Come nacque il flauto?

Una persona cammina lungo le rive del fiume. È sera, è mattina: il suo villaggio è poco lontano. All’alba cammina fra la vegetazione mentre la luce del mattino caccia via il buio, passo dopo passo al tramonto cammina e il sole se lo portano via le stelle.

All’improvviso, si ferma. Ascolta. C’è il suono del vento che passa e attraversa il mondo.

Lì intorno, altissimo, il bambù. Ecco da dove arriva questa musica. Chiude gli occhi e ascolta. Il vento fa correre veloci le nuvole e scuote il bambù, si infila nelle canne che crescono accanto al fiume e fa suonare l’aria, mentre l’acqua accompagna il tempo con il suo flusso costante.

Siamo in Cina. È così che nasce il flauto. Una persona, qualcuno che ha ascoltato la musica del vento, si ferma e taglia un pezzo di bambù. Pratica dei fori così che l’aria possa attraversare il fusto vuoto e produrre suoni.

Anche noi siamo vento. Siamo respiro. Soffiando moduliamo il ritmo della tempesta e della bonaccia. Diventiamo musica.

*

Dall’altra parte del mare. Dall’altra parte della terra, tra le foreste antiche di un luogo nascosto dalle montagne qualcuno cammina nel bosco. Si cammina in silenzio nel bosco, per ascoltare ogni più piccolo rumore intorno. Gli uccelli volano e chiacchierano fra loro gorgheggiando.

Fischia. Se fai passare attraverso le tue labbra umide il respiro ti accorgi che c’è un sibilo diverso, nuovo, che si diffonde nell’aria. Ti confondi anche tu con un uccellino, se ti alleni.

In Germania nella cava di Hohle Fels è stato ritrovato un piccolo flauto; è lungo circa venti centimetri ed è stato creato dall’osso di un uccello, il radio di un grifone, un uccello che arriva a un’apertura alare di due metri. Lì vicino c’erano altri due flauti, in avorio. Sembra che siano stati dimenticati lì 35000 anni fa. In Cina, a Jiahu, 9000 anni fa una mano lascia cadere un piccolo flauto: è in osso, ricavato da una zampa di una gru della Manciuria, che abita fra i canneti, nelle acque poco profonde lungo il fiume e i piccoli laghi cinesi. Sono spariti nell’acqua e consumati dalla terra i piccoli flauti dei bambini di un tempo e dei vecchi distesi fra i prati, ma la memoria ancora li ricorda. Il Dizi, che a volte viene chiamato Zhudi, bambù, è un flauto traverso tradizionale di origine, ora lo sappiamo, antichissima che ancora oggi viene suonato in Cina.

*

In un tempo così lontano che facciamo persino fatica a immaginarlo, le persone camminavano nelle foreste, lungo le rive dei fiumi, da una parte all’altra del mondo. In Grecia si raccontava di un dio, un ragazzo divino di nome Pan, che abita, libero e selvaggio, la foresta. Pan si innamora di una ninfa, una piccola fata dei boschi, di nome Siringa, ma a lei quel ragazzo non piace e perciò scappa via e chiede aiuto alle Naiadi, ninfe che abitano le acque dolci. Le Naiadi trasformano Siringa in una canna di fiume ed è così che ascoltando quel suono Pan si ferma, rapito, e trasforma il suo amore non corrisposto in musica. Siringa in lingua greca è σῦριγξ e significa anche “condotto, galleria, canale”. Anche fra le Ande, montagne antiche nate 180 milioni di anni fa, si suona il flauto. Il flauto andino è chiamato Quena o Kena, canna.

È il vuoto a fare la musica. È il silenzio a fare il ritmo. È il cuore a fare armonia.

Primo giorno di febbraio

Dicono che

gli ultimi giorni di gennaio

siano

i più freddi dell’anno.

*

Il perché siano i giorni della merla

nessuno sa,

mai

in fin dei conti

saprà.

*

Ma, dice il vecchio detto

se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà bella

se nei giorni della merla splende il sole, in primavera ci si dovrà aspettare

gran nuvoloni.

*

ZIRLO si chiama il canto del merlo.

Quando il ghiaccio dell’inverno inizia a sciogliersi e il tepore inonda il mondo

il merlo inizia a fischiare

in cerca del suo amore, la compagna che sceglierà per la vita.

*

Così accade che i giorni della merla, senza volere

portino anche un simbolo di primavera e

nella speranza che se ne vada via l’inverno

risentire il canto dei

merli innamorati

Tutta la verità su Babbo Natale

Mi dispiace,
no, non sarò io, non saremo noi, quelli che si maschereranno col pancione e la casacca urlando oh oh oh. Non sarò io ad accompagnarti in un centro commerciale sulle ginocchia di uno sconosciuto con la barba bianca sintetica. Non ti dirò di scrivere una letterina a Babbo Natale come fosse la lista della spesa e nemmeno te lo presenterò in video con una chiamata dal Polo Nord che in realtà è da un call center dell’Europa dell’Est.

Mi imbarazzerebbe mentirti. Mi imbarazzerebbe dire bugie a te. Perché sai, io alla magia ci credo davvero.

La magia a casa mia era una campanellina dorata appoggiata sul camino che la mattina di Natale tintinnava ma che tu, per quanto potessi fare veloce, non riuscivi mai a raggiungere. La magia è gli elfi e i folletti della buona notte, che tu immagini fuori dalla finestra, a scrutarti nel buio fra le stelle. O i funghi matti, che mio papà mi ha insegnato a trattare con rispetto e non rompere perché gli gnomi fanno così, quando un umano compare all’improvviso loro si trasformano per un attimo in funghi ma matti così nessuno li raccoglie. Oggi so che anche i funghi non commestibili hanno un ruolo nell’ ecologia del bosco, eppure ogni volta non posso fare a meno di sorridere e di certo non riudcirei mai a calciarli.

La magia appare così. Nella luce del crepuscolo e delle ombre, al confine fra la notte al giorno, nel riverbero dell’arcobaleno dopo la pioggia. La magia è un attimo. Si sottrae al controllo e al massimo del controllo che possiamo esercitare sulla realtà: la vista. Dei fatti magici della vita non puoi avere una prova, né imbrigliarli, ma solo intravvedere. Per questo la magia ci sfugge dalle dita via via negli anni. Perché ci hanno insegnato a credere solo a quello che vediamo e così abbiamo finito per dimenticare che la maggior parte dell’esistenza è inspiegabile, dalle cose più piccole alle più grandi e incredibili. La Vita è un’inspiegabile avventura a volte terribile e a volte meravigliosa piena di magia. Tutto è magia.

La magia è l’incanto e l’incanto ha a che fare con la meraviglia, lo stupore che io ti auguro di coltivare ogni giorno. Perché ogni giorno è un viaggio di cui non sappiamo niente, caro bambino, caro viaggiatore intergalattico che sei precipitato qui sul pianeta Terra e cerchi di capirci qualcosa, come noi tutti del resto

meravigliati, meravigliamoci. Non per le cose finte e le bugie da imbastire quel tanto che tengono, ma per la vera magia che permea ogni cellula dell’esistenza. La magia è ovunque, dentro e fuori di noi, ma accorgersene questo sì che è difficile

Solstizio d’inverno

La notte più lunga dell’anno ci ha portato la meravigliosa sorpresa di un cielo incredibilmente blu e il sole che brilla.

Stamattina mentre bevevo il caffè di fronte alla finestra guardavo un merlo. Era un merlo maschio, nero come la fuliggine e con il becco arancione. Suli tuffava nella siepe a beccare le bacche della cotonastra che nell’ ultima settimana, in un attimo, si è rivestita di millemila bacche rosse. Ogni volta che la guardo sorrido della sua bellezza, i suoi cambiamenti seguono le stagioni e ci colgono sempre di sorpresa: in primavera nel giro di due settimane si ricopre di minuscoli fiori bianchi profumatissimi e diventa rifugio per le api, in inverno è amata dai merli e il rosso delle sue bacche tra il verde delle foglie è l’unica nota di colore nel giardino spento.

Ieri con il piccolo T. cercavo storie del solstizio. Abbiamo trovato l’antica lotta del Re Quercia e del Re Agrifoglio che combattono per il Tempo dell’anno. Agrifoglio è una delle piante simbolo di questo periodo: sotto un ramo di agrifoglio ci si bacia. Con l’agrifoglio si confezionano ghirlande e decorazioni.

È inverno. Nella natura il tono pacato della terra è ravvivato solo dallo smeraldo intenso dei sempreverdi, abeti e pini, e dal rosso delle bacche come l’agrifoglio e la rosa canina. Verde e rosso, i colori delle feste di Natale.

Re Agrifoglio domina il tempo dell’inverno. Si conclude l’autunno, che un tempo era il momento dell’ordine e delle provviste da mettere a posto. In medicina cinese autunno è collegato ai polmoni, al metallo e alla pulizia. Ora entriamo nell’inverno, che la medicina dell’antica Cina collegava all’acqua, ai Reni e alla Vescica. Le piogge e la neve del tempo invernale nutrono le sorgenti e la terra che ne farà tesoro nei periodi più secchi.

A San Clemente, una chiesa di Roma poco lontano dal Colosseo, i sotterranei ci raccontano la storia di un bambino nato con nel solstizio d’inverno che diventa promessa di nuova luce, rappresentato da ragazzo come un pastore con un agnello sulle spalle. È Mitra. Lì, nel mistero della roccia, e della storia, in questa chiesa scorre ancora la sorgente, simbolo di acqua e vita, dove ci si fermava a lasciare una preghiera. Secoli dopo, la storia va avanti. La Storia si stratifica e non cancella la precedente. Esattamente sopra al livello della sorgente e del mitreo si trova l’altare cristiano di questa basilica, dove ancora, millenni dopo la gente si ferma a contemplare e pregare.

Nei monumenti megalitici sparsi nel mondo in modi e luoghi che ancora non siamo riusciti del tutto a capire il sole continua a indicarci strade di luce, come all’inizio del mondo. Ieri sera c’era una bellissima notte stellata e il cielo di un blu liquido e leggero. In Svezia nevica, a Kabul e in Giappone non ancora; nel Nord più a nord che possiamo pensare è il giorno più buio, una notte che inizia già dalla mattina.

Eppure, il buio del giorno del solstizio ci sta già portando la nuova luce che verrà. Re Quercia si volge verso il sole, i nuovi germogli sono lì: sotto la neve, promessa nella pioggia. Il solstizio d’estate ci accompagna verso l’ombra, il solstizio d’inverno verso la luce. Come le cose della vita: non si rivelano mai come sembravano. Impariamo dall’inaspettato. Perché questo spesso ci insegna la natura: niente è come sembra.

Ognuno di noi ha il diritto di sognare

somniator -oris]. – Chi sogna, che sogna. Com. soltanto in senso fig., di persona che è portata alla fantasticheria, che non ha spirito pratico: sei un s.; quel ragazzo è troppo sognatore.

sognatóre in Vocabolario – Treccani

Tu che ti svegli quando è ancora buio e trovi un attimo per scattare la fotografia di una cosa che ti emoziona, con le mani congelate e le mille cose da fare del lavoro, tu che vivi dall’altra parte del tuo mondo e tutti dicono bellissimo ma loro non sanno cosa significa la solitudine, tu che non hai potuto studiare ma metti l’amore per i libri e la cultura in tutto quello che fai; tu che non ti senti mai una persona completa e soddisfatta perché continui a cercare, a trovare, a volere qualcosa di più dal mondo e da te.

Sono i sogni a mantenerci in vita. Il mondo ha bisogno di sognatori perché abbiamo bisogno di alzare la testa e guardare l’orizzonte, chiederci che cosa ci rende felici. Abbiamo bisogno di cercare e coltivare la parte migliore di noi

Lo stupore verso le cose

L’avventura per tutto ciò che è nuovo

La bellezza, perché porta più in alto le nostre discussioni

Giocare, che è quello che quasi tutti perdiamo quasi subito

Sperimentare, senza pensare al tornaconto

Dentro i sogni c’è un fattore fondamentale: è l’immaginazione. L’immaginazione è ciò che fin dall’inizio della storia umana ci ha permesso di cercare altro: solo immaginando possiamo cambiare case, contesti, luoghi, relazioni. Solo immaginando possiamo trasformarci nelle persone che vogliamo essere. Altrimenti, tutto accade per caso. Invece, dentro l’immaginazione c’è la nostra forza, l’energia del cambiamento, lo spazio di vuoto che serve per diventare altro: la pausa su un pentagramma, la pagina vuota preludio di ciò che ancora deve essere.

Ognuno di noi ha il diritto di sognare e per crescere (e restare) sognatori c’è un fattore che non possiamo dimenticare: l’immaginazione

Yayoi Kusama’s Infinity Mirror alle Tate Modern, Londra 2023

Hai già letto….

L’immaginazione è un superpotere

Che cosa ci portiamo dei nostri sogni?

Accettare la vita e la morte. E parlarne

Qualche anno fa sono stata iscritta a un master in counseling sanitario. Avevo trovato questo corso tra le offerte didattiche organizzate dall’Università di Bologna, dove mi ero laureata, e avevo deciso di affiancarlo a una formazione che già seguivo da qualche anno, meravigliosa e senza diplomi, focalizzata sull’essere umano e la ricerca che ognuno di noi compie nel viaggio della consapevolezza. Dopo mesi di lezione si doveva organizzare la propria tesina e il periodo di tirocinio, che io scelsi all’interno di un hospice.

La mia idea era semplice, ma colpiva un punto che in verità è ancora sguarnito, sia nella realtà degli hospice, sia nel mondo che ci circonda ogni giorno. Come ti senti di fronte alla morte? 

Crediamo che una persona ricoverata in un hospice sia più vicina al fattore morte, in realtà si tratta di un’illusione. La morte è democratica, così democratica che la probabilità di morire resta identica per ognuno di noi, ogni attimo. Non è che se uno si trova ammalato, da mesi o persino anni, sia certo che morirà prima di me. Puoi essere giovane e in perfetta salute e per qualsiasi motivo essere morta entro domani: abbiamo tutti le stesse probabilità, vivere o morire. Per l’universo è un battito di ciglia, l’istante di cuore che batte e ora, proprio adesso, si ferma, si è fermato. 

Questo rende me e la persona che mi sta di fronte in un dialogo alla pari che da una parte mi ricorda l’umiltà di fronte all’esistenza e dall’altra porta calma alla conversazione. Dobbiamo tutti passarci attraverso la morte, sì. Quindi, adesso che siamo qui e abbiamo tempo, dimmi: come ti senti davanti alla morte? E davanti all’idea di dover morire? Davanti alla morte come davanti alla vita, perché non c’è una senza l’altra, lo sappiamo fin dall’inizio. Nascere è la più difficile e pericolosa delle avventure della vita: mentre nasci sei a un passo dalla morte, tu e chi ti porta qui su questo pianeta e forse per questo madre e figli restano legati nel sangue, per un viaggio impensabile in cui hanno attraversato lo spazio e il tempo. Per secoli il momento del parto e della nascita sono stati vissuti con la consapevolezza del pericolo che oggi fingiamo di dimenticare e dissimulare tra fiocchetti e pensieri di camerette da arredare, eppure è ancora così. Mentre arrivi su questa terra e tutti sono lì intorno pronti per accoglierti, nel momento massimo di questa festa che è il venire al mondo e aprire gli occhi alla vita, c’è la morte che ti guarda. Per un attimo, ci si guarda attraverso i secoli, il tempo, lo spazio. Forse scordiamo il momento in cui veniamo al mondo perché sarebbe troppo da ricordare; troppo devastante, troppo intenso, e allora lasciamo andare e intanto sopravviviamo

In fondo, resta così sempre: la vita è un posto pericoloso, lo sappiamo benissimo e non è solo l’attenzione per le cadute o il motorino a diciotto anni. Possiamo restare immobili e la morte colpirci comunque. Sopravviviamo continuamente. Anzi, a pensarci bene è solo per un autentico colpo di fortuna che siamo vivi adesso. Potevamo già essere morti e morte mille volte in cento modi diversi, da banali cadute alla febbre e tutti quegli accidenti che fino a un’ottantina di anni fa erano motivo di preoccupazione. Quindi, se guardi indietro cosa vedi? Che cosa potresti dire degli anni vissuti fino a qui?

Come ti senti ora se pensi alla morte?

Il primo giorno di tirocinio avevo un taccuino sottobraccio per segnare il nome di chi incontravo, perché a volte tirar fuori un quaderno e una penna serve, soprattutto in quei momenti in cui c’è bisogno di trovare pretesti. Avevo un cartellino attaccato a un camice in cui nessuno aveva saputo inserire la definizione giusta perché “dottore” avrebbe fatto pensare a misurazioni e linguaggi che di certo non erano il mio pane, “antropologa” avrebbe anche potuto essere ma si dava il caso che nel mio corso di studi universitari non avessi mai inserito alcun esame di antropologia: si finì per scrivere “etnosemiotica”, una definizione simpatica perché lascia il giusto spazio alla libertà di immaginare ciò che si vuole visto che di solito nessuno sa cosa mai sia e di cosa tratti la semiotica, men che meno l’etnosemiotica.

Avevo passato tutto il pomeriggio da una stanza all’altra. Non erano molte, una quindicina di ospiti in tutto ma con ognuno di loro c’era stata una lunga chiacchierata. Sto quasi per andarmene quando scendendo al piano di sotto, vicino all’ingresso, noto una porta dove non ero ancora stata. Era aperta, non spalancata ma in un invito obliquo di porta a metà. Dentro, una donna. Seduta sul letto, con le mani intrecciate in grembo e la schiena diritta, guarda davanti a sé un punto sfocato nell’infinito, come in attesa. 

Posso?

Ti stavo aspettando, manco solo io

Si chiamava Italia. Era vedova. Mi spiegò la sua malattia e mi disse che quella di essere ricoverata era stata una sua scelta: il mio compito qui sulla terra è finito, mio marito non c’è più e le figlie sono adulte, non provo più alcun interesse a rimanere qui.

Con un gesto mi mostrò le uniche cose che aveva scelto di portare con sé da quella che era stata la sua casa: una radiolina, con cui lei e il marito di solito ascoltavano la musica e amavano ballare, un album di fotografie, la cassetta con incisa la voce di suo marito che canta. I vestiti non li ho portati, non mi servirebbero a niente ora, ho con me solo un paio di pigiami.

Il motivo per cui si trovava lì riguardava la sua morte, come per tutti. 

Mi sento in pace rispetto alla morte. Ho fatto tutto quello che dovevo: ho vissuto, ho amato, ho cresciuto delle figlie e ho avuto anche la gioia di conoscere le loro figlie, le mie nipoti. Mi è rimasta un’unica preoccupazione ed è per le mie figlie: loro non accettano che io possa morire e che avverrà presto. Ma adesso per me si è fatta l’ora di andarmene, non voglio più restare qui. 

Quello che vorrei, ed è il motivo per cui ho scelto di essere qui, è potermene andare in pace. Andarmene in silenzio. Vorrei che accadesse di notte e che nessuno se ne accorgesse. Mi spaventa l’idea che intorno a me ci siano delle luci forti o qualcuno che tenta di rianimarmi o urla, in un momento così delicato e intimo. È per questo che vorrei andarmene di notte, mentre tutti dormono, nella quiete del buio.

Ho conosciuto Italia il sabato pomeriggio. Non avresti detto che fosse a uno stadio terminale di una malattia; appariva vitale seppur con un’aria delicata e fragile, era di buon umore e sorridente. Pacata e ricca di consapevolezza. Di lei posso ricordare lo sguardo profondo e tranquillo, i gesti misurati e lievi.

Quella domenica mattina, mentre compravo il pane per il pranzo a centinaia di chilometri dalla sua stanza bianca, la scia del suo profumo mi colpì e io, con un raggio di sole birichino negli occhi, feci un sorriso pensando al piacere di ritrovare la nostra conversazione di lì a breve. Meno di ventiquattro ore dopo varcavo la soglia dell’hospice con il mio solito quadernetto sottobraccio e il cartellino con un ruolo difficile a definirsi scritto dentro.

Se n’è andata, sai? Italia ci ha lasciato. Sono ancora tutti molto scossi, ormai qui la sentivamo come una di famiglia. Il personale ha fatto di tutto per cercare di salvarla.

Ecco, in queste ultime parole c’è la rivoluzione che dobbiamo ancora arrivare a capire e raggiungere: non fare di tutto per cercare di salvare, ma osare il coraggio di lasciar andare. Ci vuole un coraggio incredibile a smettere di fare. Potremmo imparare a essere un supporto meraviglioso nell’accompagnare l’andare (ma ancora non succede), perché ci vuole un’incredibile generosità e consapevolezza nell’esserci senza trattenere: accettare la morte come accettare la vita, accettare la vita e allora accettare nello stesso modo anche la possibilità del morire.

Ho immaginato Italia e la notte: il sopraggiungere dei primi segnali della morte in arrivo e gli allarmi che iniziano a suonare, come lei non avrebbe voluto; è stata soccorsa, come lei non avrebbe voluto e nel tentativo di rianimazione trasferita a un altro ospedale: ho immaginato l’ambulanza, le sirene, la barella, le voci, gli spostamenti, le corse, l’aria fredda della città nell’ora prima dell’alba e i neon dei corridoi degli ospedali. Come lei non avrebbbe voluto. Ho sperato che tutto l’avesse raggiunta come in un sogno lontano. Mentre tu stai già volando nell’altrove, ciò che rimane a terra è già distante. 

Di questa storia non si parlò. Non si parlò dei desideri di quella persona ricoverata così come nessuno li aveva chiesti prima. Tutti agirono pensando di aver cercato di fare il meglio, il massimo, per quella persona, che era amata e benvoluta. Invece, era proprio questa la questione che sarebbe dovuta emergere e di cui ancora dovremmo preoccuparci: che cos’è il meglio per l’altra persona, che cos’è il meglio per noi? Non c’è una risposta unica, siamo noi a doverla chiedere e ascoltare, siamo noi a doverla dare la risposta, chiedendocela di volta in volta. Quella volta nessuno pensò, nemmeno per un attimo, che questo episodio contenesse un grave errore e, potenzialmente, un incredibile, prezioso insegnamento: se l’avessimo visto avremmo potuto cambiare la storia, e magari anche tutte le storie dopo. Ma io ero solo una tirocinante destinata a restare per una manciata di incontri, non c’era posto. Non ci sono ancora posti dove poter parlare di come ci sentiamo di fronte alla morte e di cosa vogliamo lasciare della vita. A meno che non inziamo a crearli, a farci spazio noi e non importa dove: seduti su un prato, al tavolo con un caffè o passo dopo passo, camminando in un prato.

Fra le ermetiche pareti dell’hospice medici, infermieri, oss creavano il necessario supporto della cura insieme alla psicologia, dotata di esperti che si accertavano dell’equilibrio psicofisico dei ricoverati, le tendenze a tristezza e depressione, il livello di dolore. Eppure, di morte non si parlava molto. Credo che questo non fosse comune solo a quel posto, ma sia un fatto riscontrabile anche in altre realtà: fino all’ultimo si cerca di ignorare la morte. Dribbliamo il pensiero della fine. Ci scambiamo informazioni su quale libro bello stiamo leggendo, cosa faremo il prossimo mese, come ti senti, fa ancora male quel punto? forse domani con un po’ di fortuna andrà meglio. Oppure no.

Forse non andrà meglio, perché a volte si muore. Prima o poi accade, sì. Ci dobbiamo passare tutti e la morte è democratica: può essere che da un letto d’ospedale ci si senta più vicini e convinti a prendersi la briga e la stizza di dover pensare subito all’argomento senza più rimandare, ma può benissimo essere che quelli pimpanti e senza pensieri siano stecchiti prima di domani. E nel frattempo ci dimentichiamo di chiedere: come vorresti che andasse? Cosa senti, dentro? C’è qualcosa che vorresti lasciar detto? Hai cose importanti da finire? Prima di andare raccontami un attimo che vita è stata. 

Ci si mettono anni a capire le cose e allora forse rivederle un attimo fa bene. E se le raccontiamo, con il gomitolo dei giorni in mano riannoderemo i buchi del Tempo, gli strappi fatti malamente, le emozioni scucite e mai riparate. Un atto di riparazione, ecco. Per ritrovare il filo. E lasciarlo in dono a chi resterà

Sarebbe bello, e auspicabile, che si trovasse posto per parlare di queste cose: un posto non fatto di spazio, ma che sia tempo. Tempo per sedersi e raccontarsi, tempo per ascoltarsi. Parleremmo di cose che non sono solo la morte, ma anzi la vita; di come ce la immaginiamo, sia la vita, sia la morte. Con il filo del Tempo in mano ritroveremmo le paure che avevamo e che abbiamo, i sogni dell’infanzia, e le idee che ci siamo fatti sull’aldilà, su Dio e sulla reincarnazione: di questo non si può parlare né con dottori e dottore né con psicologhe e psicologi, le competenze e le necessità sono altre.

Eppure, esistono: non so quanti mila anni di storia umana e ognuno resta nella cultura in cui cresce, senza fare un salto al-di-là. Invece, dovremmo proprio prenderci cinque minuti per farlo e dare una sbirciatina. Per parlare di quanto sia difficile accettare la morte e quanto anche la vita spesso sia altrettanto difficile: sarebbe un tempo in cui sederci e guardarci negli occhi. Perché nessuno dovrebbe andarsene senza lasciare la propria eredità, nessuno dovrebbe andarsene senza aver salutato. Sarebbe bellissimo se ognuno di noi raccontasse la sua vita prima di andarsene, con i suoi fantasmi e suoi sogni, le paure, le speranze, gli sbagli. Ognuno di noi potrebbe godrebbe di un dono meraviglioso ricevendo la storia della vita di qualcuno. In fondo questo è ciò che lasceremo: l’eredità di ciò che abbiamo vissuto e sperimentato.

Imparare a sognare. O a desiderare? Anzi, a pregare

Chiedi e ti sarà dato

I desideri che nascono da un sentimento di mancanza hanno meno probabilità di avverarsi, come la senti questa frase mentre la leggi? Ci rifletto da qualche giorno su questo pensiero che non è mio ma appartiene a una saggezza antica. Dentro c’è un segreto, una consapevolezza che continuamente ci sfugge di mano come a sfuggirci è la meccanica dei desideri, su cui mai potremo dire di saperne abbastanza. Eppure, del perché la mancanza non aiuti la realizzazione dei desideri è una cosa su cui meditare e, attenzione, qui non sta scritto che i desideri non nascano da mancanze bensì il sentimento della mancanza, ecco il punto.

Il desiderio è figlio della mancanza, lo scrisse il filosofo Schopenhauer e una fila d’altri. Forse a dirlo è la parola stessa: “desiderio” che in quella distanza fra noi e le stelle, fra il presente e il domani, ci dice quanto ci sia da lavorare, e camminare, nel viaggio che ci separa dai nostri sogni, fra ciò che abbiamo (e siamo) e ciò che ancora non abbiamo né siamo: dentro quel viaggio, del desiderio, c’è, come indica l’etimologia, la tenacia di fissare l’obiettivo e al tempo stesso la lontananza dalla stesso. Desiderare apre la porta a un viaggio: dentro, la separazione.

Ci sentiamo separati, fra quello che abbiamo e quello che vorremmo, ciò che siamo e ciò che immaginiamo di diventare o raggiungere; è la stessa dolorosa distanza fra oggi e domani, un domani che immaginiamo sempre migliore (e distante) e che nel frattempo non cambia mai. I bambini sui desideri e il desiderio hanno molto da insegnarci, forse possono aiutarci. Sì, perché per loro la distanza non esiste, come del resto non esiste la pazienza dell’attesa, né la resa.

“If you can dream it, you can do it”

Tom Fitzgerald

Il desiderio è verso ciò che non c’è, un bambino lo sa e allora dice “Voglio! Lo voglio!”. La differenza fra noi e un bambino è che probabilmente per lui sarà ininfluente l’esserci o no: è solo una questione di tempo e per un bambino, il cui senso delle scadenze e dei confini temporali è altrettanto mobile, sarà tanto più sfumata anche l’attesa. Per noi invece il tempo acquista una distanza siderale e insieme all’attesa l’ostacolo dell’impossibilità.

All’inizio della vita non conoscevamo il senso dell’impossibilità poi lo abbiamo imparato. Ci abbiamo messo del tempo, poi lo abbiamo capito, più o meno lentamente a seconda della vita e della personalità. Babbo Natale non esiste, il lavoro che sognavi ha cozzato contro le bollette; a questo si aggiungono tutte le convinzioni con cui siamo venuti a contatto e che volenti o no ci hanno impregnato il tessuto delle giornate: non si può vivere senza lavorare, per esempio; il denaro è importante, o viceversa, fa schifo; bisogna guadagnarsi le cose; essere creativi vuol dire avere un progetto di successo…. e cose così.

L’emozione che ogni desiderio porta con sé

Il desiderio nasce dalla mancanza sì, ma per un bambino non c’è mancanza: c’è la voglia, genuina e intensa, di quella cosa di cui noi avvertiamo spesso la dolorosa impossibilità. Così è più chiaro, vero? Ogni desiderio segna l’inizio di un viaggio. Ogni stella cadente a cui affidiamo un desiderio leghiamo a doppio filo una speranza: un cuore in tumulto: mentre lo diciamo il cuore batte più forte perché la vediamo già, l’immagine del domani. L’etimologia della parola “sogno”ci riconduce a questo filo: un’immagine. O meglio, le immagini che incontriamo quando abbandoniamo il controllo cosciente per entrare nell’incosciente, nel sonno. Sonno e sogno molto hanno in comune tanto che in certe lingue come lo spagnolo usano perfino le stesse parole: sueño.

Dentro il desiderio si nasconde un sogno, un’immagine che ci portiamo nel cuore e che il cuore lo lancia avanti, verso il futuro, verso ciò che ancora non è. In fondo, è questo che ci fanno fare i sogni: almeno per un attimo scambiano il presente con il futuro, un gioco di prestigio fra tempi diversi. Poi si tratta di continuare quel viaggio. Perché in fondo il sogno è anche questo, ci dà la possibilità di tornare indietro, di tornare nella realtà. Non è facile vivere di sogni, vivere nel sogno, e allora si torna indietro, per tanti motivi. Per l’affitto, per il compromesso, per sentirci più integrati: per ciò che crediamo sia possibile e ciò che crediamo non lo sia.

“Un alleato è un potere capace di portare l’uomo oltre i confini del sé”… “Dopo che abbiamo varcato una certa soglia è la natura stessa dell’infinito a porre un progetto davanti a noi”

Carlos Castaneda

La preghiera

Pensa a quello che è importante. Perché quello che è importante fa battere il cuore. Se il cuore batte quando qualcosa preoccupa e fa sedere a terra con il sentimento della tristezza e dello sconforto in gola, batte anche quando osserviamo quello che ci ha reso felici nella giornata, grati e pieni di fiducia. Allora succede che voglio girare il collo e vederlo quello che anche solo per un attimo mi ha fatto sorridere. Accorgermi ogni giorno di quello che rende magica l’esistenza forse sarà la prima delle rivoluzioni: il potere della meraviglia inizia quando lo sguardo sulle cose diventa più ricco di puro stupore.

Sembra che “preghiera” sia connesso all’aggettivo precarius: ottenere con preghiera, con insistenza; è grazie all’insistenza se all’inizio della nostra vita ci siamo “impuntati” su alcuni dei desideri che abbiamo considerato i più grandi e importanti della vita. Poi siamo diventati educati ed educate, ragionevoli, con i piedi per terra. Ma i sogni non hanno i piedi per terra, non sono ragionevoli.

In tante culture del mondo, in tanti tempi diversi della storia si è pregato alzando le braccia al cielo e sdraiando il corpo per terra: quando sto in piedi apro le braccia e la mente verso un cielo più infinito di me, quando mi sdraio mi rifugio in una terra che mi dà una forza più grande della mia. In piedi, mi attivo. Con il corpo sdraiato, mi arrendo. Azione e riposo, andare e aspettare, prendere e dare. Come un’onda, anche nel desiderare siamo movimento.

“Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere la legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”

Antoine De Saint-Exupéry

Fiducia. Dentro la preghiera c’è la fiducia; anche dentro il cuore del sognatore c’è, anche nel desiderio: ciò che ci trascina fuori dal pantano è questa forza straordinaria in qualcosa di più grande che non ci sappiamo nemmeno spiegare, o che ci diciamo in mille lingue e modi diversi, qualcosa che ci porta fuori da noi e dalla realtà del già dato per farci assaggiare l’infinito.

La fede incrollabile smuove le montagne, racconta una saggezza antica. Ogni desiderio può essere esaudito, ma il problema dell’essere umano è che… cambia spesso idea, ricorda un altro proverbio del tempo che fu. Forse interrogarsi sui nostri desideri significa questo: scendere in profondità e arrivare in quel posto del cuore dove vivono i sogni dei bambini e delle bambine che siamo stati, i desideri che nutrono la nostra felicità e il nostro sentirci integrati con la vita: la preghiera dell’anima che ci ricorda di vivere per l’infinito.

Se non l’hai ancora letto…

La tradizione tedesca dei 30 desideri per il nuovo anno