Come nacque il flauto?

Una persona cammina lungo le rive del fiume. È sera, è mattina: il suo villaggio è poco lontano. All’alba cammina fra la vegetazione mentre la luce del mattino caccia via il buio, passo dopo passo al tramonto cammina e il sole se lo portano via le stelle.

All’improvviso, si ferma. Ascolta. C’è il suono del vento che passa e attraversa il mondo.

Lì intorno, altissimo, il bambù. Ecco da dove arriva questa musica. Chiude gli occhi e ascolta. Il vento fa correre veloci le nuvole e scuote il bambù, si infila nelle canne che crescono accanto al fiume e fa suonare l’aria, mentre l’acqua accompagna il tempo con il suo flusso costante.

Siamo in Cina. È così che nasce il flauto. Una persona, qualcuno che ha ascoltato la musica del vento, si ferma e taglia un pezzo di bambù. Pratica dei fori così che l’aria possa attraversare il fusto vuoto e produrre suoni.

Anche noi siamo vento. Siamo respiro. Soffiando moduliamo il ritmo della tempesta e della bonaccia. Diventiamo musica.

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Dall’altra parte del mare. Dall’altra parte della terra, tra le foreste antiche di un luogo nascosto dalle montagne qualcuno cammina nel bosco. Si cammina in silenzio nel bosco, per ascoltare ogni più piccolo rumore intorno. Gli uccelli volano e chiacchierano fra loro gorgheggiando.

Fischia. Se fai passare attraverso le tue labbra umide il respiro ti accorgi che c’è un sibilo diverso, nuovo, che si diffonde nell’aria. Ti confondi anche tu con un uccellino, se ti alleni.

In Germania nella cava di Hohle Fels è stato ritrovato un piccolo flauto; è lungo circa venti centimetri ed è stato creato dall’osso di un uccello, il radio di un grifone, un uccello che arriva a un’apertura alare di due metri. Lì vicino c’erano altri due flauti, in avorio. Sembra che siano stati dimenticati lì 35000 anni fa. In Cina, a Jiahu, 9000 anni fa una mano lascia cadere un piccolo flauto: è in osso, ricavato da una zampa di una gru della Manciuria, che abita fra i canneti, nelle acque poco profonde lungo il fiume e i piccoli laghi cinesi. Sono spariti nell’acqua e consumati dalla terra i piccoli flauti dei bambini di un tempo e dei vecchi distesi fra i prati, ma la memoria ancora li ricorda. Il Dizi, che a volte viene chiamato Zhudi, bambù, è un flauto traverso tradizionale di origine, ora lo sappiamo, antichissima che ancora oggi viene suonato in Cina.

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In un tempo così lontano che facciamo persino fatica a immaginarlo, le persone camminavano nelle foreste, lungo le rive dei fiumi, da una parte all’altra del mondo. In Grecia si raccontava di un dio, un ragazzo divino di nome Pan, che abita, libero e selvaggio, la foresta. Pan si innamora di una ninfa, una piccola fata dei boschi, di nome Siringa, ma a lei quel ragazzo non piace e perciò scappa via e chiede aiuto alle Naiadi, ninfe che abitano le acque dolci. Le Naiadi trasformano Siringa in una canna di fiume ed è così che ascoltando quel suono Pan si ferma, rapito, e trasforma il suo amore non corrisposto in musica. Siringa in lingua greca è σῦριγξ e significa anche “condotto, galleria, canale”. Anche fra le Ande, montagne antiche nate 180 milioni di anni fa, si suona il flauto. Il flauto andino è chiamato Quena o Kena, canna.

È il vuoto a fare la musica. È il silenzio a fare il ritmo. È il cuore a fare armonia.

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Pubblicato da

Maddalena De Bernardi

Giornalista freelance e web writer, scrivo di qualità della vita. Ho un dottorato in etnosemiotica con un progetto di ricerca sui riti di cura. Da qualche anno vivo in un borgo dell'Appennino modenese e mi occupo di resilienza, educazione, meditazione

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