Storia di Nat Love

Nato schiavo, è un uomo libero e decide di andare a prendersi il suo futuro diventando un cowboy

La storia del cowboy Nat Love

cowboy Nat Love

Era nato in un giorno di giugno del 1854, nessuno sa esattamente quando. Si chiamava Nat. Nat Love.

Era nato schiavo in una piantagione del Tennessee. Che cosa significa essere schiavo? Schiavo è quando qualcuno pensa che puoi essere di sua proprietà. Tu ci credi davvero, che qualcuno possa di proprietà di qualcun altro, ti sembra possibile? Nat Love era nato in un mondo e in un tempo in cui qualcuno credeva che fosse possibile e infatti il suo cognome, “Love”, era il nome del proprietario della piantagione dove viveva. Ma con un nome come quello, che dopo tutto significa una delle parole più rivoluzionarie del mondo, “amore”, la vita doveva avere in serbo una bella sorpresa pronta ad accadere.

Nat Love, nato in un caldo giorno di giugno di due secoli fa, nel 1854, aveva un papà e una mamma. Il suo papà faceva il caposquadra e la sua mamma era la responsabile di cucina che sfamava tutta quella gente impegnata dalla mattina alla sera nel lavoro dei campi. Aveva anche un fratello e una sorella: si chiamavano Sally e Jordan.

Sai che agli schiavi era proibito leggere? Ma il papà di Nat, che si chiamava Sampson, gli insegnò a leggere. In segreto. In quel periodo in America ci fu una grande guerra perché gli schiavi si erano stufati di essere schiavi e altri che schiavi non erano pensarono che fosse una cosa molto brutta continuare a considerare le persone come proprietà di qualcuno così tutti insieme fecero una guerra, per difendere la libertà e dire a tutti che siamo persone e le persone sono libere.

Siamo persone e le persone sono libere

Alla fine ce la fecero: vinsero la battaglia, anche se poi fu necessario molto tempo per convincere la testa delle persone che ognuno di noi è davvero una persona libera e la libertà è dentro ognuno di noi. I genitori di Nat continuarono a vivere dove erano sempre vissuti, coltivando tabacco e mais. Ma il papà di Nat morì e così Nat iniziò a cercare un modo per aiutare la sua famiglia: avevano bisogno di mangiare, di vestiti e cose utili. Come posso fare per aiutare la mia famiglia, si chiedeva lui?

Devi sapere che Nat Love era davvero bravo con i cavalli. Sapeva cavalcarli, capirli, addestrarli. Forse, in una semplice parola, li amava. Fu così che Nat inizia a lavorare in un ranch e un giorno succede che si trova a una festa di paese, una di quelle serate dove c’è la musica, si beve, si balla e si festeggia sotto le stelle per tutta la notte. C’è anche una lotteria: tu compri un biglietto poi estraggono dei numeri e se sei così fortunato da sentire i numeri che hai in mano allora hai vinto. Bè, quella volta Nat Love non poteva credere alle sue orecchie: era proprio il suo numero quello che stavano dicendo.

Vinse un cavallo. Lo vendette al proprietario del ranch dove lavorava per 50 dollari e con quei soldi decise di partire. Sì, proprio così. Partì per il viaggio alla conquista del suo futuro. Aveva 16 anni e decise che sarebbe andato nel grande West, il territorio dall’orizzonte sconfinato, dove tutto era possibile, terra di briganti, deserto e cowboy.

Vaqueros, i primi cowboy

A Dodge City, nel Kansas, Nat Love iniziò a lavorare come cowboy al Duval Ranch, in una tenuta sul fiume Palo Duro. Imparò a seguire una mandria a cavallo e tenere lontani i ladri di bestiame. Nat Love galoppava con il suo cavallo in lungo e in largo per la prateria, con il suo lazo e un vecchio cappello sulla fronte. Correva nel vento della notte e fra la polvere del giorno sotto al cielo sfolgorante, caldissimo d’estate, ghiacciato d’inverno. Era forte e coraggioso, lo conoscevano tutti nei dintorni.

Un giorno Nat Love sellò il suo cavallo, salutò chi conosceva e cavalcò fino in Arizona. Lì, sul fiume Gila, c’era un ranch, il Gallinger Ranch, e lui iniziò a lavorare lì. Quando aveva tempo andava al saloon, che era un po’ il bar dell’epoca in quei posti e al bancone conobbe tanta di quella gente: cowboys famosi come Billy the Kid, Pat Garrett o Bat Masterson. Lui era solo un ragazzo e loro già dei grandi, per questo gli piaceva ascoltare le loro storie e continuare a sognare.

La vita avventurosa di Nat Love

Un’altra volta dovette guidare una mandria fino a Deadwood, che a dire il vero signfica qualcosa di molto simile a “bosco morto”, un nome che non invoglia visite, nel territorio del Dakota, una pianura arida dove il cielo blu si staglia sulla terra piatta e arancione. Proprio lì lo scrittore Edward Lytton Wheeler diede a Nat Love un soprannome con cui rimase famoso per il resto della vita: Deadwood Dick, perché al rodeo di Deadwood Nat vinse e stravinse tutte le gare dimostrando di essere il più grande cowboy di sempre.

In quel periodo c’era un’altra tempesta nell’aria. Antiche tribù come quelle dei Sioux avevano la loro guerra da portare avanti. Si ribellavano contro chi voleva rinchiuderli nelle riserve e aveva rubato loro la sacra terra. Gli indiani, che abitavano queste vaste pianure da sempre, non avrebbero mai pensato che la terra fosse di qualcuno e men che mai loro. La terra è della terra: siamo noi ad appartenere alla Terra, dicevano, ed è un pensiero bellissimo questo. Ma altri, che invece la terra la volevano ed erano pronti a strapparla, arrivarono fino a quelle pianure ai confini del mondo e iniziarono a uccidere i bisonti che correvano liberi cacciando via gli indiani. Ma questa è un’altra storia.

La seconda vita di Nat Love, ovvero quando il cowboy appende il cappello al chiodo

Quello che invece accadde al cowboy Nat Love è che in Arizona un giorno incontrò anche lui gli indiani. I pellerossa, li chiamavano, perché passavano la loro vita libera, a cavallo e all’aperto; dormivano in grandi tende chiamate tepee, erano abbronzati e forti, indossavano collane e piume colorate fra i capelli scuri. Tu immagina una giornata polverosa e calda con il sole alto, loro, i pellerossa della tribù Pima, sui loro alti cavalli selvaggi, che cavalcavano senza sella, e lui, un cowboy di nome Nat Love, solitario sul suo cavallo. Loro pensarono che lui fosse uno dei cattivi, uno dei cowboy che arrivavano lì per distruggere le loro tende e rinchiuderli. Così lo inseguirono con le loro frecce e Nat Love fu ferito quattordici volte, raccontò dopo.

Fu la pelle a unirli. Perché Nat Love era nato in America, ma aveva una storia che veniva da lontano, da un paese immenso chiamato Africa dove il sole brucia fortissimo, dove una volta c’era il mare e ora il deserto che solo certi azzurri cavalieri sanno esplorare. Anche lì un giorno era arrivato qualcuno, di nuovo, che credeva si potessero possedere le persone e così le aveva caricate su una nave e portate via, al di là del mare, verso una nuova terra sconosciuta che poi era diventata nuova casa, la stessa in cui era nato Nat Love e anche loro. Sta di fatto che la sua storia Nat Love ce l’aveva scritta in faccia, negli occhi e sulla pelle. E anche loro: è così che si riconobbero.

Perché succede che a volte basta un attimo per riconoscersi, soprattutto se hai centinaia di anni sulle spalle e una storia che per tutta la vita non ha cercato altro che libertà. Dicono che solo chi abbia conosciuto che cos’è la prigione possa sapere com’è fatto il gusto autentico della libertà. Forse anche per questo Nat Love proprio non poteva fermarsi. La tribù Pima avrebbe voluto adottarlo e farne un membro del loro gruppo: lo curarono e lui visse nelle loro tende, scoprendo le erbe che loro raccoglievano da millenni, da mangiare e per curare le ferite. Scoprì che cosa significa sedersi attorno al grande fuoco, insieme, e vedere un cielo stellato come solo nel deserto e in certe sterminate praterie si riesce a scorgere. Vide l’amicizia e il senso di solitudine, che sempre è nel nostro cuore, perché, ricordati bene: il Destino è dove ti porta la strada che hai nel cuore, solo a lei devi essere fedele. Perché solo tu sai per che cosa batte il tuo cuore.

Il cuore scalpitante di Nat Love batteva per essere libero e così alla prima occasione buona acchiappò un pony e galoppò via. Quando si fermò era arrivato in Texas. Dopo una manciata di anni la sua vita si intrecciò a quella di Alice e fu per sempre: ebbero una figlia, che crebbe fiera e bella, bella come solo sa renderti lo sguardo orgoglioso di chi ti guarda con libertà. A Denver Nat Love lavorava come facchino in una stazione di autobus. Ogni tanto si fermava e guardava tutta quella gente che andava e veniva, instancabilmente, da una parte all’altra dell’America: viaggiatori solitari, donne con i loro bambini, vagabondi, operai diretti verso le famiglie lontane. Ognuno partiva con un viaggio nel cuore, ognuno tornava con un sogno dentro, che lo aveva portato lontano o lo riportava a casa. Un giorno ci saltò sopra anche lui su quel treno perché iniziò a lavorare lungo la linea ferroviaria che collegava la città di Denver a Rio Grande; si occupava dei bagagli a bordo dei vagoni letto.

Te lo immagini tu, un vecchio cowboy mescolato ai bauli e ai pacchi da caricare e scaricare dai treni? Se riesci a immaginartelo allora sappi che nessuno, proprio nessuno di noi, potrebbe mai indovinare quante vite può vivere una persona in tutta la sua vita. Quando aspetti alla fermata di un bus e guardi chi arriva e chi va riflettici bene, anche solo per un momento. Perché forse è solo con il potere dell’immaginazione e qualche piccolo dettaglio spesso così minuscolo da passare inosservato se riusciamo a farci un’idea delle vite degli altri, che sempre, e lo ripeto, sempre, rimarranno comunque un grande, insondabile, segreto.

Così pensava Nat Love, cowboy che era stato schiavo ed era diventato uomo libero, cosa che in fondo era sempre stato, libero, dico, anche quando gli altri ancora non lo sapevano. Perché non dobbiamo mai, dico mai e poi mai, aspettare che siano gli altri a farci scoprire ciò che siamo: impara a essere la storia che di te vuoi lasciare. Tutto è possibile, ma solo quando inizi a farlo accadere. Fu così che dopo essere stato domatore di cavalli, cowboy, padre, facchino e addetto ai treni, Nat Love prese la penna in mano: divenne scrittore, cosa che anche quella forse era sempre stato perché non aveva mai smesso di raccontarsi la sua storia, anche solo per non dimenticare tutta la strada fatta, fin dove l’aveva portato.

Con la storia della sua autobiografia mise da parte un bel gruzzoletto; continuò a vivere in California, dove si era trasferito con la sua famiglia. Lavorò anche come corriere e guardia per una società di sicurezza, un mestiere che in fondo gli ricordava l’inizio della sua vita, quando doveva tenere d’occhio la mandria e stare attento ai ladri di bestiame: solo che qui non andava a cavallo e attorno non si levava la polvere delle sterminate praterie nel selvaggio West, c’era Los Angeles e le sue strade immense dove un giorno, di lì a non molto, avrebbero costruito grattacieli infiniti, che forse li chiamano così proprio perché come dita impavide sembrano fare il solletico all’alto. Los Angeles, la città degli angeli, degli Anni Ruggenti, gli anni venti, dove si sarebbe suonato il jazz tutta la notte: le melodie che i suoi genitori cantavano al tramonto nella piantagione di Love, ormai scomparsa, insieme a tutte quelle persone che ci erano passato. Gente che aveva sudato, lavorato, cantato, ed era morta sognando un altro mondo: un mondo diverso e migliore che forse non avrebbe visto mai ma che da qualche parte, nel cuore, esisteva da sempre.

E allora Nat Love prima di tornare, passo dopo passo, a casa da sua moglie Alice a volte si sorprendeva a fermarsi un attimo, in una pausa ribelle, perché fosse anche solo per una manciata di istanti dobbiamo ricordare di rubare al ritmo della routine infernale un respiro che ci faccia ricordare di essere sognatori. Guardando il tramonto non poteva non sfuggirgli un sorriso: quante vite può vivere una persona. Eppure, in fondo in fondo, non andiamo mai via dal nostro cuore: è lì dentro che viviamo e quello che sentiamo lo portiamo anche fuori, ovunque andremo.

Grazie a Farwest.it per le informazioni su Nat Love. Da leggere per approfondire:

 “The Life and Adventures of Nat LoveBetter Known in the Cattle Country as ‘Deadwood Dick’ by Himself”, autobiografia (1907)
 “Life and Adventures of Nat Love”