La fine di una storia

 

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Henri Rousseau, Paesaggio di foresta vergine, La pantera

 

« Dicono che è andata così », concluderà Nushiño sputando un’ultima volta prima di andarsene, perché gli shuar si allontanano sempre quando hanno finito una storia, per evitare le domande generatrici di bugie.

Luis Sepulveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Guanda, 1999, pagina 120

 

Alla fine di una storia allontanarsi per evitare le domande generatrici di bugie. Lasciarla così, le parole liberate nell’aria ad agitarsi come falene inquiete attorno alla luce, quella del senso che vorremmo chiedere, indagare, grattare via. Non sempre è possibile dare risposte, anzi il più delle volte non lo è. Nel tentativo spesso si fanno spallucce, si danno pacche sulle spalle, considerazioni abbozzate, consolazioni maldestre dell’inconsolabile.

E allora allontanarsi consapevolmente alla fine di una storia diventa un atto di coraggio, orgoglio. Forza interiore. Capacità di tenere per sé, dentro, il metabolismo che ha bisogno di tempo. Lasciar andare l’altro e avvicinarsi a sé è genera l’energia immensa che viene dal saper lasciare a ognuno la sorte di quella storia, la libertà del proprio pensiero, il silenzio necessario alle parole per radicarsi e nel profondo fiorire come semi, nel buio della coscienza che rimane sola con se stessa. Nella solitudine impariamo a camminare, ognuno con il proprio passo.

Ogni domanda è sempre generatrice di bugie. Lo è in anticipo, lo è per il naturale tendere al voler prendere; un desiderio che mettiamo nelle mani dell’altro, è a lui che chiediamo spiegazione, accumulando interpretazioni. E allora diventa restituzione libera questo sottrarsi che è capacità di sfuggire, ridare all’altro libertà, autonomia. Non c’è bisogno di commentare, alla fine di una storia imparo ad andarmene.

Perdersi nei ricordi

Aveva sentito dire spesso che con gli anni arriva la saggezza, e aveva aspettato, fiducioso, che questa saggezza gli desse quello che più desiderava: la capacità di guidare la direzione dei ricordi per non cadere nelle trappole che questi spesso gli tendevano.

Ma ancora una volta cadde nella trappola e smise di sentire il rumore monotono dell’acquazzone.

… i ricordi erano sacri in quelle terre.

Luis Sepulveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Guanda, 1999, pp. 81-82, 83

Perdersi d’estate

Il profumo dei gelsomini arrampicati sui cancelli che si disfano nell’afa

in città

rumore d’acqua degli irrigatori di sera
villette a schiera con le finestre aperte
i discorsi colti a frammenti.
Vicini che preparano grigliate,
ragazzi che tornano a casa con la borsa del calcetto sulle spalle
innamorati, nascosti nel buio.

Un vecchio signore annaffia l’orto.
Dopo cena si indugia sul terrazzo, a gambe incrociate
sperando che la brezza calma della sera
non passi mai.

Siamo storie nella Storia del mondo

Siamo storie, siamo storie nella Storia del mondo

Le idee sono fili da inseguire che ci portano alla scoperta di luoghi diversi, talvolta sconosciuti, a pochi passi da noi. Le idee sono persone. Passo dopo passo, attraversiamo le pagine di libri, tempi e cuori. Perché in fondo che cos’è un libro? Si potrebbe dire molto su come la sua forma sia evoluta e cambiata nel tempo. Ciò che emerge dalla profondità di questo oceano del tempo è che ogni libro è un’onda capace di restituirci l’anima di chi non è più ed è stato.

Dentro una biblioteca ritroviamo le voci di tutti coloro che di persona potremo forse non conoscere, ma che incrociamo attraverso una voce che resta traccia, come inchiostro sulla pelle del mondo.
Sì, un libro, un’idea, una persona possono cambiare il mondo.
Ognuno di noi è un custode del tempo, un custode di segreti. Il pericolo della dimenticanza è appostato dietro l’angolo, come un’ombra nera o una luce troppo forte che rischia di cancellare questa traccia evanescente. La traccia effimera del nostro passaggio sulla terra. Eppure ogni giorno continuiamo a raccontare, continuiamo a raccontarci.

siamo-storie-nella-storia

Siamo storie nella Storia del mondo. Siamo piccole storie che scorrono nel fiume del tempo della grande storia del mondo. Non possiamo dimenticare che nei tempi più neri, dal passato alla triste pagina di un presente che purtroppo continua a ripetersi, le biblioteche sono state bruciate. In guerra le idee sono il nemico più pericoloso, perché l’idea contiene il seme della passione, della ribellione, della libertà. I libri e chi li custodisce è contrabbandiere invisibile della cultura originaria, che è capacità di coltivare l’umano che è in noi.

Perdersi a Bologna

Quando il sole di giugno esplode e la luce è così intensa da far male agli occhi
chi la spegne quella maledetta lampadina?
Un attimo di pace, una nube passeggera.
La vampa del caldo e la città che si scioglie
ferma al semaforo
la signora indiana che un anno fa aveva il pancione ora con il suo bambino a passeggio
la frutta nel sacchetto
i coraggiosi che ordinano tortellini e lasagne.
Dentro san Petronio l’aria è un respiro immenso e freddo che si dimentica del traffico fuori.

Il vento che a fine giornata si incanala fra i portici,
la luce opaca del tramonto che riempie le strade e inonda i tetti…

Perdersi in un profumo

Una volta a scuola ci hanno dato un tema da fare, eravamo alle Medie. Il titolo non lo ricordo. Aveva a che fare con il tempo passato a scuola, la nostra vita lì in quell’edificio dove i piani si aprivano come ali intorno alle scale centrali, con tante aule come piccole scatole da dove fuggire per una passeggiata solitaria quando fingevo di dover andare in bagno e finivo per prendere la strada più lunga solo per vagabondare fra i corridoi vuoti sbirciando dentro le classi. Quello che ricordo è che dopo quel tema, il mattino della correzione, l’insegnante ci disse che tutti noi avevamo citato il caffè.
Ogni giorno, fra le dieci e le dieci e trenta, due colpi di nocche alla porta e un attimo breve di attesa; la bidella col suo grembiule azzurro entrava con passo spedito e togliendolo dal vassoio, appoggiava sulla cattedra l’espresso appena fatto.

Perdersi in un odore
il profumo di caffè che riempie la stanza,
la polvere quella tostata e macinata fresca, al momento:
ogni volta apro il barattolo e sorrido.

Perdersi in un profumo,
l’infanzia ha quello di sapone da bucato
inconfondibile
e affondare il naso dentro le lenzuola appena cambiate,
i sacchetti di lavanda in fondo ai cassetti
l’interno dell’armadio che sa di buono
apri le ante e chiudi gli occhi, da piccoli ci giocavamo a nascondino
immobili, sulle pile di coperte ben lavate e profumate
sarei potuta rimanere là per ore.

Perdersi in un puzza,
un profumo, un odore.

Le fragoline di bosco quqndo le schiqcci per sbaglio,
il legno delle matite colorate e la gomma che cancella bucando il foglio,
l’odore dei corridoi di scuola
il disinfettante
quello del dentista di menta e colluttorio.
Le scale appena lavate del palazzo,
l’odore delle strade,
dell’ospedale.
L’odore delle sale d’aspetto.

L’odore del treno, delle stazioni e la puzza di benzina di quando ti fermi a fare il pieno.
Il finestrino giù e l’aria che entra
che odore avrà?
Il nostro cane, che se ne intende, mette la testa fuori e con il naso all’insù, mentre la macchina va, analizza
le correnti e tutte le loro provenienze.

L’odore di erba tagliata è il profumo dell’estate,
caldarroste quello dell’autunno, sentore di legna e calore di fuoco.
Brace,
carbone,
sugo che cuoce
arrosto della domenica.

Odore di pane fresco,
la mattina
fiori appena raccolti
rose sbocciate.
Odore di pioggia
cera di candele,
piante selvatiche
menta

Perdersi alla Bolognina

Il rumore scivoloso delle foglie bagnate nel parchetto di sotto, quello di fronte alla posta e il cane che corre scompigliando la coda di quelli in fila.
Il punto dove si radunano i piccioni e quello per farli volare via tutti d’un colpo.

Autunno che finisce e nel mese di dicembre la Bolognina appende le sue luci. L’ultima volta che ero qui guardavo l’estate dal balcone. Finiva il Ramadan e il vicino incontrato per caso sul pianerottolo aveva un vassoio enorme con una piramide di verdure fumanti e cous cous con le spezie, ne vuoi un piatto? Te lo preparo sai, mi fa piacere.

Ospitalità sacra. Alla Bolognina vecchie botteghe riconvertite in negozi etnici, una panetteria metà di pane italiano e metà arabo, il negozio di tessuti dove comprare gli scampoli per provare a farci qualcosa. Il bar della signora cinese che mi dice buona giornata e quello sotto i portici, così vagamente anonimo da non dare nell’occhio ma con una bella parete tutta di vetro dove sedersi gomito alla strada, davanti a un cappuccino sfogliare i quotidiani mentre fuori piove e io mi incanto a guardare il traffico ipnotico dell’incrocio, facce grigie sotto l’ombrello e suole fangose, pneumatici che schizzano acqua,la mattina è un’immensa pozzanghera. Non vorrei fare altro che stare a guardare per ore la gente che passa.

Perdersi alla Bolognina
è una mappa di profumi e odori portati a ondate da angoli diversi di mondo.
Nei negozi africani parrucche di capelli veri e olio di macassar,
barbieri indiani che radono uomini che si spiano allo specchio.
La mano di un uomo dalla tunica leggera e lunghissima che regge il manubrio di una bicicletta, piedi nudi nei sandali di cuoio scuro

A Natale la pioggia si è asciugata e le foglie secche dell’autunno se le è portate via il vento. Braccia cariche di spese e file troppo lunghe. In un bar etiope si fa festa, è la vigilia. Dall’altra parte della strada il negozio con l’insegna colorata è ancora aperto, dentro un signore indiano vende empanadas e pollo fritto. Perché non ricette indiane? Non mancherebbero, l’India è piena di pollo fritto. Chissà, è che il negozio è nato sotto questa stella e nello stesso cielo continua a proliferare. A volte succede che uno lascia indietro tutti i profumi con cui è cresciuto per attraversare mezzo mondo e riaprire la valigia, trovare altri odori da abitare e poi ogni giorno andare a lavorare in un altro parallelo, a pochi passi da quella che è la tua nuova casa. Sempre con le spezie in tasca.