Fra le montagne dell’Appennino intorno a Frassinoro, provincia di Modena, un tempo i cacciatori aspettavano un certo giorno di ottobre, per la precisione il giorno otto, per restare con il naso all’insù e attendere il passaggio del colombaccio. Proprio in questa data, una moltitudine di stormi fendeva l’aria fredda di montagna prima di continuare il suo viaggio. Oggi le date diventano più sfalsate e sfocate, complice anche il clima. Ma ottobre continua a segnare il momento in cui appaiono i colombacci, pronti a inseguire l’orizzonte.

Secondo l’European Journal of Wildlife Research i colombacci che abitano il Nord Europa volano lungo la rotta dell’Atlantico, mentre dalla Russia sud-orientale e Ucraina solcherebbero il Mar Nero. I cieli italiani vedono il passaggio di colombacci che dall’Ungheria e zone dell’Est Europa si dirigono verso l’Africa. Alcuni non partono affatto e sono ormai diventati residenti ufficiali di metropoli come Parigi, Londra o Brussels, dove vivono nei grandi parchi cittadini.

Tu immagina di respirare forte e poi prepararti al grande volo. L’aria si fa sempre più fredda lassù, in cima. Bisogna stare compatti, spendere meno energie possibili e come se non bastassero le correnti d’aria, i rovesci improvvisi o la stanchezza, è necessario fare attenzione ai cacciatori. Batticuore. Batti, cuore.

Stare all’erta, sempre. Il viaggio è lungo e pericoloso

Il colombaccio appartiene alla famiglia dei Columbidi, come la colomba e il piccione, simile ma più piccolo: è grigio, con un collare bianco e il petto cangiante dai riflessi viola e verdi. Sembra che gli uccelli sappiano portare felicemente a termine, ogni anno, la migrazione grazie a un orientamento micidiale, capace di combinare mappa del territorio, correnti e sensi. Uno fra tutti l’olfatto.

Ha una vista acuta – è in grado di avere una visuale a 270° – e un udito particolarmente sensibile ai suoni acuti. La stagione degli amori è in primavera: il colombaccio è monogamo; le uova le covano mamma e papà, alternandosi. Mangia soprattutto semi ed è ghiotto di mais, bacche e qualche volta piccoli vermi. Ama la vita in gruppo e nello stormo ci sono ruoli ben precisi. Viaggia in piccoli gruppi, che a volte si mescolano fra loro.

Dai cieli dell’Europa il colombaccio sorvola le città dall’alto. Attraversa boschi, laghi e case sul Mar Nero e si lascia alle spalle l’Est volando fino in Medio Oriente, in Tunisia, Algeria e Marocco

Nell’antico poema del Gilgamesh, così come nella Bibbia, è la colomba a cercare la fine del diluvio e trovare il segno della speranza per un nuovo futuro. Dopo la battaglia di Verdun, nel 1917, la femmina di piccione Cher Ami divenne un’eroina della Grande Guerra, insignita della Croix de guerre per aver salvato la vita di moltissimi uomini. Si calcola che nei suoi dodici viaggi compiuti da Verdun a Rampont volasse per 30 km in 24 minuti.

I piccioni nell’antica Roma erano il simbolo di Venere, dea dell’amore. Sembra che il piccione abbia un istinto finissimo a ritrovare la sua dimora anche quando molto lontano: oggi sappiamo che possiede un olfatto estremamente percettivo.

Sarà nell’olfatto il segreto della migrazione? Anna Gagliardo, presso l’Università di Pisa, nelle sue ricerche studia questa ipotesi. Un’altra, formulata da Mark Wild, dell’Università di Auckland, riguarda la relazione fra colombi e magnetismo. Durante un esperimento con colombi non ammaestrati gli animali sono stati privati dell’olfatto: solo un sesto di loro è riuscito a tornare e solo dopo ventiquattro ore.

Se il “naso” è così importante, puoi solo immaginare quale incredibile shock debba essere stato ritrovarsi così, catapultati in cielo, con la sensazione di “un pezzo in meno”. Sentirsi persi. Il senso di panico di quando la tua mappa improvvisamente si rompe, spezzata come un foglio di carta strappato e ormai inservibile. Non tutti i dolori sono acuti, alcuni si muovono in silenzio.

Da uno studio condotto nell’Università di Keio, in Giappone, sarebbe emerso che i piccioni, in grado di riconoscere e mantenere in memoria per anni un numero spropositato di immagini (circa 1200), saprebbero distinguere un dipinto di Chagall o Van Gogh per poi individuarne l’appartenenza di altri dello stesso autore guardando lavori mai visti prima.

Tu immagina di volare. Dall’Europa del nord, dai boschi di acero e faggio, alla terra rossa e infinita dell’Africa. C’è il mare in mezzo, oscuro e blu. Le navi. Colline, porti, città, montagne. Tu immagina cosa deve essere la vita, e il mondo, visti da lassù. Quante cose da ricordare, quanti dettagli a cui prestare attenzione, quanti dati da cui lasciarsi sorprendere. Quante immagini che rimarranno nel cuore, sempre. E magari, mentre ti addormenti la sera, chiudi gli occhi e di colpo ritornano tutte queste fotografie stampate nella mente. Viaggiare anche mentre dormi, rivivere. Immaginare.

I piccioni volano sui tetti de Il Cairo, nello Yemen e persino sui campi profughi siriani: vengono allevati e curati per le corse. Nel mondo arabo le gare dei piccioni hanno una tradizione antichissima. Questi uccelli compaiono dipinti sulla roccia delle antiche piramidi: la civiltà egizia li conosceva e li allevava già allora, millenni fa.

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