Passeggiare con lentezza

È un privilegio dell’età quello di andare piano. Un passo dopo l’altro, passeggiare con lentezza. Guardare i tetti, le facciate che raccontano anni e quartieri. Le persone, soprattutto.

Per osservare le persone che ti camminano a fianco ci vuole tempo. Come nella vita.

E poi l’andatura. Da adolescenti si corre, c’è solo futuro: si cammina nel mondo invisibile creato dai propri desideri. Ci insegnano ad andare veloci, la maggior parte lo fa. Eppure basta un mal di schiena o un ginocchio messo malamente alla prova e si riscopre in un attimo quanto può essere lunga una strada.

Passo dopo passo. Quartieri interi, strade, vite. Oggi mi sono presa la briga di seguire un’inclinazione che raramente ho: lentezza. Rallento i passi, mi godo ogni frammento e lo trasformo in istantanea. Ne ho pieno i cassetti, in un posto a metà fra cervello e cuore, di polaroid dell’anima, collezione geografica dei momenti in cui attraverso la vita in una strada. E mi fermo quasi immobile a guardarla.

Tu in quale tempo vivi?

Una mattina di fine estate e alcune amiche che arrivano in quel piccolo bar, l’unico al centro del paese. Arrivano alla spicciolata, una dopo l’altra; hanno i boccoli della piega appena fatta dal parrucchiere e i capelli corti di chi si asciuga la testa veloce dopo la doccia senza tempo da perdere, hanno le unghie rosse e ben curate, le mani di chi amare cercare funghi nel bosco e affondare le dita nella terra scura dell’orto.
Hanno la fronte corrugata e una lista di cose sempre da fare.
Sono casalinghe da sempre o in pensione. Insieme fanno manciate di anni di tutte le età, hanno abbandonato i mariti a casa per un’ora di libertà e davanti al vassoio dei cappuccini fanno chiasso, eterne ragazzine, a chiacchierare e sovrapporsi con i discorsi, fra bustine di zucchero, piattini e sedie da spostare lontano dal sole.
Un cornetto per favore. Sì, anche a te. Altrimenti che colazione è?

Pensa, dice una. Lui, e qui entra in gioco un neonato, anzi no, direbbe il pediatra, un lattante, che sorride sbavando dalla sedia accanto: fra novant’anni lui ci sarà qui.
Avrà novant’anni e tre mesi. I tre mesi di adesso più tanti anni di ignoto che quasi non sappiamo neanche immaginarli.
Come sarà il mondo allora?

Come corri tu col tempo. Novant’anni, cento.
Si può mica correre così, tu vivi nel futuro.
È al presente che bisogna guardare.

Il presente.
E dire che io vivo nel passato.
Da quando sono vedova, soprattutto.
Se guardo avanti mi chiedo, dove finirò?
Ma questo dicono. Stare nel presente.

Vivere il momento.

Eppure mi piace.
Immagino il tempo che sarà ed è un bel gioco.
Non importa se non ci sarò più, io che di figli nemmeno ne ho.
Guardo i bambini e penso che loro ci saranno, lo vivranno quel futuro.
Questa è la speranza ed è una bella cosa
sapere che c’è chi sarà qui,
proprio qui, dove siamo sedute noi adesso.
Fra novant’anni

Perdersi nell’Appennino tosco-emiliano

I posti da scoprire in una giornata di vagabondaggio…
Senza meta
andare,
alla scoperta
colazione con gnocco fritto e un cappuccino, come si usa fra le montagne emiliane.
Vecchi che bevono al sole e picchiano la mano sul tavolo,
un mazzo di carte da briscola e un foglio bianco con una matita.
Le strade tutte curve,

Berceto, Calestano, Corniglio, Monchio delle Corti, Langhirano, Lesignano de’ Bagni, Neviano degli Arduini, Palanzano e Tizzano Val Parma: l’Appennino della provincia di Parma

Camminare al tramonto per Vigoleno, non lontano da Piacenza, sul camminamento di ronda del castello dove chiudere gli occhi e immaginare la vita nel Medioevo

In provincia di Parma il borgo di Compiano, terra dei Malaspina, nell’alta valle del fiume Taro

Il panorama azzurro dalla loggia di nord-est del quattrocentesco castello di Castello di Torrechiara a Langhirano, 18 km da Parma, e con il naso in su perdersi negli affreschi della volta della Camera d’Oro

La provincia di Reggio nell’Emilia e la strada che da Modena attraversa Baiso, le terre di Matilde di Canossa, Carpineti e Casina, fino a Castelnovo ne’ Monti e Toano, Ventasso, Vetto, Vezzano sul Crostolo e Villa Minozzo

Picnic con scalata alla Pietra di Bismantova

Passeggiare in silenzio nel chiostro dell’eremo di Gamogna nel comune di Marradi

Frassinoro, in provincia di Modena, e i paesi di montagna, dove fermarsi a mangiare tortelloni e tagliatelle, ascoltare le storie della Resistenza, fare il bagno al fiume, giocare a briscola

I tetti d’ardesia del borgo di Fiumalbo, terra del mirtillo nero

La pace immensa del Lago Santo, Sant’Anna Pelago, Pieve Pelago con i suoi ristorantini e il mercato

Passo dopo passo alla scoperta del Parco dei Cento Laghi

La selva romanesca in estate e gli alberi coperti di neve durante l’inverno, quando lì c’è il ghiaccio e dall’altra parte, in Toscana, è già primavera

Più in là, ancora più in là perdersi nell’Appennino, dove
la linea fra Emilia Romagna e Toscana diventa un quando: un tempo fatto di parlate nuove, piatti e dialetti che si influenzano e differenziano

San Pellegrino in Alpe, che per metà è in provincia di Lucca, Castiglione di Garfagnana, e per metà Frassinoro, provincia di Modena: confine invisibile che diventa palpabile, scritto con una linea che attraversa bar e case

I paesaggi antichi a Castelnuovo Garfagnana, Piazza al Serchio, Pieve Fosciana, San Romano in Garfagnana, Sillano Giuncugnano e Villa Collemandina: la strada che porta verso la provincia di Lucca

Il ponte sospeso di San Marcello Pistoiese

I cartelli che indicano Forte dei Marmi ed è già sapore di mare

La provincia di Massa-Carrara Bagnone: Casola in Lunigiana, Comano, Filattiera, Fivizzano, Fosdinovo, Licciana Nardi e Villafranca in Lunigiana

Gli Appennini si allungano per 1200 km da settentrione a meridione: una spina dorsale, come spesso vengono chiamati, che disegna l’Italia da un capo all’altro della penisola. Di questi, il tratto settentrionale corre lungo i confini di almeno due regioni, Emilia-Romagna e Toscana. Il Passo della Cisa delimita a nord-ovest l’Appennino ligure, mentre i valichi di Bocca Trabaria e Bocca Serriola sulla mappa segnano l’Appennino umbro-marchigiano. l’Appennino tosco-romagnolo, compreso tra Romagna e Toscana, divisi dal Passo della Futa. Il Passo della Futa, in provincia di Firenze, scrive la storia del versante chiamato Appennino tosco-romagnolo. Il Parco Nazionale dell’Appennino tosco-emiliano viene istituito nel 2001, il 9 giugno 2015 è dichiarata Riserva Biosfera Unesco un’estensione pari a 223229 ettari.

Da leggere…

Sito ufficiale del Parco Appennino in Emilia Romagna

Parco Nazionale Appennino tosco-emiliano

Viaggiare è immaginare

Una volta mi è capitato di leggere che basta guardare un paesaggio perché si inneschi un cambiamento a livello cerebrale. Sono sufficienti pochi secondi davanti a una fotografia, ma funziona anche solo pensandole.
È il potere delle immagini mentali: sono migliaia, milioni le cartoline che conserviamo fra i cassetti della mente e del cuore. Sono i nostri ricordi. Basta aprirne uno per ritrovare quel posto, che magari non esiste nemmeno più; ritrovare i colori, intatti, le sfumature di quel momento della vita e delle persone che erano con noi. Se mi concentro davvero, a chiusi chiusi strizzando forte forte le palpebre, avverto ancora il tempo sulla pelle, i profumi e gli odori dietro l’angolo, la voce della gente e che cosa indossavo.

Esercitare il ricordo significa vivere di nuovo la nostra storia e coltivare l’immaginazione.
Come immagini la tua mente? Per anni abbiamo pensato alla mente, noi che facciamo parte della cultura occidentale, come una soffitta buia dove accatastati ci sono ricordi come scatoloni di un trasloco dopo l’altro. Scatoloni chiusi e a volte dimenticati, che piano piano si perdono nel buio e nella polvere: le cellule nervose lentamente si bruciano; a causa della vecchiaia o di una malattia neurodegenerativa le ragnatele li ricoprono, le tarme se li divorano e a noi non restano che briciole di ricordi, frammenti di ciò che è stato divorati dagli anni.

In realtà questa è solo una delle possibilità in cui immaginare la memoria. Le Vie dei Canti dei popoli aborigeni in Australia sono un altro modo per immaginare il corpo, fisico e sociale, e lo spazio della memoria. La tradizione orale dell’Africa e il suo modo di concepire l’invecchiare; i sistemi di navigazione degli antichi e le mappe del mare fatte di canti in Polinesia: in quanti modi diversi abbiamo imparato e usato la memoria? Ogni modo di vivere il mondo è un viaggio nella percezione, eppure per secoli non siamo riusciti ad avvicinarci a modalità troppo distanti da come noi abituati ad apprendere e utilizzare la mente. Un esempio fra tutti, la storia della medicina e i percorsi della scienza dovrebbero averci abituato al fatto che ogni certezza lo è fino a prova contraria. Eppure anche oggi facciamo enormemente fatica ad uscire dalle nostre abitudini, quelle percettive prima di tutto; le diamo così per scontate da pensare che almeno quelle siano incrollabili verità. In mezzo un oceano: barriere linguistiche, culturali, difficoltà… anche di immaginazione. Perché spesso difficile è riuscire a immaginare una realtà mai immaginata prima, insormontabile ammettere che possa esistere.
Proprio questo, forse, nel profondo segna la distanza fra “me e l’altro”.

Le neuroscienze stanno svelando nuovi angoli e prospettive del cervello, di come impariamo e memorizziamo, facciamo esperienze, dimentichiamo, creiamo le nostre mappe del mondo e della vita. Moltissimo è ancora il territorio al buio, lo spazio ignoto di ciò che non sappiamo. Ma un dato di cui ora siamo consapevoli è il ruolo della curiosità. Se l’essere curiosi è la molla che muove le prime scoperte di un bambino, così è stato anche nella storia del mondo.

I primi esseri umani sono stati viaggiatori curiosi e dotati di immaginazione.
Siamo usciti allo scoperto,
incontro all’ignoto.
In cammino sulla superficie delle terre emerse,
rincorrendo la linea dei fiumi e
attraverso oceani di acqua
abbiamo viaggiato alla scoperta del pianeta,
immaginando nuovi orizzonti inesplorati.
In cerca di altro,
a caccia di ciò che ancora non avevamo

L’immaginazione insieme alla curiosità è una componente dell’evoluzione che ha contraddistinto la storia dell’umanità: IMÀGO, immagine, dal greco mimos, imitatore, imito. Immaginazione e immagine sono connesse alla vista, che la maggior parte di noi usa in una percentuale incredibilmente maggiore rispetto agli altri sensi. Alla vista affidiamo il nostro lavoro di decodifica della realtà e quanto essa, invece, può essere ingannevole lo sa bene chi è diventato cieco o ipovedente. Una persona ipovedente mi raccontava che da quando è cambiata la sua percezione della realtà e, necessariamente, ha dovuto intraprendere una trasformazione nell’uso dei sensi, ora è consapevole di quanto la vista sia bugiarda. Preferisce affidarsi al tatto, anche quando può vedere. Non a caso, fra persone operate agli occhi che sono state in grado di recuperare la vista frequenti sono le testimonianze del fatto che questi soggetti non cadono nei tranelli della percezione visiva, a differenza di chi è abituato a vedere. Ma le conseguenze dell’immaginare dentro di sé portano la traccia di una direzione che ci trascina più in là. Immagin-azione, l’immagine diventa azione: mi spinge a muovermi, un passo dopo l’altro e via. Mi sto muovendo, metto in moto le mie risorse e vado, sono in viaggio.

Una falsa etimologia che da un po’ gira in rete racconta l’immaginare come locuzione, dal latino, “in me mago agere”, in me agisce un mago. Errata e affascinante. Nonostante sia falsa dietro a questa etimologia immaginaria c’è un’idea e forse è proprio il suo nocciolo ciò che ha colpito i tanti che l’hanno abbracciata all’istante e condivisa.
Dentro di me agisce una forza: un potere che non sono io, non è quello del mio io razionale, della mia coscienza che controlla. Questa idea ha trovato tante formule per essere definita; in alcune parti di mondo hanno provato a chiamarla inconscio, altri lato oscuro, ombra; è una parte di me che sfugge continuamente da me, “io” non la controlla.
Anima del mondo più grande rispetto alla mia sagoma. Dentro, c’è la forza di tutto ciò che è altro, qualsiasi cosa sia, entra in me e mi tocca, mi sfiora, mi colpisce e rimane dentro. Un’immagine viva e incancellabile.

L’immagine è specchio, dipinto, fotografia, impronta; a due o più dimensioni, in bianco e nero, a colori, statica, in movimento. Capace di cambiare nel tempo, in grado di svanire, scolorire, trasformarsi. Immagine è rappresentazione, risultato dell’azione e spazio costruito, negoziazione fra mondo interno e mondo esterno.
Mentre faccio esperienza del mondo dentro di me opera una magia, è vero. È un’alchimia di cui non so nulla.
Oggi anche il processo visivo, che a scuola si studiava con la storiella dell’immagine rovesciata et cetera e già allora suonava piuttosto labile come teoria, è stato rivisto. Gli scienziati ammettono che non sappiamo esattamente come avvenga. Non sappiamo come la nostra memoria agisca in noi, come la persistenza dei ricordi sia scheggia in grado di scalfire e modificare i nostri tessuti. In che modo dimentichiamo, andiamo avanti, torniamo indietro. Immaginiamo nel presente, qui e ora, lavorando sempre su un prima e un dopo: immaginando operiamo sul passato e sul futuro.

Sono il mio cuore, sono la mia mente, sono il mio cervello. Come si sono create le immagini che adesso mi riempiono? Da dove arrivano e come si sono conservate? Come mai dopo anni, un frammento può ancora scatenare un ricordo indelebile, nel bene o nel male? Il neuroscienziato Eric Kandel a questo interrogativo ha dedicato la vita intera: com’è possibile che ancora, dopo anni, sono lì in quella stanza di notte mentre i soldati bussano alla porta? Americano di origine austriaca, la sua è una famiglia ebrea con un negozio di giocattoli nella bella Vienna degli anni Venti. Un prima e un dopo: l’istante di quel ricordo. Una notte. Il giorno dopo niente sarà più uguale.

Eric Kandel, insieme ai colleghi Arvid Carlsson e Paul Greengard, è il primo psichiatra statunitense a vincere il Nobel per la medicina, assegnato nel 2000 per le ricerche sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria nei neuroni. Si riferisce a questi ricordi come flashbulb memory. I primi a parlarne e teorizzare il concetto di flashbulb memory sono Brown e Kulik, che nel 1977 li studiano in relazione a eventi come l’uccisione di Martin Luther King e del presidente John F. Kennedy. Flashbulb memory, il termine ha il flash acceccante di una lampadina che improvvisamente accende la memoria. Spara, si direbbe utilizzando il linguaggio della fotografia. È possibile definire flashbulb memories “ricordi fotografici, istantanee fotografiche o flash di memoria”. Un ricordi vivido, capace di registrare un evento che si fissa come traccia indelebile nella scatola nera della nostra testa.

Immaginazione o conoscenza?

Ti fidi più della tua immaginazione che della tua conoscenza? A questa domanda Albert Einstein rispose con una considerazione che nasconde una prospettiva illuminante. La conoscenza è legata a ciò che sappiamo già, all’esperienza che abbiamo accumulato rispetto a noi stessi e al mondo. L’immaginazione è scoperta che si apre a nuovi orizzonti. Immaginare è gioco di curiosità, avventura che si lancia verso il futuro, scoperta. Tuffo nell’ignoto.

L’immaginazione è più importante della conoscenza.
La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione
Albert Einstein

Viaggiare non dipende da dove stanno i nostri piedi. Alcune delle persone più cieche che mi sia capitato di conoscere sono persone che di posti ne hanno visti tanti, per passione e per lavoro e che continuano ad avere questa fame, ossessione, di mettere sulla mappa del mondo una bandierina dopo l’altra. Altre, all’opposto, quasi non si sono mosse dal luogo in cui sono nate, eppure quando raccontano dentro ci senti tutte le storie del mondo, lo spazio e il tempo come onde che si muovono insieme verso territori sconosciuti dell’anima. Viaggiare, che cosa significa davvero? Se “viaggio”, dal latino viaticus, è “ciò che riguarda la via, il cammino” allora il centro del discorso, il soggetto che tiene in piedi tutto, non sono io bensì la strada. È il cammino ciò che fa il viaggio, è la via-vita che percorro ciò che disegna il mio andare attraverso lo spazio e il tempo dell’esistenza. Viaggiare è continuare a immaginare, un orizzonte dopo l’altro sapendo che dietro, sopra e sotto, oltre l’infinito esistono altri infiniti mondi da disegnare e raccontarsi, percorrere, annusare, ideare, sperimentare. Universi sconosciuti in cui tuffarsi e riemergere, al di là della sottile linea fra ciò che è qui e l’altrove.

Se mi dispiace morire? Certo che sì, è ovvio. È la mia vita e non importa quanto tu abbia vissuto. Non sarà mai abbastanza.
Ma non è la vita a finire, è solo la mia che finisce.
Ho avuto tanto. Un lavoro, un amore, una casa. Adesso è il tuo momento.
Prenditi tutta la vita che vuoi. Non dimenticarlo.
Vivi.
A finire è solo la mia vita, ma la vita,
la Vita va avanti.
Ogni giorno

Rosa

Un terrazzino all’inizio dell’autunno e la luce del sole nel primo pomeriggio, la brughiera lombarda e le sagome degli alberi, una sciarpa di lana intorno al collo.
Due donne sedute, una di fianco all’altra, a guardare l’orizzonte

Sulla via Vandelli

Pomeriggio di fine inverno,
quando il sole esplode all’improvviso.
La natura ancora assonnata si sta svegliando,
germogli di velluto sui rami secchi dei cespugli selvatici.

Passo dopo passo,
perdersi sulla via Vandelli.
Silenzio immenso,
il fruscio del vento fra gli alberi.

Ricordo
una vecchia storia tetra
che raccontava di una locanda
qui sulla Vandelli
dove viandanti e commessi viaggiatori
si fermavano lungo il tragitto
fra Emilia Romagna e Toscana E
si mangiava bene,
ma poi succede che dentro il brodo
un frate
trova un mignolo
un dito intero, proprio nella zuppa.
E allora lo avvolge in un fazzoletto, poi
il giorno dopo lo consegna alla gendarmeria che
farà chiudere per sempre quella
locanda sulla Vandelli.
Fortuna vuole che il monaco fosse magretto,
altrimenti nella zuppa finiva anche lui.

Oggi c’è lo scheletro di un vecchio albergo mai ultimato
e cippi, ogni tanto. A ricordare
il tragitto.
Da Cento Croci, con la sua piccola cappella in pietra
a Sant’Andrea Pelago.
Il sentiero è un’ampia strada piatta,
polverosa e dritta.
Si potrebbe camminare fino all’infinito,
un passo dopo l’altro.

Foglie secche, l’eco del silenzio delle
due di pomeriggio,
il sole ancora caldo sulla pelle
per un attimo immobile.
Cane che corre e si butta a pierdifiato tra i prati,
boschi e fossati.
L’ombra del muschio sulle rocce a nord.
Non si sentono nemmeno gli uccelli.

L’ora della giornata in cui tutto si ferma
in inverno dura un momento,
prima che la pelle rabbrividisca di nuovo.
Chiudere gli occhi al sole
nella luce abbagliante.
Il cielo azzurro e la strada deserta,
oltre i faggi
la distesa di prati.
Chissà dove vanno, mi chiedo e
penso alla prospettiva verticale di
una poiana che vede tutto dall’alto.

Le tracce dei lupi e
i denti di animali divorati.
Piccole colline di rocce friabili sbriciolate,
sentieri sconosciuti verso
direzioni nascoste
in alto, sempre più in alto
dove il bosco ha
mille occhi
invisibili

Conosci la sfortunata storia di Domenico Vandelli?

Di fatto, ogni silenzio consiste nella rete di rumori minuti che l’avvolge: il silenzio dell’isola si staccava da quello del calmo mare circostante perché era percorso da fruscii vegetali, da versi d’uccelli o da un improvviso frullo d’ali.
Italo Calvino

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La tradizione inuit di camminare le emozioni

Per prepararci al viaggio verso il Polo Nord del 1990 e testare l’attrezzatura, io e i miei compagni trascorremmo alcune settimane a Iqaluit, una cittadina nel nord est dell’arcipelago artico canadese. In quell’occasione venni a sapere di una bella tradizione inuit: quando ti arrabbi al punto da non riuscire a controllare le tue emozioni, sei invitato a lasciare la tua abitazione e a camminare in linea retta attraverso il paesaggio che ti si para di fronte, andando avanti finché la rabbia non passa. Il punto esatto in cui l’emozione molla la presa viene dunque marcato, infilando un bastone nella neve. In questo modo si misura la lunghezza, ovvero l’intensità, della rabbia. La cosa più sensata che possiamo fare quando siamo arrabbiati, condizione in cui il cervello rettiliano guida le nostre azioni, è allontanarci dalla persona o dalla situazione che ci ha provocato quella reazione.
Erling Kagge,
Camminare. Un gesto sovversivo
la Repubblica, p. 84

Autore del libro “Camminare. Un gesto sovversivo”, Erling Kagge, nato il 15 gennaio 1963 in Norvegia, è esploratore, avvocato, collezionista d’arte. Insieme a Børge Ousland, fotografo, scrittore ed esploratore, che per primo ha attraversato l’Antartico in solitaria, nel 1990 raggiunge il Polo Nord senza supporti esterni, ovvero senza il sostegno di slitte o un team.

Perdersi in Estonia

Il nastro diritto e deserto della strada che si srotola infinita attraverso i boschi, fino all’orizzonte
Le foreste dell’Estonia, con le cime degli alberi verdi in estate e un mantello bianco nei mesi invernali, quando la neve arriva al ginocchio
Il mar Baltico e il rumore dei sassi mentre rimbalzano sulla superficie ghiacciata
i menù in una lingua incomprensibile e le zuppe calde, bollenti, cremose.

Tallinn e il centro del suo cuore più antico,
le mura della città e i ballatoi che corrono in alto sui tetti,
i vecchi muri di pietra.
Le strade con le vetrine ampie dove stare seduta a bere un caffè e guardare il passaggio della gente, la piazza sconfinata e deserta di notte, alla luce dei lampioni
la sorpresa della cucina medievale e di quelli che sembrano vivere ancora un tempo antico, vestiti con abiti fino ai piedi, di tela grossa, e grembiuli come antichi contadini improbabili nell’oggi;
penso a come deve essere strano e magico vestirsi ogni giorno così per andare al lavoro.
Il ristorante Olde Hansa, subito dietro la curva, e l’oscura taverna III Draakon, dove mangiare con le mani leccandosi le dita unte
salsiccia speziata, cetrioli pescati da un’enorme giara e una ciotola di argilla piena di brodo
la luce delle candele,
Raekoja plats, dove si affaccia il Municipio, e la neve improvvisa di una notte
quando tutta la piazza si è ricoperta in un attimo magico di una coltre di bianco come mille piume d’oca portate dal vento.
Le facciate dei palazzi, fianco a fianco
alti e stretti,
ognuno con il muro di un colore differente.
L’antica farmacia Raeapteek al civico 11 di Piazza Raekoja, proprio all’angolo
attiva dal XV secolo.
Il colore giallo dell’ambra distesa nelle vetrine,
ricordi di antiche rotte,
la via dell’Ambra e i mercanti che primi tracciavano mappe sconosciute
la rete di un’Europa percorsa da carri e navi
Medioevo che ancora si respira fra le strade dove risuonano i passi al tramonto.

La prigione di Patarei, secolare fortezza sul mare
il suono del silenzio nelle celle vuote, i lunghi corridoi tetri
pareti gialle sgretolate e gli scogli a picco sul mare
l’occupazione sovietica,
la sala impiccagioni e un colpo di pistola alla nuca, l’ultimo nel 1991
la fine di un’epoca e i cimeli vintage
sveglie con lo sfondo della luna e Gagarin,
l’URSS nei negozi di souvenir.

Il mercatino di Natale di Tallinn e
solo per un paio di settimane all’anno,
il mare ghiacciato da attraversare come fosse una strada.
La sauna, Patrimonio dell’Umanità, per tirarsi via dalle ossa il freddo dell’inverno.
Fette di torta glassate e una tazza di caffè lungo, la sera
Uscire a fare quattro passi e poi ritrovarsi con le mani ghiacciate
al castello sulla collina di Toompea,
Pikk Hermann, la torre più alta
il palazzo del Parlamento, Riigikogu
e poi i candelabri, l’odore di incenso e legno dorato,
lasciarsi abbagliare dall’oro delle icone
nella cattedrale di Aleksandr Nevskij,
con le inconfondibili cupole a cipolla e lo stile bizantino,
un pezzo di Russia in Estonia.
Dietro al contrasto di mattoni rossi e decorazioni in panna montata candida,
panchine deserte fra gli alberi e il quartiere fatto di vie in salita,
bambini che tornano a casa con gli zaini in spalla e scuole di danza,
il pomeriggio lento e grigio di una giornata come tante,

Il Parco Nazionale di Soomaa e il Lahemaa National Park
quando arriva la bella stagione e l’auto corre fuori dalla città,
in un attimo gli edifici grigi e il traffico lasciano il posto alle
dune sul Baltico e i tetti ricoperti di paglia fatti con la cannarella,
la distesa del mare che non sa di sale, lievemente dolci e
i banchi sabbiosi,
i lupi, le linci e gli alberi della foresta primordiale di Oandu,
camminare sulla spiaggia che sembra senza fine a Pärnu,
7 km di passeggiata e strada ciclabile,
l’architettura Liberty e Art Deco,
un viaggio di inizio Novecento.

I centri termali di Narva e l’antica università di Tartu,
le passeggiate lungo il fiume.
Allungarsi fino a Riga e alla Lettonia,
attraversare il confine fra le foreste per
affacciarsi a un altro mondo, a pochi passi.
Tornare a Tallinn
una notte in autobus e l’alba che arriva appena fuori città,
fra i palazzi delle periferie.
Dall’altra parte
Helsinki, a poche ore di traghetto.
La Finlandia che durante il comunismo si cercava di raggiungere
di notte, in barca.

Svegliarsi nella Città Vecchia e guidare l’auto sempre dritto,
fino alle isole:
Saaremaa e Hiiumaa, le più grandi.
Il faro di Kopu, il terzo più antico al mondo e
il luogo dove mar Baltico e golfo di Riga si incontrano
le onde una contro l’altra.
Dormire in una vecchia scuola a Kurassaare,
il castello e il parco, dove passeggiare fino al mare.

Lo stretto di Muhu,
i mulini a vento e i villaggi dell’isola di Vormsi,
l’area protetta di Kura Kurgu
un gruppo che balla danze tradizionali a Kassari
e le fattorie tra i boschi, una strada che corre solitaria
alberi di mele e staccionate di legno con crani di vacca appesi
mirtilli da mangiare a colazione insieme all’avena cotta nel porridge,
prati sconfinati e la passera di mare affumicata,
boccali di birra, zuppa al salmone,
ospitalità
un concerto al tramonto, bambini che giocano.

Aspettare un traghetto davanti al mare,
ciuffi d’erba fra la sabbia nel molo deserto,
scafi da ridipingere e odore di vernice