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Boccata d’aria sul Monte Everest…. in virtuale

Sono due i campi base dell’Everest. Uno è a 5364 metri di altezza, sul versante sud, nepalese, e si trova ai piedi del Ghiacciaio Khumbu. L’altro campo base dell’Everest è sul versante nord, il lato tibetano, dove inizia il ghiacciaio di Rongbuk, 5154 metri d’altezza.

Le vette più alte del mondo

Con i suoi 8848 metri sul livello del mare, il monte Everest è una delle sette vette più alte del mondo. All’origine del nome “Seven Summits”, Sette Vette l’impresa dell’alpinista statunitense Richard Bass, che nel 1985 scala, in ordine, il Denali, in Alaska, Aconcagua, situato nella Cordigliera delle Ande; Elbrus, in Caucaso, uno delle sette meraviglie della Russia; il Monte Kosciuszko in Austrialia, Vinson, Antartide, Kilimangiaro, Africa, e infine l’Everest. Sulle Seven Summits in verità non mancano controversie, legate alla considerazione delle mappe in senso geografico, geografico puro o addirittura politico. Per esempio, il primato per la montagna più alta dell’Oceania spetta al Puncak Jaya, 4.884 m, di frequente noto con il nome Monte Carsztens, tuttavia, si trova su un’isola e per di più in Nuova Guinea, politicamente appartenente all’Indonesia. La questione sarebbe ininfluente dal punto di vista geografico, ma per chi fra gli alpinisti è legato a un criterio geografico puro, è necessario prendere in considerazione solo le vette poste sulla terraferma continentale. In questo caso, sarebbe quindi il Monte Kosciuszko, 2.228 metri, in Australia, la cima più alta dell’Oceania. A proposito, calcolando l’altezze delle vette a partire dal fondale marino circostante, anziché dal livello del mare come avviene secondo la convenzione internazionale, il monte più alto dell’Oceania è il vulcano hawaiano Mauna Kea, 4.205 m, che nasce dalle profondità della Terra con una base a 5.761 m sotto il livello del mare, e si slancia per un totale di 9.966 m. Questo lo renderebbe anche la vetta più alta di tutto il pianeta.

L’Everest è stata considerata la montagna più alta del mondo… fino al 2016. Effettuando le misurazioni dal centro della terra a superare i 8848 metri dell’Everest è il Monte Chimborazo, 6248 metri s.l.m. Questo dipende dalla Terra, che non è completamente sferica. È stata una spedizione voluta dal francese Institut de Recherche pour le Développement a raggiungere la vetta Chimborazo nel febbraio 2016 ed effettuare i nuovi calcoli con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia odierna. Eppure l’inaccessibile Everest, sempre più ricoperto da piante e fiori, rimane un luogo geografico e simbolico.

Al confine fra Cina e Nepal sulla catena dell’Himalaya, il suo nome, che nel 1852 è “Cima XV”, nel 1865 diventa “Mount Everest” in onore di Sir George Everest, responsabile dei geografi britannici in India. In tibetano è femmina, la montagna sacra “Chomolungma”, madre dell’universo: “Zhumulangma”, Zhūmùlǎngmǎ Fēng, in lingua cinese. Il popolo nepalese chiama le sue vette “Sagaramāthā”, in Sanscrito “dio del cielo”, nome che verrà adottato ufficialmente dal governo del Nepal negli anni Sessanta, suggerito dallo storico nepalese Baburam Acharya.

Via per la Cresta Sud-Est dell’Everest

L’accesso all’Everest attraverso la Via per il Colle Sud e la Cresta Sud-Est avviene dal Nepal. Questo rappresenta il punto d’accesso più noto nonché il primo, percorso dall’esploratore e alpinista neozelandese Edmund Hillary insieme alla guida Tenzing Norgay, alpinista nepalese-indiano di etnia sherpa. Passati alla storia come i primi scalatori dell’Everest, raggiungono la vetta il 29 maggio 1953.

Qui, ai piedi della cascata di ghiaccio di Khumbu, si estende l’ombra scura del Kala Patthar, “pietra nera” il significato del suo nome in lingua nepalese e hindi. La visione dell’Everest nelle giornate più limpide è una scenografia che rompe il cuore in mille aghi ghiacciati di puro ossigeno.

Un tempo le spedizioni iniziavano proprio in questo luogo. Nell’antico lago ghiacciato di Gorak Shep, 5.164 metri o 16,942 piedi, dove ora si trova un eliporto, si trovava il campo base originale del Monte Everest. Le bandiere di preghiere, colorate e sfilacciate dal vento, danzano nell’aria, in alto sul mondo.
A Kala Patthar i viaggiatori si fermano qualche giorno, per abituare il corpo al mal di montagna. Uno dei percorsi più frequenti è l’arrivo nell’aeroporto di Lukla per poi dirigersi attraverso la valle del fiume Dudh Kosi in direzione della capitale Sherpa e Namche Bazaar, ai piedi dell’Himalaya, sede del Parco nazionale di Sagarmatha, uno dei pochi posti dove è possibile usufruire della rete internet prima di perdere ogni contatto con il mondo lasciato alle spalle e ritrovare la conenssione con lo spirito di un mondo senza tempo.
Alcuni sentieri che portano al campo base sud sono stati resi inagibili dal terremoto che ha colpito il Nepal il 25 aprile 2015.

L’accesso al campo base nord dell’Everest attraverso il versante tibetano è raggiungibile in fuoristrada: cento chilometri sulla Friendship Highway, a Shelkar, che si trasformano in una pista nel cuore della Riserva naturale del Qomolangma, passando per il monastero di Rongbuk e il villaggio di Tingri. Per affrontare questo percorso è necessario richiedere al governo cinese un permesso per visitare il Tibet: solo una parte del campo base è accessibile ai viaggiatori stranieri, che non troveranno mai cartelli con il nome “Everest” ma solo il nome della vetta in tibetano e in lingua cinese, Chomolungma, Zhūmùlǎngmǎ Fēng. Qui c’è l’ufficio postale più alto al mondo.

La montagna sacra

Sulla cima dell’Everest vive Miyo Lang Sangma, una delle Cinque Sorelle di lunga vita, citata da Edwin Bernbaum nel suo libro “Sacred Mountains of the World”. L’immagine dell’antica dea Miyo Lang Sangma, protettrice dell’Everest da millenni è custodita nei monasteri di Rongbuk e Tengboche, dove gli sherpa, le abili guide alpine che da millenni vivono in queste vette, partivano dopo aver ricevuto la benedizione per affrontare il viaggio.

Ancora oggi durante il mese di novembre si celebra la festa Mani Rimdu, quando le pareti di questi templi sacri risuona l’eco delle preghiere dei monaci e fuori, nelle vallate, viene liberato uno yak destinato a vagare fra le montagne. Nel 2018 se n’è andato, dissolto nel vento dell’Himalaya, Lama Geshe Odiyaana Vajra Rinpoche: nessuno sherpa partiva per l’Everest senza aver ricevuto la sua benedizione. Durante l’occupazione cinese degli anni Cinquanta Lama Geshe, nato in questa comunità, lascia il Tibet per fare ritorno al suo villaggio, dove si sposa e ha due figli. Dal suo rifugio nel cuore del mondo, fino alla fine della sua vita, benedirà ogni viaggiatore con il mantra a Miyolangsangma, che i tibetani conoscono con il nome Chomolungma, Goddess Mother of Mountains, dea madre delle montagne, la dea che cavalca una tigre e fra le mani regge una ciotola con una scimmia che sputa gioielli. Era stata una dea potente e da temere, dall’aspetto demoniaco, facile all’ira quando le si mancava di rispetto. Ogni anno Chomolungma chiede delle vite, sarà per questo che lo yak evoca il capro espiatorio liberato nel deserto oltre le mura di Gerusalemme, pegno per la vita, fragile tentativo per ammansire una montagna che sappiamo di bellezza implacabile.

Scalare l’Everest in 3D: trekking virtuale

Ispirandosi all’indomito amore degli alpisti per le vette Google nel 2011 decide di organizzare un viaggio sull’Everest e rendere accessibili le immagini a tutti tramite Google Maps.

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Street View Campo Base Everest

Su Twitter è attivo il progetto #360 per una visione a 360° del monte Everest attraverso lo sguardo di chi ha raggiunto il tetto del mondo

Giorno per giorno, quattro sherpa, le tradizionali guide nepalesi, hanno documentato la scalata dell’Everest e contribuito al progetto #Project360, campagna lanciata nel 2014 da Mammut, brand per equipaggiamenti da alpinismo, per l’uso della GoPro come strumentazione per la documentazione e condivisione di viaggio.

L’alpinista nepalese Nirmal Nims Purja in 6 mesi e 6 giorni ha scalato 14 delle vette più alte al mondo, a oltre 8mila metri, realizzando un nuovo record mondiale nell’ottobre 2019.

L’immagine della spedizione di Nirmal sull’Everest insieme ai suoi compagni di avventura ha fatto il giro del mondo. Il record precedente era detenuto da Jerzy Kukuczka, polacco, che aveva scalato le stesse vette in 11 mesi, nel 2013.

Reinhold Messner ha scalato queste cime fra il 1970 e il 1986, in sedici anni. Quanto dura un viaggio? Forse tutta la vita. Perché una scalata non è solo una scalata per chi vive la montagna come uno stato dell’anima. Nel frattempo si è moltiplica la spazzatura, ogni anno in costante aumento (nel 2013 sono state 4 le tonnellate di immondizia recuperate e portate a valle da una spedizione indiana). Eterni non sono più i ghiacciai, molti dei quali si stanno sciogliendo: diventano più ampie le zone verdi visibili dal satellite, terre ricoperte da muschi, licheni e piante che fioriscono all’improvviso trasformando l’Himalaya con una sorprendente primavera.

Iniziato con la scalata dell’Annapurna, 8091 metri raggiunti il 23 aprile, il viaggio di Nirmal Purja è continuato verso l’Everest, scalato il 22 maggio, e altri giganti dell’Himalaya per concludersi sulla vetta del Shishapangma, 8.027 metri, alle 08.58 locali del 29 ottobre 2019.

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Canto delle carezze al cuore

 

 

 

 

 

di Daniela Lamponi

Oggi la mia agenda riporta:
Bologna e orari dei treni acquistati.
La mia agenda mi ricorda che sarei dovuta essere in trasferta alla Fiera del libro per Ragazzi…

Oggi la mia vita mi ha fatto fare tutt’altro, eppure, in un modo tutto suo, mi ha riportato a dei ricordi della Fiera… Sempre muovendomi nella libreria, ho trovato la poesia di Sabrina Giarratana e illustrata da Sonia MariaLuce Possentini: “Canti dell’attesa. Canti che accompagnano la gravidanza e la nascita“.
Un titolo che in questo momento potrebbe condurre a pensare alla nostra attesa, come Paese Italia e andando anche oltre i confini geofisici.
A me, invece, ha riportato quel giorno lontano e alla Fiera. A quando mi sono emozionata ad ascoltarne la presentazione e a farmi fare una dedica sopra da Maria Luce.

Alcuni di quei canti poi li ho condivisi con una tra le più care amiche di questa vita, durante la sua gravidanza.
E ora, questo canto è per te e un po’ per tutti noi in attesa.

Oggi il mio cuore vuole carezze
Come un cavallo sulla criniera
Come un gattino senza certezze
Vuole carezze fino a stasera
Come un pulcino senza le piume
Un lupo perso nella bufera
Un pesciolino solo nel fiume
Vuole carezze fino a stasera.

Canto dell’attesa di Sabrina Giarratana e Sonia Maria Luce Possentini,
Il leone verde Edizioni




I vecchi al tempo del Coronavirus

Più ribelli e imprudenti dei ventenni, i vecchi al tempo del Coronavirus nelle parole di Alessandro Gilioli: emergenza Covid-19 perché gli anziani sono per strada?

C’è stata una fase iniziale, in questa primavera sadica, in cui a sfidare i divieti erano soprattutto i ragazzi. Sfrontati, irridenti, convinti – come siamo stati tutti – della propria immortalità. Ora se ne vedono molti meno. Probabilmente hanno capito, o hanno mamme che gli agitano il mattarello sul naso se provano ad allacciarsi le scarpe.

In compenso fuori è pieno di vecchi.

Oggi, per la prima volta da inizio quarantena, per lavoro ho dovuto fare un tratto di città più lungo del consueto casa-alimentari, e ho notato questa cosa di cui prima non mi ero accorto: gli unici in giro erano gli anziani.

Palesemente sfaccendati, senza nemmeno l’alibi apparente di una sporta per la spesa, lenti nel camminare, talvolta proprio fermi: in un semidistanziato crocchio di chiacchiere.

Ne ho visti alcuni davanti al bar: chiuso. Ma loro erano lì lo stesso.

Per capire se era un caso ho chiesto un po’ in giro, attraverso il pc da cui vi scrivo adesso. Pare di no. Diverse testimonianze in più città mi hanno confermato la stessa cosa. Vecchi con cane e senza cane, con mascherina e senza mascherina, con barba sfatta e con barba pulita.

Me lo aveva anche detto la mia panettiera, qualche giorno fa. Ha il negozio davanti a un cassonetto: «I peggiori sono i vecchi, che scendono ogni due ore a buttare sacchetti piccolissimi». Non sono tuttavia riuscito a condividerne lo sdegno: ha prevalso la tenerezza per questi anziani soli che si centellinano pure la monnezza pur di uscire qualche minuto di casa.

Così ho pensato alle mille ragioni possibili per cui i vecchi escono di più, a dispetto del fatto noto anche ai sassi che sono i più a rischio, i più vulnerabili, i primi a finire intubati.

Forse escono di più, banalmente, perché molti di loro vivono soli, in vedovanza, ed è durissima stare tutto il giorno soli in casa, vale pure per me che ancora del tutto vecchio non sono – e neppure vedovo.

Forse escono di più perché non usano internet, questa quotidiana contraffazione di socialità che ci fa passare il doppio del tempo su Facebook, e che forse mi ha portato anche a scrivervi queste righe, a illudermi che sto parlando con qualcuno.

Forse escono di più perché spesso da pensionato ricco non sei, quindi vivi in spazi ristretti, e trenta metri quadri sono meno della cella di Breivick.

Forse escono di più perché non hanno Netflix né Amazon Prime, si devono accontentare della tivù generalista che in queste settimane sta offrendo uno spettacolo pessimo seppur misto, cioè metà squallido e metà ansiogeno.

Forse escono di più perché coltivano il rito antico del giornale di carta che mai come in questi giorni si sta rivelando utile: non tanto per quello che contiene, ma perché consente di arrivare legalmente fino all’edicola – e comunque una mezz’ora poi riesci a bruciarla, a casa, solo leggendo i titoli e un paio di articoletti.

O forse escono di più semplicemente perché gliene frega di meno, alla fine.

Un lungo futuro davanti non ce l’hai comunque, da vecchio, e quando non hai un futuro non puoi accettare che ti si rubi anche il presente – e ti si lasci solo col passato.

Stare chiusi in casa, senza niente da fare, non lo vedono come “un periodo”, come un tunnel da attraversare e con una luce in fondo. Lo vedono, più o meno consciamente, come un anticipo di morte.

Lo vedono come un infame, cinico e immeritato furto dell’ultimo scampolo di vita.

E allora escono, più indifferenti che impavidi, a riprendersene almeno un brandello, più ribelli e imprudenti dei ventenni.
Alessandro Gilioli

Il post è stato pubblicato il 2 aprile 2020 con il titolo “Perché i vecchi escono” sul blog Piovono Rane del giornalista Alessandro Gilioli, nato a Milano il 28 febbraio 1962, vicedirettore de l’Espresso

Nel frattempo dal 31 marzo 2020 a Panama City la quarantena è di genere: il lunedì, mercoledì e venerdi a uscire sono le donne; martedì, giovedì, sabato tocca agli uomini. La domenica a chi spetterà? Tutti a casa, riposo par condicio.
Nel frattempo a Mumbai il cielo è diventato azzurro: 23 delle 40 città più inquinate al mondo si trovano in India (9 in Cina, 6 in Pakistan, 1 in Bangladesh, 1 in Indonesia). A causa del lockdown che si sta estendendo ovunque nel mondo come misura preventiva contro la diffusione del Covid-19, i veicoli non circolano: si svuotano le strade, aumenta il silenzio, si abbassano i livelli di smog. Il cielo a Nuova Delhi non è mai stato così blu negli ultimi dieci anni.
Si vede anche dallo spazio. Il satellite ESA Copernicus-Sentinel 5P ha registrato un calo di emissioni di diossido di azoto nell’Italia del nord. Si dirada la tradizionale nebbia della Pianura Padana, che da anni non è motivata dal clima bensì dalle tristi incrostazioni generate da fabbriche e traffico indiscriminato, cicli di lavoro e di una vita che ora lo stiamo comprendendo: si reggeva e si regge su equilibri fragilissimi.

Nel frattempo si avvistano volpi che attraversano, indisturbate, le strade, stupite anche loro per l’improvviso silenzio. Giovani cervi in una breve fuga dall’agriturismo in cui hanno casa vagabondano nella quieta notte di stelle in Salento, a Tricase, provincia di Lecce; in Sardegna balenottere nel golfo di Cala Gonone e delfini. Si dissolve il rumore dei motori e delle barche, il chiacchiericcio umano (per i rifiuti di plastica ci vorrà più tempo), smette di accumularsi il vociare e il caos. Tornano a nidificare le tartarughe, quest’anno in aumento, sulla spiagge deserte dove l’essere umano non può più andare, se non per brevi apparizioni illegali. Di solito ben nascosti nelle periferie, cinghiali e lupi nel centro di Roma e Firenze, curiosi per questi umani che adesso arretrano, nelle loro case, nelle loro vite ristrette di cui ora si sente tutta la scomodità.

A Shenzen c’è chi combatte per vietare la carne di cane e gatto. Il governo cinese a livello nazionale ha deciso di abolire, provvedimento di febbraio 2020, il commercio di alcune specie selvatiche che sembra siano state responsabili dei primi contagi di Coronavirus, proliferato nella capitale Wuhan, della provincia di Hubei, fra i mercati dove è abitudine acquistare pipistrelli, serpenti, zibetti e ratti affumicati da cuocere in padella. Nella quarantena invernale gli abitanti di Kunming, capitale dello Yunnan, hanno deciso di occuparsi della popolazione di gabbiani comuni, Chroicocephalus ridibundus: oltre 400.000 esemplari che ogni anno arrivano qui a svernare, migrando attraverso la Siberia.
Nel frattempo in Cina si torna a vedere. Il cielo appare strepitosamente limpido da Shanghai a Hong Kong. La nebbiolina fitta di solito avvolge come un filo le tetre megalopoli, dai finestrini dei treni veloci si vedeva bene: l’infinito della terra eternamente piatta e palazzi che si alzano all’improvviso, qui o là, nell’orizzonte sfocato, cartoni grigi di una scenografia dipinta.
Adesso tutto è bloccato. Gli aerei hanno smesso di viaggiare e il mondo è tornato a essere un po’ più grande, un po’ più distante, come lo era in un tempo che abbiamo scordato. A differenza di allora adesso c’è la corrente inarrestabile di un flusso che ci mantiene aperti e in collegamento: la rete internet, che stiamo imparando a usare meglio e di più, un’altra delle inaspettate conseguenze di questa primavera in quarantena.

Alcuni di noi, almeno, la fascia giovanissima di studenti che adesso impara un nuovo modo di fare scuola, l’apprendimento online. E poi noi, nativi, domiciliati, affittuari e residenti digitali fra i trenta e i quarant’anni, cinquanta, sessanta, che in questi ultimi anni ci siamo, chi più chi meno, abituati a mettere un indirizzo anche nell’altrove del web, a nuotare come pesci in quelle maglie sfuggenti della rete che ogni giorno si rinnova, si modifica e riinizia.
E forse sì, i vecchi, costretti a una televisione ottusa e ansiogena, a una scatola che non risponde e non parla, sono quelli che rimangono in silenzio con la loro vita fra le dita. Loro hanno conosciuto l’odore della polvere da sparo, i palazzi sbriciolati, le riunioni clandestine e il suono delle sirene antiaeree e il vuoto che c’è un attimo prima dell’impatto.
Oggi non cadono le bombe, ma il silenzio del coprifuoco trasforma il quando in un qui insapore, di cui non si distingue fine e inizio, notte e giorno.

Per chi non va a scuola, nemmeno su internet, per chi vive solo e non aspetta telefonate, la giornata è struggimento di notizie allarmiste e programmi già visti (e a differenza di internet la televisione è ormai in stato di abbandono, condensato di miseria e paura). La solitudine ancora una volta riappare e non ha l’aspetto dell’afa estiva: è implacabile e silenziosa, mentre là fuori fioriscono i mandorli e la città si riempie di profumi. È senza notizie perché non c’è nessuno a guardarti in faccia, rispondere alle tue domande più segrete o anche solo a chiederti come stai.
Come stai?
Bisogna ricordarselo, che sono ancora qui. Forse mezzo morto, ma non ancora: ancora vivo. E allora succede che diventa un piccolo atto di ribellione scendere al cassonetto anche solo per buttare una bottiglia di plastica vuota, senza vedere nessuno, senza pericolo di contagio, ma con l’aria in faccia. Per ricordarmi che sono ancora vivo.




Viaggiare è immaginare

Una volta mi è capitato di leggere che basta guardare un paesaggio perché si inneschi un cambiamento a livello cerebrale. Sono sufficienti pochi secondi davanti a una fotografia, ma funziona anche solo pensandole.
È il potere delle immagini mentali: sono migliaia, milioni le cartoline che conserviamo fra i cassetti della mente e del cuore. Sono i nostri ricordi. Basta aprirne uno per ritrovare quel posto, che magari non esiste nemmeno più; ritrovare i colori, intatti, le sfumature di quel momento della vita e delle persone che erano con noi. Se mi concentro davvero, a chiusi chiusi strizzando forte forte le palpebre, avverto ancora il tempo sulla pelle, i profumi e gli odori dietro l’angolo, la voce della gente e che cosa indossavo.

Esercitare il ricordo significa vivere di nuovo la nostra storia e coltivare l’immaginazione.
Come immagini la tua mente? Per anni abbiamo pensato alla mente, noi che facciamo parte della cultura occidentale, come una soffitta buia dove accatastati ci sono ricordi come scatoloni di un trasloco dopo l’altro. Scatoloni chiusi e a volte dimenticati, che piano piano si perdono nel buio e nella polvere: le cellule nervose lentamente si bruciano; a causa della vecchiaia o di una malattia neurodegenerativa le ragnatele li ricoprono, le tarme se li divorano e a noi non restano che briciole di ricordi, frammenti di ciò che è stato divorati dagli anni.

In realtà questa è solo una delle possibilità in cui immaginare la memoria. Le Vie dei Canti dei popoli aborigeni in Australia sono un altro modo per immaginare il corpo, fisico e sociale, e lo spazio della memoria. La tradizione orale dell’Africa e il suo modo di concepire l’invecchiare; i sistemi di navigazione degli antichi e le mappe del mare fatte di canti in Polinesia: in quanti modi diversi abbiamo imparato e usato la memoria? Ogni modo di vivere il mondo è un viaggio nella percezione, eppure per secoli non siamo riusciti ad avvicinarci a modalità troppo distanti da come noi abituati ad apprendere e utilizzare la mente. Un esempio fra tutti, la storia della medicina e i percorsi della scienza dovrebbero averci abituato al fatto che ogni certezza lo è fino a prova contraria. Eppure anche oggi facciamo enormemente fatica ad uscire dalle nostre abitudini, quelle percettive prima di tutto; le diamo così per scontate da pensare che almeno quelle siano incrollabili verità. In mezzo un oceano: barriere linguistiche, culturali, difficoltà… anche di immaginazione. Perché spesso difficile è riuscire a immaginare una realtà mai immaginata prima, insormontabile ammettere che possa esistere.
Proprio questo, forse, nel profondo segna la distanza fra “me e l’altro”.

Le neuroscienze stanno svelando nuovi angoli e prospettive del cervello, di come impariamo e memorizziamo, facciamo esperienze, dimentichiamo, creiamo le nostre mappe del mondo e della vita. Moltissimo è ancora il territorio al buio, lo spazio ignoto di ciò che non sappiamo. Ma un dato di cui ora siamo consapevoli è il ruolo della curiosità. Se l’essere curiosi è la molla che muove le prime scoperte di un bambino, così è stato anche nella storia del mondo.

I primi esseri umani sono stati viaggiatori curiosi e dotati di immaginazione.
Siamo usciti allo scoperto,
incontro all’ignoto.
In cammino sulla superficie delle terre emerse,
rincorrendo la linea dei fiumi e
attraverso oceani di acqua
abbiamo viaggiato alla scoperta del pianeta,
immaginando nuovi orizzonti inesplorati.
In cerca di altro,
a caccia di ciò che ancora non avevamo

L’immaginazione insieme alla curiosità è una componente dell’evoluzione che ha contraddistinto la storia dell’umanità: IMÀGO, immagine, dal greco mimos, imitatore, imito. Immaginazione e immagine sono connesse alla vista, che la maggior parte di noi usa in una percentuale incredibilmente maggiore rispetto agli altri sensi. Alla vista affidiamo il nostro lavoro di decodifica della realtà e quanto essa, invece, può essere ingannevole lo sa bene chi è diventato cieco o ipovedente. Una persona ipovedente mi raccontava che da quando è cambiata la sua percezione della realtà e, necessariamente, ha dovuto intraprendere una trasformazione nell’uso dei sensi, ora è consapevole di quanto la vista sia bugiarda. Preferisce affidarsi al tatto, anche quando può vedere. Non a caso, fra persone operate agli occhi che sono state in grado di recuperare la vista frequenti sono le testimonianze del fatto che questi soggetti non cadono nei tranelli della percezione visiva, a differenza di chi è abituato a vedere. Ma le conseguenze dell’immaginare dentro di sé portano la traccia di una direzione che ci trascina più in là. Immagin-azione, l’immagine diventa azione: mi spinge a muovermi, un passo dopo l’altro e via. Mi sto muovendo, metto in moto le mie risorse e vado, sono in viaggio.

Una falsa etimologia che da un po’ gira in rete racconta l’immaginare come locuzione, dal latino, “in me mago agere”, in me agisce un mago. Errata e affascinante. Nonostante sia falsa dietro a questa etimologia immaginaria c’è un’idea e forse è proprio il suo nocciolo ciò che ha colpito i tanti che l’hanno abbracciata all’istante e condivisa.
Dentro di me agisce una forza: un potere che non sono io, non è quello del mio io razionale, della mia coscienza che controlla. Questa idea ha trovato tante formule per essere definita; in alcune parti di mondo hanno provato a chiamarla inconscio, altri lato oscuro, ombra; è una parte di me che sfugge continuamente da me, “io” non la controlla.
Anima del mondo più grande rispetto alla mia sagoma. Dentro, c’è la forza di tutto ciò che è altro, qualsiasi cosa sia, entra in me e mi tocca, mi sfiora, mi colpisce e rimane dentro. Un’immagine viva e incancellabile.

L’immagine è specchio, dipinto, fotografia, impronta; a due o più dimensioni, in bianco e nero, a colori, statica, in movimento. Capace di cambiare nel tempo, in grado di svanire, scolorire, trasformarsi. Immagine è rappresentazione, risultato dell’azione e spazio costruito, negoziazione fra mondo interno e mondo esterno.
Mentre faccio esperienza del mondo dentro di me opera una magia, è vero. È un’alchimia di cui non so nulla.
Oggi anche il processo visivo, che a scuola si studiava con la storiella dell’immagine rovesciata et cetera e già allora suonava piuttosto labile come teoria, è stato rivisto. Gli scienziati ammettono che non sappiamo esattamente come avvenga. Non sappiamo come la nostra memoria agisca in noi, come la persistenza dei ricordi sia scheggia in grado di scalfire e modificare i nostri tessuti. In che modo dimentichiamo, andiamo avanti, torniamo indietro. Immaginiamo nel presente, qui e ora, lavorando sempre su un prima e un dopo: immaginando operiamo sul passato e sul futuro.

Sono il mio cuore, sono la mia mente, sono il mio cervello. Come si sono create le immagini che adesso mi riempiono? Da dove arrivano e come si sono conservate? Come mai dopo anni, un frammento può ancora scatenare un ricordo indelebile, nel bene o nel male? Il neuroscienziato Eric Kandel a questo interrogativo ha dedicato la vita intera: com’è possibile che ancora, dopo anni, sono lì in quella stanza di notte mentre i soldati bussano alla porta? Americano di origine austriaca, la sua è una famiglia ebrea con un negozio di giocattoli nella bella Vienna degli anni Venti. Un prima e un dopo: l’istante di quel ricordo. Una notte. Il giorno dopo niente sarà più uguale.

Eric Kandel, insieme ai colleghi Arvid Carlsson e Paul Greengard, è il primo psichiatra statunitense a vincere il Nobel per la medicina, assegnato nel 2000 per le ricerche sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria nei neuroni. Si riferisce a questi ricordi come flashbulb memory. I primi a parlarne e teorizzare il concetto di flashbulb memory sono Brown e Kulik, che nel 1977 li studiano in relazione a eventi come l’uccisione di Martin Luther King e del presidente John F. Kennedy. Flashbulb memory, il termine ha il flash acceccante di una lampadina che improvvisamente accende la memoria. Spara, si direbbe utilizzando il linguaggio della fotografia. È possibile definire flashbulb memories “ricordi fotografici, istantanee fotografiche o flash di memoria”. Un ricordi vivido, capace di registrare un evento che si fissa come traccia indelebile nella scatola nera della nostra testa.

Immaginazione o conoscenza?

Ti fidi più della tua immaginazione che della tua conoscenza? A questa domanda Albert Einstein rispose con una considerazione che nasconde una prospettiva illuminante. La conoscenza è legata a ciò che sappiamo già, all’esperienza che abbiamo accumulato rispetto a noi stessi e al mondo. L’immaginazione è scoperta che si apre a nuovi orizzonti. Immaginare è gioco di curiosità, avventura che si lancia verso il futuro, scoperta. Tuffo nell’ignoto.

L’immaginazione è più importante della conoscenza.
La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione
Albert Einstein

Viaggiare non dipende da dove stanno i nostri piedi. Alcune delle persone più cieche che mi sia capitato di conoscere sono persone che di posti ne hanno visti tanti, per passione e per lavoro e che continuano ad avere questa fame, ossessione, di mettere sulla mappa del mondo una bandierina dopo l’altra. Altre, all’opposto, quasi non si sono mosse dal luogo in cui sono nate, eppure quando raccontano dentro ci senti tutte le storie del mondo, lo spazio e il tempo come onde che si muovono insieme verso territori sconosciuti dell’anima. Viaggiare, che cosa significa davvero? Se “viaggio”, dal latino viaticus, è “ciò che riguarda la via, il cammino” allora il centro del discorso, il soggetto che tiene in piedi tutto, non sono io bensì la strada. È il cammino ciò che fa il viaggio, è la via-vita che percorro ciò che disegna il mio andare attraverso lo spazio e il tempo dell’esistenza. Viaggiare è continuare a immaginare, un orizzonte dopo l’altro sapendo che dietro, sopra e sotto, oltre l’infinito esistono altri infiniti mondi da disegnare e raccontarsi, percorrere, annusare, ideare, sperimentare. Universi sconosciuti in cui tuffarsi e riemergere, al di là della sottile linea fra ciò che è qui e l’altrove.

Se mi dispiace morire? Certo che sì, è ovvio. È la mia vita e non importa quanto tu abbia vissuto. Non sarà mai abbastanza.
Ma non è la vita a finire, è solo la mia che finisce.
Ho avuto tanto. Un lavoro, un amore, una casa. Adesso è il tuo momento.
Prenditi tutta la vita che vuoi. Non dimenticarlo.
Vivi.
A finire è solo la mia vita, ma la vita,
la Vita va avanti.
Ogni giorno

Rosa

Un terrazzino all’inizio dell’autunno e la luce del sole nel primo pomeriggio, la brughiera lombarda e le sagome degli alberi, una sciarpa di lana intorno al collo.
Due donne sedute, una di fianco all’altra, a guardare l’orizzonte




Febbre spagnola

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Un ricordo di Michela Ricciarelli

Pistoia anno 1920

Di fronte al nostro Battistero di San Giovanni a Pistoia: due di queste tre bambine persero la madre a causa di un’epidemia chiamata “La Spagnola”, una è mia nonna Gina e l’altra sua sorella Emma.

Nel 1918 la prima città che si autoisolò per sfuggire a questa terribile pandemia fu la città di Gunnison in Colorado.
Questa influenza colpì mezzo miliardo di persone, pari a un quarto della popolazione mondiale dell’epoca e invece a Gunnison grazie all’auto isolamento si salvarono tutti.

Furono alzate barricate intorno alla città e tutte le famiglie restarono in casa, senza tv, dedicandosi a lavoretti d’artigianato, a coltivare l’orto e i bambini a studiare a casa. Dopo 4 mesi poterono uscire dal paese tutti salvi.
La Cina oggi ha studiato questo caso per imitarne l’esempio avvenuto esattamente cent’anni fa.
Stare in casa quindi è l’unico modo al momento conosciuto per combattere il virus Covid-19.

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La nonna Gina era nata a Pistoia il 26 Ottobre del 1912.
La sua mamma si chiamava Ida e morì quando sua figlia aveva sei anni.
Alla morte della moglie il padre si risposò con un’altra donna, ma dopo due anni morì anche lei e allora ne prese un’altra ancora, che aveva vent’anni anni meno di lui e che finalmente gli sopravvisse. Quest’ultima matrigna – come la chiamava la nonna Gina – era cattiva; con la prima invece, la vita era un po’ meglio. La matrigna era gelosa di loro bambine e mia nonna soffrì molto per questo.

Lei era la maggiore di tre fratelli e si sentiva responsabile per loro. Mi raccontava che fu mandata a lavorare in un cotonificio di Pistoia all’età di 12 anni e la matrigna non si alzava mai per prepararle la colazione la mattina, lei che si doveva alzare alle 4 per uscire di casa prima dell’alba. Per fortuna aveva la nonna paterna, che le voleva tanto bene e le metteva i calzini a scaldare sulla stufa. A volte la portava a letto con sé.

La mia nonna è stata una nonna affettuosa con me e mi ha insegnato ad esserlo allo stesso modo con mia figlia: mi ha trasmesso il suo amore come avrebbe voluto riceverlo lei da piccola – con tante attenzioni, a riprova che basta un po’ d’amore ricevuto da piccina da una nonna per far germinare il desiderio di farsi una propria famiglia e essere la madre e la nonna che avrebbe voluto avere.

L’epidemia di spagnola

Nota come influenza spagnola, rimase nella storia come la grande influenza. Fu una pandemia influenzale scatenatasi fra il 1918 e il 1920. In tutto il mondo saranno milioni le persone morte a causa della spagnola.

Secondo i dati sembra che abbia causato più vittime della peste nera del XIV secolo: una delle più gravi forme di pandemia in grado di raggiungere anche le terre deserte nel Mar Glaciale Articolo e remote isole del Pacifico. A differenza del Covid-19, che sembra colpire in forma più grave chi è più anziano e in forma più lieve bambini e organismi giovani, sembra che la variante del virus presente nell’influenza spagnola attaccasse con più violenza i giovani. Dagli studi effettuati sui corpi congelati delle vittime è emerso che nell’organismo si scatenava una tempesta di citochine da cui un’insufficienza respiratoria progressiva e rapida, infine la morte. Si è ipotizzato che l’impennata di citochine fosse collegata a una reazione eccessiva del sistema immunitario dell’organismo, tipica degli organismi più in salute. Le probabilità di sopravvivenza sarebbero state, quindi, maggiori nei soggetti con un sistema immunitario più debole, come gli anziani, mentre i giovani adulti, avendo una risposta immunitaria più forte, sarebbero incorsi in un rischio di mortalità più elevato.

Malnutrizione, scarsa igiene e ospedali sovraffollati trasformarono la violenza del virus in un’infezione batterica di portata mondiale. Non dimentichiamo che si era alla fine della prima guerra mondiale. Nel 1918 i soldati vivevano in trincea, ammassati, deperiti e allo stremo. La popolazione, scoraggiata, pativa il freddo dell’inverno e la scarsità di cibo. La povertà era endemica.

Fra il 1916 e il 1918 migliaia di operai cinesi vengono ammassati sulle navi e nei treni per finire nelle fabbriche di munizioni, nei porti e sui campi di battaglia del fronte occidentale e russo. Erano i coolies e scavavano trincee per gli alleati. Non si sa quanti fossero. Avevano la stessa condizione lavorativa di uno schiavo e dopo la guerra rimasero in Europa e negli Stati Uniti, iniziando a costruire i primi quartieri cinesi, Chinatown.

In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro.
Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore.
Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore
Edvard Munch

Il pittore Edvard Munch nel 1919 ha 55 anni. Vive nella periferie di Kristiania, oggi Oslo, dove la famiglia si era trasferita nel 1864 e dove l’artista morirà il 23 gennaio 1944. La madre muore di tubercolosi nel 1868, seguita dalla sorella di Edvard Munch, Johanne Sophie, quindicenne, che a causa della stessa malattia se ne andrà nel 1877.
Malattia, morte, paura: un urlo tragico che è quello di tutta l’Europa, stroncata nei suoi sogni sul nascere dopo la meraviglia degli anni Dieci del Novecento, quando tutto sembrava carico di nuove promesse. “Non ci saranno più scene d’interni con persone che leggono e donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno esseri viventi che hanno respirato, sentito, sofferto e amato…” scriverà nel Manifesto di Saint Cloud.

A un visitatore che osserva il suo Autoritratto dopo l’influenza spagnola chiede se la trova nauseante. Che cosa? La puzza. Sì, la puzza. “Non vede che sono quasi sul punto di decompormi? Sfumature cupe del rosso color sangue, decomposizione e disfacimento. Ancora oggi non si conosce con esattezza il numero di vittime della Grande Guerra: 74 i milioni di soldati mobilitati, 21 milioni di feriti e mutilati e poi i morti sui campi di battaglia, i prigionieri e tutti i nomi che fra le pagine della storia si sono persi. Affamati, debilitati, annichiliti spettri.


Riccardo Chiaberge, 1918 La grande epidemia: Quindici storie della febbre spagnola. Utet, Novara 2016

Perché si chiama influenza spagnola?

I giornali di Madrid sono i primi a parlarne. È l’inizio della primavera 1918, 102 anni fa, e per le strade della capitale spagnola si fischiettano le arie de La canción del olvido. Questa commedia lirica in un atto del genere zarzuela era stata ideata da José Serrano, pianista e compositore, e messa in scena prima al Teatro Lirico di Valencia, il 17 novembre 1916, poi a Madrid al Teatro de la Zarzuela, il primo giorno del mese di marzo, nel 1918. L’azione si svolge in un’immaginaria Sorrentinos, a Napoli intorno al 1799, per questo La canción del olvido, che inizialmente doveva chiamarsi El Príncipe errante, il principe errante, (ma pareva di cattivo auspicio), divenne famosa fra il popolo con il nome Soldato di Napoli, soldado de Nápoles.

Negli stessi giorni, i quotidiani iniziarono a scrivere che una “strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid… l’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi letali”. Anche il sovrano Alfonso XIII viene colpito dal male che in futuro resterà conosciuto con il terribile epiteto di febbre spagnola e che la popolazione spagnola ha ormai legato alle sorti del soldato napoletano dopo l’affermazione del librettista Federico Romero, il quale sull’opera disse che sopportò eroicamente la terribile epidemia di febbre detta “il soldato di Napoli” perché questa serenata era tanto orecchiabile quando la malattia, sebbene meno mortale. L’aneddoto, riportato da María Encina Cortizo a sua volta citata nell’opera di Ryan Davis “The Spanish Flu: Narrative and Cultural Identity in Spain“, di lì in poi segnò la connessione fra il virus e la lugubre immagine di morte e malattia rappresentata nel soldato di Napoli, ripreso dalla stampa dell’epoca.

Il diffondersi dell’epidemia spagnola

Qualche giorno di febbre e tutto passa, scrivevano inizialmente i giornali dell’epoca. Tuttavia, la situazione cambia rapidamente. Mentre le autorità cercano di tenere a freno il senso crescente di panico, la popolazione intuisce la gravità della situazione dalle misure sempre più restrittive prese dal governo. Victor C. Vaughan, capo dei chirurghi militari americani durante la Prima Guerra Mondiale, nel settembre 1918 scriverà che l’influenza ha invaso il mondo fino agli angoli più remoti. Ucciderà più soldati americani lei della la guerra e in poco più di un anno. Colpite anche India, Asia e Africa subsahariana, in particolare il Kenya.
I sintomi dell’influenza spagnola, che verrà chiamata in termini medici A sottotipo H1N1, coinvolgono il sistema respirato, apparato cardiocircolatorio e nervoso. L’esito è spesso mortale, con un’incidenza più alta nella fascia giovane della popolazione, fra 20 e 40 anni. Insieme alle complicanze a carico del sistema respiratorio si aggiungeva l’emorragia delle mucose, in particolare da orecchie, naso, stomaco e intestino, oltre un’alta frequenza di sintomi emorragici in diverse parti interne dell’occhio.

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Per quanto riguarda la profilassi e la terapia dobbiamo confessare che siamo quasi disarmati. Le disinfezioni dei locali e degli effetti d’uso e letterecci dei malati, i gargarismi, le polverizzazioni e le altre medicazioni topoche applicate sui militari si mostrano del tutto inefficaci. Lo stesso dicasi della sieroterapia e della vaccinoterapia, dei salassi, delle iniezioni endiovenose di acido fenico e d’altri antisettici sebbene tutti questi soccorsi fossero benissimo tollerati dagli infermi. Negli ospedali di Marina fu su larga scala provato anche il vaccino polivalente del prof. Centanni ma senza alcun risultato apprezzabile
Tenente Generale Filippo Rho, capo della Sanità militare marittima
estratto da un lavoro pubblicato sugli Annali di Medicina Navale, febbraio 1919
Consultabile sul sito web Ammiraglio Vincenzo Martines, Le avventure di un medico militare

Ancora oggi non è mai stato individuato il paziente zero. Come spiega Laura Spinney nel suo libro “1918, l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio Editore), tre sono le ipotesi finora considerate principali: all’origine della pandemia A sottotipo H1N1 nota come febbre spagnola una base militare del Kansas, o forse un primo caso all’interno di una base britannica a Etaples, nord della Francia, o ancora dalla Cina attraverso uno dei molti lavoratori schiavizzati per la costruzione delle trincee di guerre. Quest’ultima ipotesi oggi appare la meno probabile.

Il caso di Gunnison

A salvarsi fu la città così coraggiosa da inventare per i propri abitanti l’auto-quarantena: Gunnison, in Colorado. Le autorità locali decisero immediatamente la costruzione di barricate lungo le strade che fungevano da accesso alla città; stazione ferroviaria bloccata e cittadinanza in quarantena. Gunnison, dove il fiume e la città si chiamano nello stesso modo, prende il nome dall’esploratore John W. Gunnison, che per primo la scopre. Alla fine dell’Ottocento l’arrivo della ferrovia, la stessa che verrà poi bloccata così velocemente, insieme alla corsa all’oro attireranno qui sempre più abitanti: minatori, agricoltori, gente in cerca di fortuna fra le montagne del Colorado.
Nel 1918 a Gunnison vivevano 1390 persone, 5590 all’interno di tutta la contea. I messaggi inviati con il telegrafo da Denver parlano dei primi morti, siamo all’inizio di ottobre.

I soldati per ordine della municipalità montano di guardia sulle barricate, armati. Chiunque sia di passaggio a Gunnison dovrà entrare in quarantena, pena la prigione. La popolazione non protestò: abituata a vivere in condizioni durissime, riuscì a superare l’inverno con i pochi prodotti dei campi. È il 3 febbraio quando si decide di abbattere le barricate. La mattina del 5 febbraio 1919 Gunnison rivede il mondo: tutti i suoi cittadini sono sani e salvi. Nei mesi successivi la terza ondata di pandemia si abbatterà sulla contea: almeno cento i casi a Gunnison, a morire per la pandemia cinque giovani lavoratori. Sono trascorsi cento anni, centodue per l’esattezza, e il mondo è attonito di fronte a una nuova, imprevista, pandemia. Il 13 marzo 2020 la prima vittima di Gunnison a causa del Covid-19: il 23 marzo nella contea di Gunnison si segnalano 37 casi positivi, 41 negativi e 58 in fase di osservazione.

Le nostra vita e le nostre strutture sono completamente diverse dalle condizioni di un tempo. Eppure, anche oggi torna a serpeggiare la paura, la stessa che fa parte dell’incontrollabile umano, uguale in ogni tempo. Anche ora si temono le conseguenze economiche e nonostante i grandi passi della ricerca medica, il tempo della quarantena torna come unica soluzione possibile a protezione della salute. Dopo un secolo, in questi anni Venti di un millennio diverso, ci ricordiamo all’improvviso, e questa volta senza vie di fuga, che il mondo è di nuovo a una svolta. A noi la scelta, di come vivere. E di come decidere di vivere quando tutto questo sarà un ricordo.

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I racconti della zona rossa

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Di Antonio Disi

 

 

“Papà corri, c’è un mostro!” urlavo dalla mia stanza, piangendo.

E lui arrivava di corsa, come sempre, pronto a rassicurarmi.

“Dov’è?” mi chiedeva con un sorriso consolante.

“Nell’armadio, dietro agli sportelli e mi sta guardando!”, gli rispondevo terrorizzato.

Allora restava tutta la notte ad accarezzarmi i capelli e mi prometteva che sarebbe stato li a fare la guardia, così il mostro non sarebbe più tornato.

Ora il mostro è dentro di lui e quasi non apre più gli occhi. Lo osservo da dietro al vetro della sala di rianimazione. Non posso entrare. Ho il corpo e la testa avvolti da una tuta bianca. Il mio respiro è affannato per la maschera che mi copre il naso e la bocca, il suo per la polmonite che gli stringe il petto fino a farlo esplodere.

“Sta resistendo”, hanno detto i colleghi, “nonostante l’età, sembra che il suo cuore non voglia fermarsi”.

Il cuore, il cuore. Mi sembra di sentirlo battere da quaggiù il suo cuore.

“Penso di essere innamorato”, gli confessai in un giorno di primavera .

Si sedette per ascoltarmi e parlare con me dei cuori innamorati.

“Non mi ama più, papà, so che non mi ama”, gli dissi piangendo qualche tempo dopo.

E anche quella volta e tante volte in seguito si sedette per ascoltare e parlare con me di cuori spezzati.

Ora io sono seduto qui fuori, accanto a lui. Vorrei stringergli la mano, come tante altre volte ha tenuto la mia. Ma la sua mano è lontana, troppo lontana e da quaggiù sembra quasi senza vita.

Cerco di capire cosa gli passi per la mente in questo momento. Spero che non abbia tanta paura e che sappia di non essere solo.

Stai tranquillo pà. Il mostro non tornerà mai più.

 

 

Antonio Disi è ricercatore e divulgatore scientifico. Scrive storie, soprattutto sui temi dell’ambiente e dell’energia.
Il progetto I racconti della zona rossa nasce per provare a raccontare l’umanità nel difficile tempo del Coronavirus e confrontarsi con l’impatto sociale dato dalla grande tragedia del Covid-19.

Ti interessa? Continua a leggere su 100 Watt, il blog di Antonio Disi e cerca l’hashtag #iraccontidellazonarossa

Penso che ci sia tanto bisogno del racconto e di creare luoghi protetti dove il lettore possa provare senza pericolo sentimenti importanti coma la paura, la gioia, l’amore…
Quando ero piccolo ho sempre pensato che Cappuccetto Rosso non fosse una storia vera ma mi piaceva sentirla raccontare perchè riuscivo ad aver paura ma non c’era pericolo.
Ho sempre scritto con questo pensiero
Antonio Disi

Ho sempre scritto perchè mi piaceva raccontarmi le storie.
Ero affascinato dalla capacità del mio cervello di mettere in collegamento cose più disparate,
creare metafore, inventare storie talmente verosimili da ingannare anche me stesso.
Poi ho cominciato ad usare quelle storie a scuola, nella vita e per lavoro
Antonio Disi




Charlotte, il respiratore nato da una valvola 3D e una maschera snorkeling contro il Covid-19

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Il pezzo in questione è una valvola Venturi, che viene attaccata a un tubo e collegata a una maschera. Contattati da Massimo Temporelli, fondatore della startup FabLab, Cristian Fracassi e Alessandro Romaioli a causa dell’emergenza Covid-19 hanno realizzato uno stampo fornendo cento pezzi all’Ospedale di Chiari, in provincia di Brescia, grazie a una stampante 3D e una sana dose di ingegno personale.

Per chi non lo sapesse, l’effetto Venturi, o paradosso idrodinamico, viene studiato a metà del Settecento nell’Università di Modena, dal fisico italiano Giovanni Battista Venturi. Attraverso questo fenomeno idrodinamico si scoprirà che la pressione di una corrente fluida aumenta con il diminuire della velocità. Lo scopo era studiare la variazione di pressione di un liquido in un condotto attraverso l’uso di tubi manometrici, ovvero un tubo posizionato perpendicolarmente secondo la direzione di flusso, la direzione secondo la quale scorre il fluido. L’esperimento di Giovanni Battista Venturi dimostrerà che il liquido raggiunge altezze diverse nei tubi: poiché la pressione del liquido aumenta all’aumentare dell’altezza raggiunta dal liquido nei tubi manometrici si può dire che ad un aumento della velocità corrisponde una diminuzione della pressione e viceversa, cioè all’aumento della pressione corrisponde una diminuzione della velocità.

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Come è stato realizzato lo stampo?

I pezzi sono stati realizzati con una tecnologia a polvere. Il primo prototipo è stato realizzato a filamento, tuttavia la sua rugosità non avrebbe permesso alla valvola Venturi di miscelare correttamente l’ossigeno e l’aria a causa di turbolenze all’interno della valvola. Inoltre, all’interno della valvola esiste un piccolo foro della dimensione di 6-8 mm che deve possedere una perfetta circolarità, molto difficile da ottenere anche con le macchine più avanzate. Questo l’ostacolo che complica la produzione e che i ricercatori hanno dovuto affrontare nella creazione dello stampo.

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Qual è stata l’idea vincente? L’accortezza di riprendere il foro a mano utilizzando una mini-fresa meccanica in modo da ottenere una perfetta circolarità e un flusso il più laminare possibile. Dietro la geometria di questo componente si nasconde, quindi, l’elaborazione dati che si è potuta raggiungere grazie alla tecnologia 3D e una ricerca che nel profondo richiama abilità artigiana, manualità, impegno creativo: la capacità di mettere a confronto l’idea rispetto all’ostacolo calandolo nella realtà.

La valvola è stata creata per un utilizzo in ambito biomedicale. Il video realizzato da Cristian Fracassi e Alessandro Romaioli desidera rispondere alla accuse dei tanti che in questi giorni hanno scritto ai ricercatori accusandoli. L’idea, infatti, è nata per rispondere all’esigenza specifica di un ospedale trovatosi sprovvisto di valvole per respiratori.

Fondamentale per il funzionamento dei macchinari della rianimazione, la valvola salvavita si era esaurita a causa dell’emergenza legata al Covid-19, per questo l’ospedale di Chiari aveva lanciato un appello, richiamato dal Giornale di Brescia. Tramite il passaparola generato dalla diffusione il grido d’allarme è stato raccolto dall’innovatore e startupper Massimo Temporelli, co-founder di The FabLab. Grazie a una stampante 3D, all’ingegno e all’entusiasmo per la condivisione del proprio sapere, in poche ore sono state realizzate e consegnate 100 valvole da destinare alla terapia intensiva.

Le evoluzioni del progetto

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Grazie alla condivisione del sapere e una collaborazione fra i ricercatori, Isinnova, Dott. Renato Favero e Decathlon è nata la valvola Charlotte, una maschera respiratoria d’emergenza progettata riadattando una maschera da snorkeling già in commercio.
I ricercatori hanno divulgato la seguente nota. È possibile leggere il testo integrale cliccando sul progetto della valvola Charlotte di Alessandro Romaioli e Cristian Fracassi sul sito Isinnova

DESTINATO A MEDICI, OSPEDALI E PERSONALE MEDICO
Ci avete scritto da quasi ogni Stato del mondo. Tutti per chiederci di raccontare che cosa abbiamo fatto, tutti desiderosi di aiutare: il proprio Paese, le proprie città e i propri medici. E noi, in quanto abitanti di questo mondo unico per tutti, ci abbiamo messo l’anima e il cuore, oltre che la testa. Aver stampato quelle valvole ci ha fatto capire che non potevamo fermarci, che c’era bisogno di aiuto e non solo di speranza. Ed ecco che un primario d’ospedale in pensione, il dott. Renato Favero, ha suonato alla nostra porta, ci ha fatto una lezione di anatomia sul funzionamento di polmoni, alveoli, virus e polmonite, per poi chiederci di aiutarlo nell’impresa di trasformare maschere da sub in maschere per la respirazione da utilizzare in ospedale. Inutile dire la nostra risposta: ci abbiamo lavorato giorno e notte, Isinnova ha ingranato la sesta e in meno di 10 ore avevamo il prototipo che due ospedali bresciani stanno testando in questi giorni. Vorremmo aspettare l’esito di tutti i test (ad oggi positivi) ma pensiamo che ogni minuto sia cruciale. Medici, infermieri, ospedali, diffondetela, studiatela e aiutateci a migliorarla: noi stessi vi terremo aggiornati su come implementare questa nuova idea (sempre gratuitamente). Un grazie con il cuore a tutti quelli che hanno contribuito, specialmente a Massimo Temporelli, Federico Vincenzi, Decathlon, Autuori&Partners, gli ospedali, le isitituzioni e i medici eroi.

Maschera d’emergenza per respiratori ospedalieri

Nei giorni scorsi siamo stati contattati da un ex primario dell’Ospedale di Gardone Valtrompia, il Dott. Renato Favero, che è venuto a conoscenza di Isinnova tramite un medico dell’Ospedale di Chiari, struttura per la quale stavamo realizzando con stampa 3d le valvole d’emergenza per respiratori. Il Dottor Favero ha condiviso con noi un’idea per far fronte alla possibile penuria di maschere C-PAP ospedaliere per terapia sub-intensiva, che sta emergendo come concreata problematica legata alla diffusione del Covid-19: si tratta della costruzione di una maschera respiratoria d’emergenza riadattando una maschera da snorkeling già in commercio.

Abbiamo analizzato la proposta assieme all’inventore (il Dott. Favero). Abbiamo contattato in breve tempo Decathlon, in quanto ideatore, produttore e distributore della maschera Easybreath da snorkeling. L’azienda si è resa immediatamente disponibile a collaborare fornendo il disegno CAD della maschera che avevamo individuato. Il prodotto è stato smontato, studiato e sono state valutate le modifiche da fare. È stato poi disegnato il nuovo componente per il raccordo al respiratore, che abbiamo chiamato valvola Charlotte, e che abbiamo stampato in breve tempo tramite stampa 3d. Il prototipo nel suo insieme è stato testato su un nostro collega direttamente all’Ospedale di Chiari, agganciandolo al corpo del respiratore, e si è dimostrato correttamente funzionante. L’ospedale stesso è rimasto entusiasta dell’idea e ha deciso di provare il dispositivo su un paziente in stato di necessità. Il collaudo è andato a buon fine. Ribadiamo che l’idea si rivolge a strutture sanitarie e vuole aiutare a realizzare un maschera d’emergenza nel caso di una conclamata situazione di difficoltà nel reperimento di fornitura sanitaria ufficiale, solitamente impiegata. Né la maschera né il raccordo valvolare sono certificati e il loro impiego è subordinato a una situazione di cogente necessità.

L’uso da parte del paziente è subordinato all’accettazione dell’utilizzo di un dispositivo biomedicale non certificato, tramite dichiarazione firmata.

Stante la bontà del progetto, abbiamo deciso di brevettare in urgenza la valvola di raccordo, per impedire eventuali speculazioni sul prezzo del componente. Chiariamo che il brevetto rimarrà ad uso libero perché è nostra intenzione che tutti gli ospedali in stato di necessità possano usufruirne.

Abbiamo deciso di condividere liberamente il file per la realizzazione del raccordo in stampa 3d.

A differenza della valvola dei respiratori, si tratta di un raccordo di facile realizzazione, quindi è possibile per tutti makers provare a stamparlo. Le strutture sanitarie in difficoltà potranno acquistare la maschera Decathlon (qui il link) e accordarsi con stampatori 3d che realizzino il pezzo e possano fornirlo.

Chiariamo che la nostra iniziativa è totalmente priva di scopo di lucro, non percepiremo diritti sull’idea del raccordo o né sulla vendita delle maschere Decathlon

Chi sono?

Cristian Fracassi ha una laurea specialistica in ingegneria edile-architettura, dottorato in materiali per l’ingegneria e un master in economia e sviluppo dell’idea di business. Dal 2014 si dedica allo sviluppo di nuove idee presso ISINNOVA srl, Istituto di Studi per l’Integrazione dei Sistemi, istituto di ricerca indipendente con sede a Roma fondato nel 1971.

Alessandro Romaioli consegue la laura magistrale in Ingegneria Meccanica dei Materiali nel 2016 e nel tempo libero svolge attività ludico ricreative nel carcere di Verziano, Brescia.

Massimo Temporelli si laurea in Fisica all’Università di Milano. È divulgatore scientifico, innovatore e imprenditore. Presidente e founder del laboratorio innovativo The FabLab, dal 2012 insegna Antropologia e Sociologia allo IED di Milano e Piattaforme tecnologiche per la televisione in Cattolica.




Ricordo di Rocco Antonio Messina, medico e poeta

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Di Luca Pazzi

 

Io la polmonite l’ho già avuta a 13 anni. Ricordo ancora oggi la sensazione di malinconia che provavo la sera con la febbre nella penombra della mia camera, ancora oggi ricordo proprio quei momenti nel letto e i pensieri che affollavano la mia testa, pensieri di dolce malinconia, anche se ero ancora poco più che un bambino.

Decisiva fu la diagnosi di Rocco Antonio Messina, medico del Dispensario che stava per essere chiuso, essendo la tisi a quel tempo praticamente debellata. Ricordo che andammo a fare una lastra nello studio che aveva presso questa struttura e dopo poco la lastra fu sviluppata, lui la mise su una superficie luminosa e puntandolo con la parte terminale della pipa ci indicò subito un puntino nero piccolissimo, il focolaio dell’infezione appunto. A quel punto iniezioni su iniezioni di antibiotico e bistecche su bistecche che mia madre mi costrinse a mangiare e dopo un po’ ne uscii. Il dottor Messina poco dopo divenne il nostro medico di famiglia che non cambiammo più.

Rocco Antonio Messina era una persona gioviale e non si curava molto del protocollo, era noto per dare del tu allegramente a tutti nelle telefonate di lavoro e nella vita. Ciao caro, ciao cara. Mi piaceva, sempre con la pipa in bocca ovviamente spenta durante le visite. Qualche anno dopo notai che aveva un candelabro nel suo studio, visibile ma non certo esibito. Poi seppi che era un candelabro ebreo, anche mio padre lo aveva notato e ne avevamo parlato.

In occasione della sua morte venni a sapere dai giornali la sua storia, che era incredibile e che egli stesso tenne nascosta per molti anni. Nato a Polistena, un paesino della Calabria sulle prime pendici dell’Aspromonte, catturato dai tedeschi e poi fuggito per miracolo poco prima dello sbarco alleato in Sicilia, fuga in cui una sua coetanea rimase uccisa dal fuoco dei tedeschi. Come poi arrivò a Forlì non lo so, e anche il documento di cui sono entrato in possesso non lo dice. Scopro solo oggi che era anche un poeta, ovvero passò molti anni celando nella poesia quell’esperienza terribile, e mi pare dal documento che vi allego che ne prese coscienza proprio negli anni in cui mi diagnosticò la polmonite.

Queste poesie non le conoscevo, cominciò a pubblicarle proprio in quegli anni. Una mi ha particolarmente colpito, penso faccia riferimento a un momento della fuga.

La casa di pietra

Lassù è la casa di pietra
-mi disse un verme
col marchio di fabbrica giallo
cucito sul petto di scheletro- dove viveva l’uomo del pascolo;
mi ha dato l’acqua e il latte e la pietà buona degli occhi.
Essi lo videro
lungo il costone,
con voci rauche
gridarono all’appestato;
ed egli mi diede latte,
ed essi gridarono al mostro ed egli mi diede acqua.
Lassù è la casa di pietra l’uomo del pascolo
mi diede la voce umana.
Essi lo uccisero.

1976, da Menorah, Forlì, Forum, 1982, p. 17.

Per chi fosse interessato la sua storia e altre poesie di Rocco Antonio Messina sono a pagina 31 di questa edizione speciale del Bollettino dell’Ordine dei Medici della Provincia di Forlì-Cesena.




Primo giorno di primavera, Capodanno in Iran

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Mentre in Occidente si festeggia l’equinozio, fra il 20 e il 21 marzo in Iran si festeggia Nowruz. Il senso di questa festa, che letteralmente significa “nuovo giorno”, da una parte all’altra del Mediterraneo evoca il giallo e il rosso, fuoco che è sole, rinnovamento, vita. Natura che sboccia e rinasce. Vita che si rinnova.

La sera ci si raduna intorno all’Haft-Sin, il tavolo dei sette simboli, dove ogni elemento richiama un principio vitale. Un tempo era occasione per scherzare e ritrovarsi insieme alla famiglia, a cucinare e mangiare i piatti a base di mahi, pesce, e sabzi polo, il tradizionale riso con verdure. Il profumo lontano delle spezie e le ricette delle nonne chiuse in un cassetto, oggi diventano profumi evanescenti dall’altra parte dell’oceano. Al di là del mare, le famiglie: famiglie divise dalla storia e unite dal filo sottile della linea internet che diventa comunicazione, parole d’amore, vicinanza condivisa.

Per paura del contagio Covid-19 le autorità iraniane hanno rilasciato circa 70mila detenuti, temporaneamente rimessi in libertà. Ma molti rimangono in carcere, detenuti politici, uomini e donne che si battono per il diritto a vivere in libertà. In Occidente viole e primule, qui fioriscono i tulipani, che oggi evocano il sangue dei martiri e nelle Mille e una notte erano simbolo d’amore, quando nel regno di Persia i sultani ottomani gettavano un fiore di tulipano alla favorita scelta quella sera.

A passo rapido attraverso i giardini degli harem segreti, dal giardino botanico di Shiraz alle fioriture del deserto. I riti di primavera rievocano i fuochi sacri del culto di Zoroastro e illuminano la notte, quando saltando il falò si bruciano d’un balzo i peccati accumulati nell’anno, gli sbagli e e gli orrori, per purificarsi nel cielo stellato.

“Har ruzetan Nowruz, Nowruzetun Piruz”
Ogni vostro giorno sia Nowruz,
e il vostro Nowruz sia vittorioso

Abbracci, uova dipinte, la bellezza della rinascita: la festa di Nowruz nel 2009 è stata eletta Patrimonio Intangibile dell’Umanità.




Cronache dalla Zona Rossa

All’inizio il telegiornale e poi gli avvisi alla radio; all’inizio la forza di sentirsi più forti e intoccabili. Poi la lontananza che si accorcia, il tempo che si allunga e diventa senza data né età, tempo liquido e abbondante che cola ovunque.
Tempo di cui all’improvviso non si sa che farsene, disabituati alla sua presenza e alla solitudine.
Il mondo che si ferma. La primavera dietro la porta di casa, chiusa.
La vita in sospeso questa vita in quarentena.

Il bollettino medico quotidiano della Protezione Civile, quelli che scappano e la scenografia da pessimo film di fantascienza come le pellicole di cui ci siamo infarciti la mente dagli anni Ottanta, per ben più di un attimo sembra che la nostra fantasia davvero sia riuscita a trasformare l’immaginario in cruda realtà. Quelli giovani che pensavano di essere intoccabili, gli infermieri come in trincea, le terapie intensive e le tute integrali che avevamo visto solo nei film. La costruzione degli ospedali da campo che non credevamo possibile, qui in Italia, dove fino all’altro giorno la conversazione era sul lavoro precario e che cosa fai domenica prossima, organizziamo una cena.

Morti: a Bergamo altre 70 bare sui convogli militari, è la mattina del primo giorno di primavera, sabato 21 marzo 2020. In Lombardia il picco del contagio, seguita da Emilia Romagna e Veneto. Superati i mille morti in Spagna; anche la Gran Bretagna, che fino a pochi giorni fa andava ai concerti, si rassegna a chiudere pub e scuole. I Coronavirus sono stati identificati negli anni Sessanta: possono essere causa di un banale raffreddore come di importanti infezioni del tratto respiratorio e finora sette hanno dimostrato di essere in grado di infettare l’essere umano, ma nCoV rappresenta un nuovo ceppo segnalato per la prima volta in Cina, a Wuhan, nel dicembre 2019.

Esiste da oltre tremila anni Wuhan: costruita nel punto in cui l’Han confluisce nel fiume Azzurro e quasi distrutta nel 1944 da un raid della Quattordicesima Forza Aerea degli Stati Uniti d’America, si estende nella provincia di Hubei, un nome che significa “a nord del lago”. Il lago in questione è quello di Dongting. Un territorio dominato dall’acqua dove si trova l’impianto energetico più potente al mondo, la diga delle Tre gole. Dopo la diga idroelettrica di Itaipú sul fiume Paraná, al confine tra Paraguay e Brasile, quella costruita sul Fiume Azzurro è la seconda più grande al mondo. Qui dal 2015 è in funzione il più grande ascensore al mondo per navi al mondo, con cui è possibile risalire il fiume senza circumnavigare la diga. Grazie alla produzione di energia elettrica la diga delle Tre gole avrà l’effetto di risparmiare sul carburante derivante da combustibili fossili. Per raggiungere questo scopo si stima che negli anni dal 2008 al 2023 saranno complessivamente trasferite in altre località cinesi circa 1,4 milioni di abitanti. Sono stati sommersi dall’acqua 13 città, 140 paesi, 1352 villaggi, oltre 1300 siti archeologici.

Da tre giorni non ci sono nuovi contagiati a Wuhan. Nel frattempo raddoppiano i contagiati negli Stati Uniti e a Milano una sirena suona dopo l’altra. Si abbassano in silenzio le saracinesche a Londra, compreso Harrods, che nei suoi 170 anni di storia aveva continuato a servire l’affezionata clientela anche durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Appare deserta la Spianata delle Moschee di Gerusalemme: all’improvviso svuotate le strade del mondo. E se questo è il coprifuoco ci si chiede cosa dovesse essere davvero, in altri tempi, in altri luoghi, rinchiusi nella propria casa, per mesi, senza cibo o quasi, essere prigionieri di una vita che rantola. È un solo un amaro assaggio di paura, ma è buio che sa di paura, incertezza, stupore all’improvviso.

È attesa.

E poi il lavoro che all’improvviso si ricorda, dove possibile, dell’uso di una tecnologia più intelligente e smart. La scuola da casa perché l’istruzione può essere anche a distanza. Consumare meno, fermarsi di più. E poi fermarsi e basta, tutti. Tutti a casa. E allora un’emergenza diventa possibilità per una rete più consapevole, tra le persone e nel web: usare strumenti ignorati fino a un attimo fa, vincere il dubbio e provare a buttarsi. Inseguire la curiosità, iniziare a fare e provare a fare senza, senza perfezione né perfezionismi.

Condividere, c’è voglia di condividere. Anche ai più solitari finisce che verrebbe voglia di un abbraccio; proprio a loro, allergici ai contatti, manca il saluto della persona che vedevi sempre e neanche ci facevi caso, le due chiacchiere in quel bar che è un po’ anche casa tua, la partita a carte con gli amici di quarant’anni fa. Questa società additata di solipsismo e solitudine si scopre con la fame del contatto di pelle che per anni ci ha fatto sobbalzare e indietreggiare. Da una parte all’altra nascono piccoli gesti che fanno la differenza, per sorridere anche da lontano. Si apre la finestra e si canta, si fa musica, ci si saluta dai balconi, anche alla vicina con cui non si parlava da anni – buon giorno, come va oggi – online fioriscono corsi di yoga, matematica e meditazione; lezioni gratuite offerte, scambiate, riscoperte, tanto il tempo non manca e allora perché non provare. Si chiacchiera, ci si telefona e anche online si è più attenti alle buone notizie, quelle che non usano il lamento ma alimentano la passione.

C’è bisogno di qualcosa? È la domanda che rimbalza da un cortile all’altro, lungo il filo del telefono e attraverso i muri. La necessità ci riscopre umani. Mai come adesso sento pronunciare una parola che ritorna: consapevolezza. Si inizia a pronunciarla, prima con timidezza poi con decisione. Nei momenti difficili si scopre un nuovo modo di rispondere alle questioni della vita, è il nocciolo del concetto di resilienza. Da sempre, l’evoluzione si fa strada attraverso il buio della difficoltà, come una radice nata da un seme che cerca la luce.

Ora che il caos si è fatto silenzio, si sentono finalmente le voci. Niente clacson, né strombazzamenti impazziti all’incrocio, niente gite, né bus, né folla come sardine tutti stretti stretti in metro all’ora di punta. Strade deserte. Sulla pelle delle città il disegno di una nuova anatomia e nel vuoto sterminato l’annuncio lugubre del – restate a casa -.
Il cielo è limpido e le stelle risplendono, anche in Cina. I livelli di smog non sono mai stati così bassi, i decibel si abbassano e il silenzio cresce. Negli ospedali si muore e si continua a nascere. Fra le corsie deserte neogenitori emozionati e l’urlo dei neonati, coraggiosi e bellissimi, capitati in questo momento storico bizzarro, con i corsi preparto tutti annullati, niente teorie né le normali procedure mediche, la vita esposta in tutta la sua vulnerabilità, potente, incontrollabile, caotica come un fiume in piena, mare in tempesta, oceano immenso nella sua pace al di là del singolo.

Mai come adesso che non si può, abbiamo voglia di fare sport, di aria aperta e picnic, di organizzare gite e dei pranzi in famiglia, di andare al lavoro nel solito treno dei pendolari con troppe persone rispetto al numero dei posti. E poi il caffè orrendo delle macchinette, le corse al nido e a scuola che sbrigati a finire il caffellate anche stamattina è già tardi. Tornati a quella solita normalità che ora guardiamo un passo indietro quanto tempo passerà prima di iniziare lamentarsi di nuovo?

Per ora granelli di sabbia nell’ingranaggio. L’orologio è lì sull’ingresso. Non serve più controllare, stare attenti al minuto. Il tempo è immobile: per qualcuno una scoperta, per altri una tacca sul muro nel carcere della giornata. C’è chi ritrova la fantasia e quelli a cui prudono le mani. Il divano con il tappeto scovato in quel mercatino, la stampa presa in viaggio: forse per la prima volta troviamo tempo per sederci. Lo sgabuzzino sgombrato, dopo anni aperti gli ultimi cartoni del trasloco e nel frattempo abbiamo già divorziato. Abbiamo abitato la casa solo nelle manciate di minuti ritagliate dal lavoro e appena c’è un week end via, fuga nell’altrove, ora ce ne rendiamo conto. Abitare casa è una cosa nuova.

Ora abbiamo tempo, non sembra vero. È bellissimo, è terribile.
Tutto il mondo vive una sospensione e come nelle più ardite meditazioni, ognuno nella propria cella, c’è chi rischia di impazzire e chi dentro di sé, nella forzata immaginazione, (ri)trova creatività, senso del gioco, silenzio dell’anima.
Quello che viene meno ci fa ricordare ciò di cui abbiamo più bisogno. La disconnessione attiva la connessione, la lontananza porta vicinanza. Le brutte notizie portano la ricerca delle buone e di entusiasmo nuovo. Il contrasto fa riemergere, prepotente, il senso originario.

Nel frattempo nel mondo, là fuori, combatte chi vive in corsia, chi ogni giorno lavora dietro una cassa, chi consegna pacchi e medicinali, chi si veste con guanti e tuta per curare, aiutare, stare vicino, compiere il proprio dovere, fare la propria parte. Astronauti in missione sul pianeta Terra esplorano il territorio più difficile: il corpo dell’umanità.

Ci rendiamo conto delle piccole cose che fanno la qualità della vita e della salute. Camminare, fosse anche per andare a buttare la spazzatura o a piedi al supermercato. È da anni che lo raccontano gli esperti: vita attiva, il potere degli abbracci, un sorriso a chi incontri, il buon cibo preparato in casa. Mai come adesso l’abbiamo capito, quante storie.
Non c’è cosa migliore come sperimentare la privazione sulla pelle, è quello che ci hanno sempre ripetuto i nonni che all’epoca avevano provato la guerra, è quello che racconta chi ha vissuto grandi fatti. Non c’è come provare sulla pelle per capire: la consapevolezza si scrive con l’esperienza.

Ne usciremo migliori? Trasformati, più consapevoli, capaci di ricordare tutto quello che stiamo capendo? Forse. Per ora impariamo la grandezza della vita e il potere della morte, l’ansia palpabile quando si moltiplica in mille sguardi e la condivisione capace di far sentire più umani, più vicini, più uniti. Scopriamo internet in modo nuovo, persino sui social. Sperimentiamo nuovi stili di vita e di lavoro, più digitale per tanti, e che una nuova scuola è possibile: bisogna iniziare a pensarla, costruirla pagina dopo pagina, perché queste scoperte possono diventare una risorsa per tutti. Quando sarà passata l’emergenza bisognerà ricordare di non dimenticare. Un nuovo modo di intendere il lavoro e l’esistenza è possibile, è un virus del sistema che ci sta costringe a riprogrammare i nostri mondi, e i nostri bisogni. Dal cuore alla mente.

Camminando sul filo della distanza e di questa solitudine obbligata recuperiamo il filo perso nella fretta e forse troviamo nuove risposte a vecchie domande. O sprofondiamo nella paura, nello sconcerto e nel pessimismo (tutti fattori che, tra l’altro, fanno crollare salute psichica e difese immunitarie, spiega la medicina), oppure possiamo imparare a dare di nuovo valore alle cose, alla nostra forza e alla vita. È un esercizio quotidiano, è una nostra scelta. Lo stiamo imparando sulla pelle. Il viaggio dell’umanità ha attraversato smisurati territori di ombra, paura, incertezza per arrivare a nuovi paesaggi, è così che funziona crescere. Si cresce attraversando l’ignoto.

Facciamo di nuovo funzionare la creatività, (ri)scopriamo che viaggiare è immaginare. Probabilmente non avremo mai più case così pulite e se tutto va bene inizieremo una nuova stagione della vita assaporando in modo diverso il gusto del tempo. Un tramonto estivo, il gelato che sgocciola sulla maglia pulita, il solletico dell’erba sotto la schiena, la sabbia e il vento in faccia, gli amici e le piccole cose; le riunioni di famiglia, il bello dell’aria pungente sulla faccia quando il naso diventa rosso, le mani screpolate e i guanti di lana, gli scaffali della biblioteca dove perdersi e il cappuccino al bar, la briscola e la carta ruvida del giornale da sfogliare la domenica mattina al sole, le rondini che tornano, il cinema, le zingarate, il profumo di pane all’alba dalla saracinesche dei forni, le fughe del venerdì sera dopo la settimana di lavoro, il treno troppo pieno. Nuovi orizzonti in tasca come nuove mappe pronte da disegnare.
E guai chi si lamenterà per la spazzatura da portare fuori.

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Potremmo chiamarlo il Virus del Contrappasso.
Potenza invisibile nell’era della visibilità.
Minaccia il respiro ma migliora la qualità dell’aria.
Costringe a casa le famiglie ma riconsegna ai genitori il ruolo di educatori.
Relativizza l’intelligenza artificiale vendicando il mondo animale più selvatico.
Ridicolizza l’opinione del popolo valorizzando la competenza degli esperti.
Penalizza il contatto fisico dimostrandone l’insostituibilità.
Elimina gli eccessi dando forza all’essenziale.
Favorisce lo smartworking chiarendone i limiti di intelligenza.
Elimina gli alibi maschili parificando i ruoli domestici.
Isola le persone indicando il bisogno di reciprocità.
Disarma la discriminazione selettiva alimentando la coscienza sistemica.
Non credo al castigo biblico ma Dante era un genio
Francesco Morace
sociologo italiano, presidente dell’istituto di ricerca Future concept lab e ideatore del Festival della crescita

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Domanda sul #coronavirus. Fatemi sapere 😘🖤❤

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Gli effetti collaterali di un auto quarantena: avere il tempo di osservare più attentamente 🌷☘️💐 #natura #naturallife #lentezza #esercizidilentezza #tempo

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#stateacasa #illustrazione #illustrationgram #illustrazionedelgiorno #gatto #gattoeditore #misterlui #andràtuttobene #italy #italia

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h18.00 #instaflashmob Qui bisogna tenersi occupati e ogni proposta è ben accetta!!! #bandagastonegreganti I fratelli Giulioni hanno suonato!!! #happiness #happyday #happymoments #noirestiamoacasa #musicpassion #mylife #myfamily #marinadimontemarciano #musicadalvivo

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Daniele Bettuzzi “Den” è un autore e chitarrista di Palagano, piccolo paese sull’appennino modenese. Qui la sua pagina Facebook  insieme al video Pure, realizzato nel 2019, per mettere una spolverata di buon umore all’anima.

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The Fantarlettis, la pagina creata da Mattia, Educatore Musicale, e Virginia, Educatrice di Nido bilingue per raccontare l’avventura di crescere insieme alla loro figlia Dalia, ci invita a guardare in alto verso il cielo. Dal terrazzo, dalla finestra. da ovunque, lui è sempre lì.

 

 

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.
Gianni Rodari

 

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#pensierinodellanotte Ricordo che ho sempre avuto la passione per il tennis . Anni fa avrei potuto giocare ed imparare ma rimandavo sempre la cosa . Poi nel 2011 cambia improvvisamente la mia vita . Ironia della sorte per un virus , che innesca una patologia chiamata Guillain Barrè , che in questo caso paralizza le parti motorie e nel caso peggiore anche l’apparato respiratorio. Ho dovuto re-imparare a camminare , a mangiare , a prendere in mano una forchetta , alzarmi da una sedia , salire le scale , scendere le scale . Gesti che per tutti possono essere normali . Io ne sono uscito ovviamente , sono tornato a vivere la mia vita , ma con qualche acciacco in più . Quindi ora il tennis lo posso solamente guardare , ma avrei una voglia matta di giocare , ma non posso. La vita ti mette sempre di fronte a delle scelte e delle opportunità . Siamo noi che dobbiamo essere bravi a coglierle. La famosa frase “carpe diem. Cogliere l’attimo , ma essere in grado anche di assaporarlo e di renderlo unico . Oggi viviamo certamente in una situazione di privazione forzata , della nostra libertà , del vivere quotidiano, di gesti che fino a ieri ci sembravano ovvi e scontati ma che domani ,credetemi , saranno e risulteranno esclusivamente come grandi conquiste ! Notte ❤️ #celafaremo

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Piccola storia segreta della via Vandelli

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La via Vandelli nasce come collegamento fra Emilia Romagna e Toscana. Oggi da riscoprire a piedi e in bicicletta, nelle sue mappe si nasconde una storia ancora più antica, disegnata dalla vita nei piccoli borghi storici e sentieri di montagna che si perdono fra i boschi.

Quando nasce la via Vandelli?

Quando Ercole, figlio del Duca Francesco III d’Este, sposa Maria Teresa Cybo-Malaspina, duchessa sovrana di Massa e principessa di Carrara, il Ducato di Modena e Reggio trova finalmente il libero accesso al mare. È il 1741. Si pensa immediatamente alla costruzione di un tracciato stradale all’avanguardia in grado di connettere i territori che oggi corrispondono alla provincia di Modena e Reggio Emilia attraverso la Garfagnana fino alla costa, Massa e Carrara.

Ad occuparsene sarà l’abate Domenico Vandelli, cartografo e matematico di corte. La strada si chiamerà via Vandelli, dal nome del costruttore. Tuttavia, l’ideazione della strada ducale modenese per l’epoca rappresenta una sfida non priva di ostacoli perché deve attraversare le montagne dell’Appennino e le Apuane. Il punto più alto della via Vandelli è a 1634 metri s.l.m, in provincia di Lucca, lungo il sentiero Cai numero 35 della Focolaccia-Monte Tambura. Qui, alla fine del borgo montano di Resceto inizia l’ampio sterrato da percorrere a piedi lungo la costa delle montagne fino alla Finestra Vandelli a m. 1424, e al Rifugio Conti, m. 1442. Il percorso è noto anche come Via della Tambura. Il versante garfagnino del passo della Tambura verrà irrimediabilmente modificato dagli scavi per la lavorazione del marmo, infatti questi luoghi dall’Ottocento sono attraversati dalla ferrovia Marmifera, in uso fino agli anni Sessanta del Novecento. Eppure camminando nel tratto apuano della via Vandelli, là dove le teste dei briganti uccisi venivano impalate come monito (di qui il nome della località Le Teste) e ancora più sù, dove la montagna prendeva i viaggiatori in un incantesimo aspro, fatto di silenzi immensi e di una smisurata forza ancestrale, è ancora possibile avvertire le tracce
di una storia scritta da uomo e natura insieme, fra i prati di Acquifreddi (1562m), con la sua fonte perenne, i ruderi poco lontano dai boschi e la vecchia miniera di ferro dismessa prima di arrivare a Vagli di Sopra (679m), dove l’antica strada è stata asfaltata.

Gli ostacoli della Vandelli

Oltre alle difficoltà del territorio, Domenico Vandelli si deve scontrare con i vincoli costruttivi imposti: il costo e le tempistiche. La strada, infatti, doveva essere un progetto capace di superare le difficoltà geografiche e durare nel tempo richiedendo la minima manutenzione possibile. Non solo, come tutte le strade di grande traffico dell’epoca la via non doveva passare in prossimità di centri abitati e soprattutto mai attraversare la Repubblica di Lucca, il Granducato di Toscana, né lo Stato Pontificio.

La costruzione della via Vandelli inizia nel 1738: la strada verrà dichiarata conclusa nel 1751, anche se in seguito continueranno a essere edificate stazioni di posta, ostelli, punti per la sosta dei militari e il pagamento dei pedaggi. I costi sono lievitati rispetto al progetto iniziale e non pochi gli ostacoli che si sono dovuti affrontare, prima fra tutti la geografia. Per realizzare il tratto che sarà noto come Finestra Vandelli si utilizza l’esplosivo, mentre i tratti più ripidi della montagna vengono costruiti con muri a secco e maestranze che Vandelli chiama dal Piemonte. Il tratto più difficile della via Vandelli riguarda proprio il monte Tambura, dove le strade durante l’inverno gelano e la neve ricopre ogni cosa.

Viaggio sulla Vandelli

Nel 1753 entrerà in funzione un regolare servizio di posta settimanale. Spesso bloccata dalla neve invernale, la via Vandelli è percorsa da viandanti e commessi viaggiatori, soldati, briganti, mercanti. Per anni percorsa a piedi e con i muli o a cavallo, dopo gli eventi rivoluzionari francesi e napoleonici cadrà sempre più in disuso.

Negli anni diventa cammino spirituale: presso la piccola chiesa di Campori (alt. 419), dove si si riunivano le carovane e si teneva il mercato, i monaci di San Pellegrino fornivano un servizio di assistenza spirituale per i viandanti insieme a un refettorio attivo per i viaggiatori di passaggio.

Numerose le morti qui fra questi sentieri sulle montagne, quando le nevicate imperversano in gennaio e le lunghe piogge rendono franosa la roccia friabile. Storie della via Vandelli narrano di fantasmi di cui si odono ancora i lamenti, nel silenzio del tramonto infinito.

Uno di queste fole raccontate dai viandanti davanti al fuoco è la storia della Fossa dei Morti, il luogo tetro di una slavina che travolge inesorabilmente una carovana di mercanti in viaggio verso la città di Massa per acquistare il sale: quando si scatena la bufera di neve si rifugiano in una valle trovando la morte nel ghiaccio. Da allora, ogni volta che nevica, si dice che da lontano si avverta ancora lo scalpitare dei muli e dei cavalli, il grido di qualcuno che echeggia.

Fra le insidie del viaggio lungo la Vandelli il cupo spettro del brigante. Avvolto nel suo mantello e con una lanterna in mano come unico chiarore nella notte, narra la leggenda che chiunque lo avesse incontrato sarebbe caduto, spinto giù per i burroni della Tambura, senza possibilità di salvarsi.

Consapevoli dei pericoli e delle insidie che si nascondevano negli spostamenti, ieri molto più pericolosi di oggi, i viaggiatori di un tempo si affidavano a San Pellegrino, santo viandante, forse brigante racconta un’altra fola che si perde nel vento. Il suo corpo riposa insieme alle spoglie mortali di san Bianco nell’omonimo Santuario di San Pellegrino, avamposto medievale sul Passo di San Pellegrino in Alpe, il comune più alto della provincia, diviso fra Castiglione di Garfagnana, provincia di Lucca, e Frassinoro, provincia di Modena.

Aveva scelto il viaggio come vita Pellegrino, santo e brigante; figlio di un re di Scozia, dice la leggenda, aveva rinunciato alla corona per camminare nel mondo, dall’Europa all’Oriente. Chi veniva al santuario un tempo portava una pietra, perché era il peso di una pietra quello che i pellegrini portavano con sé in simbolo di penitenza. Attraverso queste strade fra Emilia Romagna e Toscana, dove una chiesa-ospizio deidcata a San Pellegrino in Alpe è già attestata nel 1110, passava il comemrcio di sale. Una strada ch faceva paura, scoscesa e pericolosa.

Cosa nasconde la via Vandelli?

Era un’antica strada di epoca romana, in uso fino al XVIII secolo ma in gran parte dimenticata per le cattive condizioni in cui versava: la Via Bibulca faceva parte della Via Claudia Augusta e collegava Modena e Lucca attraverso le valli fra i torrenti Dragone e Dolo, fino a San Pellegrino in Alpe, sul crinale dell’appennino tosco-emiliano.

Nota come Via imperiale, la via Bibulca durante l’impero romano veniva percorsa dai carri trainati dai buoi (bulca, buoi, di qui il nome) dei mercanti che si occupavano del trasporto delle merci attraverso queste terre, antico teatro di scontro fra le truppe romane e i Liguri Friniati che un tempo abitavano l’Appennino reggiano, modenese e parte del pistoiese.

Il sentiero Matilde, dalle terre di Matilde di Canossa, si sovrapporrà per un tratto, nel reggiano, a questo antico tracciato, insieme alla via Vandelli e alla via Giardini, che farà cadere in disuso anche la Vandelli, progressivamente dimenticata, oggi da riscoprire in bicicletta e nei viaggi a piedi.

Che ne è di Domenico Vandelli? Considerato inventore delle linee di livello in cartografia, note come Isoipsae Vandelli, riuscirà a mappare la strada da lui costruita utilizzando una nuova rappresentazione cartografica, tuttavia il progetto non gli porterà fortuna. Domenico Vandelli morirà suicida a Modena il 21 luglio 1754, quando il duca, alla consegna, dichiara che la via Vandelli sia la peggior strada mai realizzata.

Passeggiata sulla via Vandelli

Dal passo di Cento Croci passo dopo passo perdersi sulla via Vandelli fra boschi e prati immensi in una giornata di fine inverno, quando i primi germogli trasformano in velluto gli arbusti e il silenzio azzurro del cielo illuminato dal sole fa dimenticare per un attimo il tempo.

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Pensieri felici

Un pensiero felice fa esplodere altri mille pensieri felici…

La primavera che arriva,
una nuova nascita.
Il profumo delle fragole e
le palline che cadono sotto l’albero di Natale.

Camminare sotto l’ombrello nella pioggia,
l’arcobaleno all’improvviso che spunta
fra i tetti, oltre le montagne.
Una farfalla colorata che vola
Scoprire un’ape fra i capelli che non ti punge,
la sfumatura rosa e color panna delle magnolie altissime,
il giardino dei nonni.
Gli alberi che ti hanno visto crescere,
anno dopo anno.

Ho deciso di essere felice perché fa bene alla mia salute
Voltaire

Il cioccolato dell’uovo di Pasqua quando si spacca,
il sapore della felicità condivisa.
Le domeniche in famiglia,
le giornate senza nulla da fare.
Un martedì come tanti, quando non succede niente.
Il treno dei pendolari, la nebbia sottile, i colleghi da salutare
l’ufficio quando è deserto e ci sei solo tu.

Il rumore dei passi sulla moquette,
I picnic con i sole sulla pelle
le briciole che cadono nella tovaglia distesa sull’erba.
I fiori, quelli piccolissimi e azzurri dai mille nomi che
ogni anno sono i primi ad arrivare a primavera,
ranuncoli quasi dimenticati, primule e viole del pensiero.
Coccinelle sulle pratoline come margherite che arrossiscono,
il profumo dei gelsomini di città che si arrampicano sulle ringhiere.

Giardini intravisti dai cancelli semi aperti,
l’arrivo della bella stagione.
Il telegiornale della sera che si sente di nuovo dai balconi,
finestre spalancate e profumo di soffritto,
pesce, aglio e pomodori maturi
è già tempo di raccoglierli nell’orto
i rami verdi del basilico con le sue foglie carnose,
salvia che resiste all’inverno.
I fiori viola del rosmarino, i capperi abbarbicati alle rocce.

Scogliere a picco sul mare,
vertigine.
Pensieri felici
il sabato mattina di sole,
ebbrezza
l’inizio delle vacanze.
Vagabondare in macchina senza meta,
torneremo oppure no.
Stare come lucertole al sole,
su un gradino senza far niente.

La felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce
J.K. Rowling

La forma delle ciambelle e
i granelli di zucchero sulle labbra.
Il camino acceso d’inverno.
Le pile di libri ancora da leggere.
Il volo delle rondini.

Gli occhi antichi di un neonato.
Sapere che la vita è più forte di ogni ragionamento,
le mille forme della luna.
I colori in fondo al mare,
svegliarsi nella notte e poi riaddormentarsi.
Il profumo delle lenzuola pulite.

Le mollette di legno di una volta,
le file di panni stesi.
Mia nonna quando preparava l’arrosto per tutti.
L’odore della pipa, delle nebbia e della legna che brucia
l’inverno al mare, quando l’aria diventa umida e sa di sale.
La bellezza delle strade deserte,
la luce dei lampioni vista dalla finestra.

Cercare la felicità in questa vita, ecco il vero spirito di rivolta
Henrik Ibsen

Pensieri felici
dentro
una canzone che porta i ricordi più belli,
le bolle di sapone e la voglia di farle scoppiare.
Il profumo di torta quando è nel forno,
le onde immense dell’oceano
le distese di alberi di limone in una giornata estiva.
Gli alberi centenari che ad abbracciarli senti
tutta la magia del mondo,
le frasi d’amore,
una sciarpa calda d’inverno
il rosso dei papaveri solo da guardare:
impossibile da cogliere
ciò che è così evanescente
da svanire in un attimo,
olo nel cuore
vive per sempre

Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi, innamorarsi, stare con se stessi. Le scuse per non fermarci a chiedere se questo correre ci rende felici sono migliaia, e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.”
Tiziano Terzani

Qual è il tuo pensiero felice adesso?




Sulla via Vandelli

Pomeriggio di fine inverno,
quando il sole esplode all’improvviso.
La natura ancora assonnata si sta svegliando,
germogli di velluto sui rami secchi dei cespugli selvatici.

Passo dopo passo,
perdersi sulla via Vandelli.
Silenzio immenso,
il fruscio del vento fra gli alberi.

Ricordo
una vecchia storia tetra
che raccontava di una locanda
qui sulla Vandelli
dove viandanti e commessi viaggiatori
si fermavano lungo il tragitto
fra Emilia Romagna e Toscana E
si mangiava bene,
ma poi succede che dentro il brodo
un frate
trova un mignolo
un dito intero, proprio nella zuppa.
E allora lo avvolge in un fazzoletto, poi
il giorno dopo lo consegna alla gendarmeria che
farà chiudere per sempre quella
locanda sulla Vandelli.
Fortuna vuole che il monaco fosse magretto,
altrimenti nella zuppa finiva anche lui.

Oggi c’è lo scheletro di un vecchio albergo mai ultimato
e cippi, ogni tanto. A ricordare
il tragitto.
Da Cento Croci, con la sua piccola cappella in pietra
a Sant’Andrea Pelago.
Il sentiero è un’ampia strada piatta,
polverosa e dritta.
Si potrebbe camminare fino all’infinito,
un passo dopo l’altro.

Foglie secche, l’eco del silenzio delle
due di pomeriggio,
il sole ancora caldo sulla pelle
per un attimo immobile.
Cane che corre e si butta a pierdifiato tra i prati,
boschi e fossati.
L’ombra del muschio sulle rocce a nord.
Non si sentono nemmeno gli uccelli.

L’ora della giornata in cui tutto si ferma
in inverno dura un momento,
prima che la pelle rabbrividisca di nuovo.
Chiudere gli occhi al sole
nella luce abbagliante.
Il cielo azzurro e la strada deserta,
oltre i faggi
la distesa di prati.
Chissà dove vanno, mi chiedo e
penso alla prospettiva verticale di
una poiana che vede tutto dall’alto.

Le tracce dei lupi e
i denti di animali divorati.
Piccole colline di rocce friabili sbriciolate,
sentieri sconosciuti verso
direzioni nascoste
in alto, sempre più in alto
dove il bosco ha
mille occhi
invisibili

Conosci la sfortunata storia di Domenico Vandelli?

Di fatto, ogni silenzio consiste nella rete di rumori minuti che l’avvolge: il silenzio dell’isola si staccava da quello del calmo mare circostante perché era percorso da fruscii vegetali, da versi d’uccelli o da un improvviso frullo d’ali.
Italo Calvino

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Domenica d’infanzia

La colazione lenta mentre il sole invade la stanza e tu sai che è già mattina avviata, lo senti dalla luce nell’aria e dalla calma solare,
caffellate in cucina mentre mia madre smette per un attimo i suoi compiti domenicali, appoggia lo straccio e si siede davanti a me, con il gomito piegato e la mano sotto al mento.
Che cos’hai sognato?
La tuta da casa e gli alberi del vicinato che si riempiono di fiori in primavera,
la tentazione della tv davanti al camino di un pomeriggio d’inverno.
i compiti lasciati dal giorno prima, perché il sabato è sacro.

Pranzo dalla nonna paterna, quella bionda con gli occhi azzurri azzurri, rimasta vedova troppo presto. Lei che sa cucire ma non ho mai chiesto di imparare e ora mi chiedo perché.
Le case di ringhiera lombarde e dietro i muri abbandonati, il nuovo che avanza e i tempi passati che continuano a raccontare le loro storie fra le crepe e le vecchie fotografie di gente di cui si è perso il nome. Rubo giornali di cronaca nera, mi inebria il profumo dell’oleandro da cinquant’anni piantato nel vaso di una latta che un tempo serviva a qualcosa.
Ricordo, in quel cortile, i pacchi dei cartoni da aprire e un negozio, quello degli zii dove i miei genitori si sono conosciuti, quando ancora non esistevo e la casa dei nonni era un bar.

Lo sguardo distratto oltre la finestra, mentre il pomeriggio già sfugge dietro l’ombra sul muro.
La musica in radio e quel nascondersi dietro pile di libri, i quaderni con i quadretti che le equazioni chissà perché non tornano mai e ancora oggi rimangono un mistero che ritorna negli incubi.
Sfogliare un libro solo per inseguire una storia e vedere come va a finire, anche se la lezione da imparare è un’altra.
L’ondata crescente di panico quando le ore si sgretolano,
sbriciolate fra le lancette
e ormai non rimane che polvere di tempo.

Il mio momento preferito,
l’ora del tramonto.
Il sapore della fine e del silenzio che avvolge tutto,
la porta chiusa e il bagno pieno di vapore.
Umidità che cola lungo le piastrelle e l’acqua che porta via
ogni pensiero.
All’improvviso, solo per un attimo
non c’è più nessuno,
più niente da fare. Essere, semplicemente.

E poi il buio che cala sul sipario della domenica agli sgoccioli,
mio padre che ogni volta scende così in fretta i gradini che l’intera casa sembra tremare,
la porta che sbatte, il tintinnio delle chiavi.
Lo scricchiolio delle ruote sulla ghiaia,
le strade grige e gialle inondate dalla luce dei lampioni.
Mi perdo dentro a ogni finestra dove dentro si agita una vita che non conosco.

E poi le riunioni familiari,
il profumo di patate arrosto e rosmarino.
La cena, ogni domenica sera dai nonni materni.
D’inverno la mano che mescola il risotto ai funghi e brontola per i soliti in ritardo.
La finestrella della cucina aperta per far uscire il vapore,
la stessa che alle elementari spiavo ogni giorno, di ritorno da scuola,
mentre lei mi agitava la mano spiando il mio arrivo.

Estate, il giardino e il tavolo di metallo bianco con gli svolazzi,
l’amaca che una volta ci capoltammo cadendo tutti per terra.
Il prato e quel sapore inconfondibile di bella stagione che ritorna,
lo senti nel sangue, non mente, è già lì
a un passo.
E poi le sere d’inverno,
la pioggia che scroscia.
Ancora un attimo, il tempo di finire il film
l’angoscia come una palla dentro lo stomaco
Saluti affrettati all’improvviso già passati.
Domani è lunedì
la luna, la notte
le ruote, l’asfalto bagnato.
Il cancello quando si doveva ancora scendere sotto la pioggia.
E in fondo, a me che restavo lì, su quei sedili freddi
piaceva quell’istante, il lampione che illumina le pozzanghere arancioni e gli scrosci obliqui d’acqua, mio papà che si copre la testa con la giacca.
Si potesse gelare ora il tempo,
in questa fotografia per un attimo che duri non so quanto, almeno un po’.
Ancora un secondo

fermo immagine.




Il corrimano che racconta il panorama di Napoli ai non vedenti

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La meraviglia del panorama di Napoli svelata ai non vedenti grazie a un corrimano capace di raccontare la bellezza in caratteri braille. Esiste dal 2017: “Follow the shape” è un’opera di Paolo Puddu.

“Follow the shape”, opera d’arte in braille

Dove si trova? Chi cerca “Follow the shape” di Paolo Puddu troverà l’opera là dove si innalzano le antiche mura medievali di Castel sant’Elmo. Dalla collina del Vomero, dove esisteva una piccola chiesa dedicata a dedicata a Sant’Erasmo già nel X secolo, in uno sguardo è possibile racchiudere tutta la bellezza della città di Napoli vista dall’alto.

Spiegando l’opera l’autore ha raccontato che le dimensioni maggiori dei caratteri incisi sono un invito alla lentezza.
La bellezza si assapora rallentando.
Alle spalle il possente tufo giallo napoletano dell’edificio, situato a 250 metri sul livello del mare. In epoche passate Castel sant’Elmo fu una torre d’osservazione normanna, Belforte: assediato più volte e persino colpito da un fulmine nell’ormai lontano 1587, durante gli anni Cinquanta del Novecento divenne un carcere, ma oggi è luogo di cultura, punto d’accesso a una bellezza millenaria dove la natura, la storia della città e la sua atmosfera intensamente azzurra si mescolano inestricabilmente. Qui si trova il museo permanente “Napoli Novecento”.

“La terra e l’uomo” di Giuseppe De Lorenzo

Le parole incise sul corrimano sono tratte dal libro “La terra e l’uomo”, scritto nel 1947 da Giuseppe De Lorenzo, nato a Lagonegro, in provincia di Potenza, e morto a Napoli il 27 giugno 1957. Geografo, geologo e politico, fu docente presso l’Università di napoli, prima con la cattedra di Geografia Fisica, poi in Geologia.
Si era laureato proprio a Napoli, nel 1894, in Scienze Naturali, diventando uno degli assistenti più giovani della facoltà, fin da bambino appassionato della terra e dei suoi misteri. La madre Carolina morì quando Giuseppe aveva appena sei anni: perse il padre, Lorenzo, impiegato dell’ufficio telegrafico di Lagonegro, a tredici anni. Avido lettore degli antichi filosofi greci e curioso di storia naturale, la vita di Giuseppe De Lorenzo ha l’incontro del destino quando incrocia quello che diventerà il suo mentore: Emilio Bose, geologo di origine tedesca. Insieme cammineranno per i sentieri di campagna, discutendo di arte e scienza, forse come un padre e un figlio senza legami biologici ma con un’affinità elettiva capace di riunirli al di là dei vincoli, e farli ritrovare nel vasto mondo.

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Non tutti sanno che a Giuseppe De Lorenze, studioso di indologia, si deve la diffusione della saggezza e delle conoscenze del Buddhismo. Fu grazie a Emilio Bose che Giuseppe De Lorenze conobbe Karl Eugen Neuman. Insieme viaggiarono per Napoli, Lagonegro, fino a Vienna, esplorando le montagne del sud Italia e i paesaggi sul Danubio. È in questo periodo che inizia lo studio del sanscrito e della lingua Pali, iniziando ad abbracciare la filosofia Buddhista.

L’opera di Paolo Puddu “Follow the shape”

Il progetto “Follow the shape” di Paolo Puddu è stato presentato in occasione della quinta edizione del concorso “Un’opera per il castello” sul tema “Uno sguardo altrove- Relazioni e incontri”. L’opera d’arte è stata premiata dalla giuria presieduta da Mariella Utili, ex direttrice del Polo museale campano, con la motivazione che l’artista “ha declinato il tema del concorso ribaltando la consueta concezione della visione, riuscendo a creare una relazione inedita tra il castello e il territorio circostante. Gli spalti panoramici divengono il luogo d’incontro tra esperienze sensoriali differenti, fornendo uno strumento ulteriore per ampliare le possibilità di fruizione del luogo”.

Il dialogo fra visivo e tattile trasforma l’esperienza dei sensi in un’amplificazione dell’operazione artistica, capace di coinvolgere abilità e piani diversi. L’azione creativa punta l’indice sulla bellezza che è attenzione sociale: un’arte che ci fa interrogare su prospettive alternative e ci sprona a riflettere su modalità differenti della percezione. In quanti modi è possibile vedere? Iniziare a immaginare con le nostre mani è uno stimolo per inventare nuove strade, lasciar emergere nuovi spazi anche in noi stessi, risorse che spesso non mettiamo in campo fino a quando non subentra una difficoltà.

La percezione visiva occupa la maggior parte della nostra comunicazione: usiamo gli occhi più di ogni altro organo di senso, eppure le risorse del corpo raccontano altre storie, da imparare attraverso la pelle (l’organo più esteso del corpo umano), attraverso il gusto, udito e olfatto (l’odore è connesso, sembra, alle memorie più antiche del genere umano). Storie parallele, a cui spesso non siamo più abituati a fare caso e che invece raccontano una bellezza da sperimentare in modo diverso: un mondo, quello là e fuori e quello dentro di noi, da iniziare a percepire di nuovo, recuperando sensi primordiali.
Nel paesaggio si inscrive un’operazione artistica che diventa riflessione sociale. Geografia come viaggio di esplorazione in noi stessi.




La tradizione inuit di camminare le emozioni

Per prepararci al viaggio verso il Polo Nord del 1990 e testare l’attrezzatura, io e i miei compagni trascorremmo alcune settimane a Iqaluit, una cittadina nel nord est dell’arcipelago artico canadese. In quell’occasione venni a sapere di una bella tradizione inuit: quando ti arrabbi al punto da non riuscire a controllare le tue emozioni, sei invitato a lasciare la tua abitazione e a camminare in linea retta attraverso il paesaggio che ti si para di fronte, andando avanti finché la rabbia non passa. Il punto esatto in cui l’emozione molla la presa viene dunque marcato, infilando un bastone nella neve. In questo modo si misura la lunghezza, ovvero l’intensità, della rabbia. La cosa più sensata che possiamo fare quando siamo arrabbiati, condizione in cui il cervello rettiliano guida le nostre azioni, è allontanarci dalla persona o dalla situazione che ci ha provocato quella reazione.
Erling Kagge,
Camminare. Un gesto sovversivo
la Repubblica, p. 84

Autore del libro “Camminare. Un gesto sovversivo”, Erling Kagge, nato il 15 gennaio 1963 in Norvegia, è esploratore, avvocato, collezionista d’arte. Insieme a Børge Ousland, fotografo, scrittore ed esploratore, che per primo ha attraversato l’Antartico in solitaria, nel 1990 raggiunge il Polo Nord senza supporti esterni, ovvero senza il sostegno di slitte o un team.




Vita di Jack London

jack-london

Preferirei essere cenere che polvere! Preferirei che la mia fiamma bruciasse in una vampa brillante piuttosto che venire ricoperto dalla muffa. Preferirei essere un magnifico meteorite, con atomi che bruciano e si infiammano, piuttosto che un pianeta immobile e assopito. La natura dell’uomo è vivere, non esistere. Non ho intenzione di sprecare i miei giorni nel tentativo di prolungarli, voglio viverli
Citazione (non documentata nella sua opera) attribuita a Jack London

Jack London viene trovato morto la mattina del 22 novembre 1916, è la sorella Eliza ad aprire la porta della sua camera e chiamare la moglie, Charmian. Si erano salutati per la buona notte la sera prima, quando lui era uscito dalla cucina del loro ranch californiano con dei libri sottobraccio per passare la notte a leggere, come sempre, mentre lei usciva a fare un giro notturno della proprietà. Da lontano, rientrando, Charmian aveva visto la sua luce ancora accesa.
La luce di una stanza solitaria abitata dalle voci dei libri e delle idee.
Scriveva circa mille parole al giorno Jack London, ogni giorno.
La sua morte viene dichiarata nel pomeriggio. Il giorno dopo, il 23 novembre, è allestita la camera ardente. Lo vestiranno con un completo grigio. Il lutto compare sulla prima pagina del New York Times e la notizia viene pubblicata da tutti i giornali del mondo. Lo scrittore Jack London, autore di libri come “Il richiamo delle foresta”, il celebre “Zanna bianca” e “Il vagabondo delle stelle”, muore all’età di quarant’anni per una disfunzione epatica.

Avvelenamento del sangue, forse associato alle iniezioni di morfina che ogni tanto si praticava. A tratti si ventilerà l’ipotesi di suicidio, mai provata. Le ultime parole, dette alla moglie la sera prima di andare a dormire con i libri già sottobraccio, sembra siano state: “Grazie a Dio, non abbiamo paura di niente“.
Attendeva di partire per New York a breve e giusto la sera prima, parlando con Charmian, immaginava un emporio da creare nel ranch, per espandere le attività e ricavarne utili. Quella mattina, il giorno prima di morire, aveva scritto una lettera alla figlia Joan, avuta dal primo matrimonio con la moglie Bessie Madern, per invitarla a pranzo la domenica successiva.

È sepolto lì, nel Beauty Ranch in California che aveva creato spendendo una fortuna e dove abitava insieme alla seconda moglie. Charmian London non sarà presente al funerale. Le ceneri di Jack London verranno deposte il 26 novembre 1916 dagli amici Ernest Matthews e George Sterling. Riposa sulla cima della Valle della Luna a Glen Ellen, di fronte a quello che era stato il suo rifugio dell’anima, il panorama preferito.

Jack London aveva iniziato a vendere giornali all’età di tredici anni, a diciassette si era imbarcato per i Mari del Sud e a diciotto spalava carbone come fuochista su una locomotiva della Western Union. Aveva pescato di frodo aragoste ascoltando i racconti dei pescatori davanti al fuoco nelle notti buie sul mare. Conosceva i segreti dei treni merci, che da ragazzino, quando era conosciuto con il soprannome Frisco-Kid, derubava a capo di una banda di amici, correndo invisibile fra i vagoni. Leggeva leggeva Marx e Spencer, Proudhon e Saint-Simon. Per tutta la vita combatterà contro lo spettro della povertà, per tutta la vita sarà guidato da una forza indomita e senza nome.

Dopo essere stato licenziato come ferroviere a causa di una restrizione dei fondi governativi destinati ai trasporti, scrive una serie di rivendicazioni e diritti a nome dei lavoratori rimasti disoccupati. Il tenore dei reclami con il tempo diventò occasione per una riscrittura dei diritti dell’intera umanità e i compagni, partecipi e divertiti dall’impresa, lo incoraggiarono contribuendo economicamente al suo viaggio per la marcia verso Washington del 1894.

Tre grandi passioni: la letteratura, le donne, il viaggiare che è vagabondaggio dell’anima.
Non a caso, una delle sue opere più celebri è “Il vagabondo delle stelle”. Il titolo in lingua originale è “The Star Rover”. Rover, il Cambridge Dictionary ci racconta che è detto di persona che “spende il suo tempo viaggiando da un posto all’altro“, “a person who spends their time travelling from place to place“.

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Il tempo ha un prezzo, sì.
Ognuno di noi sceglie come spendere il suo tempo, è solo che non ci riflettiamo mai. Eppure ciò che vendiamo ogni giorno, al di là delle nostre laureee o abilità, è proprio questo. In fondo è solo questo: il nostro tempo.
Se qualcuno, someone, roves, il verbo ci avverte che questa persona sta compiendo un’azione di esplorazione. Passo il mio tempo qua e là; mi trovo in uno attenzione attiva, vago e guardandomi intorno cerco qualcosa di interessante.
Il verbo rove è considerato sinonimo di wander,”vagare”. Ma il suono di wander (oltre a wonder, meraviglia?!) porta la mente all’universo semantico del verbo walk, camminare. Il vagare che è wander infatti contiene in sé la l’antica radice del germatico wandern, aggirarsi qua e là, muoversi senza scopo.
Di altra natura, invece, suona il vagabondare scelto da Jack London: rover, detto di predatori e bucanieri, termine attestato dal tardo Trecento in lingua olandese. Gergo di mare e di pirati, di vagabondi fra le tempeste della vita, capaci di affrontare la burrasca e, se necessario, far rapina, pensare a come campare e guadagnarsi il bottino. Gente impavida che cerca un tesoro, il grande tesoro, mai sazia.
Nello stomaco la fame nera e negli occhi un destino sempre un passo più in là.
Destino, parola doppia. Meta nel senso destinazione o destino, quello di una vita. Quello di molte vite nel caso di Jack London e di persone come lui.

Alla fine dell’Ottocento la notizia della corsa all’oro del Klondike divampa accendendo l’attenzione su queste remote terre al confine fra Canada e Alaska. Jack London ha 21 anni e insieme al capitano Shepard, marito della sorella, il 12 luglio 1897 si imbarca alla volta di Dawson City. Rapine, risse e, come tanti, lo scorbuto dovuto alla malnutrizione. Jack London parte per il grande Nord il 12 luglio 1897 come cercatore d’oro, tornerà a San Francisco un anno dopo, nel 1898.
Per circa sei mesi vive all’ombra dei boschi sterminati, inseguendo il corso del fiume, un’esistenza solitaria e selvaggia. Il suo tempo ai confini del mondo gli varrà un compenso di quattro dollari e mezzo per il sacchetto di polvere dorata trovata dopo interminabili ore in ginocchio e un manoscritto che diventerà “Il richiamo della foresta”, scritto insieme ai primi racconti nella luce fioca delle candele di sego. Una bottiglia di whiskey di bassa qualità e un taccuino sempre a fianco, nelle notti di luna offuscata dalla tormenta e durante le lunghe camminate, passo dopo passo nelle lande deserte ricoperte di neve. La presenza della foresta soverchiante e totale, dove l’essere umano sparisce. Forse il grande tesoro non l’oro, ma qualcosa di molto più grande, persino oltre l’opera letteraria: l’esperienza.

Jack London cede i diritti del libro per mille dollari, nel giro di un anno “Il richiamo della foresta” vende sei milioni di copie. Strillone, pescatore di frodo e cacciatore di foche, lavorante in una lavanderia, ferroviere, pugile, cercatore d’oro, Jack London era nato a San Francisco il 12 gennaio 1876. Registrato all’anagrafe con il nome John Griffith Chaney London, la madre fu Flora Wellman, figlia di un prolifico e benestante inventore dell’Ohio, il padre (forse) uno sconosciuto ambulante irlandese che di mestiere si ingegnava come astrologo, William Henry Chaney. Ma il suo cognome verrà da John London, agricoltore vedovo con due figli, che la madre sposa quando Jack ha otto mesi e che lo adotterà.

Dopo la scuola elementare, che termina nel 1889, Jack London campa di lavoretti e piccoli espedienti; di tanto in tanto vive per dei periodi in diversi centri di rieducazione. A Oakland, dove torna per frequentare la Oakland High School, partecipa come redattore al giornale scolastico The Aegis. Come desiderava, si iscrive alla Berkeley University, ma dopo tre anni lascia l’università a causa di difficoltà finanziarie.
Anni dopo, la marcia a Washington per rivendicare i problemi dei disoccupati e il suo lungo vagabondaggio attraverso gli Stati Uniti rendono pungente la sua acuta sensibilità sociale; l’osservazione dell’essere umano nel viaggio esistenziale è una ricerca che non avrà mai fine. Il suo diario di viaggio diventa un romanzo itinerante, The Road. La strada è maestra di vita, insieme allo spirito di osservazione e di avventura.

Nel 1904 Jack London è in Corea come corrispondente della guerra russo-giapponese. Arrestato più volte, infine gli viene rilasciato un permesso che gli consente di viaggiare insieme all’esercito imperiale giapponese, diretto verso il luogo della battaglia di Yalu. Tuttavia, il presidente Theodore Roosevelt dovrà impegnarsi personalmente in suo favore per facilitarne il rilascio, dopo che lo scrittore aggredisce i compagni di viaggio giapponesi con l’accusa di aver rubato la biada del suo cavallo. A giugno lascia il fronte e nel 1905 compra mille acri di terreno a Glen Ellen, California: è l’inizio del Beauty Ranch. In realtà, il primo edificio che si tentò di costruire sulla proprietà, Wolf House, venne distrutto da un incendio e oggi i resti di questi muri di pietra fanno parte del Jack London State Historic Park, attualmente monumento storico nazionale protetto, dove la moglie iniziò a raccogliere oggetti e testimonianze dello scrittore dopo la sua improvvisa morte.

Uno dei sogni di Jack London era viaggiare per mare. Con l’idea di fare il giro del mondo nel 1906 si fece costruire uno yacht: si chiamerà Snark, una parola intraducibile, animale immaginario citazione dall’opera di Lewis Carroll. È uno zio della moglie, a quanto si racconta poco competente, a occuparsi della costruzione della goletta, che misura 21,33 m di lunghezza, compreso il bompresso, e 4,57 m di larghezza. La nascita dello Snark è travagliata e viene ritardata di sei mesi a causa del terremoto che si abbatte sulla baia di San Francisco in quel periodo. Dai 15mila dollari previsti all’inizio i costi salgono a 30mila, nel frattempo Jack continua a scrivere perché ora le parole servono a mantenere a galla i suoi sogni. Nel 1907 la creatura fantastica dello Snark parte verso le Hawaii. Le difficoltà non mancheranno, compreso una ferma di cinque mesi in cantiere a causa di guasti subentrati durante questa prima partenza. Ma il viaggio riprende. Jack London insieme a Charmian e un piccolo equipaggio navigheranno alla volta delle isole Marchesi, Samoa, Polinesia, Isole Salomone e Fiji, solcando le onde dell’Oceano Pacifico meridionale, fra misteriosi incontri con gli abitanti della Papua Nuova Guinea e strambi viaggiatori, come Lili’uokalani, l’ultima regina delle Hawaii. The Cruise of the Snark, pubblicato nel 1911, diventerà il libro illustrato delle sue avventure porto dopo porto insieme alla moglie Charmian.

Nel 1915 torna al Beauty Ranch. È qui che morirà in una notte di fine autunno, a poca distanza dal luogo in cui era nato. Oltre allo scorbuto contratto durante i mesi nel Klondike, nei viaggi per mare era stato attaccato da diverse infezioni tropicali e soffriva di insufficienza renale. Era noto il suo problema di alcolismo in stato ormai avanzato. In tempi recenti, attraverso l’analisi di alcune fotografie del volto un team di medici appartenenti alla divisione di Nefrologia e Ipertensione della facoltà di Medicina della University of North Carolina hanno ipotizzato un avvelenamento da mercurio. Le cause della morte di Jack London a tutt’oggi rimangono un mistero.

Come avviene per qualsiasi essere vivente, anch’io sono il risultato di un processo di crescita. Non ho avuto inizio quando sono nato, o addirittura, nel momento in cui sono stato concepito. La mia crescita e il mio sviluppo sono l’esito di un numero incalcolabile di millenni. Tutte le esperienze fatte nel corso di queste e di infinite altre esistenze hanno per gradi dato forma a quell’insieme – possiamo chiamarlo anima o spirito – che è il mio io. Non capite? Io sono tutte queste vite. La materia non ricorda, lo spirito sì. Ed il mio spirito altro non è che la memoria delle mie infinite incarnazioni.
Jack London
Il vagabondo delle stelle, Adelphi Edizioni, Milano 2005, p. 298

Il richiamo del mare lo sentii all’età di dodici anni. A quindici, ero già capitano e proprietario di uno sloop pirata con il quale facevo incetta di ostriche. A sedici, viaggiavo a bordo di scafi; attrezzati come golette, pescavo i salmoni con i pescatori greci del fiume di Sacramento e mi guadagnai persino un posto da marinaio nelle vedette della guardia costiera. Ero un buon marinaio, sebbene non mi fossi mai spinto oltre la baia di San Francisco o i fiumi che vi confluiscono, e non avessi ancora mai navigato in mare aperto. Poi, al compimento del diciassettesimo anno di età, mi imbarcai come marinaio a bordo di un tre alberi che salpava per un viaggio di sette mesi, andata e ritorno, sul Pacifico. Come non mancarono di farmi notare i miei compagni di viaggio, avevo avuto una bella faccia tosta… Non mi ci vollero più di un paio di minuti per imparare i nomi e le funzioni di certe cime che non conoscevo. Era semplice. Non facevo le cose alla cieca.

… Preferisco una barca a vela a una a motore, e sono convinto che la manovra di un veliero sia un’arte più raffinata, più difficile, più energica di quella di una barca a motore… Non si può dire lo stesso per la barca a vela. Ci vuole senz’altro più abilità, più intelligenza e molta più esperienza.

E non c’è scuola migliore al mondo, per il giovane adolescente come per l’uomo maturo. Se il ragazzo è molto giovane, dategli un barchetta stabile. Il resto lo farà da solo. Inutile cercare di insegnargli qualcosa. Nel giro di poco sarà in grado di issare da solo una vela e di timonare. Poi inizierà a parlare di chiglie, di derive, e vorrà portarsi dietro una coperta per poter passare la notte a bordo.

Non temete per lui. Senz’altro andrà incontro a rischi e disavventure. Ma ricordatevi che gli incidenti domestici non sono meno numerosi di quelli che si verificano sull’acqua. Uccidono più ragazzini le case surriscaldate che le barche, piccole o grandi che siano. D’altro canto, la navigazione ha contribuito a trasformare molti giovani in adulti solidi e autonomi più di quanto abbiano fatto il cricket o le lezioni di danza. E poi, se sei marinaio per un giorno, resti marinaio tutta la vita. Il sapore del sale non si dimentica più. Un marinaio non è mai troppo vecchio per non cedere alla tentazione di lanciarsi in una nuova avventura tra il vento e le onde…

Dall’articolo The joy of small boat sailing, “Le gioie della navigazione con una piccola barca, scritto da Jack London e pubblicato nell’agosto del 1912 sulla rivista inglese Yachting Monthly

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Perdersi in Estonia

Il nastro diritto e deserto della strada che si srotola infinita attraverso i boschi, fino all’orizzonte
Le foreste dell’Estonia, con le cime degli alberi verdi in estate e un mantello bianco nei mesi invernali, quando la neve arriva al ginocchio
Il mar Baltico e il rumore dei sassi mentre rimbalzano sulla superficie ghiacciata
i menù in una lingua incomprensibile e le zuppe calde, bollenti, cremose.

Tallinn e il centro del suo cuore più antico,
le mura della città e i ballatoi che corrono in alto sui tetti,
i vecchi muri di pietra.
Le strade con le vetrine ampie dove stare seduta a bere un caffè e guardare il passaggio della gente, la piazza sconfinata e deserta di notte, alla luce dei lampioni
la sorpresa della cucina medievale e di quelli che sembrano vivere ancora un tempo antico, vestiti con abiti fino ai piedi, di tela grossa, e grembiuli come antichi contadini improbabili nell’oggi;
penso a come deve essere strano e magico vestirsi ogni giorno così per andare al lavoro.
Il ristorante Olde Hansa, subito dietro la curva, e l’oscura taverna III Draakon, dove mangiare con le mani leccandosi le dita unte
salsiccia speziata, cetrioli pescati da un’enorme giara e una ciotola di argilla piena di brodo
la luce delle candele,
Raekoja plats, dove si affaccia il Municipio, e la neve improvvisa di una notte
quando tutta la piazza si è ricoperta in un attimo magico di una coltre di bianco come mille piume d’oca portate dal vento.
Le facciate dei palazzi, fianco a fianco
alti e stretti,
ognuno con il muro di un colore differente.
L’antica farmacia Raeapteek al civico 11 di Piazza Raekoja, proprio all’angolo
attiva dal XV secolo.
Il colore giallo dell’ambra distesa nelle vetrine,
ricordi di antiche rotte,
la via dell’Ambra e i mercanti che primi tracciavano mappe sconosciute
la rete di un’Europa percorsa da carri e navi
Medioevo che ancora si respira fra le strade dove risuonano i passi al tramonto.

La prigione di Patarei, secolare fortezza sul mare
il suono del silenzio nelle celle vuote, i lunghi corridoi tetri
pareti gialle sgretolate e gli scogli a picco sul mare
l’occupazione sovietica,
la sala impiccagioni e un colpo di pistola alla nuca, l’ultimo nel 1991
la fine di un’epoca e i cimeli vintage
sveglie con lo sfondo della luna e Gagarin,
l’URSS nei negozi di souvenir.

Il mercatino di Natale di Tallinn e
solo per un paio di settimane all’anno,
il mare ghiacciato da attraversare come fosse una strada.
La sauna, Patrimonio dell’Umanità, per tirarsi via dalle ossa il freddo dell’inverno.
Fette di torta glassate e una tazza di caffè lungo, la sera
Uscire a fare quattro passi e poi ritrovarsi con le mani ghiacciate
al castello sulla collina di Toompea,
Pikk Hermann, la torre più alta
il palazzo del Parlamento, Riigikogu
e poi i candelabri, l’odore di incenso e legno dorato,
lasciarsi abbagliare dall’oro delle icone
nella cattedrale di Aleksandr Nevskij,
con le inconfondibili cupole a cipolla e lo stile bizantino,
un pezzo di Russia in Estonia.
Dietro al contrasto di mattoni rossi e decorazioni in panna montata candida,
panchine deserte fra gli alberi e il quartiere fatto di vie in salita,
bambini che tornano a casa con gli zaini in spalla e scuole di danza,
il pomeriggio lento e grigio di una giornata come tante,

Il Parco Nazionale di Soomaa e il Lahemaa National Park
quando arriva la bella stagione e l’auto corre fuori dalla città,
in un attimo gli edifici grigi e il traffico lasciano il posto alle
dune sul Baltico e i tetti ricoperti di paglia fatti con la cannarella,
la distesa del mare che non sa di sale, lievemente dolci e
i banchi sabbiosi,
i lupi, le linci e gli alberi della foresta primordiale di Oandu,
camminare sulla spiaggia che sembra senza fine a Pärnu,
7 km di passeggiata e strada ciclabile,
l’architettura Liberty e Art Deco,
un viaggio di inizio Novecento.

I centri termali di Narva e l’antica università di Tartu,
le passeggiate lungo il fiume.
Allungarsi fino a Riga e alla Lettonia,
attraversare il confine fra le foreste per
affacciarsi a un altro mondo, a pochi passi.
Tornare a Tallinn
una notte in autobus e l’alba che arriva appena fuori città,
fra i palazzi delle periferie.
Dall’altra parte
Helsinki, a poche ore di traghetto.
La Finlandia che durante il comunismo si cercava di raggiungere
di notte, in barca.

Svegliarsi nella Città Vecchia e guidare l’auto sempre dritto,
fino alle isole:
Saaremaa e Hiiumaa, le più grandi.
Il faro di Kopu, il terzo più antico al mondo e
il luogo dove mar Baltico e golfo di Riga si incontrano
le onde una contro l’altra.
Dormire in una vecchia scuola a Kurassaare,
il castello e il parco, dove passeggiare fino al mare.

Lo stretto di Muhu,
i mulini a vento e i villaggi dell’isola di Vormsi,
l’area protetta di Kura Kurgu
un gruppo che balla danze tradizionali a Kassari
e le fattorie tra i boschi, una strada che corre solitaria
alberi di mele e staccionate di legno con crani di vacca appesi
mirtilli da mangiare a colazione insieme all’avena cotta nel porridge,
prati sconfinati e la passera di mare affumicata,
boccali di birra, zuppa al salmone,
ospitalità
un concerto al tramonto, bambini che giocano.

Aspettare un traghetto davanti al mare,
ciuffi d’erba fra la sabbia nel molo deserto,
scafi da ridipingere e odore di vernice




Le cose belle della vita

Il colore dell’alba e la sua luce fredda che si stampa in faccia mentre la notte se ne va,
la fatica di doversi svegliare presto, prestissimo e poi la sorpresa di guardare la città mentre si sveglia piano piano.
Il profumo di pane appena sfornato e la fragranza inconfondibile dei cornetti dalle vetrine accese delle panetterie.
I bambini che ti sciamano intorno mentre vanno a scuola vociando,
gli sguardi fra chi è a piedi e quelli sull’autobus all’incrocio.

Fermarsi al semaforo e invece di correre restare lì a guardare la gente che passa, il traffico, le facciate dei palazzi e le vecchiette dietro le tendine.
Mentre il semaforo rosso arriva e passa. Una, due, tre volte…
La primavera all’improvviso anche se non è stagione
e poi
le pozzaghere quando smette di piovere,
le prime viole del pensiero e il giallo delle primule tra le foglie secche nel bosco.
Una salita scoscesa alll’improvviso piena di fragoline selvatiche,
la luna piena e nella notte d’inverno
il grido del gufo appollaiato sul noce di fronte a casa, lontano.

Le amarene aspre che di colpo arrossiscono maturando all’inizio dell’estate.
Le sfumature degli alberi cangianti in ogni stagione come un vestito nuovo,
le montagne che sembrano rosse quando inizia l’autunno e il bosco che diventa un’esplosione di giallo. I campi illuminati dal sole, le cascine sparse
il panorama visto dal treno che ti chiedi chissà lì chi ci abita,
un giorno o l’altro ci vorrei passare da quella stradina sterrata e
bussare alla porta.

Il gusto della prima pesca,
il sole troppo caldo sulla pelle e l’impatto con il mare freddo e salato.
Il blu che ti entra dentro gli occhi e nel solleone l’orizzonte sfocato,
accecante, saturo di luce.
Pulire il giardino con pazienza, tagliare le rose sfiorite,
il profumo di una crostata che cuoce,
l’attesa
mentre il dolce si raffredda prima di portarlo in dono a una vicina.

Andare in un posto per la prima volta e perdersi
le case, ognuna diversa, e la gente fra le strade.
Fermarsi su una panchina a guardare cosa succede lì intorno,
tenere il telefono spento, irreperibile almeno per un giorno.
Vagare fra gli scaffali di una biblioteca solo per ascoltare il silenzio,
camminare fra le sale di un museo di cui non sai nulla solo per godere la bellezza.
Non avere una guida e lasciare che siano solo le sensazioni a parlare e
trascinarti in una mappa nell’altrove.

Il profumo di bucato e sapone di Marsiglia,
le lunghe fila di panni stesi in alto sui tetti,
le lenzuola colorate da una finestra all’altra e i catini di acqua saponata rovesciati per le strade che corrono in rivoli senza fine.
L’odore delle caldarroste che annuncia l’inverno,
la buccia dei mandarini sulla stufa; i cespugli di lavanda e rosmarino che sembrano secchi invece quando li sfiori con la mano chiudi gli occhi e aspiri forte il loro aroma inconfondibile che sa di
estate, infanzia, Mediterraneo.

La bellezza del sabato mattina o della domenica,
di tutti i giorni in cui ti puoi svegliare
senza orologio
senza programmi, quasi stavi per dimenticare com’è,
vivere senza date né numeri. Stare come una lucertola al sole
sentire la pelle che si scalda
addormentarti senza finire quel libro.
Mollare un corso che non ti rappresenta più, un amore, un lavoro, una vita intera.
Riiniziare da capo,
viaggiare senza bagagli.
Perdere cose importanti e scoprire che ne puoi fare a meno.

Aprire la porta di casa.
I fiori freschi in un bicchiere sul tavolo.
Le persone che ancora hanno il coraggio di fare sorprese e improvvisate, senza prima sentirsi in obbligo di chiamare al telefono.
Le margherite e gli steccati di legno, come quelli di una volta.
La cassetta della posta quando c’era una lettera e non la solita bolletta.

Riuscire a fare il primo passo senza stampella,
piangere di gioia quando ti rialzi dopo l’anestesia di un intervento.
Guardare la paura quando è già passata.
Sapere che ce l’hai fatta, oggi sei ancora qui.
Ridere di un fatto che adesso lo sai, non era poi così tragico.

L’arcobaleno dopo la pioggia, la pelle profumata dopo una doccia,
il profumo del bagnoschiuma comprato durante un viaggio.
Il pensiero di un nuovo progetto che stai già pregustando.
Una serata in cui non c’è niente da fare e semplicemente ti godi la giornata che finisce mentre sei nella tranquillità di una cucina. La quieta bellezza
di un momento in cui non sta per accadere nulla,
un momento come mille altri,
in cui non succede nulla se non
il battito del cuore da ascoltare.

I calci di un bambino nella pancia della futura mamma,
spiare dalla finestra gli uccellini che arrivano a beccare i semi ogni mattina,
il cane che aspetta impaziente di fianco al cancelletto.
Le giornate quelle no e poi il sorriso
di quando sai che passerà,
le rughe per il troppo ridere e quelle di chi ha smesso di piangere.
La faccia disegnata dalla vita di quello che ha passato ogni giorno in mare aperto,
fottendosene dei guai,
con il sole in faccia e il vento in poppa.

Il cielo di lampi durante la burrasca,
le tempeste che sembrano portare via tutto e poi siamo ancora qui,
i gabbiani nel blu
il pensiero delle persone che si svegliano o vanno a letto dall’altra parte del globo.
Le pile di libri che non trovano un posto,
l’emozione della laurea appena discussa,
un nuovo essere vivente che inizia
il suo primo respiro
esattamente adesso.

Stringere i denti e sapere che per oggi va bene così, trovo tempo per fare attenzione e
vedere una cosa bella.
Almeno una. Perché mi ha cambiato il sorriso e la giornata

Le cose belle della vita sono ovunque,
sono nel mondo intorno,
sono nel nostro sguardo.
Sono l’attimo magico in cui
all’improvviso
ricordi
Sono l’attimo in cui ricordi l’importanza della bellezza.




La storia di Stan Getz

Sassofonista, Stan Getz è stato uno dei musicisti più celebri al mondo, interprete di musica jazz e protagonista della nascita del jazz samba.

Stan-Getz-musicista

Il suo cognome porta il vento lontano di Paesi al di là dell’oceano: Stan Getz, o meglio Stanley Gayetsky nasce a Philly, Philadelphia, nello stato della Pennsylvania, il 2 febbraio 1927 da genitori ebrei ucraini. Cresce, povero, nel Bronx e trova il suo primo ingaggio nel dicembre 1942. Ha solo sedici anni, ma suona già come professionista per Big T, il trombonista e cantante jazz Weldon Leo “Jack” Teagarden, che morirà in un motel di New Orleans dopo aver suonato al The Dream Room per l’ultima volta nella sua vita, un’esistenza intera vissuta per la musica. Nel 1944 suona con il pianista e compositore Stan Kenton: guadagna 125 dollari alla settimana, parte dei quali inizia a essere spesa in eroina.

Un giorno a Seattle entra in un drugstore, situato di fronte all’hotel in cui erano alloggiati per il tour. Fingendo di avere una pistola sotto al cappotto, minaccia la donna che si trova dietro al balcone, Mary Brewster, la quale sussurra al cliente in fila “rapina”. La volante arriverà presto, ma nel frattempo Stan scappa dall’altra parte della strada. Per telefono dirà: “Sono veramente spiacente per la cosa folle che ho fatto. Non avevo mai fatto una cosa simile prima d’ora, non sono un rapinatore, sono una persona perbene. Mi costituirò spontaneamente mercoledì”. Chiuso nella sua stanza d’albergo tenta di suicidarsi con una confezione di barbiturici, verrà salvato dalla polizia che bussa alla sua porta per cercarlo dopo il tentativo di rapina. Al notiziario della sera la sua faccia tirata e atterrita prima della corsa in ospedale con la tracheotomia che gli salva la vita. Non ci sono giustificazioni, è ora che tu cresca, dirà il giudice al processo dove il musicista verrà condannato a sei mesi di prigione e tre anni di libertà vigilata.

Corroso dall’eroina e dall’uso di barbiturici che durante i concerti mescolava all’alcool per evitare gli effetti dell’astinenza, Stan Getz fuggirà dagli Stati Uniti verso la Danimarca. Nella sua esistenza vive luce ed ombra: è acclamato come miglior sassofonista dalle riviste specializzate, salvo poi trascorrere lunghe nottate solitarie in locali semi vuoti. Eppure certe vite sono così, capaci di vivere la vocazione in maniera totale e forse è la passione stessa ad accompagnare i più coraggiosi sull’orlo di un abisso su cui pochi accetterebbero di sporgersi.

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Negli anni sessanta entra in circolo nel suo sangue di jazzista la stagione della bossa nova, fatta di ritmi trascinanti e capace di portare dal Brasile tutto il calore della tradizione del samba. Stan Getz incontra il chitarrista e cantante João Gilberto Prado Pereira de Oliveira, meglio noto con il nome d’arte João Gilberto. Il disco Jazz Samba registrato insieme a Washington è considerato uno degli album jazz più venduti di sempre e il singolo Desafinado varrà a Getz il Grammy for Best Instrumental Jazz Performance nel 1963. Un successo che dopo qualche anno verrà superato da Garota de Ipanema di Jobim e de Moraes: a cantarla nella celebre versione inglese The Girl From Ipanema Astrud Gilberto, casalinga, che quel giorno accompagna il marito per fargli da interprete. Quando si dice il caso…

Stan Getz muore a Malibù, in California, il 6 giugno 1991 per un cancro al fegato. Al mondo lascia in eredità tutta la sua musica: ogni nota una vibrazione nata dal sangue, fino all’ultimo respiro tenendo per mano la vita e la morte, luce e ombra, per trasmettere una passione totale capace di far vibrare l’anima al di là del tempo.




La partita a carte con nonno

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Di Dana Carmignani

Si giocava a carte con nonno e nonna nelle sere di inverno. O meglio loro giocavano.
Si mettevano allo stesso tavolo di ora, di punta d’angolo, rivolti l’uno verso l’altra. Il braciere in mezzo alle gambe, il fuoco che ardeva, e se le davano di santa ragione. Se le dicevano pure di tutti i colori e si zipittavano come bambini.
Io assistevo a quell’incontro come assistessi ad una commedia a più atti recitata solo per me.
Prendevo la mia seggiolina , anche quella ce l’ho sempre, e mi piazzavo fra i due anch’io col mio caldanino fra i piedi, i miei librini e di solito il micio in collo, e poi mi preparavo a quello spettacolo esilarante che si protraeva finchè nonno non ne poteva più e sbottava alzandosi di scatto e gettando il cappello sulla tavola urlando.. “ Vo’ alletto con te un ci gioo più!”

Io mi scompisciavo dalle risate piegata in due e tra un po’ rischiavo di cascare in terra, perché a quella scena finale, nonno, non ci arrivava subito.. prima gonfiava per diverse volte, perché tanto lei vinceva sempre.. “ Tieni – diceva nonna a me accanto, porgendomi le sue vincite- tienimele te..” Mi toccavano le sue carte razzolate in quelle gettate che schioccavano sul marmo e mi sembrava facessero scalpore persino in quella cucina affumicata dal fuoco e dal fumo di nonno, che in quei momenti si intensificava. E io mi accorgevo dell’umore e delle carte perdenti che aveva in mano lui, proprio perchè cominciava a tirare quella pipa come fosse una ciminiera, ansioso come un pargolo che sa di andare incontro ad una perdita sicura, però non vuol cedere.

Gli occhi di lui, neri scuri guizzavano da sotto il cappello e la scrutavano, mentre si intorchiava i baffi con una visibile tensione che cresceva a man mano che perdeva.
“ Scopa!” Tuonava nonna, che, al contrario di lui, attenta, immobile, come un giocatore di poker, invece non batteva ciglio. Io solo mi accorgevo da una minima alterazione del labbro, che le si incrinava in un movimento impercettibile di lussurioso compiacimento, che lei era in una botte di ferro. Era lo stesso movimento invisibile quasi e sornione che nonna aveva quando me le meritavo ma non mi faceva niente.. avevo capito di piacerle tanto e avevo capito che bastava farla ridere. L’ironia di nonna era indiscutibile e sicchè se ci riuscivo, se le si rizzava il labbro in quel modo in certi momenti, anche se mi toccavano, me le scansavo.

Ecco quando giocava a carte con nonno era così lei. Tutta un gongolio che io riuscivo a vederle addosso. Ed era irremovibile. Non c’era verso di nulla lei non demordeva, nemmeno durante le sceneggiate di lui.
Perché dico commedia a più tempi.. perché di solito alla prima partita persa.. lui faceva il verso di andarsene.. si alzava scuoteva la seggiola.. “Uhm ..” diceva annuendo, muto..
Lei doveva capire cosa voleva. Era sempre così nonno, lei doveva intendere da un mugulo, o da un’occhiata.. e il bello è che lei capiva .. “ Che voi? – diceva lei quando capitava anche a tavola che lui alzasse gli occhi mugugnando- che voi il vino? Un te lo poi piglià datte’.. è lì..”
No , lui voleva che lei glielo mettesse davanti, proprio davanti il fiaschetto.. “ Un lo poi alzà il braccio.?.” – diceva lei, però poi glielo avvicinava.

Ma a carte no. Non si faceva corrompere. Rigida e risoluta rimaneva nelle sue posizioni. Conosceva bene i suoi polli , infatti lui, dopo la prima alzata, tornava indietro.
Lei dava un’occhiata a me di sottecchi, senza fiatare, come volesse dirmi.. “ Hai visto bimba.. così si fa..”.. infatti nonna non solo a carte ma anche nella vita reale non si sottometteva mai a lui. Lo rispettava , a volte lo assecondava, lo seguiva ma sempre rimanendo ferma nelle sue posizioni che se si contrapponevano a quelle di lui si facevano sentire.. imparavo il rispetto reciproco da due vecchi che se le davano a carte ma si amavano e si erano amati tutta la vita.

Ripartiva la partita, lui si rimetteva a sedè.. e di solito riperdeva.. io mi riscompisciavo.. lui faceva i soliti versi.. a volte pigliava anche l’uscio dell’andito per andà su.. e poi si risedeva perché non gliela voleva dà vinta in ogni modo..
“ O falla finita d’andà su e giù .. che viene freddo.. chiudi l’uscio e mettiti a sedè..che ti do’ la “riperdita”..
Lei proprio non gli dava soddisfazione, anzi infieriva non gliene passava una al poromo.. che mogio mogio si rimetteva a sedè chiudendo l’uscio, anche quello sempre lo stesso, che dà sull’andito delle scale e che pure chiudendolo non certo sortiva l’effetto di più calore. Solo che in cucina se si stava chiusi rimaneva un po’ più di tepore che del resto della casa.
E noi si stava chiusi, si stava in pratica solo lì al canto del fuoco e con persino gli scuroli sprangati che d’inverno eran bloccati già alle quattro.

In quelle sere dei miei ricordi esilaranti, non c’era altro in casa, né stufa, ne acqua né frigo ..figuriamoci la televisione.. niente.. solo quel camino acceso quei bracieri fra le gambe .. quei due vecchi..i miei librini e il gatto.
L’aria entrava dagli spifferi e soffiava fuori in inverni duri che portavano tramontane che facevano ululare gli alberi come lupi, o piogge battenti che picchiavano nel buio sulle finestre tappate, come mani che volessero aprire a tutti i costi , per entrare a quel briciolo di calore che emanavano quel fuoco e quelle persone.
Perché ebbene sì c’era calore fra noi, che non era dato solo da quel povero fuoco. Io ero felice. In mezzo a quei due vecchi mi sentivo protetta e al sicuro, in quelle serate che non erano nemmen lunghe se si vuol vedere , perché in realtà duravano poco visto che si cenava alle cinque.
Quelle serate che a me parevano interminabili , erano corte invece e finivano presto, perché all’ennesima partita persa di nonno .. ci si alzava anche noi..
“Via via bimba si va alletto tanto la battuta ni s’è data anche stasera”
Nonno era già partito tutto inculito ed si era avviato sulle scale prima che ci si avviasse noi.

Nonna parlava con me al plurale come se anch’io avessi fatto parte di quella “battuta”, come diceva lei, che aveva dato a nonno. Continuava a ridere sulle scale, guardandomi complice e trasmettendomi in quei momenti una sicurezza interiore, che mentre mi teneva per mano e si andava sopra in quel gelo e al lume di una piccola lampadina, mi pareva che non solo lei avesse verso di me, ma che anch’io riuscivo a trasmettere a lei. Come se io piccola, potessi sorreggerla nella sua anzianità, come se potessi sostenerla in qualcosa che non capivo bene, ma che lei mi trasmetteva con quei guizzi negli occhi, quei lampi di felicità che non eccedevano mai in tante coccole perché era sobria lei, però si vedeva.
Lo vedevo al meglio quando in quelle serate salivamo le scale e mi sembrava proprio che una grande e una piccola, una vecchia e una giovane, non fossero tanto differenti, ma insieme si spalleggiassero in un mondo che come quegli inverni era duro, e insieme si facevano coraggio e compagnia.

Mai come in quelle sere me ne son resa conto al meglio e al meglio ho ringraziato nelle preghiere che lei prima di dormire mi faceva dire.
Arrivate con nonno avanti, sul pianerottolo sopra, ci si divideva. Nonno borbottando una buonanotte, ancora imbronciato pigliava per la sua camera, che era rimasta la loro camera da sposi.. nonna e io si dormiva , da quando ero arrivata lì, in quello che era chiamato il camerone dietro e che era stato della zia Melia, e si entrava in una stanza gelida che di bello aveva solo il fuoco a letto.. io mi spogliavo ed entravo veloce al caldo ricordando.. “ Come gliele hai cantate nonna”.. ovvio prendevo le sue parti, e lei sorridendo si spogliava e si infilava con me in quel calduccio, io mi appiccicavo a lei e sognavo, sognavo un mondo fatto di poco, di bellezze che mi pareva fossero poi tutte lì in quel piccolo mondo dove in una partita a carte era racchiuso anche l’universo intero.

Grazie all’autrice Dana Carmignani per il dono di questo racconto inedito.
Chi è curioso può continuare a leggere “I racconti di nonna Giulia (storie toscane per Facebook)“, “I nuovi racconti di nonna Giulia” e “Prendere il volo” piccole storie di vita vissuti e dolci memorie.
Qui trovi tutti i libri di Dana Carmignani

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