Il talento

Un giorno il maestro si presentò con una candela e spense la luce.
Non capivo.
Ci vedevo a malapena.
“Suona” mi disse. Maestro non vedo, gli risposi.

“Non devi vedere, devi sentire. Ci sono dei bravi pianisti che sono ciechi e suonano benissimo.
Devi poter suonare anche senza vedere”

Erano in una baita fra i boschi della val di Rabbi, gli anni Sessanta, quando il maestro Arturo Benedetti Michelangeli pronuncia questa parole. Un ricordo dell’allievo Carlo Maria Dominici, che il maestro metteva alla prova chiedendo di suonare lo stesso pezzo sui differenti pianoforti presenti nella stanza.
Ascoltare la vibrazione della diversità, saggiare con le dita, adeguare il passo.
Un esercizio di musica e di vita, di sensazioni.

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24 giugno, festa di San Giovanni

I fuochi nella notte
San Giovanni, notte di streghe e preludio estivo.

Solstizio d’estate, i giorni di maggio e giugno quando le sere sono infinite e la luce arriva al suo massimo per poi ricadere nell’ombra: l’estate è già finita diceva mia nonna scrutando i tramonti di luglio alla finestra.

Acqua di san Giovanni la rugiada sui fiori di campo, la camomilla da raccogliere per le tisane. Iperico giallo da raccogliere ai bordi delle strade di montagna quando il sole è al massimo, coperto di olio e messo sui davanzali per tutta l’estate.

24 giugno, San Giovanni, le noci per il liquore nocino, quello fatto in casa che si berrà il prossimo inverno. I fuochi che bruciano sul mare, le leggende antiche e l’estate che vibra di nuovi inizi. Odore di fiori di campo nell’aria e scogli marini ancora ricoperti di petali che saranno presto portati via dall’afa, sole che brucia.

Durante la notte del solstizio, il 21 e la notte fra il 23 e il 24 giugno, giorno che la tradizione cristiana ha dedicato a San Giovanni, si celebrano da sempre riti antichi. Oggi ci sono fuochi d’artificio, spettacoli del fuoco e mascheramenti, come la Notte delle Streghe di San Giovanni in Marignano, dove un intero paese si mobilita in una grande festa collettiva. Ma tu devi immaginare un mondo molto più buio e dove aleggia l’oscurità si nasconde anche il mistero di tutto ciò che sfugge alla vista e si affida agli altri sensi, tutto ciò che sfugge al controllo e diventa territorio dell’incontrollabile.

Un tempo all’alba del giorno di San Giovanni, 24 giugno, ci si andava a rotolare, nudi nei campi. L’acqua era simbolo di purificazione e non in senso spirituale, quanto per il corpo. La rugiada, che già nell’antica Roma si credeva avesse proprietà di cura, si pensava guarire da malattie della pelle come la rogna.

Questo è il periodo in cui i prati si ricoprono dei mille colori dei fiori selvatici, di cui oggi abbiamo dimenticato le tante proprietà. Fra le “erbe di San Giovanni” che per tradizione si usava raccogliere la sera precedente, ovvero nella notte tra il 23 e il 24 o alle prime luci dell’alba, ricoperte di rugiada, ci sono: artemisia, lavanda, valeriana, potentilla, aglio, malva, prezzemolo, vinca minor, sambuco, rosmarino, felce, betonica e iperico, cui ci si prepara l’olio di San Giovanni.

Abbiamo una lampada di consapevolezza, che possiamo accendere in qualsiasi momento. L’olio di quella lampada è il nostro respiro, i nostri passi e il nostro sorriso pacifico.
Thich Nhat Hanh

Queste sono le notti con la luce più lunga dell’anno. Le ore di luce sono al massimo. Eppure, dentro la luce si nasconde l’ombra, dentro il buio la luce. A partire da questo momento gradualmente l’ombra giorno dopo giorno si espanderà, lentamente e inesorabilmente. L’inizio dell’estate è il momento in cui viene tagliato il grano. Nelle campagne dell’Emilia Romagna si usava raccogliere 24 spighe di grano da conservare per tutto l’anno fra le pareti di casa, come portafortuna.

“Un tempo sospeso, una porta fra i mondi”, scrive Alessandro Sistri nel volume “La notte delle streghe” raccontando la festa di San Giovanni in Marignano. In giugno c’erano le feste per il raccolto, dove si incontravano tutti e che diventano scenario di strette di mano, danze, promesse di matrimonio, patti d’affari. In questo punto dell’anno c’è il luogo di confine tra la fine e l’inizio.

Un po’ come la vita, l’estate segna il culmine della potenza, ma anche il graduale procedere del viaggio verso l’autunno, una nuova stagione esistenziale

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La luna piena del 7 maggio 2020

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Luna e terra si guardano più da vicino: 361.180 chilometri di distanza rispetto alla media, di oltre 384mila. Una serata con il naso all’insù, fra le stelle di questa notte di primavera in quarantena, dove la natura sembra aver riscoperto se stessa. Silenzio immenso, un gufo lontano, le sere interminabili di maggio quando arriva il mese più luminoso dell’anno.

Luna piena del 7 maggio 2020, il culmine alle 20.30. Luna piena del 7 maggio 2020, il culmine alle 20.30. Quando è piena, la luna riflette al massimo la luce: è un cerchio perfetto, chiuso nella sua completezza, assoluto. Secondo gli antichi i fiori e le piante raggiungevano in questo momento la fase più rigogliosa; fecondità e pienezza che corrisponde al massimo delle energie vitali.

Sembra che l’attività cerebrale risulti aumentata durante le notti di luna piena. Abitando fuori città, dove l’inquinamento luminoso si abbassa, è facile accorgersi delle trasformazioni di luce durante le fasi lunari del mese. Quando c’è la luna piena la casa si riempie di luce, basta lasciare aperte le imposte per accorgersene. I vialetti dei giardini e le strade che vanno verso i boschi all’improvviso si illuminano, un sentiero nell’oscurità che prende vita e ci guida. Purtroppo accade di rado di poterci fare caso. Lampioni e lampadine hanno radicalmente cambiato il nostro rapporto con la notte. L’ombra ci sfugge e noi, che con orgoglio amiamo spesso pensarci come creature solari, dimentichiamo la nostra parte oscura, connessa al buio, alla luna, agli animali della notte. Che fa paura e al tempo stesso ci fa rabbrividire di sacro stupore.

Con la luna di maggio si festeggiava Beltane, che in lingua gaelica significava “fuoco luminoso”. In un attimo sui rami spogli degli alberi le gemme si trasformano nell’incanto di mille fiori. I petali bianchi dei ciliegi riempiono l’aria in un turbinio di dolcezza. È il mese dei fiori che non sono ancora frutto e dell’amore. Si vola insieme, si cerca il proprio compagno o la compagna con cui fare il nido. Passeri e cinciallegre si danno da fare per costruire il rifugio che sarà casa.

In un tempo dimenticato i druidi del Nord Europa accendevano falò: animali e umani attraversano il fuoco in segno di buon augurio, rigenerazione e forza. Diffusi in varie parti del mondo i falò resistono fino agli anni Cinquanta del Novecento e in rari casi ancora oggi, sebbene si sia perduto il senso originario. Un’azione rituale con un risvolto psicologico pratico, intenso a livello emozionale, capace di segnare un prima e un dopo nella routine dei giorni.

Si passa attraverso il fuoco
attraversando
il cambiamento
sulla pelle,
pezzo per pezzo.
A piedi nudi,
avvertire il rischio
dentro la paura
illuminati dal fuoco e dalla luna
nella notte dell’anima
quando tutto trema

Molti sorridono di fronte a quelle che sembrano superstizioni. Eppure nel 2020 ancora si semina e si raccoglie a seconda della luna. Chi fa il vino lo imbottiglia guardando la fase lunare. La luna influenza le maree e il nostro corpo più di quanto ricordiamo e non per caso anticamente si contava il tempo con la luna. Ogni 28 giorni, la durata del ciclo femminile, il satellite si riallinea al sole e alla terra, un ciclo lunare: in un anno solare intercorrono 12-13 lunazioni. E lo sanno anche le ostetriche, con la luna nuova in genere i reparti maternità si riempiono di nuove voci.

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Alla fine la luna l’abbiamo vista, immensa e chiara come la moneta d’oro che nella cultura gitana si metteva sugli occhi dei morti per passare oltre, nell’aldilà.
Ma quello che mi ha stupito è stato il cielo.
La luna stanotte era ovunque.
A mezzanotte lungo la linea delle montagne l’orizzonte era di un blu cobalto fluorescente.
Il buio della notte è rimasto di questa luminosità chiara fino a mattina, come mi raccontavano gli amici bretoni delle notti chiarissime là dove le terre estreme della Francia si tuffano in mare e la notte è luce. Il Mediterraneo tutti lo immaginiamo pieno di luce, ridevano sempre, ma le vostre notti sono più cupe.
È vero, dove la luce è più forte, il buio incede.

E poi l’alba. Immensa, potente, piena di fuoco.
Dappertutto la luce rosa che arriva e lava il mondo

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Una storia di didattica a distanza in tempo di Coronavirus

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TRISTEZZA E ALLEGRIA di Alexsandra Serjant, 5E – Un lavoro rappresentativo delle emozioni contrastanti di questo periodo. Insieme a questo, sul sito dell’Istituto Comprensivo Ceretolo sono presenti o in via di caricamento gli elaborati creati da bambini e ragazzi della scuola infanzia, primaria e secondaria

L’Istituto Comprensivo Ceretolo di Casalecchio di Reno, Bologna, accoglie bambini e ragazzi da 3 a 11 anni: comprende scuola dell’infanzia, primaria e scuola secondaria di primo grado, quella che tutti conosciamo come scuola media. Qui la didattica online è partita immediatamente e rappresenta un esempio felice su come la volontà di fare scuola possa combinare l’esigenza di apprendimento e il bisogno di contatto umano, empatia e relazione, obiettivi che la direzione scolastica fra i principali.

Questa è solo una delle molte storie che è possibile trovare sul territorio italiano, l’auspicio è che ci siano tanti altri casi e racconti di esperienze da raccogliere e su cui meditare. È la storia di un successo condiviso, perché dietro a questo impegno c’è una parola chiave: rete. Rete internet come supporto alla didattica. E non solo. Capacità di fare rete è quello che ha unito i genitori, a cui viene richiesto un impegno di cui tutti sono consapevoli, corpo docenti, preside e, ovviamente, ragazzi. Capacità di fare rete anche a livello personale, andando oltre ruoli e vincoli, come il caso di un papà e l’azienda in cui lavora, che hanno reso disponibili alla scuola tempo e competenze per il miglioramento del supporto tecnologico. Questo è il significato più profondo del saper fare gioco di squadra: sapere che cosa posso offrire agli altri delle mie risorse, farmi avanti, prevedere i bisogni dell’altro. Non è questo che prima di tutto, al di là di ogni programma ministeriale, dovremmo insegnare?

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Contro l’elettrificazione delle città, 1889

Rispondere alle necessità ampliando l’orizzonte mentale è la sfida del cambiamento e ogni trasformazione parte da questo, dalla possibilità di affrontare la realtà grazie al potere dell’immaginazione. Nella storia è stata l’immaginazione a portarci verso nuovi continenti e nuove scoperte geografiche. Territori di uno spazio che è quello geografico, sociale, culturale e, prima di tutto, spazio e tempo della mente, del corpo. Spazio e tempo interni a noi stessi. Uno spazio in cui scrivere di proprio pugno nuove storie. Una nuova storia

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Didattica a distanza: si o no?

In questi giorni tantissime sono le polemiche sulla didattica a distanza. C’è chi di didattica a distanza non ha minimamente voluto sentir parlare: non siamo obbligati a farlo, mi raccontava una mamma di fronte all’avviso dei docenti ai genitori. A quanto pare è esatto, i docenti non sono tenuti a farlo e in tante scuole è successo questo. Per oltre un mese gli insegnanti si sono limitati, soprattutto nel caso dei bambini alle primarie, prima a consigliare il ripasso di argomenti già fatti, in seguito dare compiti a casa tramite avvisi mail e WhatsApp. Stancamente, solo qualche giorno fa, alcuni si sono arresi a provare una diretta video: un’ora alla settimana, dopo giorni passati a organizzare gli accessi e accordarsi con i genitori su orari e modalità del collegamento.

Per i più piccoli (e i loro genitori!) ecco la giornata: studiare da pagina tale a talaltra, qui gli argomenti affrontare (ovviamente a dover spiegare l’adulto presente) e gli esercizi, che ancora non si capisce quale colore usare per i numeri, a meno di non avere una sapiente legenda a fianco (o il proprio figlio). Su questo punto bisogna aggiungere che qualche adulto smarrito si sta ancora interrogando sul senso e la necessità di variazioni cromatiche, almeno tre, nella scrittura dei decimali e sulle operazioni in colonna in rosso-blu-verde, abitudine che per un bambino di otto anni richiede più tempo nella stesura del colore che nella risoluzione del calcolo.

E io? Tu? Lui? Genitore, non dico straniero e nemmeno senza istruzione, ma ormai distante dagli anni di scuola, con uno o magari più figli, posso e devo saper spiegare le operazioni in colonna? Personalmente già alle elementari avevo problemi di calcolo su quanto ci mettesse l’acqua a riempire vasche e lavandini in problemi rimasti celebri come assurdi rompicapo.
Ma il problema non sono io. La questione è di tutti. Suvvia, si dice, non si tratta di complicate equazioni, ma semplici operazioni matematiche di terza elementare.
In gioco c’è altro.

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Trasmettere è accompagnare

Saper fare una cosa non è saperla spiegare. Si tratta di due processi distinti e molto diversi.
Le video-lezioni hanno diversi limiti. Lo sappiamo.
Una linea internet che magari si connette e disconnette, i salti di voce, dover convincere quelli piccoli a darsi una mossa e mettersi seduti alla scrivania, magari dopo essersi lavati i denti e indossando una t-shirt invece del pigiama.

Il collegamento video della didattica a distanza impegna bambini e adulti, sì. Li costringe a una fatica che equivale, almeno all’inizio, a qualche ora di studio, un cambiamento mentale e una dose generosa di pazienza, senza contare dover svuotare una stanza, se non altro dai rumori della cucina e creare le condizioni, di silenzio e tranquillità per poter attuare il collegamento.

Quelli di noi che hanno scelto la vita freelance lo sanno da sempre: lavorare da casa ha bisogno di impegno, disciplina, responsabilità, tre parole fondamentali nell’auto-organizzazione. Adesso sembra che ce ne siamo finalmente accorti, primi fra tutti quelli che fino a qualche settimana fa sognavano il lavoro da casa. Ora, in ciabatte mentre l’acqua della pasta già bolle, rimpiangono tutte le cattiverie dette o pensate sugli insegnanti dei figli e non vedono l’ora di tornare al solito ufficio, va bene perfino rivedere il collega antipatico. Il caffè delle macchinette non sarà mai sembrato così buono come al ritorno da questa quarantena (almeno per i primi… tre?… giorni). Il fatto è che lavorare e studiare da casa in modo continuativo ha bisogno di organizzazione. Questa è un’emergenza, ne siamo tutti consapevoli. Ecco perché questa è una via provvisoria, al contrario di chi fa vita freelance o homeschooling ed è strutturato su modalità del tutto diverse.

Il senso originario del fare scuola

La didattica a distanza non pensa di sostituire la scuola, no. La didattica a distanza è semplicemente un modo che si aggiunge al fine di fare scuola. Se andassimo indietro all’origine di questa parola abusata, offesa e strapazzata, troveremmo che skholé nell’antica Grecia è il tempo dedicato all’otium, ozio che nulla a che fare con il far nulla, bensì, al contrario, briosa attività del tempo libero, cura delle proprie passioni, inseguimento di ciò che interessa. Solo in un secondo momento “scuola” inizia a indicare il luogo, lo spazio fisico dove si fa scuola.
Fare scuola è un concetto, un ideale, un obiettivo e ancora di più: fare scuola è uno stile di vita. Significa svegliarsi con l’intento di usare ogni giorno per imparare. Oggi più di ieri. E non importa quanti anni hai, perché si impara ogni attimo, fino all’ultimo respiro. Non importa come e con quali mezzi: utilizziamo tutti gli strumenti possibili.

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C’è una storia nella mia mente, l’ho letta anni fa non so più in quale libro. È la storia di un padre ebreo durante la seconda guerra mondiale. Insieme alla famiglia si nasconde in uno scantinato, dove rimangono tre anni e più. La figlia è una bambina di sette o otto anni. Per tutta la guerra, durante tutto quel tempo in un seminterraneo, con pochi libri e condizioni minime, continuarono a studiare, insieme, mettendo insieme nozioni in parte estratte dalla memoria e in parte, immagino, da una risorsa di creatività non da poco. Non perserono mai un solo giorno di scuola. Non avevano granché materiali, né quaderni nuovi da iniziare: nel suo lavoro di trasmissione dovette ricorrere alla memoria e all’immaginazione.
E c’è un’immagine, indelebile, che più di tutto mi è rimasta in testa di questa storia: ogni giorno, il padre e sua figlia si prendevano per mano e facevano la strada per andare a scuola.

Nei pochi metri offerti da quel seminterrato a scuola si ci andava, passo dopo passo. Facevano il giro del letto, e poi lungo la stanza, fino ad arrivare al tavolo, dove si sedevano pronti per iniziare la lezione di quel giorno. Era il solito tavolo della cucina, l’unico presente nella stanza, ma in quel momento era un altro tavolo.
Perché in quello spazio quotidiano si creava un territorio immaginario: un nuovo spazio ritagliato dalla guerra dove per qualche ora ogni giorno si faceva scuola. Per pensare, immaginare, imparare. Alla fine del conflitto la bambina, con molto stupore, si rese conto che era quasi in pari con il programma. Insieme, in quella vita solitaria e isolata, erano riusciti a raggiungere tutto ciò che gli altri avevano continuato a fare all’esterno.

“Ci siamo trovati catapultati in una realtà diversa nel giro di pochissimi giorni. Questa è un’esperienza che lascerà il segno a livello umano e didattico. Di difficoltà ce ne sono molte, a livello disciplinare e anche per l’impegno che la didattica a distanza comporta nella necessità di dover instaurare nuovi rapporti con le famiglie e gli studenti.

La modalità che abbiamo organizzato è una video-lezione ogni giorno. Il computer è chiaramente un mezzo diverso per il rapporto emotivo rispetto al contatto fisico a cui siamo abituati. Questo cambia le dinamiche relazionali e ci ha portato a fare nuove scoperte.

Che cosa possiamo osservare? Siamo tutti insieme, ma l’effetto va anche in direzione del rapporto uno a uno. In alcuni casi gli studenti, soprattutto qualcuno facile a distrarsi o con qualche difficoltà nel mantenere la concentrazione, ha raccontato di percepire l’insegnante in una modalità più confidenziale, come unico per lui.

Una relazione di vicinanza.

Mi sarei aspettata una distanza. Davanti ho solo il freddo schermo del computer, invece no. Attraverso la webcam ognuno entra nella casa dell’altro e questo non è un fattore da poco. Io sono entrata a casa dei miei studenti e loro nella mia: abbiamo visto le nostre cucine, gli studi e gli angoli di una camera aggiustata per l’occasione, giorno dopo giorno. Abbiamo visto la nostra umanità. I luoghi del nostro vivere quotidiano.

Questo cambia i rapporti. Al di là della difficoltà dovuta al mezzo e all’impegno richiesto da un’attività come questa, al di là dalla situazione critica che ci siamo trovati all’improvviso a vivere, quello che stiamo sperimentando è un nuovo modo di entrare in relazione.

Lo studio è importante e i programmi rendono impegnativa l’attività. D’altra parte la fascia con cui quotidianamente mi confronto vive un’età particolare: in questo momento i ragazzi respirano l’anomalia del periodo e in generale hanno fame di relazioni. Fra i ruoli che riveste, la scuola ha la funzione di un luogo che permette loro di stare insieme. Il lato negativo delle relazioni può svilupparsi anche nel rapporto umano classico, fra studenti e studenti, o fra insegnante e studenti.

Oggi, lentamente, stiamo sempre più facendo riferimento a una didattica che si serve di video e immagini. Usciremo un po’ tutti cambiati da questa esperienza.

Uno dei vantaggi da non perdere? Alcune metodologie, per anni ignorate, potrebbero essere molto più sfruttate.

Quello che in queste settimane mi ha stupito è vedere che in alcuni casi chi a scuola si trovava più in difficoltà online ha dimostrato una grande apertura, coivolgimento e concentrazione. Viceversa, alcuni più disinvolti hanno scoperto di sentirsi imbarazzati.

Una cosa è certa. Il metodo della didattica a distanza si basa molto sulla responsabilità dello studente. Chi riesce ad autoregolarsi ti segue; per chi è difficile ritagliarsi uno spazio, fisico o mentale, risulta tutto più faticoso. In questo la famiglia fa naturalmente la differenza, sia nei termini di una disponibilità a livello mentale, sia per quanto riguarda l’organizzazione pratica degli spazi.

In questo senso per agevolare tutti abbiamo cercato di proporre orari più elastici, consapevoli che anche le attività devono tener conto del fatto che siamo tutti a casa e che, quindi, si tratta di una situazione eccezionale ritagliata dal contesto quotidiano. Naturalmente spiegare in presenza, essere immersi nella propria classe, possiede un’efficacia maggiore che non una telecamera, ma in certi casi il fatto di non sentirsi osservati dai compagni e quindi, anche meno giudicati, insieme alla sensazione di un’attenzione personalizzata ha contribuito a risultati nuovi”
Pia Fucà, docente di matematica e scienze

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Album di famiglia in quarantena

Creare ponti nella distanza

Dare compiti e pensare che un genitore sappia o debba saper spiegare la lezione non è la stessa cosa che trasmettere e spiegare, per questo personalmente cogliamo l’occasione per fermarci e vedere l’impegno degli insegnanti di tutta Italia che, pur con le difficoltà del caso, hanno provato ad accendere quel collegamento, tecnologico e dell’anima, usare un computer e Google in modo nuovo, studiare come fare, trovare un modo per passare il sapere, ritrovare lo sguardo di tutti, cercare di tenere viva l’attenzione e creare una routine giornaliera o almeno provarci.

Guardiamo verso le scuole abitate da presidi e docenti entusiasti. Facciamo caso, magari prendendo un pizzico di ispirazione, ai genitori che non si sono tirati indietro e hanno trovato un modo per svuotare un angolo, della casa e della mente, preparare lo spazio, esserci laddove serviva una guida, dare una mano e poi, quando serve, lasciare la privacy ai figli e agli insegnanti, far presto a chiudere la porta per sparire nell’anonimato di un’altra stanza. Osserviamo, con un grazie dal cuore, i piccoli, i bambini e i ragazzi, perché fra noi, sono sempre quelli che per primi non temono le novità e si lanciano nell’ignoto, soprattutto non temono il nuovo quando anche noi adulti sappiamo essere di supporto.

Certo mancano le occhiate furtive tra i banchi, la cartaccia da appallottolare e gli amici del cuore che senza di loro la scuola non è la stessa; manca sbirciare fuori dalla finestra guardando il mondo fuori con nostalgia, le feste di compleanno insieme e l’intervallo, forse da sempre una delle parti migliori della giornata. Lo sappiamo, vedersi e toccarsi non ha prezzo. Eppure siamo qui, a vivere questo periodo strano e diverso che qualcosa ci lascerà, qualcosa ci sta già insegnando.

Torneremo ad abbracciarci, ha scritto Enrico Battisti, il preside (ops, adesso si dice dirigente scolastico) dell’Istituto Comprensivo Ceretolo di Casalecchio di Reno, Bologna. Torneremo a fare lezioni sui banchi di scuola e magari persino all’aria aperta, perché ora abbiamo capito quanto sia importante e quanto ci manca. Torneremo a sederci fianco a fianco, riempire di urla e disegni i corridoi ma, forse, da adesso sappiamo che il contatto può accadere anche (non solo, ma anche) attraverso uno schermo. Perché fare scuola può accadere, ovunque, come ci ricorda l’antica saggezza dei greci e dei latini. Alle radici della nostra cultura (ri)troviamo la virtualità, un concetto antico dell’apprendimento che siamo noi a dover riscoprire, noi che ci crediamo i moderni.

E allora non posso non pensare ai bambini in ospedale, alle impazzite chat dei genitori che si riempiono di messaggi confusi in due giorni di assenza per un’influenza, a tutti i casi in cui una persona, per condizioni esterne o di salute, per un periodo debba stare altrove: adesso sappiamo che ci sono modi in cui possiamo rimanere connessi, lasciarci messaggi con le cose da fare, commentare e commentarci, vederci, parlare, ascoltare una spiegazione. Usiamoli senza timore che il cambiamento ci sconvolga la vita. È accaduto in molte, tutte, le epoche. Il cambiamento ci sconvolge, sì: uccide i nostri schemi di pensiero e le abitudini, ci lascia confusi e inerti. Ci travolge e sommerge.
Poi, alla fine, ci trasforma. Dagli ostacoli della vita nascono nuove opportunità.
E insieme al nuovo noi rinasciamo, più forti di prima.

“Sono voluta partire solo nel momento in cui ci sono stati tutti i ragazzi. La prima settimana tramite il registro elettronico e Classroom abbiamo iniziato con l’invio di materiali per il ripasso e il consolidamento. Visto che la situazione si prolungava, non poteva bastare e anche per questo abbiamo deciso per avviare un contatto diretto con i ragazzi. Per quanto riguarda le risorse, oggi tutti i ragazzi possiedono dispositivi mobili in grado di funzionare come supporto per le video-chiamate, attuate con Meet: smartphone, o tablet o computer.

Il problema più grande riguarda i ragazzi che già erano difficilmente presenti a scuola: a distanza il rischio è ancora più presente, perché, inutile dirlo, molto fa la famiglia. Quando una persona è a rischio dispersione scolastica, ci sono casi in cui i servizi sociali tentano di contattare le famiglie, ma sono i genitori stessi a essere assenti, non rispondere al telefono o evitare il confronto. Per chi ha questo tipo di difficoltà e vive in una casa che non facilita, né supporta lo studio, la distanza può diventare ancora più grande.

La risposta nella mia classe è stata positiva. Sono tutti presenti e, devo dirlo… molto puntuali!

A dire il vero non mi aspettavo di ottenere facilmente l’attenzione dei ragazzi. Anche in classe non sempre è semplice riuscire a essere ascoltati e coinvolgere, soprattutto con i caratteri più forti e autonomi. Inoltre, mi sarei aspettata che online il caos fosse dietro l’angolo, anche per l’età: rispondere rimanendo in attesa del proprio turno non è facile per nessuno. Invece adesso noto che i tempi di risposta si allungano. Ci aspettiamo di più. Ognuno lascia una pausa che consente agli altri, e alla linea, di entrare nella discussione senza sovrapporsi E SE QUESTO AVVIENE LASCIA LA PAROLA ALL’ALTRO. Stiamo imparando a usare meglio il mezzo tecnologico e stiamo anche imparando a relazionarci in modo nuovo. Incredibilmente, è migliorata la disciplina.

L’esperienza di queste settimane di didattica a distanza sta rendendo i ragazzi più responsabili.

Questa mattina, per esempio, abbiamo fatto un tema. La consegna è stata tramite Classroom e poi abbiamo attivato la modalità Meet per permettere la visione di tutta la classe. Mi sono fermata a dare qualche indicazioni e spiegare le tracce. Qualcuno è intervenuto per ulteriori richieste chiarimento, a cui ho risposto.

Poi uno studente, una persona che a dire il vero non mi sarei mai aspettata, ha domandato il silenzio.

Altrimenti non riesco a concentrarmi.

Disciplina, responsabilità e maturità, questo è quello che stanno dimostrano. Perché ci vuole autodisciplina e maturità per seguire una routine, organizzarsi anche da casa, tenere alta la concentrazione. Ecco, i miei studenti si collegano in orario, chiedono informazioni, sono solleciti, risultano preparati anche nelle interrogazioni.

Diventare adulti significa anche questo: diventare responsabili di se stessi.

Inoltre, con la didattica a distanza è possibile stabilire appuntamenti diversi con gruppi di alunni e non solo far lezione a tutta la classe come ci obbliga la didattica in presenza. Gli alunni con lacune, oppure quelli con bisogni educativi speciali (BES), o anche quelli con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) possono usufruire non solo di misure dispensative e compensative, ma anche di momenti a loro dedicati attraverso un approccio più specifico. Cerco, in questo particolare periodo, di prestare ancora più attenzione ad una didattica inclusiva a distanza”
Rita Rossi, docente

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Alcuni dei disegni creati dai bambini della stanza gialla, scuola Infanzia Arcobaleno, durante l’esperimento di didattica a distanza in questo periodo di quarantena

Il cambiamento è immaginare nuove risposte

Un caso interessante dell’Istituto Comprensivo Ceretolo di Casalecchio di Reno, Bologna, è rappresentato dalla storia di didattica a distanza dei piccolissimi della materna, perché grazie all’entusiasmo di alcune insegnanti anche lì è stato sperimentato un modo per sentirsi più vicini grazie ai dispositivi tecnologici già noti nelle altre classi.

È stata la prima volta ed ha segnato un inizio che sarà argomento di riflessione per il futuro. Nessuno desidera sostituire la presenza con la didattica in remoto. Qualcuno di noi pensa di poter fare a meno del contatto umano? No, tuttavia esistono contesti storici, sociali e di vita che ci impongono di pensare in maniera nuova.

“La scuola dell’infanzia è la scuola della socializzazione. In questa fase l’apprendimento avviene attraverso il gioco e la relazione, quindi quando è venuta meno la sua realtà abbiamo fatto una riflessione su quello che potevamo fare. Per questo abbiamo deciso di creare dei momenti di vicinanza: far sentire che noi insegnanti non eravamo sparite.

A una famiglia che conosco è capitato questo. I bambini non vedendo più le loro maestre hanno pensato che… fossero morte! La cosa può far sorridere, ma in realtà riguarda le emozioni profonde di un bambino che ha una routine basata sulla vicinanza ai suoi compagni, alle maestre e alla scuola, vissuta come spazio di gioco, apprendimento e relazione. E poi bisogna ammetterlo… non erano solo loro a sentirsi soli. Mancava anche a noi non vedere con quelle piccole pesti! Per questo abbiamo escogitato nuove soluzioni.

All’inizio abbiamo pensato di creare un audio di saluto, che mandavamo ai rappresentanti di classe, i quali a loro volta lo diffondevano ai genitori. Devo dire che i rappresentanti di classe hanno dato un apporto fondamentali e hanno agito da forti collanti. In questo caso la chat dei genitori ha assolto una funzione utile e si è rivelata importante per la comunicazione. Ma non ci bastava. Continuavamo a percepire una distanza destinata a diventare più grande ogni giorno. Ci siamo chieste: che cosa possiamo fare per recuperare almeno in parte la sensazione di vicinanza e intimità che di solito descrive le nostre giornate?

Avevamo già un blog di sezione: è una piattaforma che utilizziamo in modalità privata per documentare alcune attività o consegnare ai genitori le fotografie, per esempio in occasione di gite e visite d’istruzione. Abbiamo in parte convertito il blog a un nuovo utilizzo trasformandolo in un recipiente, sia di proposte nostre ai bambini, sia come contenitore delle esperienze dei piccoli. È chiaro che in una fascia d’età come questa i genitori rimangono i tramiti senza i quali nulla è possibile: la loro risposta è stata meravigliosa, piena di entusiasmo.

Abbiamo iniziato con i disegni, che i bambini facevano e i genitori ci inviano per immagini via mail e che poi noi caricavamo. Il blog è diventato un contenitore di memoria.

Eppure, avevamo ancora la sensazione che mancasse qualcosa. Abbiamo deciso di attuare un’indagine fra le famiglie per sapere se potevano essere interessate a rimanere in contatto con noi tramite altri strumenti. Naturalmente abbiamo pensato a un’indagine in forma riservata, perché non volevamo si sentissero in qualche modo obbligati a partecipare. Per questo si è evitato chat come WhatsApp per adottare la soluzione di un questionario in forma anonima tramite un modulo Google. In realtà tutte le risposte che abbiamo ricevuto sono state entusiasmanti; i bambini avevano voglia di un contatto più diretto con la classe e i genitori erano pronti a sostenerci e seguire i figli in questa avventura.

Come scuola eravamo già in possesso della piattaforma Google Suite. Abbiamo richiesto gli accessi anche noi della materna, nonostante di norma questi strumenti vengano utilizzati a partite dalla primaria. Naturalmente si è trattato di una modalità di accesso semplificata: è stato aperto un corso su Classroom utilizzando solo la funzione stream. Questo ci ha permesso di utilizzare un altro contenitore in cui raccogliere le esperienze dei bambini e, cosa non secondaria, relazionarci con un coinvolgimento maggiore.

All’inizio i bambini, con il supporto dei genitori, caricavano disegni e noi commentavamo. Gradualmente, i bambini, insieme agli adulti, hanno iniziato a osservare i loro lavori reciprocamente. Hanno iniziato a lasciare commenti, piccoli pensieri per i compagni, esclamazioni. Ora ci accorgiamo che sempre più hanno preso, e prendono ogni giorno, dimestichezza. E conquistano autonomia, indipendenza.

Sono i bimbi, attraverso la mano scrivente del genitore, a commentare i video e i lavori dei compagni. Quella che si sta creando è una sorta di galleria d’arte e creatività virtuale.

Dopo un po’ non bastava neanche Classroom: avevamo tutti voglia di vederci. Mancava il ridere insieme, gli sguardi, le voci. Per questo, siamo passati a Meet. È un bisogno anche nostro quello di vederli e sono entusiasta di vedere il loro comportamento cambiare.

Al primo incontro abbiamo invitato tutti e venti i bambini. C’era un po’ di ansia, come sempre quando ci si deve connettere per una video-chiamata… tanto più se davanti a una classe di venti. Con i genitori ci eravamo scambiati alcuni messaggi nel caso qualcosa fosse andato storto. Si sa, in questi casi può esserci la linea che cade, uno smartphone che finisce i giga o le batterie: succede! Ma un bambino piccolo può rimanerci davvero male e non volevamo che questo accadesse.

È stato un successo. Divertente e coinvolgente, una magia.

Adesso quando entriamo in Meet tutti insieme loro sanno che i microfoni devono essere spenti. Iniziamo noi insegnanti leggendo una storia, una legge e l’altra guarda lo schermo dove – è meraviglioso – riusciamo a vedere tutta la classe al completo. Un po’ come se fossimo davvero tutti insieme.

Poi chiamiamo ognuno di loro per nome e la vera emozione è vedere questi bambini di pochi anni che hanno anche imparato a accendersi da soli il microfono, adesso lo sanno fare senza l’aiuto dei genitori.

Dopo il successo del primo Meet abbiamo iniziato a pensare in piccoli gruppi: cinque bambini per volta, due volte alla settimana. I genitori sono vicini, ma in disparte, senza suggerire in modo che ogni bambino sia libero di intervenire, domandare, rispondere. L’adulto semplicemente accompagna l’esperienza in silenzio.

Facciamo piccole attività. Abbiamo trovato giochi interattivi, spunti, ispirazioni.

Abbiamo riadattato la programmazione pianificata a settembre all’inizio dell’anno.

Soprattutto, abbiamo cercato di ristabilire delle routine.

Il venerdì era il giorno del libro della scuola, che veniva letto insieme ai genitori durante il week end e riportato a scuola il lunedì. Adesso il venerdì è il giorno in cui si legge una storia e la cosa emozionante è che sta diventando un’attività che coinvolge tutti perché spesso all’ascolto si uniscono fratelli e sorelle più grandi, i genitori.

A scuola la mattina facevamo il calendario, che era visivo, appeso al muro con i giorni della settimana in colori diversi. Adesso facciamo l’appello e abbiamo cercato un modo per fare lo stesso il calendario: un bambino a turno fa l’assistente. Domani che giorno sarà, che giorno era ieri? Che tempo fa oggi?

Nei Meet siamo sempre in due, una condivide schermo con bambini, l’altra mostra l’attività da fare gioco e quindi l’interfaccia. Grazie a Meet abbiamo la possibilità di vederci tutti: è stata un’emozione ed è un modo per fare gruppo.

Naturalmente molto dipende dai genitori, soprattutto quando i figli sono piccoli. Alcune colleghe si sono inventate altre modi per creare un contatto con i bambini e i genitori, soprattutto quando una famiglia si mostra più in difficoltà o se ci sono barriere linguistiche. In questi casi può funzionare una didattica a distanza più personalizzata, oppure dedicare ogni giorno a un bambino. Ma non dobbiamo credere che siano solo i bambini di famiglie disagiate quelli più difficili da raggiungere. Alcuni genitori non desiderano essere coinvolti, ritengono che sia superfluo o inutili: per tanti motivi semplicemente non sono disponibili.

Sul Meet la nostra regola è che il microfono di gruppo è rigorosamente spento, viceversa nella modalità di collegamento in piccoli gruppi il microfono è acceso. Nella parte finale del Meet di gruppo ogni bambino prende la parola e risponde al suo nome: all’inizio era il genitore a intervenire e accendere il microfono. Ora sono loro a farlo. Sembra banale, eppure è un esercizio di coordinazione occhio-mano fondamentale. Hanno imparato a usare il mouse, le cuffie e il microfono. È meraviglioso vedere i loro progressi.

Dopo tutto non è che questo che deve insegnare la scuola dell’infanzia? Imparo a vestirmi da solo, allacciarmi le scarpe, imparo i piccoli gesti che fanno la mia indipendenza: la scuola dell’infanzia è la scuola dell’autonomia.

Le nuove tecnologie anche alla scuola dell’infanzia sono uno stimolo per farsi domande. Che cosa può essere d’ispirazione per i piccoli? Sarebbe bello che da questa esperienza nascesse una continuità, perché questo può rivelarsi una crisi: un acceleratore del cambiamento. L’auspicio è che questi strumenti possano trovare un’integrazione con la didattica in presenza e, una volta tornati alle nostre vecchie aule, rendere l’apprendimento ancora più ricco”
Miriam Migliori e Rosa Anna Avitabile, docenti di scuola dell’infanzia

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La parola a…

Enrico Battisti, dirigente scolastico

“Noi siamo stati fra le prime scuole ad attivarci con la didattica online. Avevamo già la piattaforma Google Suite attiva per tutti gli alunni e per i docenti, ma prima dell’emergenza non veniva utilizzata con tutte le sue potenzialità. Nel giro di dieci giorni la piattaforma è stata estesa a tutti gli ordini di scuola del primo ciclo di istruzione presenti nel nostro istituto.
Devo dire che la nostra tempestività nell’attivazione della didattica online è stata resa possibile anche grazie all’intervento di un papà, Gabriele Santomaggio, Senior Software Developer in SUSE, che si è immediatamente offerto per dare una mano e ha messo a disposizione gratuitamente le sue competenze collaborando con la nostra animatrice digitale, Rossella Pagano.

La piattaforma Classroom è stata resa disponibile a tutte le classi. L’obiettivo? Veicolare contenuti didattici e non solo. Il tentativo è stato fatto per sfruttare le tecnologie in modo da andare a colmare un vuoto che oggi si evidenzia soprattutto a livello emotivo e, soprattutto per quanto riguarda i bambini più piccoli, sostenere un punto di vista empatico e relazionale.
So di aver chiesto molto alle docenti e ai docenti, ma la risposta non si è fatta attendere ed è stata ricca di entusiasmo e coinvolgente, anche da parte degli insegnanti che in tempi rapidi hanno deciso di imparare una piattaforma che non avevano mai utilizzato prima. Abbiamo ritenuto fondamentale, in un momento di emergenza come questo, lavorare anche solo per far sentire la nostra voce: stabilire un contatto umano, che per gli studenti costituisce un ponte di collegamento con quella che fino a qualche settimana fa rappresentava la normale routine quotidiana. La risposta dei docenti è stata straordinaria: hanno fatto fronte comune, sono stati capaci di recepire e affrontare i bisogni del momento. Devo dire che è stato straordinario aver riempito un vuoto giornaliero grazie a videoconferenze capaci di puntare anche al piano emotivo.

Per quanto riguarda la prima e la seconda elementare abbiamo calendarizzato appuntamenti grazie all’aiuto genitori. Crescendo, i ragazzi hanno più autonomia. In terza e quarta all’aspetto relazionale si aggiunge la necessità di un’attenzione mirata verso la didattica: lo strumento delle videoconferenze e classroom sta cercando di colmare anche il vuoto informativo. Le classi della secondaria di I grado al momento hanno una sorta di diario settimanale. Le giornate sono costruite con spiegazioni, compiti, interrogazioni, nel tentativo, che sappiamo non facile, di creare un’ordinarietà anche nella didattica a distanza e dare ai ragazzi la possibilità di una routine, pur in un periodo di emergenza come quello che stiamo vivendo.

Certamente l’impegno richiesto alle famiglie è notevole e di questo dobbiamo ringraziare i genitori, che nella nostra scuola hanno dimostrato una grande apertura nell’affrontare la necessità dell’oggi, imparare strumenti nuovi a livello tecnologico e costruire un ponte di dialogo fra scuola e figli. Un ringraziamento particolare va all’impegno dell’associazione genitori Ceretolo che, supportando la scuola con co-finanziamenti ingenti, sta permettendo alle famiglie più in difficoltà di superare il gap di “digital divide”, ma anche al DSGA, al personale ATA e tutti i collaboratori scolastici che, in prima linea, tengono aperta la scuola per consegnare i nostri computer in comodato d’uso agli alunni che ne hanno bisogno. Insomma un vero esempio di comunità educante.

Da un punto di vista emotivo mi sta piacendo molto il fatto che le famiglie sentono vicinanza con la scuola, perché la scuola deve coprire il vuoto quotidiano, è chiamata a farlo. E poi ci sono le sorprese inaspettate, come ragazzi che in dinamiche scolastiche di “normalità” erano poco partecipi e attivi e che invece con la didattica a distanza si sono dimostrati esattamente il contrario”.

In questo periodo all’Istituto Comprensivo Ceretolo di Casalecchio di Reno, Bologna, sta per partire un altro progetto: Adotta un nonno… al telefono, sostenuto (oserei dire, ispirato) dall’entusiasmo di alcuni genitori e coordinato da Rita Rossi, docente.

“Credo che il ruolo che possono svolgere le tecnologie sia di coprire le distanze, raggiungere le persone più sole, come gli anziani, e aiutarle a sentirsi meno sole. Due generazioni, i giovanissimi che vivono la noia della quotidianità e gli anziani che vivono la noia dell’abbandono e della solitudine, attraverso un contatto possono diventare più vicini e affrontare il vuoto di queste giornate. Dietro al progetto “Adotta un nonno” c’è l’idea che i ragazzi possano usare la tecnologia per sentirsi utili e non soltanto in modo passivo. Passata l’euforia iniziale, infatti, anche la didattica onine diventa in breve ordinaria, di routine. In poco tempo, insieme alla stanchezza per una novità che è già abitudine, subentra il rischio di subire passivamente tecnologia. Al contrario, il messaggio che come scuola desideriamo dare ai ragazzi è: siete anche voi partecipi di questo momento storico. Potete essere fautori di un cambiamento e intervenire nel cambiamento di una persona, voi stessi e gli gli altri”.

Il 25 marzo 2020 il dirigente scolastico ha diffuso sul sito dell’Istituto Comprensivo Ceretolo una circolare che è diventata tam tam fra scuola e famiglia. Torneremo ad abbracciarci.

Ho pensato, allora, di raccogliere nella pagina collegata a questo link quanto di bello stiamo ancora riuscendo a produrre in questo pur difficile momento.
Una sorta di “diario” work in progress in cui inserire disegni, pensieri, messaggi vocali e, perchè no?, messaggi video per chi vorrà… semplicemente come ricordo di questo periodo che ci obbliga a vederci solo in video e a non poter vivere le nostre giornate con i nostri amici, i nostri alunni, i nostri affetti.

Credo di esprimere il pensiero di molti se dico che spero che questo periodo passi quanto prima, ma mi sento anche di dire che tutto passa e anche questo momento sarà solo un ricordo da dimenticare e noi torneremo ad abbracciarci… e sarà bellissimo.
IL DIRIGENTE SCOLASTICO
Prof. Enrico Battisti

Tecnologia e didattica a distanza

Questa primavera in quarantena è stata anche questo, a quanto pare: (ri)scoperta della tecnologia e di un suo utilizzo differente, forse persino più consapevole anche sui social. Nascono nuovi modi per ritrovarsi, dalle lezioni di yoga e meditazione agli aperitivi online per condividere l’happy hour con gli amici anche a distanza. Una delle piattaforme più utilizzate è Zoom, anche se proprio in questi giorni anche Facebook lancia la possibilità di creare stanze virtuali dove incontrarsi, vedersi, chiacchierare. Uniti attraverso la distanza.

E poi ovviamente c’è la scuola. Per fortuna o sbuffando, sono stati loro, docenti, studenti e genitori alle prese con un anno scolastico drasticamente interrotto a dover cavalcare l’onda del cambiamento, con coraggio e non senza qualche difficoltà. Una delle piattaforme più utilizzare nel settore scolastico è Gsuite, servizio offerto da Google che sostalzialmente si suddivide in due strumenti: Classrom, utile per assegnare e correggere compiti, e Meet, con cui lanciare alla classe o ai singoli elementi un collegamento in modo da agire in videoconferenza tramite una video-call. Con Classroom è possibile visualizzare i compiti da fare a casa, caricare gli esercizi fatti e completare con correzioni e commenti.

“Il Servizio Marconi è l’unità operativa regionale che per l’Ufficio Scolastico Regionale segue le azioni del Piano Nazionale Scuola Digitale e coordina le attività di formazione dei docenti in tema di innovazione digitale nella didattica. In questi anni ha dato supporto non solo a noi Animatori Digitali sulla Gsuite, ma anche alle scuole dandoci così la possibilità “oggi” di poter affrontare questo periodo di emergenza.

Con il Dm dicembre – 2014 – n. 912 il Servizio Marconi è elemento costituente l’Ufficio III dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna, e si occupa di tecnologie per la didattica. “Il Servizio si occupa del supporto all’Ufficio ed alle Istituzione Scolastiche della regione sulle problematiche connesse alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, con particolare riguardo al tema dell’indispensabile innovazione della didattica e delle modalità d’azione quando le tecnologie entrano in classe o più in generale nel lavoro quotidiano”.

In primo luogo, la didattica a distanza rappresenta, in questo contesto di emergenza sanitaria in ci troviamo, l’unica possibilità di dare continuità all’apprendimento e salvare il percorso formativo ed educativo fino ad ora intrapreso con gli alunni. In questo periodo di sperimentazione forzata, ho compreso che, la didattica a distanza, rappresenta un arricchimento professionale, ma al contempo un’esperienza complessa che, per certi versi, risulta più impegnativa delle lezioni in presenza.

La lezione on-line con gli studenti, infatti, richiedono un impegno maggiore anche in considerazione del fatto che, per mantenere alto l’interesse e l’attenzione all’attività didattica, occorre grande creatività e l’acquisizione di materiale, didattico, anche in rete, da reperire preventivamente.

I docenti, inoltre, in questa fase hanno anche hanno anche il compito di responsabilizzare i propri alunni e talvolta di calmare le loro angosce, che, dopo un così lungo periodo, inevitabilmente si fanno sentire.

Un’ulteriore problematica riguarda anche le modalità di organizzazione delle lezioni, dovendo, in primis, garantire a tutte le famiglie, la dotazione di un pc, non solo alle famiglie che ne erano sprovviste, ma altresì a quelle il cui dispositivo era già utilizzato da altri figli o per lo svolgimento dell’attività in smart-working da parte dei genitori. A tal proposito, l’Istituto è intervenuto prontamente, mettendo prontamente a disposizione dei richiedenti il dispositivo necessario a garantire la possibilità di seguire le lezioni.

In conclusione la didattica distanza adesso è l’unico valido strumento che per fortuna abbiamo a disposizione per mantenere il rapporto con gli alunni e mandare avanti il lavoro di istruzione e formazione. Ovviamente non si tratta di superare l’istituzione scuola, che è e rimane essenziale nell’organizzazione della vita sociale, ma questa esperienza insegna che si può contribuire allo sviluppo della cultura anche al di fuori di essa, basta farne buon uso, nella piena consapevolezza che nessun sistema può sostituire il rapporto umano e diretto con gli studenti”
Rossella Pagano, docente e Animatore digitale Ic Ceretolo

La parola a… un papà

Gabriele Santomaggio, Senior Software Developer in SUSE
“Sono un volontario da un paio di anni. Grazie all’azienda in cui lavoro, SUSE, compagnia che progetta sotware, ogni mese ho la possibilità di svolgere alcune ore di volontariato, pagato. Organizzo corsi di informatica e tecnologia diretti ai bambini e docenti; uno tenuto di recente ha avuto come argomento il dark web. Quello che penso è che certe cose non sia sufficiente proibirle: bisogna conoscerle. Mettere la testa sotto la sabbia e fingere che non esistano non ci proteggerà dai pericoli. Appena è iniziata la chiusura della scuola ho scritto al preside per rendermi disponibile e dare il mio aiuto. Quello che ho fatto è stato aiutare a configurare le piattaforme in modo da rendere accessibile a docenti e genitori la possibilità di lezioni in video e di utilizzo di classroom, servizio per il quale è necessario un accesso dedicato a ogni studente.

Innanzitutto abbiamo importato tutti gli studenti. Tramite l’importazione massiva in un giorno siamo riusciti a inserire tutto il database e far avere a tutti gli alunni mail dedicata e password. Al momento in rete sono disponibili diversi strumenti per la didattica a distanza: uno dei più utilizzati è la piattaforma Google Suite, servizio sviluppato da Google che fino a luglio sarà fornito gratuitamente a causa del particolare momento di emergenza. Il primo problema da affrontare con la didattica a distanza è il set up. Questo significa creare un account scolastico per ogni alunno: il primo passo è stato, quindi, inserire i dati di ognuno abbinando una mail dedicata.

Il secondo? Scrivere una documentazione ad uso di docenti e famiglie in modo da agevolare la comprensione degli strumenti, dalle operazioni più semplici, come accedere e cambiare password, ai consigli sulle cose da sapere per l’utilizzo delle piattaforme. Terzo passo, alcuni genitori e docenti hanno scritto un po’ di manuali sull’utilizzo della piattaforma. La scuola ha creato una serie di moduli google per rispondere ai problemi tecnici delle famiglie. Il quarto passo è stato organizzare dei corsi. Sono state organizzate delle mini sessioni serali per spiegare come funziona la piattaforma e per rispondere alle domande comuni. È necessario, infatti, sviluppare delle linee guida in modo da utilizzare la piattaforma tutti allo stesso modo.

Classroom e Meet fanno parte di Google Suite, una piattaforma generica a pagamento che può essere potenzialmente applicata a qualsiasi contesto, dalla scuola ma non solo. In realtà potrebbe essere applicata anche a un’associazione culturale o tutti coloro che, al presente o in futuro, siano potenzialmente interessati a un progetto di insegnamento online. Al momento le resistenze sono ancora molte. Ci sono docenti che ancora troppo spesso per le comunicazioni quotidiane utilizzano il formato mail o addirittura WhatsApp, senza comprendere che questi strumenti in realtà fanno perdere più tempo.

Tecnologicamente è da tempo che abbiamo questi mezzi, ma ora l’emergenza ci sta costringendo a pensare ciò che fino adesso abbiamo potuto rimandare. Come ha scritto qualcuno, dall’esperienza del Covid-19 l’Italia uscirà forse devastata economicamente, ma avanzata d’un balzo tecnologico di vent’anni perché nel giro del poco tempo che abbiamo avuto a disposizione abbiamo già iniziato a sovvertire molte delle nostre abitudini e logiche finora utilizzate nel web”.

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24 aprile

Il profumo di camomilla,
appena fuori di casa. L’aria quando
il sole è già tramontato, ma non è ancora sceso il buio. Inspira.

Mi ricorda primavere passate e la stessa fragranza, indimenticabile ogni anno.

Strada deserta, rumore d’acqua di fontana.
Dietro l’angolo i ciliegi in fiore, alberi abbandonati di un giardino solitario. Chissà come devono essere nella luce forte della giornata, quando il mattino trapassa nei petali di seta.
Ieri il vento ne ha trascinato via manciate che chissà perché sono arrivate fino alle nostre finestre della camera da letto, come giovani farfalle cavolaie.

Cieli rosa. Passaggio di uccelli che si lanciano richiami, da lontano. Ascolta.

In questa primavera in quarantena,
la sera è ancora più silenziosa.
Ognuno è a casa sua, scuri chiusi e
lampioni che si accendono anche se fuori è ancora chiaro. Passo dopo passo,
pancia che pesa. Rumore di sassi sotto le ciabatte, macchie di vernice bianca sui pantaloni nelle dita e fra i capelli.
In cucina mani che impastano la pizza e stufa che scalda la stanza. La piccola fortunadrago guarda l’orizzonte oltre la siepe, sdraiata sul freddo grigio del muretto: non le importa che sia sera, non ha freddo. Spia
l’andirivieni
inesistente.

Le luci che si accendono.
Il senso dell’attesa, mia e del mondo
in sospensione.
Profumi di farina, pomodoro e casa.
Il buio della notte che poi alla fine è già qui all’improvviso.
venerdì, a quanto dice il calendario – 24
aprile (’20)

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21 aprile

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È l’alba del 21 aprile 1945. Nelle prime ore del mattino la città di Bologna si sveglia con il rombo dei carri armati che attraversano le strade. Sono le unità alleate del 2°Corpo Polacco dell’8a Armata Britannica, della Divisione USA 91a e 34a, i Gruppi di combattimento Legnano, Friuli e Folgore e la brigata partigiana “Maiella”.
Non avranno bisogno di sparare un colpo, Bologna era già libera.

Nel corso della mattinata i bersaglieri del battaglione Goito percorrono via Rizzoli fra gli strepiti della folla, mentre nel pomeriggio entrano nelle mura le Brigate partigiane Giustizia e Libertà di Montagna e 7a Modena.
La notte prima fascisti e tedeschi, su ordine del generale Von Senger, abbandonano la città. Mentre fuggono i tedeschi si lasciano alle spalle i cadaveri di Sante Vincenzi e Giuseppe Bentivogli, abbandonati nelle campagne e ritrovati il giorno dopo. Sorpresi dagli attacchi della 2a Brigata “Paolo” Garibaldi nei pressi di San Giorgio di Piano, nella ritirata verso nord furono in molti a morire, tedeschi e partigiani.

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Bologna dopo il bombardamento aereo del 25 settembre 1943

Bombardiere B17 americano
Bombardiere B17 americano

Di bengala ne ho visti pochi, ma quando è capitato ho rilevato la loro grande capacità di illuminare il cielo quasi “a giorno”. “Pippo” era un piccolo aereo che di notte volava seminando paura fra i tedeschi e i civili. Quando si sentiva di sera il suo caratteristico rumore si spegnevano le luci e si rimaneva chiusi in casa. Nemici di Pippo erano i riflettori che con il loro fascio di luce potevano renderlo visibile bersaglio per le contraeree. Né i bombardieri, né i caccia, né Pippo si interessarono mai della Tombazza

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Ala distrutta di Palazzo d’Accursio dopo i bombardamenti del 1943

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Biblioteca dell’Archiginnasio: Bologna, 29 gennaio 1944

Spesso comparivano in cielo i caccia che potevano mitragliare o lanciare piccole bombe. Quale riparo contro il mitragliamento? Semplice: la trincea a 7, che avevamo naturalmente scavata ben esposta e ben visibile dagli aerei in aperta campagna. Ma in quale parte si doveva stare? In quella perpendicolare o in quella nella direzione dell’aereo? Si discusse fra noi bambini di questo e non ricordo se chiarimmo il dubbio
Tratto da Ricordi della seconda guerra mondiale

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Chiesa del Sacro Cuore di Bologna nel 1944

“All’ippodrono ci sono le corse domani”, sembra fosse questo il segnale trasmesso dalla BBC sull’attacco diretto alla città da parte alleata e la repentina risposta italiana: era il 10 aprile 1945

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Basilica di San Francesco a Bologna

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Bombardamenti sulla stazione di Bologna

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Le immagini della liberazione di Bologna

Un sax in cambio di una cinepresa: la figlia di Luciano Bergonzini racconta di suo padre, che da ragazzo suonava il sassofono e il giorno della liberazione porta lo strumento con sé. Lo darà a un soldato americano che in cambio gli consegna una cinepresa. Le istantanee raccolte da Luciano Bergonzini insieme alle fotografie di Ansaloni saranno le uniche immagini di quel 21 aprile 1945, rimasto nella storia per la liberazione di Bologna.

Siamo liberi

Dai fascisti veniva lugubremente chiamato il “posto di ristoro dei partigiani”: lungo il muro esterno, sulla scalinata di fronte al Nettuno, venivano fucilati i combattenti per la resistenza e lì le donne iniziarono a portare mazzi di fiori. Nello stesso luogo, di fianco a quello che oggi è l’ingresso della Biblioteca cittadina Salaborsa, è il Sacrario dei partigiani.

All’epoca Piazza Maggiore era Piazza Vittorio Emanuele II. Quando arrivano le truppe alleate i partigiani controllano tutti i punti nevralgici cittadini e hanno già preso possesso di Prefettura, Questura, Comune, Pirotecnico, del carcere e delle caserme. Onorato Malaguti, che in seguito diventerà primo segretario generale della camera del lavoro, alla testa di un corteo arriva fino a Piazza Maggiore, sale su un tavolino da caffè salutando i concittadini: “I nazifascisti sono stati cacciati e non ritorneranno mai più. Ma se Bologna è libera non è così per tutta l’Italia. La guerra deve continuare contro i tedeschi e i fascisti fino alla loro completa sconfitta”.

Liberazione di Bologna nella pellicola di Edo Ansaloni, archivio Rai

“The Forgotten Front”, il fronte dimenticato

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In occasione del 75esimo anniversario della Liberazione esce “The Forgotten Front” di Paolo Soglia e Lorenzo K. Stanzani sulla Resistenza a Bologna, prodotto da Orso Rosso Film con il sostegno della Regione Emilia-Romagna Film Commission. Il film è stato realizzato con preziosi materiali d’archivio inediti, patrocinato da Comune di Bologna, Cineteca di Bologna e sponsor Hera. Vista l’eccezionale situazione di questa primavera in quarantena a causa dell’emergenza Covid-19 la visione al cinema si trasferisce direttamente a casa.

“The Forgotten Front”, il fronte dimenticato, racconta le fasi della guerra dal ’43 al ’45 sulla linea Gotica, l’occupazione tedesca della città durante la Repubblica di Salò e la lotta di Liberazione. Il titolo, The Forgotten Front, riprende un’espressione utilizzata dal New York Times in data 11 dicembre 1944, quando l’avanzata alleata in Italia si ferma a causa dell’inverno: la Resistenza italiana è sola a combattere i nazifascisti. Il documentario è stato realizzato con filmati d’epoca e una lunga indagine fra archivi italiani e stranieri. Per ovvie ragioni rarissimo il materiale dei GAP, di cui si tenta di riscostruire la storia e le azioni.
Le riprese dei bombardamenti e della Liberazione sono quelle realizzate dal giovane cineamatore Edo Ansaloni. La colonna sonora originale di Marco Pedrazzi è stata eseguita dall’orchestra del Teatro Comunale di Bologna.

“The Forgotten Front” sarà in streaming su MYmovies da martedì 21 a sabato 25 aprile 2020. È possibile acquistare il biglietto online al costo di 3 euro, sarà valido per 24 h.

Qui è possibile acquistare il biglietto per la visione del film “The Forgotten Front”

Storia e memoria di Bologna

Quando si udiva il rumore delle formazioni aeree le vedevo poi apparire da Est e potevo seguire il loro procedere ordinato, sia pure sempre con timore che cadesse qualche bomba. Il monotono rumore dei numerosi motori, che ricordo ancora, unito al pensiero che andavano a bombardare, annunciava pessime notizie. Al loro passaggio si accompagnava spesso il lancio di pagliuzze argentate che noi bambini raccoglievamo e che poi imparammo che servivano per ingannare i radar. Quando i bombardamenti avvenivano su Bologna, a poco più di 20 km da me, avvertivo confusi i rumori degli scoppi delle bombe e di sera vedevo anche i lampi e il cielo tinto di fuoco

Sul sito Storia e Memoria di Bologna, creato intorno al Museo Civico del Risorgimento con sede espositiva a Casa Carducci, è possibile sfogliare i giornali dal 1915 al ’44, mese per mese, e visionare le collezioni digitali sulla Grande Guerra.

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21 aprile 1945, Molino Parisio a Bologna (Ansaloni) Gli scatti sono immagini tratte dal progetto “Storia e Memoria di Bologna”, visibili sul portale, e sono proprietà dell’archivio del Museo del Risorgimento di Bologna | Museo della Certosa

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Piazza di porta Ravegnana a Bologna

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Liberazione di Bologna: piazza Maggiore

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Via Rizzoli, 21 aprile 1945

Vuoi approfondire? Qui una bibliografia sulla seconda guerra mondiale a Bologna suggerita dalla Biblioteca Salaborsa

Qui alcune tracce per lo studio della seconda guerra mondiale anno per anno

Per camminare nella storia di Bologna e studiare la seconda guerra mondiale passo dopo passo…
Museo Memoriale della Libertà – San Lazzaro di Savena (BO)
Museo Civico del Risorgimento – Bologna, Piazza Carducci 5
Museo della Resistenza – Istituto Parri, Bologna

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Volpe, animale sacro guida dell’aldilà

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Amicizia con una volpe – Fotografia di Gianni Strozza

Secondo le antiche storie cinesi la volpe è dotata di poteri magici.
La volpe appartiene al regno del buio, principio femminile yin che si contrappone all’energia solare yang, con cui si combina in un’eterna danza degli opposti. Anche per questo la volpe è stata associata all seduzione e all’istinto primordiale della forza che si accresce attraverso l’altro.

Il dizionario “Shuowen Jiezi”, realizzato nel secondo secolo da Xu Shen durante la dinastia Han, è considerato il primo vocabolario della storia cinese. Qui le volpi, a cui vengono attributi poteri di guarigione, vengono cavalcate dagli spettri: questo piccolo animale che compare nella notte appare sulla soglia fra mondo di qui e aldilà. Sulla volpe bianca dalle nove code cavalcano, invece, i demoni. Nelle leggende è colei che accompagna i defunti oltre la vita.

Esistono testimonianze di templi eretti in epoca Song (960-1279) in onore del re delle volpi, perché dice un vecchio proverbio cinese, “Senza volpe non c’è villaggio”. Narra la mitologia cinese che il dio del sole, Xihe, avesse al suo servizio una volpe, per questo in epoche passate si facevano sacrifici alle volpi per propiziarsi la fortuna.
Qualche volta è una donna, altre volte sotto la sua pelliccia si nasconde un uomo. In generale, è uno spirito capace di trasformarsi e apparire dal nulla portando un messaggio.

Questo piccolo animale rosso appare nella tradizione popolare, da un punto all’altro della terra. Se in Cina al suo fianco cammina un fantasma, in Medio Oriente e Persia si credeva che accompagnasse i morti verso l’aldilà, mentre i Celti invocavano la volpa come guida dei boschi e attraverso il mondo degli spiriti.
Dall’altra parte dell’oceano, i Nativi Americani pensavano che le volpi donassero il dono dell’invisibilità e la capacità di vedere nel futuro: all’inizio della storia, si raccontava, era lei ad aver donato agli esseri umani la conoscenza del fuoco. Fra il popolo Dogon del Mali la volpe abita il deserto: è il dio che incarna l’energia del caos.

In principio era il Mare Primordiale, Nammu, raccontano i miti primordiali della civiltà sumera sulle tavolette del Gilgamesh. Da Nammu, il mare primordiale che esiste da sempre, ebbe origine la Montagna cosmica, che va dagli strati più profondi della terra fino al cielo, in un tutto indistinto. Il Cielo, An, principio maschile, insieme alla Terra, femminile Ki, generano Enlil, dio dell’Aria, del Vento e della Tempesta. il dio dell’Aria. A questo punto avvenne la separazione: An “tirò” il Cielo verso di sé, mentre Enlil “tirava” la Terra, sua madre.
An, Enlil, Ki, Enki: Cielo, Aria, Terra e Acqua.
Enki, signore dell’acqua, talvolta tradotto, forse in modo errato, con terra, o vita: la sua sposa è Ki, la Terra, conosciuta anche come Ninhursag, “Signora delle colline”: Ninmah “Signora maestosa” che plasma gli uomini con l’argilla, Nintu, “Signora delle nascite”. Colei che partorisce, madre di tutti gli esseri viventi.

Prima che gli uomini venissero creati, gli dei abitavano nel paese di Dilmun, un luogo dove non esistevano morte, né malattie e che sulle mappe di oggi corrisponde al Bahrain. Solo l’acqua dolce manca, per questo Enki, dio dell’acqua, chiede a Utu, dio del sole, di farla scaturire.
Nasce un meraviglioso giardino. Qui la dea madre Ninhursag, unendosi al dio Enki, mette al mondo tre generazioni di dee. Insieme alle giovani dee nascono otto piante sacre.
Ma Enki, in questa storia è l’uomo a essere curioso, desidera assaggiarle per questo le fa cogliere dal messaggero Isimud. Ninhursag lo maledice prima di scomparire nel nulla, mentre lui, sotto lo sguardo impotente di tutti gli altri dei, conosce la malattia.
Il principio della morte inizia a devastare il suo corpo.
Sarà una volpe a riportare Ninhursag da Enki: davanti a lui la dea madre trasformerà le sue malattie in divinità, saranno loro la cura in grado di guarirlo

Fra gli sciamani siberiani la volpe, insieme a animali l’orso e il gufo, è uno spirito custode, intermediario fra mondi diversi: un animale totem, di potere. Sarà per questo, forse che in Occidente, durante il Medioevo inizia a essere associata al potere diabolico e come tale cacciata, perseguita e oggetto di paura. Abbiamo paura dell’ignoto.
La volpe esce al crepuscolo, territorio delle ombre, ed è facile vederla durante la notte o all’alba, quando i sensi si confondono. È un animale magico che appartiene a un tempo e a uno spazio intermedio, per questo le antiche saggezze vedevano nella volpe una guida in grado di accompagnarci all’ingresso del mondo invisibile.

Gli Inca pensavano che nella volpe si nascondessero guerrieri capaci di combattere con il potere della mente. La volpe vede nel buio, il suo è simbolo dell’intuizione che sa comprendere al di là dell’apparenza, vedere la realtà.
Capacità di osservazione acuta nel buio della coscienza.
Mentre luce e buio si confondono e la sera scende con le sue tenebre, la volpe sa orientarsi e il suo è un orientamento che nasce da una capacità di vedere nelle tenebre.
Connessa al mondo dei sogni e guida nell’universo onirico della notta dell’inconscio, lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry è alla volpe che fa pronunciare la frase, rimasta celebre: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” nel suo libro Il piccolo principe. La volpe rappresenta l’intuito dell’istinto che vede al di là. In Giappone la volpe è kitsune, spirito mutevole capace di cambiare forma: ogni inverno Inari, dio del riso e dell’agricoltura, saliva alla montagna dopo il periodo del raccolto e ogni primavera tornava a valle, quando la bella stagione iniziava di nuovo. Tutti gli anni, nello stesso modo, le volpi tornano, avvicinandosi ai villaggi, considerate messaggere divine. Bianche, sono spiriti guardiani che allontanano il male e vederle è segno di buon auspicio. Capace di mimetizzarsi tra le sfumature cangianti della natura, a seconda della stagione, la volpe si muove rapidamente, muta, sa osservare senza essere osservata.
Cacciatrice solitaria, è simbolo del sesto senso.

I ricercatori dell’Università di Cambridge scavando nel cimitero del sito archeologico di Uyun-al-Hammam hanno trovato una sepoltura con un essere umano insieme allo scheletro completo di una volpe rossa. Si pensa che il canide selvatico fosse stato addomesticato: tendente a fidarsi quando è giovane, la volpe diventa diffidente da adulta.
Ma questa storia di amicizia, per sempre segreta, fa pensare a quanto vicino abbiano vissuto, per secoli, la selvaggia volpe amante della libertà e l’essere umano, vicini ma non troppo, addomesticandosi a vicenda.

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