno della valvola. Inoltre, all’interno della valvola esiste un piccolo foro della dimensione di 6-8 mm che deve possedere una perfetta circolarità, molto difficile da ottenere anche con le macchine più avanzate. Questo l’ostacolo che complica la produzione e che i ricercatori hanno dovuto affrontare nella creazione dello stampo.

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Qual è stata l’idea vincente? L’accortezza di riprendere il foro a mano utilizzando una mini-fresa meccanica in modo da ottenere una perfetta circolarità e un flusso il più laminare possibile. Dietro la geometria di questo componente si nasconde, quindi, l’elaborazione dati che si è potuta raggiungere grazie alla tecnologia 3D e una ricerca che nel profondo richiama abilità artigiana, manualità, impegno creativo: la capacità di mettere a confronto l’idea rispetto all’ostacolo calandolo nella realtà.

La valvola è stata creata per un utilizzo in ambito biomedicale. Il video realizzato da Cristian Fracassi e Alessandro Romaioli desidera rispondere alla accuse dei tanti che in questi giorni hanno scritto ai ricercatori accusandoli. L’idea, infatti, è nata per rispondere all’esigenza specifica di un ospedale trovatosi sprovvisto di valvole per respiratori.

Fondamentale per il funzionamento dei macchinari della rianimazione, la valvola salvavita si era esaurita a causa dell’emergenza legata al Covid-19, per questo l’ospedale di Chiari aveva lanciato un appello, richiamato dal Giornale di Brescia. Tramite il passaparola generato dalla diffusione il grido d’allarme è stato raccolto dall’innovatore e startupper Massimo Temporelli, co-founder di The FabLab. Grazie a una stampante 3D, all’ingegno e all’entusiasmo per la condivisione del proprio sapere, in poche ore sono state realizzate e consegnate 100 valvole da destinare alla terapia intensiva.

Le evoluzioni del progetto

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Grazie alla condivisione del sapere e una collaborazione fra i ricercatori, Isinnova, Dott. Renato Favero e Decathlon è nata la valvola Charlotte, una maschera respiratoria d’emergenza progettata riadattando una maschera da snorkeling già in commercio.
I ricercatori hanno divulgato la seguente nota. È possibile leggere il testo integrale cliccando sul progetto della valvola Charlotte di Alessandro Romaioli e Cristian Fracassi sul sito Isinnova

DESTINATO A MEDICI, OSPEDALI E PERSONALE MEDICO
Ci avete scritto da quasi ogni Stato del mondo. Tutti per chiederci di raccontare che cosa abbiamo fatto, tutti desiderosi di aiutare: il proprio Paese, le proprie città e i propri medici. E noi, in quanto abitanti di questo mondo unico per tutti, ci abbiamo messo l’anima e il cuore, oltre che la testa. Aver stampato quelle valvole ci ha fatto capire che non potevamo fermarci, che c’era bisogno di aiuto e non solo di speranza. Ed ecco che un primario d’ospedale in pensione, il dott. Renato Favero, ha suonato alla nostra porta, ci ha fatto una lezione di anatomia sul funzionamento di polmoni, alveoli, virus e polmonite, per poi chiederci di aiutarlo nell’impresa di trasformare maschere da sub in maschere per la respirazione da utilizzare in ospedale. Inutile dire la nostra risposta: ci abbiamo lavorato giorno e notte, Isinnova ha ingranato la sesta e in meno di 10 ore avevamo il prototipo che due ospedali bresciani stanno testando in questi giorni. Vorremmo aspettare l’esito di tutti i test (ad oggi positivi) ma pensiamo che ogni minuto sia cruciale. Medici, infermieri, ospedali, diffondetela, studiatela e aiutateci a migliorarla: noi stessi vi terremo aggiornati su come implementare questa nuova idea (sempre gratuitamente). Un grazie con il cuore a tutti quelli che hanno contribuito, specialmente a Massimo Temporelli, Federico Vincenzi, Decathlon, Autuori&Partners, gli ospedali, le isitituzioni e i medici eroi.

Maschera d’emergenza per respiratori ospedalieri

Nei giorni scorsi siamo stati contattati da un ex primario dell’Ospedale di Gardone Valtrompia, il Dott. Renato Favero, che è venuto a conoscenza di Isinnova tramite un medico dell’Ospedale di Chiari, struttura per la quale stavamo realizzando con stampa 3d le valvole d’emergenza per respiratori. Il Dottor Favero ha condiviso con noi un’idea per far fronte alla possibile penuria di maschere C-PAP ospedaliere per terapia sub-intensiva, che sta emergendo come concreata problematica legata alla diffusione del Covid-19: si tratta della costruzione di una maschera respiratoria d’emergenza riadattando una maschera da snorkeling già in commercio.

Abbiamo analizzato la proposta assieme all’inventore (il Dott. Favero). Abbiamo contattato in breve tempo Decathlon, in quanto ideatore, produttore e distributore della maschera Easybreath da snorkeling. L’azienda si è resa immediatamente disponibile a collaborare fornendo il disegno CAD della maschera che avevamo individuato. Il prodotto è stato smontato, studiato e sono state valutate le modifiche da fare. È stato poi disegnato il nuovo componente per il raccordo al respiratore, che abbiamo chiamato valvola Charlotte, e che abbiamo stampato in breve tempo tramite stampa 3d. Il prototipo nel suo insieme è stato testato su un nostro collega direttamente all’Ospedale di Chiari, agganciandolo al corpo del respiratore, e si è dimostrato correttamente funzionante. L’ospedale stesso è rimasto entusiasta dell’idea e ha deciso di provare il dispositivo su un paziente in stato di necessità. Il collaudo è andato a buon fine. Ribadiamo che l’idea si rivolge a strutture sanitarie e vuole aiutare a realizzare un maschera d’emergenza nel caso di una conclamata situazione di difficoltà nel reperimento di fornitura sanitaria ufficiale, solitamente impiegata. Né la maschera né il raccordo valvolare sono certificati e il loro impiego è subordinato a una situazione di cogente necessità.

L’uso da parte del paziente è subordinato all’accettazione dell’utilizzo di un dispositivo biomedicale non certificato, tramite dichiarazione firmata.

Stante la bontà del progetto, abbiamo deciso di brevettare in urgenza la valvola di raccordo, per impedire eventuali speculazioni sul prezzo del componente. Chiariamo che il brevetto rimarrà ad uso libero perché è nostra intenzione che tutti gli ospedali in stato di necessità possano usufruirne.

Abbiamo deciso di condividere liberamente il file per la realizzazione del raccordo in stampa 3d.

A differenza della valvola dei respiratori, si tratta di un raccordo di facile realizzazione, quindi è possibile per tutti makers provare a stamparlo. Le strutture sanitarie in difficoltà potranno acquistare la maschera Decathlon (qui il link) e accordarsi con stampatori 3d che realizzino il pezzo e possano fornirlo.

Chiariamo che la nostra iniziativa è totalmente priva di scopo di lucro, non percepiremo diritti sull’idea del raccordo o né sulla vendita delle maschere Decathlon

Chi sono?

Cristian Fracassi ha una laurea specialistica in ingegneria edile-architettura, dottorato in materiali per l’ingegneria e un master in economia e sviluppo dell’idea di business. Dal 2014 si dedica allo sviluppo di nuove idee presso ISINNOVA srl, Istituto di Studi per l’Integrazione dei Sistemi, istituto di ricerca indipendente con sede a Roma fondato nel 1971.

Alessandro Romaioli consegue la laura magistrale in Ingegneria Meccanica dei Materiali nel 2016 e nel tempo libero svolge attività ludico ricreative nel carcere di Verziano, Brescia.

Massimo Temporelli si laurea in Fisica all’Università di Milano. È divulgatore scientifico, innovatore e imprenditore. Presidente e founder del laboratorio innovativo The FabLab, dal 2012 insegna Antropologia e Sociologia allo IED di Milano e Piattaforme tecnologiche per la televisione in Cattolica.

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Ricordo di Rocco Antonio Messina, medico e poeta

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Di Luca Pazzi

 

Io la polmonite l’ho già avuta a 13 anni. Ricordo ancora oggi la sensazione di malinconia che provavo la sera con la febbre nella penombra della mia camera, ancora oggi ricordo proprio quei momenti nel letto e i pensieri che affollavano la mia testa, pensieri di dolce malinconia, anche se ero ancora poco più che un bambino.

Decisiva fu la diagnosi di Rocco Antonio Messina, medico del Dispensario che stava per essere chiuso, essendo la tisi a quel tempo praticamente debellata. Ricordo che andammo a fare una lastra nello studio che aveva presso questa struttura e dopo poco la lastra fu sviluppata, lui la mise su una superficie luminosa e puntandolo con la parte terminale della pipa ci indicò subito un puntino nero piccolissimo, il focolaio dell’infezione appunto. A quel punto iniezioni su iniezioni di antibiotico e bistecche su bistecche che mia madre mi costrinse a mangiare e dopo un po’ ne uscii. Il dottor Messina poco dopo divenne il nostro medico di famiglia che non cambiammo più.

Rocco Antonio Messina era una persona gioviale e non si curava molto del protocollo, era noto per dare del tu allegramente a tutti nelle telefonate di lavoro e nella vita. Ciao caro, ciao cara. Mi piaceva, sempre con la pipa in bocca ovviamente spenta durante le visite. Qualche anno dopo notai che aveva un candelabro nel suo studio, visibile ma non certo esibito. Poi seppi che era un candelabro ebreo, anche mio padre lo aveva notato e ne avevamo parlato.

In occasione della sua morte venni a sapere dai giornali la sua storia, che era incredibile e che egli stesso tenne nascosta per molti anni. Nato a Polistena, un paesino della Calabria sulle prime pendici dell’Aspromonte, catturato dai tedeschi e poi fuggito per miracolo poco prima dello sbarco alleato in Sicilia, fuga in cui una sua coetanea rimase uccisa dal fuoco dei tedeschi. Come poi arrivò a Forlì non lo so, e anche il documento di cui sono entrato in possesso non lo dice. Scopro solo oggi che era anche un poeta, ovvero passò molti anni celando nella poesia quell’esperienza terribile, e mi pare dal documento che vi allego che ne prese coscienza proprio negli anni in cui mi diagnosticò la polmonite.

Queste poesie non le conoscevo, cominciò a pubblicarle proprio in quegli anni. Una mi ha particolarmente colpito, penso faccia riferimento a un momento della fuga.

La casa di pietra

Lassù è la casa di pietra
-mi disse un verme
col marchio di fabbrica giallo
cucito sul petto di scheletro- dove viveva l’uomo del pascolo;
mi ha dato l’acqua e il latte e la pietà buona degli occhi.
Essi lo videro
lungo il costone,
con voci rauche
gridarono all’appestato;
ed egli mi diede latte,
ed essi gridarono al mostro ed egli mi diede acqua.
Lassù è la casa di pietra l’uomo del pascolo
mi diede la voce umana.
Essi lo uccisero.

1976, da Menorah, Forlì, Forum, 1982, p. 17.

Per chi fosse interessato la sua storia e altre poesie di Rocco Antonio Messina sono a pagina 31 di questa edizione speciale del Bollettino dell’Ordine dei Medici della Provincia di Forlì-Cesena.

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Primo giorno di primavera, Capodanno in Iran

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Mentre in Occidente si festeggia l’equinozio, fra il 20 e il 21 marzo in Iran si festeggia Nowruz. Il senso di questa festa, che letteralmente significa “nuovo giorno”, da una parte all’altra del Mediterraneo evoca il giallo e il rosso, fuoco che è sole, rinnovamento, vita. Natura che sboccia e rinasce. Vita che si rinnova.

La sera ci si raduna intorno all’Haft-Sin, il tavolo dei sette simboli, dove ogni elemento richiama un principio vitale. Un tempo era occasione per scherzare e ritrovarsi insieme alla famiglia, a cucinare e mangiare i piatti a base di mahi, pesce, e sabzi polo, il tradizionale riso con verdure. Il profumo lontano delle spezie e le ricette delle nonne chiuse in un cassetto, oggi diventano profumi evanescenti dall’altra parte dell’oceano. Al di là del mare, le famiglie: famiglie divise dalla storia e unite dal filo sottile della linea internet che diventa comunicazione, parole d’amore, vicinanza condivisa.

Per paura del contagio Covid-19 le autorità iraniane hanno rilasciato circa 70mila detenuti, temporaneamente rimessi in libertà. Ma molti rimangono in carcere, detenuti politici, uomini e donne che si battono per il diritto a vivere in libertà. In Occidente viole e primule, qui fioriscono i tulipani, che oggi evocano il sangue dei martiri e nelle Mille e una notte erano simbolo d’amore, quando nel regno di Persia i sultani ottomani gettavano un fiore di tulipano alla favorita scelta quella sera.

A passo rapido attraverso i giardini degli harem segreti, dal giardino botanico di Shiraz alle fioriture del deserto. I riti di primavera rievocano i fuochi sacri del culto di Zoroastro e illuminano la notte, quando saltando il falò si bruciano d’un balzo i peccati accumulati nell’anno, gli sbagli e e gli orrori, per purificarsi nel cielo stellato.

“Har ruzetan Nowruz, Nowruzetun Piruz”
Ogni vostro giorno sia Nowruz,
e il vostro Nowruz sia vittorioso

Abbracci, uova dipinte, la bellezza della rinascita: la festa di Nowruz nel 2009 è stata eletta Patrimonio Intangibile dell’Umanità.

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Cronache dalla Zona Rossa

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Credits © Chiara Stoppa – venerdì 13 marzo 2020

All’inizio il telegiornale e poi gli avvisi alla radio; all’inizio la forza di sentirsi più forti e intoccabili. Poi la lontananza che si accorcia, il tempo che si allunga e diventa senza data né età, tempo liquido e abbondante che cola ovunque.
Tempo di cui all’improvviso non si sa che farsene, disabituati alla sua presenza e alla solitudine.
Il mondo che si ferma. La primavera dietro la porta di casa, chiusa.
La vita in sospeso questa vita in quarentena.

Il bollettino medico quotidiano della Protezione Civile, quelli che scappano e la scenografia da pessimo film di fantascienza come le pellicole di cui ci siamo infarciti la mente dagli anni Ottanta, per ben più di un attimo sembra che la nostra fantasia davvero sia riuscita a trasformare l’immaginario in cruda realtà. Quelli giovani che pensavano di essere intoccabili, gli infermieri come in trincea, le terapie intensive e le tute integrali che avevamo visto solo nei film. La costruzione degli ospedali da campo che non credevamo possibile, qui in Italia, dove fino all’altro giorno la conversazione era sul lavoro precario e che cosa fai domenica prossima, organizziamo una cena.

Morti: a Bergamo altre 70 bare sui convogli militari, è la mattina del primo giorno di primavera, sabato 21 marzo 2020. In Lombardia il picco del contagio, seguita da Emilia Romagna e Veneto. Superati i mille morti in Spagna; anche la Gran Bretagna, che fino a pochi giorni fa andava ai concerti, si rassegna a chiudere pub e scuole. I Coronavirus sono stati identificati negli anni Sessanta: possono essere causa di un banale raffreddore come di importanti infezioni del tratto respiratorio e finora sette hanno dimostrato di essere in grado di infettare l’essere umano, ma nCoV rappresenta un nuovo ceppo segnalato per la prima volta in Cina, a Wuhan, nel dicembre 2019.

Esiste da oltre tremila anni Wuhan: costruita nel punto in cui l’Han confluisce nel fiume Azzurro e quasi distrutta nel 1944 da un raid della Quattordicesima Forza Aerea degli Stati Uniti d’America, si estende nella provincia di Hubei, un nome che significa “a nord del lago”. Il lago in questione è quello di Dongting. Un territorio dominato dall’acqua dove si trova l’impianto energetico più potente al mondo, la diga delle Tre gole. Dopo la diga idroelettrica di Itaipú sul fiume Paraná, al confine tra Paraguay e Brasile, quella costruita sul Fiume Azzurro è la seconda più grande al mondo. Qui dal 2015 è in funzione il più grande ascensore al mondo per navi al mondo, con cui è possibile risalire il fiume senza circumnavigare la diga. Grazie alla produzione di energia elettrica la diga delle Tre gole avrà l’effetto di risparmiare sul carburante derivante da combustibili fossili. Per raggiungere questo scopo si stima che negli anni dal 2008 al 2023 saranno complessivamente trasferite in altre località cinesi circa 1,4 milioni di abitanti. Sono stati sommersi dall’acqua 13 città, 140 paesi, 1352 villaggi, oltre 1300 siti archeologici.

Da tre giorni non ci sono nuovi contagiati a Wuhan. Nel frattempo raddoppiano i contagiati negli Stati Uniti e a Milano una sirena suona dopo l’altra. Si abbassano in silenzio le saracinesche a Londra, compreso Harrods, che nei suoi 170 anni di storia aveva continuato a servire l’affezionata clientela anche durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Appare deserta la Spianata delle Moschee di Gerusalemme: all’improvviso svuotate le strade del mondo. E se questo è il coprifuoco ci si chiede cosa dovesse essere davvero, in altri tempi, in altri luoghi, rinchiusi nella propria casa, per mesi, senza cibo o quasi, essere prigionieri di una vita che rantola. È un solo un amaro assaggio di paura, ma è buio che sa di paura, incertezza, stupore all’improvviso.

È attesa.

E poi il lavoro che all’improvviso si ricorda, dove possibile, dell’uso di una tecnologia più intelligente e smart. La scuola da casa perché l’istruzione può essere anche a distanza. Consumare meno, fermarsi di più. E poi fermarsi e basta, tutti. Tutti a casa. E allora un’emergenza diventa possibilità per una rete più consapevole, tra le persone e nel web: usare strumenti ignorati fino a un attimo fa, vincere il dubbio e provare a buttarsi. Inseguire la curiosità, iniziare a fare e provare a fare senza, senza perfezione né perfezionismi.

Condividere, c’è voglia di condividere. Anche ai più solitari finisce che verrebbe voglia di un abbraccio; proprio a loro, allergici ai contatti, manca il saluto della persona che vedevi sempre e neanche ci facevi caso, le due chiacchiere in quel bar che è un po’ anche casa tua, la partita a carte con gli amici di quarant’anni fa. Questa società additata di solipsismo e solitudine si scopre con la fame del contatto di pelle che per anni ci ha fatto sobbalzare e indietreggiare. Da una parte all’altra nascono piccoli gesti che fanno la differenza, per sorridere anche da lontano. Si apre la finestra e si canta, si fa musica, ci si saluta dai balconi, anche alla vicina con cui non si parlava da anni – buon giorno, come va oggi – online fioriscono corsi di yoga, matematica e meditazione; lezioni gratuite offerte, scambiate, riscoperte, tanto il tempo non manca e allora perché non provare. Si chiacchiera, ci si telefona e anche online si è più attenti alle buone notizie, quelle che non usano il lamento ma alimentano la passione.

C’è bisogno di qualcosa? È la domanda che rimbalza da un cortile all’altro, lungo il filo del telefono e attraverso i muri. La necessità ci riscopre umani. Mai come adesso sento pronunciare una parola che ritorna: consapevolezza. Si inizia a pronunciarla, prima con timidezza poi con decisione. Nei momenti difficili si scopre un nuovo modo di rispondere alle questioni della vita, è il nocciolo del concetto di resilienza. Da sempre, l’evoluzione si fa strada attraverso il buio della difficoltà, come una radice nata da un seme che cerca la luce.

Ora che il caos si è fatto silenzio, si sentono finalmente le voci. Niente clacson, né strombazzamenti impazziti all’incrocio, niente gite, né bus, né folla come sardine tutti stretti stretti in metro all’ora di punta. Strade deserte. Sulla pelle delle città il disegno di una nuova anatomia e nel vuoto sterminato l’annuncio lugubre del – restate a casa -.
Il cielo è limpido e le stelle risplendono, anche in Cina. I livelli di smog non sono mai stati così bassi, i decibel si abbassano e il silenzio cresce. Negli ospedali si muore e si continua a nascere. Fra le corsie deserte neogenitori emozionati e l’urlo dei neonati, coraggiosi e bellissimi, capitati in questo momento storico bizzarro, con i corsi preparto tutti annullati, niente teorie né le normali procedure mediche, la vita esposta in tutta la sua vulnerabilità, potente, incontrollabile, caotica come un fiume in piena, mare in tempesta, oceano immenso nella sua pace al di là del singolo.

Mai come adesso che non si può, abbiamo voglia di fare sport, di aria aperta e picnic, di organizzare gite e dei pranzi in famiglia, di andare al lavoro nel solito treno dei pendolari con troppe persone rispetto al numero dei posti. E poi il caffè orrendo delle macchinette, le corse al nido e a scuola che sbrigati a finire il caffellate anche stamattina è già tardi. Tornati a quella solita normalità che ora guardiamo un passo indietro quanto tempo passerà prima di iniziare lamentarsi di nuovo?

Per ora granelli di sabbia nell’ingranaggio. L’orologio è lì sull’ingresso. Non serve più controllare, stare attenti al minuto. Il tempo è immobile: per qualcuno una scoperta, per altri una tacca sul muro nel carcere della giornata. C’è chi ritrova la fantasia e quelli a cui prudono le mani. Il divano con il tappeto scovato in quel mercatino, la stampa presa in viaggio: forse per la prima volta troviamo tempo per sederci. Lo sgabuzzino sgombrato, dopo anni aperti gli ultimi cartoni del trasloco e nel frattempo abbiamo già divorziato. Abbiamo abitato la casa solo nelle manciate di minuti ritagliate dal lavoro e appena c’è un week end via, fuga nell’altrove, ora ce ne rendiamo conto. Abitare casa è una cosa nuova.

Ora abbiamo tempo, non sembra vero. È bellissimo, è terribile.
Tutto il mondo vive una sospensione e come nelle più ardite meditazioni, ognuno nella propria cella, c’è chi rischia di impazzire e chi dentro di sé, nella forzata immaginazione, (ri)trova creatività, senso del gioco, silenzio dell’anima.
Quello che viene meno ci fa ricordare ciò di cui abbiamo più bisogno. La disconnessione attiva la connessione, la lontananza porta vicinanza. Le brutte notizie portano la ricerca delle buone e di entusiasmo nuovo. Il contrasto fa riemergere, prepotente, il senso originario.

Nel frattempo nel mondo, là fuori, combatte chi vive in corsia, chi ogni giorno lavora dietro una cassa, chi consegna pacchi e medicinali, chi si veste con guanti e tuta per curare, aiutare, stare vicino, compiere il proprio dovere, fare la propria parte. Astronauti in missione sul pianeta Terra esplorano il territorio più difficile: il corpo dell’umanità.

Ci rendiamo conto delle piccole cose che fanno la qualità della vita e della salute. Camminare, fosse anche per andare a buttare la spazzatura o a piedi al supermercato. È da anni che lo raccontano gli esperti: vita attiva, il potere degli abbracci, un sorriso a chi incontri, il buon cibo preparato in casa. Mai come adesso l’abbiamo capito, quante storie.
Non c’è cosa migliore come sperimentare la privazione sulla pelle, è quello che ci hanno sempre ripetuto i nonni che all’epoca avevano provato la guerra, è quello che racconta chi ha vissuto grandi fatti. Non c’è come provare sulla pelle per capire: la consapevolezza si scrive con l’esperienza.

Ne usciremo migliori? Trasformati, più consapevoli, capaci di ricordare tutto quello che stiamo capendo? Forse. Per ora impariamo la grandezza della vita e il potere della morte, l’ansia palpabile quando si moltiplica in mille sguardi e la condivisione capace di far sentire più umani, più vicini, più uniti. Scopriamo internet in modo nuovo, persino sui social. Sperimentiamo nuovi stili di vita e di lavoro, più digitale per tanti, e che una nuova scuola è possibile: bisogna iniziare a pensarla, costruirla pagina dopo pagina, perché queste scoperte possono diventare una risorsa per tutti. Quando sarà passata l’emergenza bisognerà ricordare di non dimenticare. Un nuovo modo di intendere il lavoro e l’esistenza è possibile, è un virus del sistema che ci sta costringe a riprogrammare i nostri mondi, e i nostri bisogni. Dal cuore alla mente.

Camminando sul filo della distanza e di questa solitudine obbligata recuperiamo il filo perso nella fretta e forse troviamo nuove risposte a vecchie domande. O sprofondiamo nella paura, nello sconcerto e nel pessimismo (tutti fattori che, tra l’altro, fanno crollare salute psichica e difese immunitarie, spiega la medicina), oppure possiamo imparare a dare di nuovo valore alle cose, alla nostra forza e alla vita. È un esercizio quotidiano, è una nostra scelta. Lo stiamo imparando sulla pelle. Il viaggio dell’umanità ha attraversato smisurati territori di ombra, paura, incertezza per arrivare a nuovi paesaggi, è così che funziona crescere. Si cresce attraversando l’ignoto.

Facciamo di nuovo funzionare la creatività, (ri)scopriamo che viaggiare è immaginare. Probabilmente non avremo mai più case così pulite e se tutto va bene inizieremo una nuova stagione della vita assaporando in modo diverso il gusto del tempo. Un tramonto estivo, il gelato che sgocciola sulla maglia pulita, il solletico dell’erba sotto la schiena, la sabbia e il vento in faccia, gli amici e le piccole cose; le riunioni di famiglia, il bello dell’aria pungente sulla faccia quando il naso diventa rosso, le mani screpolate e i guanti di lana, gli scaffali della biblioteca dove perdersi e il cappuccino al bar, la briscola e la carta ruvida del giornale da sfogliare la domenica mattina al sole, le rondini che tornano, il cinema, le zingarate, il profumo di pane all’alba dalla saracinesche dei forni, le fughe del venerdì sera dopo la settimana di lavoro, il treno troppo pieno. Nuovi orizzonti in tasca come nuove mappe pronte da disegnare.
E guai chi si lamenterà per la spazzatura da portare fuori.

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Dipinto di Max Ernst, citazione di Jan Fabre (1978)

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Potremmo chiamarlo il Virus del Contrappasso.
Potenza invisibile nell’era della visibilità.
Minaccia il respiro ma migliora la qualità dell’aria.
Costringe a casa le famiglie ma riconsegna ai genitori il ruolo di educatori.
Relativizza l’intelligenza artificiale vendicando il mondo animale più selvatico.
Ridicolizza l’opinione del popolo valorizzando la competenza degli esperti.
Penalizza il contatto fisico dimostrandone l’insostituibilità.
Elimina gli eccessi dando forza all’essenziale.
Favorisce lo smartworking chiarendone i limiti di intelligenza.
Elimina gli alibi maschili parificando i ruoli domestici.
Isola le persone indicando il bisogno di reciprocità.
Disarma la discriminazione selettiva alimentando la coscienza sistemica.
Non credo al castigo biblico ma Dante era un genio
Francesco Morace
sociologo italiano, presidente dell’istituto di ricerca Future concept lab e ideatore del Festival della crescita

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Street art – Opera di Nello Petrucci a Pompei

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Domanda sul #coronavirus. Fatemi sapere 😘🖤❤

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Favole al telefono, che prende ispirazione dal celebre libro di Gianni Rodari, è un’azione del progetto di educazione alla lettura LeggiAMO 0-18 del Friuli Venezia Giulia #LeggiAMO018 #FavoleAlTelefono #ioleggoacasa #LeggiAMOacasa
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Fiorista, Bari centro, via Putignani

 

Daniele Bettuzzi “Den” è un autore e chitarrista di Palagano, piccolo paese sull’appennino modenese. Qui la sua pagina Facebook  insieme al video Pure, realizzato nel 2019, per mettere una spolverata di buon umore all’anima.

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The Fantarlettis, la pagina creata da Mattia, Educatore Musicale, e Virginia, Educatrice di Nido bilingue per raccontare l’avventura di crescere insieme alla loro figlia Dalia, ci invita a guardare in alto verso il cielo. Dal terrazzo, dalla finestra. da ovunque, lui è sempre lì.

 

 

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.
Gianni Rodari

 

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#pensierinodellanotte Ricordo che ho sempre avuto la passione per il tennis . Anni fa avrei potuto giocare ed imparare ma rimandavo sempre la cosa . Poi nel 2011 cambia improvvisamente la mia vita . Ironia della sorte per un virus , che innesca una patologia chiamata Guillain Barrè , che in questo caso paralizza le parti motorie e nel caso peggiore anche l’apparato respiratorio. Ho dovuto re-imparare a camminare , a mangiare , a prendere in mano una forchetta , alzarmi da una sedia , salire le scale , scendere le scale . Gesti che per tutti possono essere normali . Io ne sono uscito ovviamente , sono tornato a vivere la mia vita , ma con qualche acciacco in più . Quindi ora il tennis lo posso solamente guardare , ma avrei una voglia matta di giocare , ma non posso. La vita ti mette sempre di fronte a delle scelte e delle opportunità . Siamo noi che dobbiamo essere bravi a coglierle. La famosa frase “carpe diem. Cogliere l’attimo , ma essere in grado anche di assaporarlo e di renderlo unico . Oggi viviamo certamente in una situazione di privazione forzata , della nostra libertà , del vivere quotidiano, di gesti che fino a ieri ci sembravano ovvi e scontati ma che domani ,credetemi , saranno e risulteranno esclusivamente come grandi conquiste ! Notte ❤️ #celafaremo

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Piccola storia segreta della via Vandelli

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La via Vandelli nasce come collegamento fra Emilia Romagna e Toscana. Oggi da riscoprire a piedi e in bicicletta, nelle sue mappe si nasconde una storia ancora più antica, disegnata dalla vita nei piccoli borghi storici e sentieri di montagna che si perdono fra i boschi.

Quando nasce la via Vandelli?

Quando Ercole, figlio del Duca Francesco III d’Este, sposa Maria Teresa Cybo-Malaspina, duchessa sovrana di Massa e principessa di Carrara, il Ducato di Modena e Reggio trova finalmente il libero accesso al mare. È il 1741. Si pensa immediatamente alla costruzione di un tracciato stradale all’avanguardia in grado di connettere i territori che oggi corrispondono alla provincia di Modena e Reggio Emilia attraverso la Garfagnana fino alla costa, Massa e Carrara.

Ad occuparsene sarà l’abate Domenico Vandelli, cartografo e matematico di corte. La strada si chiamerà via Vandelli, dal nome del costruttore. Tuttavia, l’ideazione della strada ducale modenese per l’epoca rappresenta una sfida non priva di ostacoli perché deve attraversare le montagne dell’Appennino e le Apuane. Il punto più alto della via Vandelli è a 1634 metri s.l.m, in provincia di Lucca, lungo il sentiero Cai numero 35 della Focolaccia-Monte Tambura. Qui, alla fine del borgo montano di Resceto inizia l’ampio sterrato da percorrere a piedi lungo la costa delle montagne fino alla Finestra Vandelli a m. 1424, e al Rifugio Conti, m. 1442. Il percorso è noto anche come Via della Tambura. Il versante garfagnino del passo della Tambura verrà irrimediabilmente modificato dagli scavi per la lavorazione del marmo, infatti questi luoghi dall’Ottocento sono attraversati dalla ferrovia Marmifera, in uso fino agli anni Sessanta del Novecento. Eppure camminando nel tratto apuano della via Vandelli, là dove le teste dei briganti uccisi venivano impalate come monito (di qui il nome della località Le Teste) e ancora più sù, dove la montagna prendeva i viaggiatori in un incantesimo aspro, fatto di silenzi immensi e di una smisurata forza ancestrale, è ancora possibile avvertire le tracce
di una storia scritta da uomo e natura insieme, fra i prati di Acquifreddi (1562m), con la sua fonte perenne, i ruderi poco lontano dai boschi e la vecchia miniera di ferro dismessa prima di arrivare a Vagli di Sopra (679m), dove l’antica strada è stata asfaltata.

Gli ostacoli della Vandelli

Oltre alle difficoltà del territorio, Domenico Vandelli si deve scontrare con i vincoli costruttivi imposti: il costo e le tempistiche. La strada, infatti, doveva essere un progetto capace di superare le difficoltà geografiche e durare nel tempo richiedendo la minima manutenzione possibile. Non solo, come tutte le strade di grande traffico dell’epoca la via non doveva passare in prossimità di centri abitati e soprattutto mai attraversare la Repubblica di Lucca, il Granducato di Toscana, né lo Stato Pontificio.

La costruzione della via Vandelli inizia nel 1738: la strada verrà dichiarata conclusa nel 1751, anche se in seguito continueranno a essere edificate stazioni di posta, ostelli, punti per la sosta dei militari e il pagamento dei pedaggi. I costi sono lievitati rispetto al progetto iniziale e non pochi gli ostacoli che si sono dovuti affrontare, prima fra tutti la geografia. Per realizzare il tratto che sarà noto come Finestra Vandelli si utilizza l’esplosivo, mentre i tratti più ripidi della montagna vengono costruiti con muri a secco e maestranze che Vandelli chiama dal Piemonte. Il tratto più difficile della via Vandelli riguarda proprio il monte Tambura, dove le strade durante l’inverno gelano e la neve ricopre ogni cosa.

Viaggio sulla Vandelli

Nel 1753 entrerà in funzione un regolare servizio di posta settimanale. Spesso bloccata dalla neve invernale, la via Vandelli è percorsa da viandanti e commessi viaggiatori, soldati, briganti, mercanti. Per anni percorsa a piedi e con i muli o a cavallo, dopo gli eventi rivoluzionari francesi e napoleonici cadrà sempre più in disuso.

Negli anni diventa cammino spirituale: presso la piccola chiesa di Campori (alt. 419), dove si si riunivano le carovane e si teneva il mercato, i monaci di San Pellegrino fornivano un servizio di assistenza spirituale per i viandanti insieme a un refettorio attivo per i viaggiatori di passaggio.

Numerose le morti qui fra questi sentieri sulle montagne, quando le nevicate imperversano in gennaio e le lunghe piogge rendono franosa la roccia friabile. Storie della via Vandelli narrano di fantasmi di cui si odono ancora i lamenti, nel silenzio del tramonto infinito.

Uno di queste fole raccontate dai viandanti davanti al fuoco è la storia della Fossa dei Morti, il luogo tetro di una slavina che travolge inesorabilmente una carovana di mercanti in viaggio verso la città di Massa per acquistare il sale: quando si scatena la bufera di neve si rifugiano in una valle trovando la morte nel ghiaccio. Da allora, ogni volta che nevica, si dice che da lontano si avverta ancora lo scalpitare dei muli e dei cavalli, il grido di qualcuno che echeggia.

Fra le insidie del viaggio lungo la Vandelli il cupo spettro del brigante. Avvolto nel suo mantello e con una lanterna in mano come unico chiarore nella notte, narra la leggenda che chiunque lo avesse incontrato sarebbe caduto, spinto giù per i burroni della Tambura, senza possibilità di salvarsi.

Consapevoli dei pericoli e delle insidie che si nascondevano negli spostamenti, ieri molto più pericolosi di oggi, i viaggiatori di un tempo si affidavano a San Pellegrino, santo viandante, forse brigante racconta un’altra fola che si perde nel vento. Il suo corpo riposa insieme alle spoglie mortali di san Bianco nell’omonimo Santuario di San Pellegrino, avamposto medievale sul Passo di San Pellegrino in Alpe, il comune più alto della provincia, diviso fra Castiglione di Garfagnana, provincia di Lucca, e Frassinoro, provincia di Modena.

Aveva scelto il viaggio come vita Pellegrino, santo e brigante; figlio di un re di Scozia, dice la leggenda, aveva rinunciato alla corona per camminare nel mondo, dall’Europa all’Oriente. Chi veniva al santuario un tempo portava una pietra, perché era il peso di una pietra quello che i pellegrini portavano con sé in simbolo di penitenza. Attraverso queste strade fra Emilia Romagna e Toscana, dove una chiesa-ospizio deidcata a San Pellegrino in Alpe è già attestata nel 1110, passava il comemrcio di sale. Una strada ch faceva paura, scoscesa e pericolosa.

Cosa nasconde la via Vandelli?

Era un’antica strada di epoca romana, in uso fino al XVIII secolo ma in gran parte dimenticata per le cattive condizioni in cui versava: la Via Bibulca faceva parte della Via Claudia Augusta e collegava Modena e Lucca attraverso le valli fra i torrenti Dragone e Dolo, fino a San Pellegrino in Alpe, sul crinale dell’appennino tosco-emiliano.

Nota come Via imperiale, la via Bibulca durante l’impero romano veniva percorsa dai carri trainati dai buoi (bulca, buoi, di qui il nome) dei mercanti che si occupavano del trasporto delle merci attraverso queste terre, antico teatro di scontro fra le truppe romane e i Liguri Friniati che un tempo abitavano l’Appennino reggiano, modenese e parte del pistoiese.

Il sentiero Matilde, dalle terre di Matilde di Canossa, si sovrapporrà per un tratto, nel reggiano, a questo antico tracciato, insieme alla via Vandelli e alla via Giardini, che farà cadere in disuso anche la Vandelli, progressivamente dimenticata, oggi da riscoprire in bicicletta e nei viaggi a piedi.

Che ne è di Domenico Vandelli? Considerato inventore delle linee di livello in cartografia, note come Isoipsae Vandelli, riuscirà a mappare la strada da lui costruita utilizzando una nuova rappresentazione cartografica, tuttavia il progetto non gli porterà fortuna. Domenico Vandelli morirà suicida a Modena il 21 luglio 1754, quando il duca, alla consegna, dichiara che la via Vandelli sia la peggior strada mai realizzata.

Passeggiata sulla via Vandelli

Dal passo di Cento Croci passo dopo passo perdersi sulla via Vandelli fra boschi e prati immensi in una giornata di fine inverno, quando i primi germogli trasformano in velluto gli arbusti e il silenzio azzurro del cielo illuminato dal sole fa dimenticare per un attimo il tempo.

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Pensieri felici

Un pensiero felice fa esplodere altri mille pensieri felici…

La primavera che arriva,
una nuova nascita.
Il profumo delle fragole e
le palline che cadono sotto l’albero di Natale.

Camminare sotto l’ombrello nella pioggia,
l’arcobaleno all’improvviso che spunta
fra i tetti, oltre le montagne.
Una farfalla colorata che vola
Scoprire un’ape fra i capelli che non ti punge,
la sfumatura rosa e color panna delle magnolie altissime,
il giardino dei nonni.
Gli alberi che ti hanno visto crescere,
anno dopo anno.

Ho deciso di essere felice perché fa bene alla mia salute
Voltaire

Il cioccolato dell’uovo di Pasqua quando si spacca,
il sapore della felicità condivisa.
Le domeniche in famiglia,
le giornate senza nulla da fare.
Un martedì come tanti, quando non succede niente.
Il treno dei pendolari, la nebbia sottile, i colleghi da salutare
l’ufficio quando è deserto e ci sei solo tu.

Il rumore dei passi sulla moquette,
I picnic con i sole sulla pelle
le briciole che cadono nella tovaglia distesa sull’erba.
I fiori, quelli piccolissimi e azzurri dai mille nomi che
ogni anno sono i primi ad arrivare a primavera,
ranuncoli quasi dimenticati, primule e viole del pensiero.
Coccinelle sulle pratoline come margherite che arrossiscono,
il profumo dei gelsomini di città che si arrampicano sulle ringhiere.

Giardini intravisti dai cancelli semi aperti,
l’arrivo della bella stagione.
Il telegiornale della sera che si sente di nuovo dai balconi,
finestre spalancate e profumo di soffritto,
pesce, aglio e pomodori maturi
è già tempo di raccoglierli nell’orto
i rami verdi del basilico con le sue foglie carnose,
salvia che resiste all’inverno.
I fiori viola del rosmarino, i capperi abbarbicati alle rocce.

Scogliere a picco sul mare,
vertigine.
Pensieri felici
il sabato mattina di sole,
ebbrezza
l’inizio delle vacanze.
Vagabondare in macchina senza meta,
torneremo oppure no.
Stare come lucertole al sole,
su un gradino senza far niente.

La felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce
J.K. Rowling

La forma delle ciambelle e
i granelli di zucchero sulle labbra.
Il camino acceso d’inverno.
Le pile di libri ancora da leggere.
Il volo delle rondini.

Gli occhi antichi di un neonato.
Sapere che la vita è più forte di ogni ragionamento,
le mille forme della luna.
I colori in fondo al mare,
svegliarsi nella notte e poi riaddormentarsi.
Il profumo delle lenzuola pulite.

Le mollette di legno di una volta,
le file di panni stesi.
Mia nonna quando preparava l’arrosto per tutti.
L’odore della pipa, delle nebbia e della legna che brucia
l’inverno al mare, quando l’aria diventa umida e sa di sale.
La bellezza delle strade deserte,
la luce dei lampioni vista dalla finestra.

Cercare la felicità in questa vita, ecco il vero spirito di rivolta
Henrik Ibsen

Pensieri felici
dentro
una canzone che porta i ricordi più belli,
le bolle di sapone e la voglia di farle scoppiare.
Il profumo di torta quando è nel forno,
le onde immense dell’oceano
le distese di alberi di limone in una giornata estiva.
Gli alberi centenari che ad abbracciarli senti
tutta la magia del mondo,
le frasi d’amore,
una sciarpa calda d’inverno
il rosso dei papaveri solo da guardare:
impossibile da cogliere
ciò che è così evanescente
da svanire in un attimo,
olo nel cuore
vive per sempre

Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi, innamorarsi, stare con se stessi. Le scuse per non fermarci a chiedere se questo correre ci rende felici sono migliaia, e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.”
Tiziano Terzani

Qual è il tuo pensiero felice adesso?

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