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Che cosa voglio fare del mio tempo?

Sarebbe bello imparare il non-fare nel fare. Allora potremmo lavorare e pulire, cucinare o passare l’aspirapolvere con la stessa leggerezza di quando i bambini lavano le tazze della colazione giocando con l’acqua per mezz’ore intere. Potremmo dipingere, cucire, pettinare, sbrogliare, saltare, sguazzare, senza occhio per l’orologio. Potremmo perdere il tempo, goccia dopo goccia, e poi miracolosamente, ritrovarlo. Nell’istante in cui tutto accade improvvisamente la perdita si ricostituisce e la ferita, come insegna la colata d’oro dell’arte kintsugi, diventa esperienza: nel tempo dell’attesa lavora il desiderio, nel tempo di dipana il filo dell’esistenza.

La domanda è questa e non ci sono scappatoie. Che cosa voglio del mio tempo? Perché le cose da fare sono tante, è vero; sono tante anche quelle che sembrano belle, buone giuste. Eppure non c’è tutto il tempo del mondo: non avrai tutto il tempo del mondo, nessuno di noi lo ha.

E allora succede di doverci pensare e riflettici bene, sul tuo tempo, perché ne va del filo che intesse la vita intera. Inseguilo quel filo, tienilo fra le dita e guardalo.

Dove mi porta il filo del tempo? Nel Taoismo wu-wei è “non-azione”. Le cose verranno a noi, dicono i saggi di ogni tempo in tutto il mondo: tutto arriva al momento giusto, né prima né dopo. Ciò che non è affatto semplice, invece, è l’attenzione. Un po’ come quelle ragazze nella notte, raccontate in una pagina antica della Bibbia cristiana, che attendono lo sposo; attendono con una lampada e dell’olio, ma se ne usi troppo, al momento sbagliato, non ci sarà per l’attimo fatale in cui servirà. C’è sempre un attimo fatale, in cui all’improvviso ti devi svegliare e alzare: il momento catartico in cui esserci, non si sa quando ed è per questo che dobbiamo stare svegli.

Io me l’immagino così. In piedi, nella notte. Non vedi là fuori, cosa accade nell’oscurità: è il buio della coscienza. Attendi. Sai di avere una luce, è lì accanto; ce l’hai dentro. Per qualcuno sarai la luce, un faro nella notte: qualcuno lo è stato per te. Poi c’è l’attimo decisivo in cui la fiamma inizia a brillare, si sveglia la consapevolezza ed ecco che accade l’incontro con l’altro, che hai sempre sognato di incontrare. L’altro che in fondo sei tu, null’altro che Tu

Che cosa significa “attendere”? Che cosa facciamo mentre aspettiamo? Oggi mi hai detto di sentirti – molto triste, quando papà è al lavoro. Anche a me dispiace quando non c’è, ho risposto io. Davvero, davvero anche a te dispiace? Mi hai chiesto tu, con la faccia dipinta di sorpresa. Certo. Al tempo stesso so che a volte si seguono strade diverse per poi ritrovarsi; si fanno altre cose, si sta da altre parti: poi ci si incontra di nuovo e sarà bellissimo fare nuove cose insieme, portando quelle incontrate su altre strade e direzioni. Come barche esploratrici, come ataviche tartarughe marine nella corrente, seguiamo il flusso: andiamo, alla scoperta. Ogni giorno.

Ogni giorno è un viaggio che non conosco.

Intanto, cosa si fa quando si aspetta? Si fa o non si fa? Un concetto antico, che abbiamo perso, è quello della veglia. Le ragazze di quel racconto biblico vegliavano, nella notte. Le donne un tempo vegliavano spesso, nelle lunghe ore di buio invernale. Si diceva perfino, nel linguaggio popolare, “andare a veglia”, a vejgghh, nel dialetto di queste montagne dell’Appennino. “A veglia” si ricamava e cuciva, ci si incontrava e si aggiustavano le cose rotte, anche i rapporti; ci si fidanzava e ci si conosceva, si passava tempo insieme, gomito a gomito. Ecco, il tempo: forse era il tempo la ragnatela che stava dietro a questo filare, di parole e di ore. Oggi la parola passatempo è quella più vicina e che ha sostituito il concetto antico della veglia, ma il passatempo è spesso solitario e dentro ha questo “passare” che finisce un po’ per sfilacciare il tessuto del tempo, invece di rafforzarlo.

Wu-wei è “quando agire, quando non agire”. Il cinese Lao Tzu, considerato il fondatore del Taoismo, ha scritto: «Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei». Allenarsi a stare in questo significa allenarsi a stare nella condizione che in cinese è ming, “chiarezza”. Come l’acqua del fiume: quando ci metti i piedi dentro e allora devi fermarti un attimo e attendere che la polvere si posi per vedere di nuovo chiaro.

Sarebbe bello imparare il non-fare nel fare. Allora potremmo lavorare e pulire, cucinare o passare l’aspirapolvere con la stessa leggerezza di quando i bambini lavano le tazze della colazione giocando con l’acqua per mezz’ore intere. Potremmo dipingere, cucire, pettinare, sbrogliare, saltare, sguazzare, senza occhio per l’orologio. Potremmo perdere il tempo, goccia dopo goccia, e poi miracolosamente, ritrovarlo. Nell’istante in cui tutto accade improvvisamente la perdita si ricostituisce e la ferita, come insegna la colata d’oro dell’arte kintsugi, diventa esperienza: nel tempo dell’attesa lavora il desiderio, nel tempo di dipana il filo dell’esistenza. Siamo, in ogni istante. Anche quando lo dimentichiamo, credendo di attendere qualcosa o qualcuno. Sei adesso. Anche il tempo è adesso, lo tieni in una mano: a ogni respiro lo soffi via e te lo riprendi, con una magia che è la vita stessa.

“Pensi di poter prendere il controllo dell’universo e migliorarlo?
L’universo è sacro.
Non puoi migliorarlo.
Nella ricerca della conoscenza, ogni giorno guadagniamo qualcosa. Nella ricerca del Tao, ogni giorno perdiamo qualcosa.
Facciamo sempre meno finché non raggiungiamo la non-azione.
Il Tao rispetta la non-azione, eppure nulla rimane incompiuto”

Lao Tzu