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Tutto per un tulipano: il primo crack finanziario della storia

C’è un nuovo fiore, laggiù in giardino. Spiccava troppo per passare inosservato e io l’ho visto, proprio stamattina. Rosso acceso: tre petali per tre sepali, che in botanica sono le piccole foglie che compangono il calice. Il tulipano è proprio così, un calice che può avere così tanti colori da far girare la testa: rosso, giallo, screziato, rosa e via così, persino nero.

Il tulipano nasconde un segreto. Dietro la sua apparente quiete di fiore si nasconde una vita per niente tranquilla e in parte a rivelarlo è un indizio che si trova nel nome. “Turbante”, la parola “tulipano” significa questo e lui un po’ ci somiglia al sontuoso copricapo, di origine antichissima, che da secoli in Oriente viene creato avvolgendo la testa con una lunga striscia di tessuto colorato. La parola “tulipano” viene dalla lingua turca: tülbent, turbante. In effetti, è dalla Turchia che per la prima volta sono stati esportati i tulipani.

Fu su una delle navi che regolarmente attraversavano i mari, da Oriente a Occidente, che un giorno intorno al 1560 sbarcò nelle terre d’Olanda il tulipano. Fu subito sorpresa. Stupore, meraviglia, per quel bulbo (perché il tulipano nasce da un bulbo, sai?) simile a una cipolla, capace di fare un fiore così bello, così colorato e resistente. Chissà perché se ne innamorarono tutti e fecero subito a gara per avere bulbi di tulipano.

Nel giro di qualche anno i giardini olandesi iniziarono a riempirsi di tulipani e la richiesta continuò a salire. Tulipani da modulare come uno spartito nelle aiuole coloratissime, tulipani da trasformare in bouquet, regalare alle signore e lasciare in tavola come decorazione: non c’era persona che non volesse un bel tulipano colorato. In breve, avere un tulipano divenne sinonimo di prestigio, rispettabilità, fortuna tanto che divenne persino moneta di scambio.

Con i bulbi di tulipano si potevano scambiare merci, animali o addirittura, nel momento di massima fortuna, case e terreni. Venne chiamata tulipomania, era il 1620 e i prezzi dei bulbi di tulipano continuavano a crescere fino a raggiungere cifre impossibili. Secondo i documenti dell’epoca un bulbo arrivò a valere oltre 200 fiorini (il reddito medio di un lavoratore ammontava a circa 150 fiorini all’anno). Proprio nel 1635 venne pagata la cifra più alta mai sborsata prima d’ora per un bulbo di tulipano: centomila fiorini per 40 bulbi, 2500 fiorini per un bulbo. Una cifra enorme se pensiamo che per cento fiorini si poteva comprare una tonnellata di burro.

Il “commercio del vento”, così si chiamava, regolava l’acquisto e la vendita di bulbi che si era appena piantato o, addirittura, che si aveva l’intenzione di piantare ma che ancora non erano sbocciati. Oggi in finanza si chiamerebbero “futures”, cioè contratti a termine che impegnano alla compravendita acquistando un certo prodotto alla scadenza e a un prezzo fissato in precedenza. Annullare l’impegno è impossibile.

Ma un bulbo non è un fiore. In mezzo c’è la distanza che separa un seme dalla pianta adulta: c’è il sole, la pioggia o la grandine, l’attesa. In mezzo c’è il potere del tempo, che in parte è quello atmosferico, ma è anche il grande Tempo che ci accompagna tutti e rende la vita piena di incognite, svolte e avventura, perché sovverte il prevedibile e trasforma ogni giorno in un viaggio nell’imprevedibile.

Dopo aver raggiunto il prezzo capogiro di cui dicevamo prima all’ asta di Harlem, cittadina poco distante da Amsterdam, i commercianti di tulipani iniziano a vendere e sono costretti a svendere. La cifra massima era stata raggiunta, il mercato crolla. All’improvviso nessuno sembra più volere tulipani. La follia lentamente inizia a regredire: ci si sveglia, come da un brutto sogno e la sensazione è quella di uscire dalla bolla di un incantesimo.

A distanza di secoli la crisi finanziaria del 2007-2008 farà ripensare alle modalità di questo primo incredibile crack finanziario della storia: la bolla dei tulipani. Ma questa è un’altra storia…




Torna il cucù

all’improvviso
stamattina

cucù… cuucù

è tornato a farsi sentire, come ogni primavera
il suono proviene dallo stesso punto in cui si sente da sempre,
un posto imprecisato fra gli alberi, oltre i meli in fiore nel prato di fianco alla chiesa
uno spazio d’aria custodito dalle montagne,
così verdi in questa stagione che rinasce

torna il cucù,
cucco cucù cuculo

«Canta il cucco sulla quercia nera
ricordati padrone che è primavera»
recita un detto antico dell’Italia del sud,
il suo canto dice che è primavera.
Nella Germania contadina di secoli fa
quando il cucù si sentiva di nuovo cantare
per chi lavorava la terra
era tempo di ricevere fondi per le campagne

è il tempo dell’amore
quello segnato dal cucù,
forse anche quello dei cucù di legno.
Abbiamo creato un segna tempo per ricordarci che
del movimento del Tempo
solo
vale la pena
quello che
ticchetta l’amore

il cuculo con il suo canto segna il territorio
tenetevi alla larga, dice.
Deporrà un uovo, simile agli altri di cui invade il nido
poi se ne va, senza l’impegno di crescere i piccoli o scovare cibo

solitario
all’inizio dell’estate
vola già
sulle rotte dei cieli d’Africa

solo, sì
solo. Perché il cuculo migra da solo
solo arriva, all’inizio di primavera
solo se ne va, all’inizio dell’estate.
I piccoli, ormai giovani uccelli adulti
se ne andranno alla fine dell’estate
attraversare il mare per la prima volta mentre l’autunno inizia,
soli anche loro
con una mappa che non sanno di sapere,
imparata chissà come dalla misteriosa saggezza del dna

dalla mattina all’alba fino a sera
canta il cucù. E nelle campagne un tempo si diceva
non si sa quanti anni viva
– vecchio come un cucco –
un numero incalcolabile di tempo,
forse perché da soli
si perde il conto
degli anni.

Chissà se è stato il suo fischio a
ispirare
uno dei primi giochi dell’umanità
il cuco.

Impastati nella terra, cotti nei forni d’argilla
cuchi antichissimi
ritrovati nelle tombe di bambini nati millemila anni fa,
nell’antica Grecia
e poi in Inghilterra
cuchi messi nella cappa del camino,
in segno di buona sorte
un cuco nella culla dei neonati, tradizione bavarese
affinché l’aria si faccia melodia di vita e
gli spiriti del male scappino via,
così si racconta al Museo dei Cuchi di Cesuna,
frazione del comune italiano di Roana, in provincia di Vicenza




10 aprile

è il 10 aprile. Un ragazzo cammina per la strada, con la mano sposta la falda del cappello per coprirsi gli occhi dal sole. Si accende una sigaretta e sorride, guardando i palazzi, il sole, la gente in questo inizio di anni Venti, burrascoso ed eccitante.
oggi viene pubblicato a NewYork “Il grande Gatsby”, scritto da Francis Scott Fitzgerald: è il 10 aprile 1925. Chissà che tempo faceva a New York. Sono passati (quasi) cento anni.
Siamo di nuovo in un turbinante inizio degli anni Venti, all’inizio di un altro secolo
siamo ancora qui. Sognatori scavezzacollo, inquieti, frementi
scontenti cercatori di felicità,
inquieti dissenti
visionari
stanchi del vecchio mondo
immaginando
il futuro
di nuovo




I bambini sono lenti

i bambini sono lenti,
ci mettono tantissimo
a infilare un piede nella gamba giusta del vestito, a andare da un posto all’altro o
scendere le scale
barcollanti come sono,
distratti
si fermano a guardare un fiore
un sasso, qualcosa fuori asse
attira l’attenzione
i bambini rovesciano i piatti,
si sporcano
maldestri
inciampano,
si fermano quando non dovrebbero
vogliono solo giocare
scoppiano a ridere quando tu urli
per fortuna ci siamo noi,
noi adulti
a fare fretta, a incalzarli,
a dire di non perdere tempo
e sbrigarsi
ricordare la disciplina
l’importanza della serietà

I bambini sono lenti,
si fermano a guardare ciò che non dovrebbero.
Maldestri, fanno cadere e rompono,
inciampano.
I bambini
vanno
contro corrente e
contro ogni logica.
Ribelli nati,
ci insegnano
il potere della bellezza

– In effetti a ben pensarci per uno che viene dallo spazio deve essere molto buffo lo spettacolo di una faccia quando è arrabbiata, si accartoccia tutto e diventa un po’ come quelle maschere delle tribù africane, con occhi immensi e spalancati, la bocca gigante, una caverna, pelle paonazza e l’aspetto truce da teatro –

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Reinaldo Arenas, poeta

“La bellezza è sempre stata pericolosa”
Reinaldo Arenas

Reinaldo Arenas è morto a New York il 7 dicembre 1990, con le luci di Natale già accese per le strade e il viavai del venerdì, la settimana finita alle spalle e davanti il lungo ponte di un week end di festa.

Sul biglietto d’addio ha scritto: «Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera». Vi lascio in eredità tutte le mie paure.

Lui, nato ad Aguas Claras in un giorno d’estate, il 16 luglio 1943, ci aveva messo quasi vent’anni per scappare dalle sue paure. Ma forse a fuggire veramente non ci si riesce mai, perché le paure ci inseguono, come l’ombra di Peter Pan eterno fanciullo.

Imprigionato, torturato, costretto ai lavori forzati, il poeta Reinaldo vede distruggersi la carta e impara a memoria i suoi versi. Scambierà la libertà con una “i”: sul passaporto Arinas invece di Arenas.

Reinaldo Arenas era cubano. Perseguitato, scrisse più volte le sue poesie: le sue raccolte, nascoste, distrutte, ritrovate, inviate, pensate, scritte e riscritte sulla pelle, alla fine le aveva imparate a memoria, limate, come succede quando scrivi e ti tocca riscrivere, scegli meglio, impari. E forse sono le parole ad aver scritto lui, alla fine.
Non si è mai arreso a essere ciò che non era. È riuscito a scappare alla fine. Morirà, anche. Alla fine, come tutti. Ma la cosa importante è che la libertà non si arrende: non si arrende la poesia, non si arrende la bellezza. È per questo che i poeti, gli artisti e i letterati sono ribelli della peggior specie: non riescono ad arrendersi al grigio e alla banalità, a chi vorrebbe trasformare i giardini selvaggi in aiuole ben ordinate.
Ognuno con ciò che ha, essere come si è
dare al mondo quello che siamo, così come siamo
è la bellezza più grande
è più difficile e in fondo semplicissima,
puro coraggio

A proposito, dalla autobiografia di Reinaldo Arenas, Antes que anochezca, il film “Prima che sia notte” (2000) di Julian Schnabel con Javier Bardem




Geografia familiare, ovvero una riflessione sulla geografia di famiglia

Ogni famiglia ha una geografia, racconta la vita e le vite che ne fanno parte. Non ci stiamo mai a pensare, eppure se è proprio qui che ci troviamo, qui e ora, è perché siamo reduci, in fondo, sopravvissuti “a” e “di” una storia più grande di noi. Siamo sopravvissuti alla storia, al suo impatto sulle nostre piccole vite, persino alla storia della nostra nascita, che rappresenta forse il momento più pericoloso dell’esistenza in assoluto. E siamo sopravvissuti della storia, la nostra e di tutti quelli prima di noi: la nostra genealogia, che vive di enormi buchi e impara ad abitarli, come le persone che lì dentro si sono perse, chi non sappiamo che faccia abbia e quelli che non conosceremo mai.

La nostra genealogia vive di enormi buchi e impara ad abitarli

Ci sono più fili che si intrecciano nella storia familiare, come la tela di un ragno. C’è il filo che si muove dall’origine in avanti, o da dove noi siamo adesso, l’ultimo anello della catena, indietro di un passo alla volta fino a chi ci ha preceduti attraverso il tempo. Poi, c’è l’intricata rete che unisce e distanzia i membri della famiglia, fra amori, divorzi, amanti, rotture, litigi: una rete che si dipana nel presente, anzi in ogni presente che c’è stato nella storia. C’è una storia diacronica e una storia sincronica. Di questa restano fra le nostre mani fotografie di famiglia, istantanee di momenti presi dal tempo, momenti che abbiamo fermato per un attimo prima che fossero di nuovo inghiottiti dall’onda degli eventi, persi per sempre nel flusso del presente che mai si ferma. Di certi volti, e luoghi, possiamo ancora chiedere se siamo fortunati. Oppure rimaniamo lì, con i nostri interrogativi, a respirare gli sguardi e intuire le reti che con doppio filo legano passato e presente disegnando la genealogia di famiglia.

Anticamente i “libri di famiglia” erano quaderni in cui si tenevano le registrazioni dei conti e, a volte, dei fatti salienti della vita familiare. Le famiglie dei mercanti hanno lasciato in eredità alla storia annotazioni minuziose delle attività di famiglia. Fra i nobili, spesso, risultava più importante la genealogia e le linee che riportassero le virtù del sangue. U’opera nota come “I libri della famiglia” è stata scritta in volgare fiorentino da Leon Battista Alberti, umanista, matematico, architetto e molto altro. Fra queste pagine, compilate nel 1433, ci sono appunti di vita familiare, sull’educazione dei figli, il matrimonio, gli anziani.

Io ricordo il libretto dei conti di mia nonna, un quadernetto di carta ingiallita con la riga rossa a margine della pagina. Con una precisione che in altre cose non aveva per nulla, ogni volta si ricordava di appuntare le spese in uscita e quelle in entrata. Allora non si andava al supermercato: c’era la bottega, che era un posto più piccolo e dove tutti si conoscevano. Nelle botteghe di solito a sbrigare tutto il lavoro c’era una persona sola, o magari una coppia, e questo contribuiva al fatto che si stesse un po’ in coda. Nel frattempo si chiacchierava, si guardava con comodo la frutta e la verdura che poteva servire, senza fretta. Durante queste attese, immancabilmente, nonna finiva sempre per aprire qualcosa che poi avrebbe comprato già mezzo consumato, o staccare la punta del pane e darmela,un’abitudine che è rimasta anche a me, un rito familiare che i più, per esempio lo zio, troverebbero di certo pessimo.

Adesso non si fa più questa cosa del libretto dei conti. Non ne troveremmo più né il tempo, né la voglia. Eppure penso che dovremmo iniziare a scriverlo un diario di famiglia: sarebbe il diario della famiglia in qualsiasi modo la si intenda, quella con se stessi, con i compagni di strada in questa vita, con i bambini che siamo stati, i nipoti, le vecchie conoscenze e quelle ancora da venire.

Quando ho iniziato ad abitare in montagna prendevo la corriera: con lei ritornavo verso la mia vita precedente e nel frattempo scoprivo altri luoghi di cui non conoscevo l’esistenza, disseminati lungo il percorso. La corriera è un autobus blu, BLU direbbe calcando con la voce un viaggiatore intergalattico di mia conoscenza (da due settimane vede il blu come unica sfumatura cromatica della vita). La corriera segue il profilo delle montagne e scende docile, fino in pianura; poi si ferma due o tre ore e parte di nuovo, risalendo curva dopo curva, carica soprattutto di studenti molto giovani, di scuole medie e liceo, non ancora patentati, e signore con sacchetti di spesa e, talvolta, neonati al collo, la maggior parte straniere. Ma ci sono anche uomini, meno in verità: di solito fanno gruppo tutti insieme in un paio di file, verso la coda, di ritorno dalle fabbriche dove hanno finito il turno o aspettano di attaccare. Ogni volta, mentre partivo da questa nuova casa verso la mia casa precedente e, ancora prima, la mia casa dell’infanzia, non potevo fare a meno di guardare queste strade. È cambiato il paesaggio, immagino; negli anni strade asfaltate e ben fatte, che scivolano silenziose anziché i sentieri sassosi di prima, i colori ben dipinti di bianco sul nero. Soprattutto in pianura l’urbanizzazione, che non ha a che fare solo con costruzioni, edifici e macchine, ma è praticamente un momento sociale, un movimento che ci vede abitare e vivere in un certo modo, un certo mondo.

Nella sua essenza il paesaggio che attraverso è lo stesso di mia nonna. Possente, una salita che fa arrancare, poi curva dopo curva la discesa e quanta bellezza in quella curva che si apre scoprendo l’orizzonte privo di ogni ostacolo, libero, immenso. È il viaggio della vita. Un arcobaleno improvviso alla fine della pioggia, il sole che illumina il fieno appena fatto e i campi ancora verdi in primavera. Strofinarsi i guanti uno contro l’altro, d’inverno, e non vedere l’ora di arrivare in una cucina illuminata mentre fuori è già buio. Con la bella stagione assaporare con gli occhi ogni attimo del viaggio, immaginando la vita in ogni casa diversa, alla prossima svolta. In mezzo il filo della strada da seguire, come un gomitolo che si va facendo intorno al cuore. È lo scenario della nostra esistenza, sempre in divenire.

Nel tragitto ritrovo il viaggio di mia nonna, che dopo la guerra la portò in una città diversa, a ricominciare la vita da un’altra parte. Io, che sono nata là, ritrovo il mondo dove era nata lei, l’origine, il punto di partenza. È un quadro capovolto, un viaggio a ritroso.

Mia nonna nelle mattine da bambina che passavo con lei mi diceva, un giorno o l’altro usciamo e prendiamo l’autobus, saliamo e ci facciamo portare in giro, vediamo dove va. Poteva essere una frase come un’altra, di quelle che si dicono. Ma evidentemente, per lei come per me, non lo era. Prima di morire mi ha guardato negli occhi con quello sguardo che sapevamo io e lei, mi ha detto, quell’autobus alla fine non lo abbiamo preso mai. Io le ho sorriso. A dire il vero mi ha anche un po’ sorpreso, nonna, che tu ti sia ricordata di quel pensiero così leggero e bello che volava come un sorriso fra me te e lo specchio. Prima di uscire per andare fino alla solita bottega tenevi quel tuo specchietto tondo inclinato fra le mani e intanto stendevi il rossetto rosso, con cura, non uscivi mai senza. Poi andavamo, via per la nostra passeggiata mattutina.
Lo faccio ancora, sai. Ho continuato a farlo sempre, in ogni posto in cui ho vissuto. Cammino ogni mattina. E non ho mai smesso di comprare un nuovo biglietto esplorare un pezzo di mondo, un nuovo quartiere, le facce e le finestre, un pugno di edifici. Osservare la strada da seguire, vederla che si dipana come il filo di un gomitolo intorno all’anima mentre sto seduta, passeggera in viaggio, a osservare il mondo che va.

Ci sono promesse che continuiamo a realizzare, giorno dopo giorno. Il nostro è un viaggio scritto con il sangue, nella mente e sul cuore. Non importano le parole, non importa ciò che si sa. Il valzer del tempo ci riporta là dove tutto è iniziato, costantemente. Danzando la nostra rinascita ri/scriviamo le nostre storie.




L’ossessione del far-fare

Con i bambini, soprattutto se piccoli, è un fatto di cui è più facile rendersi conto. Anche con gli anziani, soprattutto se malati o molto vecchi. Ci sentiamo stressati. Trascorso un po’ di tempo, ecco che scatta una molla capace, a volte, di chiudere il respiro: può succedere di iniziare a guardare l’orologio con una frequenza non necessaria e che un vago senso di ansia aleggi tutt’intorno. Lo senti nella cucina silenziosa e sul divano sfatto, mentre ti guardi intorno con dubbio, come in attesa di qualcosa che non sai definire. Il senso di qualcosa che deve succedere: è lì, in agguato. E attenzione, non si tratta di qualcosa che sta per accadere; no, è qualcosa che tu pensi debba accadere.

L’ossessione del far-fare, ecco una cosa di cui ci dobbiamo liberare

L’ossessione del far-fare è una pressione interna. Ha a che fare con l’idea che ci sia qualcosa… qualcosa da organizzare, trovare, pensare.. qualcosa che debba far passare il tempo o la giornata. Accade più spesso con i bambini molto piccoli o i vecchi molto vecchi. Ma non solo. Accade anche quando stiamo da soli con noi stessi: è l’idea che ci dobbbiamo cavar fuori qualcosa da questo tempo, da questa giornata.

Che cosa accade, dentro e fuori di noi, se smettiamo di dover pensare?

L’adesso ha sempre un senso. Qui e ora, semplicemente. Quello che sento. Quello che sto percependo e sentendo, proprio qui, proprio adesso, me ne devo ricordare. Se penso che debba accadere qualcosa, che come una maestrina mi devo sforzare; che con un bambino io debba inventare un gioco, o con un anziano un’attività, con me stesso un obiettivo, allora dentro mi succede di nuovo. Torna a farsi sentire quella pressione, il click dei polmoni che si chiudono, la morsa del tempo.

Il tempo non morde. La bellezza accade. Le ore, fluide, continuano a scorrere e noi
ci nuotiamo dentro,
a questa vita

e può essere che
staremo in silenzio,
come si fa da vecchi
uno di fianco all’altro
gomito a gomito
guardare da una finestra

può essere che staremo in mutande
tutto il giorno,
passando da una stanza all’altra
sbriciolando sul divano

e guardarci negli occhi
vicini vicini
preparare il tè,
sentire un gallo che canta mentre tutti dormono
fare un gradino alla volta
e appoggiandosi al muro
andare piano piano
senza uscire nemmeno di casa
trovare il senso di questo tempo che
scorre

sulla nostra pelle
nell’acqua alle piante
dentro il silenzio
con un sorriso




Viaggio nel tempo

Potrei iniziare dicendo che c’è stato un pomeriggio estivo in cui, girovagando attraverso le stanze di quella che era stata la casa della mia nonna paterna ho trovato un vecchio settimanale pieno di fogli e foto. Il settimanale è un mobile alto e stretto: si chiama così perché veniva utilizzato per i conti; settimanale, uno per ogni giorno della settimana. Infatti, la camera in cui l’ho trovato è in una di quelle case a ringhiera che un tempo rappresentavano una delle tipiche architetture del nord Italia, in Lombardia. Dentro al caseggiato si susseguivano tante stanze, ognuna con una porta che dava su un ballatoio esterno che correva lungo la facciata della casa. Dal primo piano ti affacciavi sotto, sul cortile, e in mezzo ricordo due grandi vasi di latta, che un tempo erano stati contenitori di qualcosa, con dentro due oleandri profumati che cinquant’anni fa erano fiori e ora sono ormai alberi. Dietro alla saracinesca di sotto c’era il bar, il Bar Italia che io non ho mai visto ma che è stato l’infanzia di mio papà. L’ho ritrovato stamattina, in una foto dove c’erano ancora tutti, il nonno Carlo e la nonna Stelvia giovani e felici dietro al bancone, fra le bottiglie di liquori e aperitivi e i clienti più assidui e mio papà Vittorio che all’epoca avrà avuto nove anni, con una magliettina a righe proprio come quelle che amo mettere a Tito.

Nel viaggio di formazione che abbiamo iniziato ormai qualche anno fa la nostra maestra tantrica Prem Rupa ci ha invitato a riflettere sulla nostra storia familiare e questo è uno dei motivi per cui mi sono ritrovata qui, a cercare vecchie fotografie e seguire indizi. Potrei iniziare col dire che il viaggio nel tempo inizia nel momento esatto in cui spingiamo una porta e ci permettiamo di entrare. Non è una porta uguale a tutte le altre, a volte è immensa e noi così piccoli che per avere il coraggio di passare dobbiamo interrogare la Sfinge mostruosa di un inconscio sepolto, altre volte è così piccina la porta che si fa molta fatica a scorgerla. Si nasconde, come nell’ombra si confondono i nostri sentimenti e le storie di famiglia, gli amori sepolti, le morti, le gioie, i segreti che non sono stati detti e quelli che senza saperlo abbiamo intuito, ingoiandoli conditi da sensi di colpa come dolci speranze trangugiate in segreto.

Mi sono rivista
negli occhi di una nonna che in fondo
non ho conosciuto così bene e
non conoscerò più, ormai.
Ho visto mio figlio dentro i ricci e le mosse di uno che è nonno
proprio adesso.
Dentro il bianco e nero
ho immaginato colori.
Mi sono stupita vedendo due vecchie fotografie con un paesaggio e il modellino di un aereo
“eleo” direbbe Tito, che ama molto anche lui gli aerei e li indica sempre,
e ci ho ritrovato dentro la sensibilità di mio papà,
in anni dove si fotografavano sempre persone, quasi mai case o oggetti.

Le fotografie accarezzano le nostre evoluzioni, accompagnano la metamorfosi. Può guarirci rivedere una fotografia del tempo perchéa guarirci sono i momenti felici. Ci sono momenti che non avevamo mai visto, come quel viaggio a Istanbul e San Pietroburgo del nonno, di cui nessuno ricordava; ci sono persone che non conosciamo più e volti che non si sanno più attribuire, chi li conosceva se c’è già andato e senza un tratto di matita che abbia segnato una dedica e un nome o almeno un anno, si consegnano al flusso indiscriminato e immenso della storia del mondo, una storia senza nome né date, una storia che ci travolge e avvolge, annega e si dispiega dentro le nostre braccia come il filo di una coperta infinita. Eppure, noi siamo questa storia. L’oceano di tutto ciò che siamo stati, e saremo, scorre dentro alle nostre vene, si arrotola nella spirale di un DNA che, senza saperlo, ha il viso, il sorriso e gli occhi di qualcuno che tu non hai mai conosciuto ma vive in te. E tu in lei, o lui. Poi dentro i tratti di una fotografia all’improvviso passa un lampo, è il fulmine del riconoscimento.

Ci sono cose che non sappiamo nemmeno spiegare, a voce. Sfuggono dalla nostra testa e dalla comprensione. Il cuore le conosce e ri-conosce. Le vede, ora sa

Ho deciso di appendere al muro quel ritratto dell’altra nonna, insieme a sua sorella al mare, in Liguria; era il ’49, dopo la guerra, in una giornata che immagino piena di sole. Hanno i costumi di tessuto come si usava un tempo, di maglina morbida. Sono molto sorridenti e giovani. Questo momento l’ho messo dentro un riquadro rosso, rosso come la passione che ci infiamma da ragazzi e con una goccia di colla abbiamo fissato un corallo, relitto del mare di una nostra vacanza. Per mescolare passato e presente, per ricordare che anche il passato aveva colore, per ricordare che gli stessi che abbiamo conosciuto più in là negli anni sono stati ragazzi proprio come noi, con un carico di sogni che allora aveva una valigia pesante perché loro, quei ragazzi del ’47 uscivano da una guerra. Erano giovani e innamorati, avevano già vissuto tanto. Come sta capitando ora a bambini e ragazzi come loro: se si incontrassero ai confini del tempo, fra una fotografia e l’altra, entrambi scuoterebbero la testa increduli, di essere così vicini e avere così tanto da dirsi, pur in anni così diversi, che tanto tempo li distanzia eppure siamo ancora qui a parlare di guerra, che sfacelo, che caramella amara da sciogliere in bocca, non ci si crede. Quei nonni, ragazzi di allora, e questi ragazzi di qui, sotto le bombe, si abbraccerebbero parlando di tutte le emozioni e quanta paura può fare una sirena d’allarme quando la senti nella notte, e del fragore dei muri che crollano. Io lo so, mia nonna Giuseppina e sua sorella Erminia, che io ricordo eternamente spavalde, con il rossetto rosso e rosso lo smalto anche a ottant’anni direbbero loro che passerà, che passeranno questi anni e che a vivere e soprav/vivere ci vuole forza, ci vuole coraggio. Ci vuole spavalderia, che a mia mamma, di un’altra epoca come parola non piacerebbe. Ma in certe epoche è necessaria, la spavalderia.
Perché coraggiosi non si nasce. Coraggiosi si diventa.

Intanto le fotografie le abbiamo appese lì, lungo le scale. Perché la scala di casa, che dalla cucina porta fino in soffitta, è una parte in movimento, proprio come la vita e mi sembra ci sia un po’ di somiglianza anche con quel proverbio indiano che ricorda “l’esistenza è un ponte, atraversalo ma non pensare di costruirci sopra una casa”. Lungo le scale, gradino dopo gradino, si sale e si scende, ci si ferma a mezz’aria, certi giorni, si sta seduti su un gradino a sfogliare un libro o si prende un passaggio, come Tito quando al mattino si aggrappa al collo e urla “mano mano” per scendere. E allora mi piace pensare che ogni volta il nostro sguardo si appoggerà su un volto diverso, un incontro di sguardi. Lungo queste scale del tempo ci si incontra, ci si continuerà a incrociare, e vedere. E c’è la cornice di due che conosciamo più, ma forse un giorno sarà la loro storia a venirci a cercare. E c’è posto anche per una cornice vuota, che sono tutti quelli che nella storia si sono persi, di cui un volto non c’è più ma la cui memoria è scritta nel territorio oscuro e palpitante del nostro incoscio.
Lungo le scale, a una altezza che è proprio quella della mia faccia più o meno ora, c’è anche uno specchio. Non sembra ma anche questa è una foto. Un passaggio in divenire, è il nostro volto che cambia, costantemente, è il nostro sguardo in cui ci guardiamo e riceviamo, ogni giorno. Oggi. La metamorfosi ci trasforma, da dentro, in uno sguardo ci ritroviamo.

A proposito, chi è curioso può consultare qui i prossimi incontri di Prem Rupa

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Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate

Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate: sono i momenti della nostra vita, le stagioni dell’esistenza che scorrono via senza che ce ne rendiamo conto, senza che passiamo un solo attimo decisi a volerli vedere davvero. Ci vuole determinazione per fermarsi, o forse semplicemente attenzione. Sì, il coraggio dell’intenzione si trasforma in un’onda e allora accade, possiamo immergerci nel tempo e restare a contemplarlo. Ferma-tempo. Per un attimo, fermare persino il tempo

In questi giorni leggo Thomas Mann, “La montagna incantata”, un libro che a dire il vero mi segue da anni. Suona strano leggerlo in questi giorni, mentre la primavera ci parla di guerra e i nostri pensieri si mescolano alle emozioni in cui si muovono Castorp e il cugino, affacciati alla guerra senza saperlo, il tempo in cui scriveva Mann, che ci metterà anni a seguire il filo di questo libro che inizialmente doveva dipanarsi veloce.

“Nevica in gennaio, ma non molto meno in maggio, e anche d’agosto nevica, come vedi. In complesso si può dire che non c’è mese senza neve; un assioma che non bisogna dimenticare. Insomma, ci sono giorni d’inverno e giorni d’estate, giorni di primavera e di autunno, ma vere e proprie stagioni, a rigore non ci sono quassù”
Thomas Mann, “La montagna incantata”, Corbaccio p. 86

Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate, così accade nella nostra esistenza in cui misuriamo i momenti della vita a seconda del clima del nostro cuore. Lì dentro, nello tsunami del nostro mondo interiore, ci sono paesaggi aridi improvvisamente sconquassati dalla tempesta; distese che tornano verdeggianti e piene di promesse avvolti da una pioggerellina dolce che strappa via petali senza colpo ferire. A volte l’estate del cuore scoppia nel pieno dell’inverno. Altre volte, invece, si gela d’estate. Non c’è dolore più acuto, forse, di quando si rabbrividisce sotto uno sterminato cielo blu, perché in certi momenti, con la morte nell’anima, ci sentiamo più consolati da una giornata di pioggia, quando le lacrime nostre si mescolano a quelle delle nuvole e la luce possiede la delicatezza di una malinconia pacata.

Se mi fermo posso vederli, tutti questi paesaggi. Si svolgono dentro di me, una narrazione che non sempre è parole, spesso emozioni incaaci di traduzione. Siamo noi le mappe. Siamo punti di una storia geografica in costante cambiamento. Non ho tempo per fermarmi, eppure ho bisogno di tempo. Mentre in Oriente si meditava, l’Occidente contemplava. Da tempo immemorabile, chiusi fra le pareti secolari di monasteri segreti le mani piantavano semi e affondavano nella terra, le mani si mescolavano alla gola e cantavano; le mani decoravano pagine di pergamena con calligrafica precisione. Ancora prima, da sempre, uomini e donne se ne andavano vagabondi, a camminare fra i boschi e si sdraiavano con un rametto in bocca, in attesa che un gregge brucasse l’erba. La giornata durava il tempo del sole, una stagione il tempo del grano.

L’amore per la bellezza vive di attimi. Abbiamo bisogno di ritrovare il coraggio della contemplazione e fermare il tempo. Trovare tempo per entrare nelle nostre mappe e starci. Abitare i paesaggi di cui siamo fatti e camminarci dentro.




Primavera a Berdjansk

A Berdjans’k c’è un porto. Un tempo aveva un altro nome la città, a dire il vero ha cambiato nome tre volte da quando è stata fondata, alla fine dell’Ottocento, ormai due secoli fa. Fra poco ci sarà un anniversario importante: 1827, la fondazione – 2027. C’è il museo di scienze naturali e anche le terme, perché qui ci sono i fanghi e un tempo alla stazione climatica si veniva per i trattamenti di bellezza.

Il porto si affaccia sul mar d’Azov, che fa parte del mar Nero ed è il mare meno profondo al mondo, perché raggiunge la profondità massima di 13 metri. Qui c’è il limo, come sul Nilo, lagune piene di sale e una distesa di piccole isole. Si estrae gas naturale e petrolio. È dallo stretto di Kerc sul mar d’Azov che gli Unni attraverso queste terre arrivarono nella loro marcia inarrestabile, tanti secoli fa.

Abitavano circa diecimila persone a #Berdjans nel 1860: dopo quarant’anni erano diventate più del doppio, grazie al porto e agli intensi commerci. La vita delle città che sono porto è uno scambio continuo. Persone, cose, sapori vivono la fluida vita dell’acqua, capace di mescolare confini e storie.

Nel 1860 c’era la scuola di Talmud e altre tre scuole, della popolosa comunità ebraica, poi quasi scomparsa nei pogrom e nella guerra. Nel 1926 il 60per cento della popolazione era russo, il 20 ucraino. Ma non importava molto. In tempo di pace non importa che lingua parli. Bisogna immaginare amori, matrimoni, dolci e zuppe con ricette che si mescolano fra loro come solo sanno fare le mani in cucina e i cuori nelle case.

A #Berdjans d’estate si va in spiaggia. In certi pomeriggi afosi basta prendere un bus per fuggire dal centro e trovare un pezzo di mare che più azzurro non si può. C’è anche lo zoo ma io non ci sono mai andata perché mi fa tristezza vedere qualcuno in gabbia. E poi il picnic al parco di domenica, i resort dove fare i bagni di fango, il museo d’arte e il grande parco acquatico.

Non so se l’hai vista, c”è la statua di un pesce al parco: è un grande pesce di metallo con una coda a ventaglio, assomiglia un po’ a uno di quei pesci rossi degli acquari ma questo è decisamente più grande e dalle forme fantastiche. È per ricordare la grande abbondanza di pesce di cui è ricco il mar d’Azov, grazie a cui ci si sfamò nelle guerre e nei periodi di carestia. Se guardi bene mentre cammini farai un altro curioso incontro, perché da un tombino vedrai uscire un operaio: sbuca da sottoterra, con la sua chiave inglese e lo sguardo eternamente sbigottito. È un operaio ma tutto di metallo, come di metallo è anche il tombino; chi l’ha costruito ha fatto in modo avesse anche una piccola fessura fra le labbra e i turisti si divertono a mettergli una sigaretta. Un operaio che lavora con la sua sigaretta accesa fra le labbra per pensare.

Oggi il meteo di Berdjans’k dice che è nuvoloso, forse verso le tre uscirà il sole. Ma tu non ci sarai già più, forse. Alle nove di stamattina apre il corridoio umanitario che hanno concesso, un cessate il fuoco momentaneo. Mentre in Italia c’è il rumore forte della pioggia stamattina, io mi immagino te, che guardi dalla finestra che stai per lasciare. Che cosa ci si porta via dalla guerra? Guarderai ancora quel corridoio e quante volte ti girerai a vedere la porta di casa e il tavolo della cucina dove prendevi il caffè prima di andare al lavoro? La spazzola sotto lo specchio del bagno e ricordati quella vecchia foto nella cornice, quella non la puoi lasciare. I libri pazienza, sono troppi e troppo pesanti, non sapresti che scegliere. I documenti, tutti presi. La valigia, quella più comoda e leggera: è ancora lì aperta, o l’hai già davanti alla porta? Chissà perché lasciamo sempre qualcosa che non riusciamo a finire, nel frigo o in un angolo di quel mobiletto: tutte le cose rimandate che ora non faremo più

è ora di andare, vai. Buon viaggio. Col cuore che scoppia. E se saremo fortunati, oggi pomeriggio prenderemo un caffè sotto la pioggia, bagnati fradici e vivi mentre esce un raggio di sole a Berdjans’k




Cose di una giornata di pioggia

Ascoltare il battito della pioggia come dita che tamburellano sul tetto

Il caffè lento e poi a piedi nudi sul divano

Spalancare per un attimo la porta e rimanere in sospeso, davanti al giardino intriso d’acqua e l’odore di bagnato

Il suono dei pneumatici di qualche macchina di passaggio, al di là dei vetri chiusi

Fare la doccia a mezzogiorno, come la faceva mia nonna nel mezzo della mattina, e i capelli bagnati e la pioggia sull’abbaino

Fare gli scoiattoli, a piedi nudi sul divano, e tutti i giochi sparsi attorno e mille libri aperti

Libri belli, molto belli, da leggere e libri da lasciar andare

Mettere il naso in quelle scatole che aspettano da tempo

Il cassetto delle foto

I pensieri da ripiegare bene e mettere via, nel cassettone, quelli da piantare in un vasetto e i pensieri da liberare sul tetto

I riposini e il tè alle quattro, con il limone e i biscotti buoni

Ogni volta che piove dovremmo trovare tempo per fermarci ad ascoltare e mentre si lavano le emozioni annaffiare i pensieri con progetti nuovi. E allora le idee crescerebbero libere e selvagge, senza preoccuparsi di dove andranno, come un giardino incantato di nuovo ricco di magia. Le erbacce si mescolano agli alberi da frutto; sotto le aromatiche si nascondono semi antichi e le lucertole meditano sdraiate su un sasso.
Fermarci, anche noi, e sentire che siamo pronti a rifiorire.




29 marzo

I primi giorni di primavera e la pioggia che stenta ad arrivare:
il secco attorno, nella natura color terra bruciata e nei nostri pensieri.

A migliaia di chilometri di distanza
in un palazzo affacciato sul Bosforo
oggi si discute di guerra. La pace
un’ipotesi che aneliamo respirare
come l’aria di aprile e maggio,
piena di giornate di sole e
fiori di ciliegio portati dal vento,
un respiro colmo di bellezza

Due anni fa c’era la pandemia e un lockdown che adesso è diventato cosa normale.
Ci aveva fatto vivere una primavera anomala in un mondo irreale,
fatto di silenzi grandi e cieli più azzurri,
che il lato positivo di questo stop di tutto il mondo aveva portato
meno smog e gli animali selvatici avvistati nelle periferie delle città.
Adesso siamo ripartiti, il traffico fa di nuovo rumore e cieli grigi.
Al Covid si sono sostituiti i bollettini quotidiani della guerra.
Una fra le tante guerre nel mondo,
la guerra in Ucraina, solo una fra le tante.
Ma ci tocca, ci scuote,
ci fa provare sentimenti alterni di rabbia e paura.
Perché è vicina. Perché non è più al di là del mare.
Perché non si può più dire “aiutiamoli a casa loro” come i disperati che
abbiamo lasciato affondare e affogare nelle spiagge ai bordi dell’Europa.
In una notte si arriva a Kyev e si torna indietro, portando in macchina figli e famiglie di badanti
per anni si sono occupate dei nostri vecchi, non avevamo mai visto casa loro.
Adesso le conosciamo, loro che parlano la nostra lingua e cercano di scappare dall’ennesima bomba.

Eppure si continua a morire, in Polonia
ai confini con la Bielorussia.
A un ragazzo le guardie di frontiera hanno tranciato un dito
con le stesse forbici
con cui lui aveva tagliato il filo spinato.
Continuano a tenerci prigionieri
i fili spinati della storia, arrotolati
sui nostri cuori e fra le coscienze.

Nel frattempo qui fra le montagne dell’Appennino spuntano di nuovo le violette e le primule,
qualche tarassaco ancora timido.
Tu che prima non esistevi ora hai già quasi due anni
cammini curioso per questo pianeta. Sei ricoperto di polvere,
metti le mani nella terra e da ieri viaggi con uno spruzzino pieno d’acqua
spruzzando ovunque
con un cappello enorme messicano
trasformi ogni giornata in
gioco
esplorazione

poi ti addormenti di botto e
nel silenzio
riordino i pensieri
29 marzo ’22

Dal diario del 29 marzo ’20 primavera in quarantena
Mattarello e profumo di ragù, il sapore della domenica e della cucina delle nonne. Il sole eclatante e il cielo blu: lo guardiamo dalla finestra e ci immaginiamo l’aria in faccia, l’odore del mare e quello dolcissimo dei gelsomini che sbocciano fra i cancelli di città. Avremo di nuovo il vento fra i capelli, il sole che brucia la faccia e il freddo sulle guance, i tavolini all’aperto e i vagabondaggi senza meta dei giorni liberi. Vedremo nuovi paesaggi e i posti del cuore dove amiamo tornare. Ritorneremo a passare attraverso caselli di autostrade e perderci in strade mai viste, finendo in case dove si parlano lingue sconosciute. Ci guarderemo in faccia sorridendoci al di là delle parole. Ci tufferemo e mangeremo gelati seduti sui muretti, compreremo giornali da leggere al bar mentre i bambini giocano a palla e fanno castelli di sabbia gridando con le loro vocine acute. E non ci arrabbieremo perché ora sappiamo che ci mancano i bambini con i loro giochi e le urla di vita, la musica che esce dalle finestre aperte, il chiasso giù in strada. Andremo a passeggio tenendoci per mano, sapendo quanto vale




I bambini ci guardano

Oggi ero distratta e tu mi hai lanciato la tua palla di stoffa. L’hai lanciata di botto, tu che solo fino a un attimo fa non lo sapevi fare. Invece ha fatto un bel volo ed è finita fino a me. E poi l’hai lanciata e rilanciata, dal tavolo al divano e viceversa. Il piccolo spazio del salotto è diventato grande, che in fondo non serve uno spazio così immenso per giocare. Con i piccoli viaggiatori intergalattici la scommessa più grande è trovare il posto dentro: la disponibilità.

Una volta trovato il libero spazio della disponibilità allora può accadere l’infinito nella stanza. E così succede che ci guardiamo, ci guardiamo davvero; occhi negli occhi, così vicini e veri. E ridiamo e abbiamo tempo uno per l’altro. E noi dovremmo commuoverci osservando quanti e quali tentativi di coinvolgerci mettono in atto, loro che ci prendono per mano e vogliono portarci con gentilezza alla (ri)scoperta del mondo. E di come noi, se non stiamo bene all’erta, rischiamo di diventare una continuua delusione. Andiamo di fretta, non c’è mai tempo: è sempre l’ora di dormire o l’ora di mangiare o quella di pulire, sempre l’ora di altro e mai di questo. Mai che sia l’ora di adesso, di stare insieme e giocare.

Ma tu ricordati
L’ora giusta dell’adesso
L’ora di sederci
Insieme
L’ora di stare qui
L’ora del non fare e
giocare
L’ora della magia
Da immaginare

E allora guardarsi di sottecchi e farsi buu e abbracciarsi stretti. Farsi il solletico sulla pancia, gonfiare palloncini da lasciar sgonfiare con il rumore sulla pelle. Passarsi mattoncini a vicenda, costruire torri gru case camion. Avere tempo, uno per l’altro, che il tempo è quella cosa da afferrare per la manica e stringere forte quando c’è.




Abbiamo bisogno di respirare

Una cosa a cui non fai quasi mai caso è che
quando hai paura
quando entri nell’ansia
quando sei molto dentro la rabbia
o il dolore
fisico e mentale
quando sei così tanto nel momento che non ci sei più
smetti di respirare
e
sparisci.

Sparisci all’improvviso, sparisci dentro le cose che ti fanno paura
appena le nominiamo quelle escono dalla bocca e sono loro a divorare noi.
Diventano spettri e ci danno la caccia, perché i fantasmi vivono sotto il letto o nell’armadio,
lo sanno tutti,

i fantasmi risiedono nell’ombra, prendono vita e potere dall’oscuro in cui non abbiamo il coraggio di guardare.

Abbiamo bisogno di respirare e ritrovare il momento del presente: l’attimo in cui tornare a sentire e fermarci, adesso, per ritrovare forza e meraviglia

La verità è che la morte arriva mille volte, in mille forme. Per un attimo ci eravamo tutti dimenticati che fosse lì,
a un passo da noi,
invece
eccola qui. Un bacillo, un cavaliere invisibile capace di far crollare muri di difesa fatti di sangue e ossa e scoglio, oppure una frenata improvvisa e imprevista. O ancora, semplicemente qualcosa che non avevamo previsto.

Abbiamo bisogno di respirare per fare pace con la morte. E insieme a lei con la vita. E
respirando, respirare forza, bellezza, poesia, immaginazione.

A volte tutto quello che viviamo non ha niente di bello. O almeno, così pare. Ma
la bellezza non è affatto là fuori, nessuna bellezza può esistere se non quella a cui tu stessa concedi di esistere.
Bellezza è una scommessa dentro a uno sguardo,
per questo vive clandestina, è
l’attimo fuggente da rubare ancora per un soffio.

Il soffio di un respiro, quello in cui
torni a vivere.
E mentre il sangue si rimescola sì,
ci saranno altre disfatte e tempeste e una bonaccia, seduti a guardare l’alba
increduli ancora una volta
immortali e mortali,
sconvolti e orrendi e bellissimi,
così cambiati e sempre uguali
e così pieni di terrore, ma anche meraviglia.

Respirare
verità
morte
vita
meraviglia
bellezza
poesia
incanto e

fermarsi
adesso
qui,
solo per un attimo




Di notte Amsterdam

Se ti trovi a camminare
mentre la notte scende su
Amsterdam,
poi scopri che
si somigliano
le sorelle d’acqua.
Come a Venezia
ti chiederai
passo dopo passo,
è una città di fantasia
o
una vera
scenografia
dove
sto
passeggiando
?




Fra i mulini a vento di Kinderdijk

E poi il vento fra i mulini, che
se arrivi di mattina presto in un febbraio fuori stagione
è tutto chiuso, il negozio di souvenir e il ristorante
invece l’uomo del chioschetto c’è e inizia a preparare perché in Olanda il fritto è un’istituzione e le patate sono sempre e ovunque
i tetti sono di cannarelle, quelle che si muovono scosse dal vento, altissime e sottili. Qui ci sono diciannove mulini, Patrimonio Unesco: sono stati pensati per macinare ma anche per risucchiare quest’acqua che è ovunque e contro cui l’Olanda che ci affonda combatte da sempre, instancabile.

Tu cammini e intanto il sole esce dalle nuvole.

Una coppia di germani nuota senza fretta. Nel canale un’altra coppia di svassi, con le loro crestine rosse, si tuffa in acqua alla ricerca di pesciolini. Il polder è il terreno strappato al mare grazie alla diga: l’erba che ci cresce è verdissima, lo spazio disegnato dai canali.
Accanto, una fattoria e le pecore, che in Olanda sono ovunque e hanno musi che assomigliano un po’ a quelli dei cani.

Camminare in silenzio,
il vento che porta via i pensieri
lo sguardo, che arriva lontano
lontanissimo

Kinderdijk ha un nome strano, ma dentro c’è la parola kinder, che ti fa subito venire in mente “bambino”. Ed è così, secondo la leggenda dopo la grande alluvione del 1420, alla diga arrivò una cesta, con dentro un gatto e un bambino. Kinderdijk, che oggi è famosa per i mulini a vento patrimonio UNESCO, significa questo: diga dei bambini.

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Il coraggio di raccontare ai bambini

non so se ti è mai capitato di sfogliare un libro per bambini,
e non so se ti è capitato di passare del tempo
con un bambino

con un bambino scopri
domande incredibili
curiosità inesauribile

dentro ogni bambino
c’è un vecchio,
dovremmo vederli così i ragazzi
immaginare loro adulti

come ci comporteremo,
davanti a un uomo e una donna di trenta, quarant’anni
uno come noi

che cosa vogliamo per noi
che cosa avremmo voluto
?

dovremmo trovare il coraggio
di
raccontare ai bambini
storie importanti
storie forti, impegnate
storie di Storia, di geografia, di cuori
storie di verità e ricerca

me li ricordo i libri che mi capitava di sfogliare da bambini,
quelli di papà o alcuni, dalle pagine ingiallite: li portava a mia nonna una zia, sua sorella
grandi scatole piene di vecchi giocattoli e volumi che erano stati di qualcuno ormai grande

dentro, c’erano illustrazioni precise, grande ricchezza di dettagli.
Erano storie che parlavano a cuore e cervello con onestà,
dirette. In queste pagine di adesso si trovano più spesso
parole semplici al punto da diventare banali,
parole che si perdono in colori sterminati e vuoti
nei libri dedicati ai bambini molto piccoli
ipersemplificazione
nelle storie per i più grandi
edulcorato e stiracchiato all’essenziale
il racconto
perde fatti e ricchezza.

Abbiamo bisogno di
parole che
sappiano cercare
saggezza
sappiano scavare
trovare anima
spirito
esempio
visione
ispirazionee

che non siamo e non diventiamo niente,
senza prima svegliare
quello che ci rende
umani
vivi

Quali libri e autori ricordi che ti hanno fatto diventare grande?

Guglielmo Milani, detto Mino




Guglielmo Milani, detto Mino

Guglielmo Milani, detto Mino, studia medicina ma fugge dalla storia di famiglia già scritta con una laurea in Lettere e la tesi sui briganti. Inizia a collaborare con il Corriere dei Piccoli e poi il Corriere dei Ragazzi, il Corriere che allora esisteva anche cosí, per il popolo dei bambini, e faceva cultura, cultura vera per gli affamati di storie belle, di mondo e di informazione.
Mino scriverà articoli, romanzi, fumetti: più di quaranta titoli di racconti e libri per ragazzi, alcuni usciti a puntate come oggi non si usa più, fatti di storia, guerre, lezioni di vita. Se n’è andato a Milano a 94 anni, pochi giorni dopo il suo compleanno.

Ecco, dovremmo ritrovare il coraggio di raccontare ai bambini storie importanti. Storie di bellezza, morte, verità invece delle favolette con cui ci shakeriamo il cervello. Perché i piccoli viaggiatori interstellari hanno un senso dell’osservazione incredibile, intelligenza fine e curiosità senza limiti. E francamente, negli ultimi tempi, li stiamo offendendo con i libretti e i cartoni animati che a volte proponiamo loro.




Una cosa che non sapevo sulla storia dei tulipani

tulipani-mercato-amsterdam

La “bolla dei tulipani” è stato il primo crack finanziario della storia “moderna”. Fu la Turchia a cominciare a esportare i bulbi di tulipano, dalla metà del Cinquecento. I viaggiatori occidentali in Oriente ne erano rimasti incantati.
Avere tulipani diventa uno status symbol, un po’ come una Ferrari dell’epoca, ma tu pensa invece che bellezza splendida ed effimera quella di un mazzo di fiori freschi. Si contrattava nelle case e nelle locande, o nei collegi di agricoltori e commercianti. L’Olanda, che possedeva le rotte delle Indie orientali, con le sue navi e la gente che viveva per mare poteva reperire qualità rare.
Il fatto è che si avvia l’abitudine di acquistare bulbi che devono ancora essere interrati e crescere, “futures”, per dirla con il linguaggio economico. Acquistare futures significa comprare alla scadenza. Ma se un seme contiene una pianta in divenire in mezzo da considerare c’è anche l’azione del tempo.

Veniva chiamato “commercio del vento”: si vendevano “futures”, bulbi che dovevano ancora essere piantati o arrivare da oltremare chiedendo agli acquirenti il pagamento di una commissione del 2,5 %, nota “soldo del vino”, fino a un massimo di tre fiorini per scambio. Ma un conto è un bulbo, un altro è il fiore. In mezzo c’è il tempo. In mezzo c’è il sole, la grandine, le navi e i porti, la mente volubile dei desideri e della gente. In mezzo c’è il Tempo.
Il reddito medio all’epoca ammonta a 150 fiorini. Con 100 fiorini si compra una tonnellata di burro. Per un bulbo si arriva a spendere 2500 fiorini. Con un bulbo si possono scambiare terreni, attività e persino case. L’apice è raggiunto nell’asta di Haarlem, vicino ad Amsterdam, per un bulbo di Semper Augustus: 6000 fiorini. La follia.

Poi la bolla si rompe. Come da tutte le follie, ci si sveglia e all’improvviso è un nuovo giorno. Tutto era tenuto in gioco, insieme, da una catena, ma se l’ultimo anello si sfila cade a terra la collana e se vanno, disperse, le mille perle che la componevano. È un effetto che gli economisti conoscono. Se i clienti di una banca credessero che questa stia per fallire e pensassero di andare a prelevare tutti i loro risparmi… l’istituto in questione fallirebbe realmente.

La paura. Le nostre paure hanno delle conseguenze. Non è vero che vivono solo nella mente: le paure diventano idee, azioni, stili di vita.
Ed è così che dopo la più incredibile asta della storia, nel 1637, tutti vengono sommersi dallo spettro di una grande paura collettiva. I venditori cercano di vendere e finiscono per svendere, i creditori non riescono a recuperare, i clienti spariscono. La bolla si è rotta e si esce dalla follia della tulipomania. Ed è così che i bulbi di tulipano diventano quello che tutti conosciamo: gentili protagonisti delle belle bancarelle di fiori d’Olanda dove si acquistano per qualche cent.




Vita nelle Isole Frisone: Den Hoorn aTexel

e mi mette di buon umore svegliarmi
in un mondo
dove
c’è un posto con i mazzi di tulipani freschi che stanno per sbocciare
con accanto un cassetto dove lasciare le monete
la fiducia
nello scaffale di patate, miele, marmellate locali
il barattolo degli spicci
un mondo dove i rifiuti di plastica
si trasformano
in uccelli magici, e in un giardino incantato
c’è una poltrona a dondolo per farti compagnia
ricordati di crearlo tu quel mondo,
con piccoli atti di bellezza quotidiana.
Se vuoi cambiare il mondo

dall’isola di Texel, Den Hoorn

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Isola di Texel

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ecco, adesso che stai lì di fronte
guarda
il mare immenso
mille volte ci sei annegato,
hai nuotato
stremato
hai sognato, sperato, pregato, bestemmiato
mille volte ti sei salvato, sei morto e risorto.
Quattrocento anni fa, 1615.
sei partito da qui in una giornata di sole
14 giugno sull’isola di Texel
cercavi una nuova rotta e quando dopo giorni e giorni di navigazione avvisterai la terra la chiamerai come casa tua, che Casa è sempre nel cuore.
Horn: adesso ne esistono due, uno in Olanda, uno altrove
al di là dell’oceano

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Il faro dell’isola di Texel, che in realtà si pronuncia Tessel, sorveglia dall’alto l’isola. Di notte la sua luce che pulsa come un cuore si vede da lontano,anche dall’altra parte della costa.

Nel Seicento dall’isola partirono molte spedizioni. Uno di questi avventurosi viaggi fu quello che portò il navigatore Willem Schouten a doppiare Capo Horn: scoprirà una nuova rotta nel Pacifico ma sarà accusato di aver infranto il monopolio della Compagnia delle Indie. La sua nave verrà confiscata a Giava e lui, in un altro dei suoi viaggi, morirà in mare, nel Madagascar, dopo aver lasciato, trascritte, preziose mappe. Insieme a lui, alla ricerca di nuove rotte, Jacob Le Maire. Anche lui morirà in viaggio, a bordo della nave “Amsterdam” mentre faceva ritorno
Con le speranze più belle nel cuore e
sulla schiena le paure peggiori,
ci saranno sempre sognatori davanti al mare
a immaginare un oceano più vasto

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