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Passeggiare al mare in Olanda

In posti come Schveningen il mare è sopra, sotto e ovunque
l’acqua sembra più in alto di te che sei lì, in mezzo al vento sulla terraferma, e intanto puoi camminare fino all’orizzonte e questo mare è già qui, dentro la sabbia
cammini sul mare,
sabbia bagnata che riflette e mille conchiglie incastonate. I cani che corrono a perdifiato, la fila dei bar sulla spiaggia chiusi, riapriranno a marzo.
E poi i bistrot dove sedersi a un tavolino di legno e immaginare il viaggio dei pescherecci in partenza, il tramonto, l’aria che all’improvviso si satura di rosa, il legno delle barche lucidato dal sole, dagli anni e dal sale
sei a un passo da L’Aia, la capitale, ma qui è già tutto diverso.
Si vive di azzurro.
Di vento, di cieli immensi.
Allora, lungo la costa, inseguendo il nord,
andare
avanti
fino alla fine del mondo, fino al mare che si tuffa nel mare
e chissà
dove
si
arriverà
?

Schveningen è considerata la spiaggia della città Den Haag, L’Aia. La lunga fila di locali chiude durante l’inverno per lavori e riapre verso aprile: durante la bella stagione puoi venire qui e sederti per un pranzo o lavorare al tuo computer con una tazza di caffè, guardando la linea del mare. Ma se vuoi fuggire dalla folla e trovare la parte più selvaggia dell’Olanda vai,
non ti fermare
sempre dritto, inseguendo la linea della costa che ti porta
verso il margine della mappa
Den Helder,
un centinaio di km e poco più
un posto completamente diverso
scende la sera
un paio di pub che resteranno aperti ancora un po’,
due avventori davanti a un boccale di birra
le luci intense che illuminano gli interni in legno
come un quadro antico.
La strada corre accanto al canale,
chi dorme sulla terraferma e chi su una casa galleggiante
o scende dalla barca, con un balzo e
si mescola fra gli altri.

Poco più in là troverai, sulla destra
l’attracco del traghetto.
Ne partono spesso, anche d’inverno.
Il biglietto è già calcolato di andata e ritorno che
se sull’isola vai, da lì tornerai
è già scritto.

Texel, che in olandese pronunciano “tessel”

ecco di nuovo,
un’altra fine del mondo

finisce la mappa
e tu sei andata oltre il margine

qui inizia il mare e tu ti tuffi
con lo sguardo
solchi le onde
insieme ai gabbiani

davanti al mare

tu, che quando ancora non parlavi, ascoltavi i gabbiani e urlavi il loro verso al mare

tu non te lo ricordi, ma c’è stato un tempo in cui hai visto per la prima volta il mare:
hai guardato il blu,
respirato l’immensità.
Adesso non lo sai più. Eppure il tuo corpo ricorda.
E ogni volta che ci troviamo di nuovo davanti al mare, attratti come falene dalla luce, seguiamo il corpo e ci mettiamo a sedere,
senza neanche sapere perché,
inebetiti e felici
di fronte all’infinito
disteso
azzurro

mare-isole-olanda




Perdersi in Olanda

Dell’Olanda ricorderai…

le strade, quasi ovunque pavimentate, che sembra un po’ di non uscire mai dal vialetto di casa

la mattina quando ti svegli in un giorno in cui il sole esce dalle nuvole ed è proprio una festa che ti mette di buon umore

il sorriso degli olandesi, salutano tutti con calore un po’ come fossero tuoi vicini da sempre. E tutti parlano inglese

le carote, che qui vendono con la parte verde così lunga che ci si potrebbe fare un bouquet

le case, con i soffitti bassi e le finestre così grandi che diventano una vetrata. E tu te ne stai lì davanti, ci potresti stare ore, a guardare in giardino come ci fossi già dentro, e senza neanche uscire di casa immergerti nel viavai della strada di fronte che in realtà di viavai ne ha pochissimo

i cieli immensi, di un grigio incostante, a pennellate di bianco, tono su tono senza fine, mutevoli come la pioggia che appare ogni tanto ma senza invadere troppo, solo un velo

le biciclette, ovunque. Parcheggi doppi e tripli di biciclette, davanti alla stazione che non si capisce nemmeno come si faccia a ritrovarla, poi, la propria bicicletta fra tutte le altre

i bambini, la pioggia e le bici. Tornano a casa da scuola sfrecciando, senza cappelli, né sciarpa con i capelli bagnati e a quanto pare non importa

i corvi. I corvi sono meravigliosi e irreali, di un tipo che in Italia non c’è. Sembrano ritagliati da vecchie illustrazioni di fiabe e invece no, sono reali. Atterrano all’improvviso, si girano e ti guardano. Hanno ali blu e nere come tuffati nell’inchiostro, piccoli occhi come capocchie di spillo che se li guardi impazzisci

le case, tutte strette spalla contro spalla, di mattoncini marroni e rossi. Con la vetrata della sala che dà sulla strada e l’altra vetrata affacciata su quello che in Inghilterra chiamerebbero backyard, il cortiletto del retro, dove ogni casa ha anche una casetta per gli attrezzi e a volte un divano dove stare a guardare le nuvole e bere birrette

i colori, perché non è vero che al Nord non c’è luce. Dietro i giorni di nuvole il sole avvampa il cielo di bianco come una lampadina e fa emergere tutte le sfumature dei toni della terra, dal legno degli steccati alle piante seccherelle di fianco alle porte di casa

i parchi gioco, che qui sono ovunque. Basta girare l’angolo ed ecco qui uno scivolo e un’altalena, tutti sono dentro un cerchio di sabbia così se cadi non ti fai male e ti illudi anche un po’ che sia un giorno di mare

gabbiani, corvi e le cannerelle, che si agitano davanti a ogni casa in ciuffi scomposti. Ognuno l’ingresso di casa lo personalizza in modo diverso ma i cespugli di cannarella con mancano mai. E poi l’erica rosa e piante lasciate allo stato selvaggio. Nei parchi si intravedono già i bulbi che in primavera sbocceranno in nuovi tulipani

gatti. Gatti alla finestra che guardano chi passa, immobili. E perfino portagatti da appendere con le ventose ai vetri delle vetrate, che se fossi un gatto mi sembrerebbe un’ottima soluzione per fare il gatto meditabondo davanti alla strada

le mani fredde ma non troppo e camminare, un isolato dopo l’altro si potrebbe andare avanti all’infinito e scoprire di essere arrivati in un’altra città o forse in un’altra dimensione parallela

il design, che qui tutti o sono qui per studiarlo o lo fanno o ci lavorano, e se ne parla sempre e lo si vede anche, qua e là appoggiato ai vetri che danno sulla strada sotto forma di oggetti bizzarri e a volte indefinibili comunque capaci di portare fantasia nella monotonia del grigio

i mercatini dell’usato, tanti, aperti a giorni alterni, ci trovi di tutto, piccole cose bellissime, giochi, libri, posate, abiti. Hanno prezzi così ridicoli che non ci si crede e creano il circolo virtuoso di uno scambio in cui gli oggetti continuano a vivere, viaggiando attraverso luoghi diversi e persone

✏️ abbiamo macinato circa 1800 km e da qualche giorno siamo a Eindhoven dove vogliamo sperimentare una collezione di momenti di vita olandese con l’amico Erik Campanini che neanche a dirlo anche lui si occupa di design




Dunkerque, ultima frontiera d’Europa

che cosa accade quando arrivi alla fine del mondo?
difficile dirlo.
una cosa è certa. Oltre non puoi andare.
Ti devi fermare, alla fine.
E così accade anche qui, Dunkerque. L’ultima frontiera dell’Europa.
Le hai attraversate tutte, saltando dentro ogni confine su un piede solo come “a settimana” da bambini, in bilico.
Dopo la brina sempiterna di Lione e gli alberi ghiacciati che si confondono nella nebbia,
è spuntato il sole.
Oltre, qui c’è solo il mare.
Dunkerque, se ti alzi sulla punta dei piedi nelle giornate di sole vedi l’Inghilterra
galleggia pacifica la terra promessa
impossibile
come una sirena,
di quelle che cantando incatenavano i marinai a
un sogno impossibile,
anche qui
ma il canto ha la bellezza della disperazione.
Da almeno vent’anni una silenziosa migrazione di viaggiatori attraversa la mappa di quella che chiamiamo Europa per passare da un mondo all’altro
Dover,
scruti l’orizzonte ed è là.
Ma per superare il mare devi imparare a trasformarti. Tu ci provi, in tutti i modi.
Diventare pesce,
mettere ali di gabbiano
diventare idea, valigia, speranza
renderti invisibile, anche. Alla fine
nella fascia di territorio fra Calais e Dunkerque vivevano 6mila, 8mila, 9mila migranti. Di passaggio, in cerca di un modo per andare oltre. E gettarsi il passato alle spalle. Da vent’anni, ogni anno qualcuno in più. Il 24 ottobre 2016 la Jungle, la Giungla di Calais, campo profughi d’Europa, è stata smantellata. Da allora non si conosce esattamente il numero di questo popolo in cammino che si nasconde per continuare a viaggiare, sperare, immaginare una vita diversa. C’è chi viene dall’Iraq e chi dalla Siria, dal Ciad, Etiopia, Sudan… Alle vecchie guerre se ne sono aggiunte di nuove.
Non c’è rimedio, non c’è soluzione.
Non si può andare oltre, né rimanere
e anche oggi tu sei lì
a guardare il mare
a sognare lo stesso mare
che dall’altra parte chiamano in modo diverso,
con una lingua che nemmeno conosci ma che
già ti sembra
più libera e bella.
Il vento
sulla testa
nelle ossa
il ghiaccio
all’alba
la polizia
calpesta,
smonta,
distrugge
sistematicamente
tu ricostruisci
vestiti
tende
onore
ogni giorno
✏️ l’intento delle autorità francesi è scoraggiare ogni tentativo di restare nella zona, nel frattempo la situazione di chi vuole passare rimane in sospeso.
Colazione, docce, free shop con vestiti, scarpe e coperte calde: chi è qui cerca di migliorare la qualità della vita di questo popolo in viaggio verso un’altra vita e aiutare la vita quotidiana della Jungle.
Tutto ciò che viene raccolto sarà distrutto, calpestato, portato via ma questo non sta impedendo ai ragazzi che lavorano qui di continuare a
fare
immaginare
costruire
preparare il caffè e il tè ogni mattina e portarlo là, dove ci si scalda attorno a un fuoco nel vento




Siamo viaggiatori del Tempo

Noi siamo desideri viventi. Nasciamo e moriamo orizzonte. Curiosi, ci alziamo e muoviamo ogni giorno di un passo verso un destino che chiamiamo VITA. Credendo che la meta sia il viaggio andiamo avanti, a testa bassa, invece è la vita il VIAGGIO. Il viaggio è la vita.
E allora ci fermiamo, di colpo. A guardare questo tempo, a viverlo. E nell’infinito riscopriamo la MERAVIGLIA. Dentro lo stupore la curiosità che ci fa alzare in piedi, anche a fatica, anche sui gomiti.
Noi siamo desideri viventi e trasformiamo la realtà attraverso quello che vorremmo che fosse. Siamo evoluzione mutevole dell’IMMAGINAZIONE della realtà. Immaginazione l’universo che abbiamo dentro e ci permette di realizzare il mondo fuori
immagin/azione
fantasia
il nostro canale di comunicazione
tra fuori e dentro
a guidarci
un sogno
custodito
nel profondo
oceano
cielo
dentro
tutto inizia con un sogno.
Siamo viaggiatori, siamo le mappe che ci portiamo dentro. Visionari e pazzi,
fino all’ultimo respiro
r/esisteremo

Viaggiamo attraverso lo spazio, eppure non siamo altro che Viaggiatori del Tempo. Siamo le nostre mappe, storie nella Storia. Respiriamo e camminiamo, sopravvivendo grazie alla capacità di immaginare nuovi mondi da esplorare

A salvarci è l’immaginazione, una capacità ancestrale, preistorica. Combiniamo fantasia e curiosità per lanciarle verso il prossimo orizzonte, legando insieme il mondo dentro e quello fuori. Siamo anime, soffi vitali che attraversano il tempo.
E viviamo in un attimo




Fortezza delle Verrucole di San Romano in Garfagnana

Il sale, una delle materie prime più preziose per la vita: una delle tasse più antiche, che un tempo era a persona, perché si calcolava una certa quantità di sale per ogni persona. Il sale veniva trasportato attraverso le rotte delle vie carovaniere, da una parte all’altra del mondo allora conosciuto.
In Garfagnana nel 1170 alcune famiglie decidono di non pagare più la tassa sul sale a Lucca e questo è uno dei motivi per l’assedio di quella che oggi è una piccola rocca incastonata fra le montagne, da scoprire quasi per caso imboccando la strada per #Aulla.
La fortezza delle Verrucole di San Romano in Garfagnana nel Trecento è stata di Spinetta Malaspina, condottiero di ventura, ghibellino e marchese. Nel Quattrocento diventerà di proprietà degli Este, di Ferrara. Poi cade lentamente in rovina e per cinquecento anni, dal Cinquecento, è parte del Ducato di Modena.
Dei combattimenti non c’è più traccia. Se capiti qui in una mattina fuori stagione troverai il silenzio millenario delle Apuane, con il blu che ti sbatte in faccia l’aria di sole e la pacatezza di chi non ha fretta.
Di fronte, i calcari grigi del massiccio Pania di Corfino: queste rocce si sono formate 200milioni di anni fa, durante il Giurassico. Un tempo così grande che non riusciamo neanche a immaginarlo, un altro schiaffo in faccia alla effimera presenza del passaggio della nostra esistenza sulla Terra.
Eppure, nell’aria limpida del mattino c’è questo silenzio grande a cui apparteniamo tutti. l’urlo della battaglia non grida più e su per la salita viene da fermarsi, dentro a tutto quel blu, e pensare se davvero vogliamo vivere sempre in guerra o esercitarci a trovare modi per portare pace nella nostra vita. Che il primo modo passa per il respiro.
Pace,
respirare la parola
lentamente
spostarsi al sole
sentire il calore nella pietra antica
costruire panchine rivolte verso l’infinito

qui breve mappa per perderti in Lunigiana




Perdersi in Lunigiana

metti il cielo limpido del sabato mattina,
due toast, il caffè e tre tazze nel lavandino.
La voglia di una promessa di primavera e
anche se fuori stagione non importa,
vogliamo illuderci
sole da rubare all’inverno.
Passi la selva romanesca e incroci il passo delle Radici, là dove per un attimo sei ovunque:
san Pellegrino sulla testa, a destra direzione Lucca
il mare nella mente, le montagne sul cuore
quest’anno (ancora?) niente neve a san Pellegrino in Alpe, il comune più alto dell’Appennino, in provincia di Modena. Le Apuane, là di fronte, sono di inchiostro azzurro. Castelnuovo è dritto, ma tu a Pieve Fosciana vai a destra, verso Aulla, che ancora non ci si era mai passati.
Pontecosi, Sillicagnana, San Romano in Garfagnana con la sua fortezza e i mulini da dove viene la farina di castagne, tradizione secolare. Qui si coltiva il farro, che è tipico di queste terre.
È una piccola strada sorridente la statale 62. Corre fra prati al sole e borghi. A lato, gruppetti di case con le facciate di sassi, quelli tondi di pietra grigia e liscia del fiume. Si chiamano osterie i bar e hanno menù appesi fuori con tradizioni vecchie di secoli che parlano di mani capaci di impastare confini lontani solo in apparenza.
Che, passo dopo passo, percorri il mondo e cuci insieme i pezzi. Lunigiana. L’Emilia Romagna è alle spalle. Sei dentro la Toscana eppure il movimento ti ha già portato altrove, a dirtelo sono gli accenti e la parlata dentro le parole. È sangue e sguardo di Liguria.
Lunigiana.
In Piazza al Serchio c’è una locomotiva: ci ricorda che questo luogo nel Medioevo fu centro dove tanti fili convergevano, dove si uniscono i fiumi, il Serchio di Sillano al Serchio di Gramolazzo, e la Via Clodia si divide. Crocevia di strade e passanti, incrocio di storie.
Al centro, a un passo dalle case e dalla strada, i binari della ferrovia: fino a Fivizzano, che a parte la Piazza medicea, la chiesa fatta tremare dal terribile terremoto del 1920 e le mura volute da Cosimo de’ Medici è famosa per un altro fatto. La prima macchina da scrivere è stata immaginata e costruita qui. Qui è esistita la stamperia di Jacopo da Fivizzano, una delle prime in Italia e oggi qui, fra le sale del Palazzo Fantoni, c’è il Museo della Stampa.
Dal Medioevo i viandanti in cammino in Lunigiana viaggiano su vie che attraversano boschi secolari, vigneti, fattorie e ponti sull’acqua. In queste terre passa la Via Francigena, la Via del Volto Santo e la Via degli Abati. Le chiese si chiamano pieve e ogni borgo ha la sua osteria.
Le grotte di Equi Terme e l’orto botanico di Frignoli, fino a Aulla, con l’abbazia di san Caprasio: la Strada delle cento miglia, da Luni a Parma. La Spezia all’orizzonte, il mare come una tavola azzurra, inquieto e sciabordante: da Bocca di Magra a Lerici sono nove chilometri, un passo la Liguria e le Cinque Terre, un passo e la lunga marina di Massa, il litorale sterminato fino a Forte dei Marmi. Un bagno dopo l’altro, con i nomi che ne fanno un’epoca e una storia.
Intanto il tramonto. Rosa. Acceso. Interminabile. Solo negli occhi. Seguendo la linea del mare. Il tramonto dura per ore. Scende rapido nella spiaggia di Fiumaretta, si tuffa nell’acqua azzurra e lilla fra le pinete di Massa, emoziona di rosa il cielo del Forte, resiste sulle cime delle Apuane. Resiste a lungo, anche quando il buio incalza e siamo già dentro i tunnel scavati nella roccia della montagna smangiata dalle cave di marmo.
Perché il rosa, colore da femmina, non si arrende. È rivoluzione della gentilezza. Il rosa è nascita, rinascita, primavera, petali sbocciati, dita dell’alba, speranza. Si dipingevano, mi raccontava mio padre, le camere dei malati di cuore e polmoni come suo padre, mio nonno paterno. Perché con il rosa si respira meglio, si respira la dolcezza e la calma, la speranza, il cielo dopo il temporale. Si aprono i polmoni e il cuore. Si porta dentro un frammento di bellezza da conservare per i momenti più duri




Camminare d’inverno

i cani sdraiati nella neve,
a guardare l’infinito
camminare d’inverno,
quando il sole in un attimo sparisce
l’aria che ha una luce viola e arancio
le dita ghiacciate
il gatto nero selvatico che non vedevamo da mesi che riappare all’improvviso e resta a osservarci a debita distanza
il fuoco nei camini, le strade silenziose, i pomeriggi assordanti e poi silenziosi all’improvviso, le tazze di caffelatte, la musica jazz, immaginare un concerto,
fermarsi
immobili
a guardare il fosso che qualcuno al momento pronuncia ffoffo
l’acqua che scorre
innarestabile
fra gli alberi e il muschio
ci rapisce il fluire dell’acqua
lo ammiriamo così, senza far niente
e pensare a come sembrerà strano, come sempre, quando il freddo sarà un ricordo e d’estate avremo di nuovo infradito e gambe nude e nel fosso il ghiaccio si sarà sciolto

14 gennaio ’22




12 gennaio

la neve sui tetti, appena apri gli occhi
nascondersi fino al naso sotto al piumone
libri leggeri
un bacio del buon giorno
pancake a colazione e marmellata di pesche

il rumore della lavatrice
cieli azzurri infiniti, sole che scioglie il ghiaccio
nel cuore
la telefonata di una persona cara
lontana
la voce di oggi

chiudere gli occhi per un attimo
il profumo di caffè dopo pranzo
uscire con i capelli bagnati
immaginarsi la luce dell’estate
sulla pelle
toccare il tessuto dei pantaloni e sorridere
imparare a infilarsi una felpa per la prima volta
quasi da solo
prima un braccio poi la testa
gli stivaletti al contrario
il cappell storto

la sensazione meravigliosa di quegli attimi
quando l’anima è leggera
senza un perché
solo per una giornata di sole,
un paio di pantaloni puliti dopo la doccia:
cambiamo abiti e abitudini

e poi piedi freddi
addormentarsi abbracciati
la luce della luna e il silenzio improvviso della notte.
Chiederci quali sogni vogliamo per domani
12 gennaio ’22




Cambiamento

CAMBIAMENTO
è una parola che contiene una storia bellissima,
dentro c’è un movimento
il collo quando si gira per
andare incontro a
nuove direzioni,
è il momento in cui decidiamo
più o meno consapevolmente
che ci tocca spostare
corpo e sguardo

cambiare, dal verbo greco kambein:
curvare, girare

è tortuoso spesso, il cambiamento
mai lineare
torna su se stesso e ritorna, indietreggia
si fa strada e
alla fine diventa metamorfosi,
nell’istante esatto in cui la forma muta
da dentro.
Fuori cade la maschera, si spacca la crisalide

Intanto, nel silenzio deflagrante del cambiamento
io neanche me lo ricordo più quando ho iniziato a
girarmi, quanto sforzo mi è costato
cercare nuove direzioni
consegnarmi all’onda di ciò che mi chiama a mutare

una spina dorsale meravigliosamente elastica
sostiene questo andare

di che cosa è fatto il cambiamento?

Lasciar andare
ciò che non serve,
forse è questo il senso del cambiamento
semplicemente smettere di dare energia a ciò che non ci fa crescere e
iniziare a fare più caso a ciò che
ci rende felici,
il sole che scalda e la pioggia che illumina,
i momenti per cui vale la pena
gli abbracci veri,
le scoperte
la bellezza




Oggi fai un’azione che ti renda felice

Sulla spiaggia di una giornata d’inverno, quando il litorale è vuoto e intorno ci sono solo piccoli viaggiatori temerari, pescatori e cani sciolti

andiamo dai pescatori, dico
la canina abbaia ancora più furiosa
ci avviciniamo
tu ti fermi a osservare la canna da pesca piantata nella sabbia, lunghissima
dal filo alzi lo sguardo fino su, dove finisce e si confonde con il cielo

vuoi vedere un pesce?, ti dice quello ed è un ragazzo bruno e alto, con l’accento forte di un’altrove che per un attimo mi sembra di essere là, dove viene lui, un’altra isola nel blu

ecco – e scoperchia un secchio rosso – è ancora vivo, anche se ormai è quasi morto
con i suoi occhi scuri ti guarda

tu sei serio,
abbassi lo sguardo
osservi il pesce, una piccola guglia grigia che guizza in due dita d’acqua
non fai per toccarla, rimani serio,
a guardarla.

tu, viaggiatore intergalattico ancora non parli la lingua terrestre, ma
usi i gesti, come ogni buon viaggiatore al di là dei confini, in visita a mondi non suoi
con lo sguardo fermo e accigliato, fissi giù nel secchio
punti l’indice minuscolo
là, verso l’azzurro infinito dell’acqua
quell’essere liquido
appartiene al mare

poi, senza salutare te ne vai
passo dopo piccolo passo
arrancando nella sabbia
con l’andatura instabile che hanno i bambini molto piccoli e i vecchierelli
non guardi pù nessuno, solo drittto davanti a te

a me scende un senso vago di tristezza
assenza di libertà che fa male e amaro del limite ineluttabile
così è la vita
la canina abbaia,
il mare butta verso di noi ondate fredde che bagnano la punta dei piedi
tu raccogli sassi, io conchiglie che poi mi fai lasciare a terra

passa qualche minuto,
il ragazzo pescatore, accanto a qualche metro di distanza
si è piegato verso il secchio rosso e ora va verso il mare
gli stivali immersi nell’acqua ghiacciata
fra le pozze del bagnasciuga
è la piccola guglia
libera,
ancora viva
nuota

ecco, ora è libera dice lui
a me scende un sorriso profondo nel cuore
tu lo guardi come ovvio,
deve tornare là, a ciò a cui appartiene, ognuno.
Io vedo lui, di un posto lontano sul mare, ad abitare in una città non sua e anche se non lo conosco e me lo immagino, su una spiaggia solitaria fuori stagione, per stare in piedi di fronte all’infinito e ricordarsi il suo di mare.

sono azioni piccolissime a salvarci,
gesti di bellezza
forza, libertà
coraggio
gentilezza. Sono quello che
ti fa sorridere e sentire libero dentro




Immaginazione

Ci vorrebbe l’ora di Immaginazione
in tutte le scuole, per tutta la vita.

Educazione all’immaginazione no,
che di immaginare siamo capaci benissimo.
Proprio un’ora così, da lasciarsi liberi
vagare con il pensiero
vagabondare fra le idee e i ricordi.
Costruiremo cose da fare, modi di essere e nuovi finali

il diritto di fantasticare

poter cambiare le storie

disegnare orizzonti mai visti

esplorare l’inesplorato.

Non sarà un caso se il mondo,
raccontano in cento lingue diverse
tutti i saggi del mondo,
è nato così
immaginato prima che creato
detto, pronunciato, raccontato

pensiamo i nostri desideri
diamo loro una forma, poi
puntiamo il dito
andiamo in giro
a cercare i nostri sogni.

Anno dopo anno
lo dimentichiamo
cosa vuol dire
immaginare

iniziamo a credere nei soliti finali

impossibile
immaginare case e lavori nuovi,
immaginare nuove vite
impossibile

invece è solo questione di esercizio,

immaginare

scriveva Joseph Conrad
– Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? –




Lontananza, ovvero la misura del tempo

“Essere assente” viene dal latino, abesse, ab + esse, essere lontano. Dis/stare. Trovarsi separati. Essere lontano.

Lontano, che equivale a dire “longitano”, parola antica quasi dimenticata, invece viene da “longus”, lungo. Longitudine in effetti è la coordinata geografica che misura la distanza angolare di un punto dal Meridiano fondamentale (che dal 1885 è il Meridiano di Greenwich). La lontananza, che gli antichi chiamavano “longità” da longitas, si misura in “lunghezze”, ci dice la storia delle parole. Come gli stivali delle sette leghe della favola, il nostro andare lontano è misurato dalla distanza che sappiamo percorrere. Il tempo è misura dello spazio. Spazio che ci serve per andare, spazio necessario per esplorare, per tornare.

Non si usa più misurare il mondo in leghe, ma la lega in origine esprimeva la distanza che una persona o un cavallo riuscivano a compiere in un’ora di tempo. Nell’antica Roma un passus era la misura della distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio dei due piedi opposti durante il cammino (il doppio rispetto a come lo consideriamo oggi), registrazione delle mie possibilità di movimento. Un piede dopo l’altro.

Dentro la lontananza c’è il movimento. Una lunghezza che posso misurare con un mio piede, anzi con un miei piedi. Perchè con un solo passo non vado da nessuna parte. Noi umani non abbiamo radici di albero. Ci muoviamo, e per farlo superiamo distanze, sfidiamo l’equilibrio. Funamboli dell’esistere, stiamo in bilico, nostro malgrado abbiamo dovuto imparare e conviverci. Fin dai primi passi. Barcollanti, andiamo avanti. Passo dopo passo.

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Il tempo dell’attesa

Attesa, è il tempo che crediamo immobile. Durante l’attesa si sta fermi

pensiamo

immobili, come lucertole al sole. Il tempo dell’attesa, invece,
ha il coraggio dell’autunno
quando la luce cala e
nei campi si taglia la terra con la lama del vomere
il momento dell’aratura
falce che taglia e prepara nuove nascite

nelle ferite entrerà la pioggia che lava,
lacrime e acqua fresca
neve, ghiaccio

al buio
matura
l’attesa

in spagnolo si dice
“esperar”
attendere
sperare.
Sì, espero:
attendo
spero.

Mentre attendo spero.
Sperando, attendo.
E nel tempo dell’attesa trasformo
il presente in futuro




La notte

La notte è il il momento in cui prende forma la mancanza, chi ci manca e quello che ci manca.
Nel buio l’attesa diventa desiderio, sogno, incubo.
Bussa alla porta l’assenza, di notte, e le ore prendono la forma di ciò che manca al cuore.
Forse per questo c’è chi ama la notte e di notte riesce a dipingere, leggere, ispirare ed essere ispirato. E chi, invece, vive con angoscia questo momento, quando la vita e il suo stupido trantran, con tutte le sue belle apparenze, si ferma per un lungo attimo.

Nel buio rallenta anche il respiro.

Ha da passà ‘a nuttata, Filumena Marturano nella commedia “Napoli milionaria!” di Eduardo De Filippo: 1945 di guerra e pace, distruzione e ricostruzione. Resistenza.

Per superare la crisi bisogna aspettare. O meglio, bisogna aspettare per comprendere se la crisi è superata.
Si dice così, anche in ospedale con chi sta fra la vita e la morte.

Deve passare la notte.
Deve passare l’ora più buia.
Deve passare il punto più critico.

Per vivere. O morire.
Per nascere.
Per sopravvivere o andarsene.

Tutto il resto è resistere.

“Le offre una tazzina di caffè. Amalia accetta volentieri e guarda il marito con occhi interrogativi nei quali si legge una domanda angosciosa: ‘Come ci risaneremo? Come potremo ritornare quelli di una volta? Quando?’.
Gennaro intuisce e risponde con il suo tono di pronta saggezza:
S’ha da aspettà, Ama’.
Ha da passà ‘a nuttata”
Eduardo De Filippo, “Napoli milionaria!”




25 novembre

Svegliarsi ascoltando la pioggia
a occhi chiusi

ballare in cucina

mettere il naso nell’aria umida mentre
quasi spiove

e poi

rifiutare il passeggino
fare cik ciak nelle pozzanghere
sentire la nebbia in faccia, come un velo
fare ahhhh e respirare il cielo
le nuvole
sedersi sul gradino di una casa sconosciuta
di fianco a un gatto che fa le fusa

pranzare insieme a chi ami
il morbido di un berretto di lana sulla testa
aggiungere un legno al fuoco del cammino
bagnarsi i piedi e i capelli ma non importa

scaldare le mani sotto la maglia,
dentro la pelle
del cuore
il respiro calmo
fra i tetti
la nebbia che si impiglia nei rami

di nuovo,
a occhi chiusi
scorre

suono
di
pioggia

quando un bambino ti prende per mano e ti porta dentro il suo mondo accade una magia,
tu diventi piccolo e lui grande
scambiarsi l’altezza è un atto di meraviglia
e indipendenza
esplorazione
esperienza

è la lezione dei

primi passi




Primi passi

Il posto migliore dove sono stata oggi è un muretto,
mi ci ha portato lui
il piccolo viaggiatore intergalattico
nel sole ha afferrato la sua direzione e
con passo deciso
mi ha preso per mano

gradino dopo gradino,
che sembrano subito tanti
all’inizio e alla fine della vita

sediamoci, mi indica con il dito indice imperativo
qui, proprio qui

ci fermiamo,
per un attimo guardiamo gli alberi,
l’ombra creata dal sole disegna
radici immaginarie, come immagino siano sotto la terra
lunghissime e forti, tenaci come i fili di una ragnatela invisibili

sotto ai piedi le foglie
mucchi gialli,
calpestarle e ridere.
Guardarsi intorno,
le case
la stradina oltre il cancello
l’aia e la luce che si rovescia
ovunque

mi prende per mano, di nuovo
andiamo là
sui gradini.
Sediamoci anche qui, dentro a un raggio di sole
abbiamo tempo,
voglio avere tempo,
il grido di battaglia dei piccoli viaggiatori intergalattici
noi li chiamiamo bambini,
loro, spiriti antichi, si camuffano in piccoli corpi morbidi e guance rotonde
conoscono il linguaggio intergalattico,
quello che non usa parole e arriva al cuore
maneggiano il tempo eterno
l’istante dell’adesso,
senza fretta

adesso camminiamo insieme,
lungo lo stesso gradino
me lo dice con le mani e lo sguardo

quasi inciampiamo
ridiamo
guardiamo un’ortensia fiorita
ci dondoliamo sull’altalena
buttiamo una cartaccia nel pattume.
Tu trovi la punta del pennello e te la passi sulla guancia,
poi la passi a me,
il senso delle setole sulla pelle
sentire le cose
contemplare il mondo
sperimentare la vita

oggi per la prima volta con me
sei tu a scendere dall’abbraccio e portarmi in giro
troviamo una palla, le diamo due calci
abbiamo mani fredde e piedi umidi
facciamo su e giù un po’ di volte dai gradini
tocchiamo la terra
guardiamo il cielo
salutiamo chi passa

viandanti, lo siamo dall’inizio
quando cominciamo a voler percorrere il mondo.
Un piccolo pezzo di mondo può diventare
grande grande
e mica solo per i bambini, succede
quando camminiamo il vuoto a piccoli passi.

E intanto succede che i bambini, come i vecchi, amano prenderti per mano e
ti tirano giù, ovunque sia
il sopra o il sotto,
vicino alla loro faccia
sperimentiamo insieme
hai sentito, su quel tombino si traballa
il muschio è verde e umido, se ci appoggi la mano morbido morbido
là c’è un pallone giallo

i bambini molto piccoli
dentro alla scena
sanno subito
qual è l’elemento interessante,
quello che salva
la bellezza
il gioco

i bambini molto piccoli
sanno vivere il tempo e
il tempo è adesso, sempre

andare alla scoperta,
mangiare quando ho fame
dormire quando ho sonno
bere ogni volta che c’è la sete

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24 novembre

Bocche di leone fra i sassi,
rose tardive e
la luce forte del sole

il volo di una compagnia di merli che fugge,
sazia di bacche rosse

cumuli di foglie gialle,
giocare con la terra
camminare a piccoli passi,
mano per mano

Cronaca di una giornata di autunno




Cronaca di una giornata di autunno

La nebbia dei giorni scorsi ha lasciato il posto a un nuovo sole,
più freddo e umido di sera, il cielo è
azzurro terso con il cuore sgombro di nuvole
fra mezzogiorno e le due
la luce scalda l’anima
scioglie la brina di questa prima mattina di gelo

in montagna
l’orizzonte della terra che spunta fra i boschi
ha la pace di una noce lavata dal sole
roccia
presenza

il respiro
prende spazio
nel vuoto

aria fredda e sole in faccia,
respirare più profondamente
fare piccoli passi
tenersi per mano
ridersi da vicino vicino
fare naso naso con la punta
baciarsi forte e mangiare wafer al cioccolato,
come da bambini

il latte e il caffè proibito
a cinque anni, di nascosto
la moka azzurra di una nonna indimenticata,
le lunghe mattine assonate, quando
novembre si sveglia piano, fra le nuvole
il sole sulle tegole
un profumo dimenticato
il muschio così verde e chi già lo trasforma
rubare le pecore da un presepe

nell’ovunque
sprazzi che dimenticano il verde e virano
verso il giallo e il rosso,
il cambiamento

in giardino è tempo di rose tardive,
svoltiamo l’angolo e una compagnia di giovani merli
vola via,
fra i sassi
le tracce
bacche rosse
rubate alle siepi

in questa giornata di autunno
nel sole ritrovato
raccogliamo le foglie gialle, che
marciscono
cumuli fra cumuli
terra alla terra.

Tempo di bocche di leone,
viola acceso,
fioriscono fra i sassi dei vialetti
nei cortiletti delle case di vacanza chiuse
le malvarose, altissime

rosso,
ovunque.
La natura combatte la nebbia di novembre
veste i suoi ultimi fiori
porpora

mercoledì 24 novembre ’21




La dea Erzulie, di amore e lacrime

Nei riti vudù Amore è la dea Erzulie, la dea dell’Amore, le cui visite sono un momento fugace che termina bagnato di lacrime, ma capace di portare bellezza, allegria, grazia, cose tragiche perché destinate a finire e morire.

 

Il bisogno di entrare in relazione con il dolore ci insegna a riconoscere la verità delle nostre emozioni e affrontare la vita, che sì, è anche dolore.




Adolescenza

Stagioni della vita: adolescenza,
tempo dei grandi ideali e dei grandi dolori.
Da adolescenti è il sogno a guidare l’azione,
sognare l’innesco per la realtà

Adolescenza,
irrequietezza e ricerca della felicità.
Grandi amori.

Da adolescenti si cerca di capire se stessi
l’amore diventa la freccia verso il cuore,
non solo in senso romantico, ma
strumento per trovare se stessi e
come una freccia scavarsi,
trovare il centro
andarci verso quel centro

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provare, provare tutto e di tutto
sperimentare la vita,
questo vuole ogni adolescente
e i genitori hanno paura,
perché spesso la paura verso chi si ama
supera ciò che noi stessi abbiamo desiderato:
passione, amore, sperimentazione

da adolescente vuoi capire la vita e la vita è pericolosa
l’amore è pericolo,
sperimentare il pericolo è sobbalzo per il cuore
esperienza per la mente.

Mai come in altri momenti dell’esistenza si sente il pericolo
si vuole comprendere il dolore.

Di un altro ci si innamora per una luce che vediamo splendere nello sguardo
e allora la scintilla prende fuoco. Andremmo fino in capo al mondo per amore,
da giovanissimi

abbiamo bisogno di guardarci dentro nell’anima e tirare fuori il fango,
guardare nell’oscurità,
ci innamoriamo di chi è oscuro perché
abbiamo bisogno di vedere nella nostra oscurità

(per) comprendere il dolore del mondo

vedere il peggio e provarlo
sperimentare
accanirsi, contro se stessi contro il mondo o contro tutti e tutto

come hai potuto farti così male?
non sei migliore o peggiore del resto delle persone,
più magri o più grassi, più bassi o alti, intelligenti quanto basta, ma
coraggiosi al punto da
autodistruggersi

gli adolescenti,
non visti,
mai creduti
sviliti

sappi che non importa se nessuno ti vede.
Quando inizierai a vederti tu,
allora guarirai

il senso di vuoto che senti
immenso
l’ho sentito anche io.

Il corpo ci insegna
attraverso i vuoti
le emozioni che cacciamo via.

Hai bisogno di amore,
desideri equilibrio e calore.
Ci vorranno anni, sì.
Va bene così, ripetilo
anche quando non ci credi:
va bene così.

Tutto è dalla tua parte,
anche il dolore che senti
anche lo squilibrio
anche il vuoto

imparerai a stare in equilibrio
grazie
a
squilibri
precari

entrare in relazione con il dolore

adolescente,
vuoi che qualcuno veda la tua anima,
ricorda che tu puoi essere la prima persona a
vedere
te

allo specchio
guardati come se non ti conoscessi.
Perché è così,
non ti conosci.
Guardati con gentilezza,
come faresti con chi ami

perché guardiamo sempre gli altri generosamente
e mai noi stessi?

E poi, il cambiamento.
Da adolescenti si cambia,
improvvisamente
totalmente.
In realtà, non solo durante l’adolescenza ma in ogni periodo della vita
si cambia quando osiamo farlo.
Tutto il resto del mondo continua a considerarti come ha sempre fatto.
Difficile è accettare il cambiamento di qualcuno se
non osiamo accettare il cambiamento in noi stessi,
più facile e comodo lasciare che le cose vadano avanti come sono sempre andate.
Quando ti dicono “non sei più la stessa persona di prima”
tu ricorda di dire, agli altri e a te:
per fortuna.

Grazie alla vita, che
ci fa cambiare
trasformarci
evolvere.
Grazie agli incidenti, che non solo mai solo di passaggio bensì un passaggio
grazie al dolore che ci sveglia
grazie alla bellezza che ci soccorre
grazie alla curiosità e al viaggio, che ci salvano
grazie a tutto ciò che ci è servito per imparare a nuotare e stare a galla

quando diciamo grazie a noi stessi già cambia qualcosa nella percezione
quando ti dici grazie includi e non dividi

SEI UNA DONNA
SEI UN UOMO
questo significa trasformarsi da bambin* in adult*
hai varcato quella soglia
guardati con fierezza e orgoglio
celebra le tue trasformazioni
celebra le tue perfette imperfezioni

avrai “periodi” diversi
di abiti, vestiti, capelli
modi di essere, pensare e agire
va bene così,
per crescere abbiamo bisogno di sperimentare

con il senno di poi, a quarant’anni vedrai quanto eri pieno e piena di insopprimibile bellezza
tu fallo ora, celebrati. Qualsiasi sia il momento della vita, ovunque ti trovi

La tua metà esiste, è dentro di te e
non l’hai ancora vista
ci metti tutta la vita a incontrarla
non avere fretta
va tutto bene

ci saranno cose che non accadranno
adesso
o non accadranno mai,
va bene così
portale con te,
nella valigia dei giorni
c’è tutto quello che ti è accaduto e
tutto ciò che non è successo,
tutto quello che può ancora accadere
ti plasma

ricordati che ci saranno giorni in cui l’inquietudine e l’infelicità
toglieranno il respiro.
Proprio quando sentirai di non respirare più,
andrai a cercare dove respirare di nuovo
il tuo orizzonte

una domanda da farti è

dove voglio andare?




31 dicembre

Questo è il giorno giusto per guardarsi indietro, per un attimo, prima di fare un passo avanti nel futuro.

Avvertenze per i viaggiatori nel tempo

viaggiare fra i ricordi