Carnevale di Viareggio 2024

Ha vinto lui, alla fine, il primo premio del Carnevale di Viareggio edizione 2024: Jacopo Allegrucci, per la terza volta di seguito, con “Va’ dove di porta il cuore…”, citazione dal libro di Susanna Tamaro. L’adolescenza.

Sono tutt’attorno le voci dei desideri che ti chiamano da adolescente, ma i sogni si confondono con gli incubi e il canto di una sirena diventa prigione tra le grinfie di un’arpia. Allora tu “senza farti distrarre da nulla, aspetta, aspetta ancora, stai fermo in silenzio e ascolta il tuo cuore. E quando poi ti parla alzati e va’ dove lui ti porta, va’ dove ti porta il cuore”. È l’ultimo atto del carnevale. Nel grande circo un t-rex in catene che finirà forse per sbranare domatore e spettatori; il capro è stordito dall’ultima bevuta, avvolto dal bla bla bla generale. Intanto si sveglia l’I.A. e sarà forse un robot a ricordarci che è tempo di aprire gli occhi.

La sfilata del Carnevale di Viareggio 2024, nel suo ultimo giorno, si conclude con il primo dei carri ad aver attraversato la piazza che ritorna, “Il profumo delle rose nelle spine” di Carlo e Lorenzo Lombardi, per me di una potenza struggente e splendida. Se ti sembra precario, quasi abbozzato, quel cavallo altissimo, sappi che non sbagli: rappresenta la fatica, il dolore ma anche la speranza, il duro lavoro delle mani e dei cuori. La costruzione allegorica si ispira alla scultura di legno e cartapesta realizzata nel 1973 dai pazienti del manicomio di Trieste, diretto da Franco Basaglia. Marco Cavallo è il cavallo di questa moderna Troia, città dell’anima da espugnare e fortificare, impenetrabile e fragile. Alto 4 metri, azzurro, era il simbolo della gioia di vivere, dei sogni e dei desideri delle persone ricoverate. 

Nell’intenzione dei suoi costruttori, l’attenzione è “sulla psicologia sociale e l’influenza che il contesto in cui si è inseriti apporta a pensieri e sentimenti”. Un invito ad andare oltre i muri dei pregiudizi, dell’indifferenza, della paura, dell’intolleranza e della superficialità, si legge sul sito ufficiale del Carnevale di Viareggio.La musica è quella delWaltz No. 2 del compositore russo Dmitrij Dmitrievič Šostakovič. Segue il carro una folla mascherata in camicia di forza, con i lacci che pendono e le gambe nel ballo. Mentre in alto, alzando lo sguardo, il volo di chi si lancia, altalena nell’immenso senza confini.

La libertà. Quanto c’è di questo tema nelle creazioni di questo carnevale: libertà, sogno, allerta, necessità di risveglio, pericolo. Fin dai suoi inizi, nel secolo Ottocento, il Carnevale di Viareggio è stato satira, indice puntato sulla politica e la realtà sociale.

Oggi. Gaza che annega nel sangue, di cui le persone continuano a parlare pur sfidando gli inviti al silenzio. Due anni di guerra in Ucraina – il 23 febbraio 2022 veniva proclamato lo stato di emergenza nazionale per trenta giorni ormai passati da troppo. I ragazzi di un liceo che potrebbe essere di ovunque picchiati dalla polizia. Una minoranza che rende disonore alle divise cerca di agitare il suo piccolo potere, come accade ogni secondo, da centomila anni di storia.

Eppure, la coscienza che si sveglia ha paura ma non ci fa caso. Potrai anche essere considerato pazzo e sconsiderato, ma chi lotta per la libertà ha in mano il mondo ed è per questo, per quanto difficile, che il cammino della libertà non può essere fermato. Potrebbero volerci anni – del resto ci abbiamo messo secoli solo per uscire dalla cucina e arrivare alla sala da pranzo – ma non importa. 

È più facile restare ognuno nel suo. È infinitamente più facile educare a questo: un lavoro, una casa; essere produttivi e possibilmente ben remunerati. Adeguarsi. Camminare al passo. Farsi gli affari propri e non dare nell’occhio. Leggiamo storie avvincenti di gente che sogna un mondo diverso, la guardiamo al cinema ma poi nella realtà di tutti i giorni diventiamo piccoli. Anche un genio come Šostakovič dovette adeguarsi: alla burocrazia.

È più facile, ma se ognuno fosse rimasto fermo al proprio posto che ne sarebbe stata dell’umanità? 
Se ognuno rimanesse fermo al suo posto che ne sarebbe dell’umanità? 




Come nacque il Carnevale di Viareggio

È il Martedì Grasso del 25 febbraio 1873 e per la prima volta in Via Regia passa una sfilata di carrozze in festa. Nacque così il carnevale di Viareggio e racconta la voce del Tempo che l’ispirazione venne nel Caffè del Casinò, fondato quarant’anni prima, negli anni Trenta dell’Ottocento.

Lungo la passeggiata a mare viareggina sfilano i carri con alcune delle maschere più grandi al mondo, tra i 20 e i 30 metri d’altezza.

A Viareggio esisteva già una Società del Carnevale, che organizzava feste da ballo. Ma le carrozze decorate da fasci di fiori con le persone che gettavano in strada confetti e caramelle non le aveva mai viste nessuno. 

L’idea l’aveva avuta un gruppetto di ragazzi che di solito si incontrava al Caffè del Regio Casinò, proprio in via Regia. Lì fra quei tavoli si pensò a una festa che fosse per tutta la città: proprio tutti. Una festa che fosse colore, divertimento, sorpresa. Pura magia.

E così fu. Anno dopo anno, le sfilate di Carnevale diventano una festa popolare. Nel 1905 i festeggiamenti di Carnevale si trasferiscono dalla Via Regia alla Passeggiata a mare di Viareggio, dove si tengono ancora oggi. Come accadde alla Biennale di Venezia l’evento sarà interrotto dalle guerre mondiali.

Il 15 settembre 1827 Carlo Ludovico, Duca di Lucca, aveva ceduto alla comunità di Viareggio Palazzo Ferrante Cittadella, in via Regia. Il palazzo doveva servire per la costruzione di una chiesa e un annesso convento. Tuttavia, visto che per la chiesa si era provveduto diversamente, il 16 gennaio 1834 autorizzò la richiesta del Governatore di Viareggio di «ridurre una parte del palazzo ad uso di Casino, onde i forestieri che si portano per l’uso di bagni abbiano un locale dove riunirsi nelle ore a questi non necessarie».

Fonte: Quando Viareggio iniziò a giocare al casinò di Paolo Fornaciari su Il Tirreno

Satira e sogno al carnevale

La satira politica è presente da sempre. Il secondo anno del Carnevale, nel 1874, fu preso di mira Adolfo Piatti, agente delle imposte, il quale denunciò alla polizia la mascherata organizzata, ma la presa in giro fu archiviata. Accanto alla satira carri che si ispirano alla letteratura, all’arte e alla poesia della vita: ogni anno il tema è differente.

Nel 1883 sfilano I quattro mori, considerato il primo carro allegorico. Le carrozze vengono sostituite dai carri figurati: all’inizio sono i carpentieri e i maestri d’ascia dei cantieri navali a costruirli.

Burlamacco, maschera ufficiale del Carnevale di Viareggio

Scultori, carpentieri e fabbri lavoravano gomito a gomito modellando le figure con gesso e scagliola, tagliando e incastrando il legno e il ferro. Immagina il lavoro, lì davanti al mare sulla Darsena, dove la perizia artigiana sapeva realizzare imbarcazioni destinate a sfidare le onde.

Il 1921 fu un anno importante e purtroppo non solo in senso positivo. Era l’inizio dei ruggenti anni Venti; il secolo era all’inizio, pieno di promesse. La prima gueerra mondiale era finalmente terminata e il carnevale riprendeva dopo sei anni. Fu per la prima volta in quell’annata, il 1921, che si cantò per la prima volta la canzone che è ancora l’inno del carnevale: “Su la coppa di champagne“, poi nota come “Il carnevale di Viareggio”, con le parole di Lelio Maffei e musica di Icilio Sadun. I carri si animarono di musica grazie alla banda, che trovò posto nel carro “Le nozze di Tonin di Burio” di Guido Baroni, costruito su ispirazione di un matrimonio.

Nel 1931 appare per la prima volta Burlamacco, ideata da Umberto Bonetti, pittore, grafico e scenografo. Diventerà la maschera ufficiale del Carnevale di Viareggio, l’ultima nata delle maschere tradizionali della Commedia dell’Arte

La cartapesta e i movimenti: come cambiano i carri del Carnevale

La festa del 1921 fu un grande successo. Ma a maggio le squadre fasciste irruppero nell’associazione dei Maestri d’ascia e calafati di Viareggio e la distrussero. Qualche tempo dopo rimasero uccisi due giovani: l’anno dopo, il 1922, il carnevale saltò. Tuttavia, ecco il 1923 con l’innovazione più grande, l’uso della cartapesta.

Oggi le maschere dei carri vengono animati dai “movimenti” e il primo fu il carro Pierrot di Umberto Giampieri del 1923, che riuscì a rendere mobili gli occhi e la testa del fantoccio.

Il fascismo incoraggiò e controllò il Carnevale, che si svolse fino al 1940. Durante la seconda guerra mondiale furono numerose le incursioni aeree sulla città di Viareggio. I bombardamenti uccisero un elevato numero di civili, distrussero case, palazzi, attrezzature del porto. Liberata nel 1944, Viareggio lentamente si leccò le ferite e iniziò a ricostruirsi.

Carnevale di Viareggio: gli hangar di via Cairoli

Il primo carnevale dopo la guerra fu quello del 1946. I maestri della cartapesta lavoravano fra le macerie e dopo due anni, nel 1948, iniziarono la costruzione degli hangar di via Cairoli: l’arte della cartapesta e della costruzione dei carri, che occupa un intero anno, diventa patrimonio della città, un’eredità preziosa di cultura e storia.

La cartapesta si prepara con acqua, carta, colla e gesso. Grazie alla leggerezza del materiale vengono plasmate forme giganti, che verranno levigate con la carta vetrata e dipinte con colori acrilici. Il primo carro di cartapesta del Carnevale di Viareggio fu “I cavalieri del Carnevale” di Antonio D’Arliano, nel 1925.

Il 29 giugno del 1960 un incendio distrusse i capannoni e l’attrezzatura di via Cairoli: non si fece in tempo a preparare le mascherate che erano già in costruzione per il Carnevale dell’anno successivo, ma Viareggio e i suoi artigiani non si diedero per vinti e il 1961 fu festeggiato in ritardo e ricordato come il Carnevale di primavera. Un simbolo di resilienza, la lezione di chi non si arrende.




Scuole Felici

Giovanna Giacomini è l’autrice di “Scuole Felici. La pedagogia basata sul metodo danese nei servizi educativi 0-6 anni in Italia“, pubblicato da Erickson (2023). Ma non si tratta solo di un libro: Scuole Felici (oltre a essere una filosofia di vita!) è il progetto che Giovanna Giacomini, formatrice e pedagogista, sta costruendo nella realtà di tutti i giorni: una proposta educativa per la fascia da 0 a 6 anni che si ispira alla filosofia hygge, un termine danese che abbiamo imparato a conoscere perché è ormai da qualche anno diventato un trend.

Calore, felicità e il senso di condivisione ispirato da un’atmosfera sociale in cui ci si sente a casa, ecco il senso dell’aggettivo danese hygge: questa è anche l’ispirazione dietro al progetto “Scuole Felici”. Sentirsi come a casa, in fondo non è questo che desideriamo per i nostri figli? Non si tratta di una preoccupazione dettata solo dal bisogno di sicurezza, in realtà le ricerche sul campo da anni indagano il fatto che in un ambiente sereno e familiare l’apprendimento accade con più velocità e risultati migliori. Sì, quando ci sentiamo intimamente tranquilli impariamo e lo facciamo con più sicurezza, voglia e ispirazione.

“I bambini apprendono sempre” scrive l’autrice, che continua scrivendo – pagina 37 – “È abolito il fare tanto per fare”. Ecco, se potessimo trasferire questa idea a tante scuole sparse nel territorio nazionale forse si potrebbe generare, nella vita di tutti i giorni, una nuova filosofia che nasce dalla pratica osservazione della realtà. Apprendiamo ogni attimo: i bambini ancora di più, hanno occhi spalancati sul mondo e hanno fame di sapere. Sapere come funzionano le cose, come sono fatte, fame di sapere tutto del mondo: quello fra 0 e 7 anni d’età è un momento estremamente fertile in cui la curiosità verso ciò che ci circonda è sfrenata. Forse al di là degli sterili dibattiti sulle schede da colorare l’interrogativo che dovremmo sempre cucire al nostro cuore quando abbiamo a che fare con bambini e bambine è chiederci se c’è il mondo dentro a quello che stiamo offrendo loro oggi, c’è la vita con tutte le sue sfaccettature e i misteri di cui andare in cerca?

Il libro “Scuole Felici” di Giovanna Giacomini si ispira al “Nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità a scuola e in famiglia” scritto da Jessica Joelle Alexander. Fra le parole chiave per la costruzione di questo approccio i valori che troviamo come bottoni sul filo dell’esperienza sono: fiducia, ascolta attivo, rispetto, flessibilità, coerenza, coinvolgimento, confronto, ispirazione, rispetto, cooperazione. Fra bambini, a scuola e nel dialogo fra scuola e famiglia.

L’incontro con il metodo delle scuole danesi

Come nasce l’idea di un servizio educativo 0-6 basato sul metodo danese? Ero molto curiosa di sapere dove fosse scaturito l’interesse verso le scuole danesi e come si fosse costruito nel tempo.

“Il primo amore per la Danimarca è nato in realtà per caso. Intorno ai 25 anni, mentre ancora studiavo pedagogia e insegnavo in una rigorosa scuola dell’infanzia cattolica come maestra ho fatto un viaggio spettacolare con il mio compagno di allora, un tour del Nord Europa. Partenza Copenaghen alla scoperta dei fiordi Norvegesi e rientro nella capitale della Danimarca. Durante il viaggio mi ha colta di sorpresa la bellezza dei paesaggi del Nord, le cittadine e i piccoli paesi perfettamente ordinati, con casette colorate. Nessuna recinzione, un minimalismo caldo e accogliente, moltissimi parchi gioco per bambini disseminati in ogni quartiere. Ho viaggiato in agosto ma le temperature per me erano ugualmente fredde. Eppure i bambini e le famiglie che incontravo erano all’aperto con semplici sandali (a volte a piedi nudi) e infangati per bene dalla testa ai piedi. A Copenaghen passeggiando per il centro abbiamo visto carrozzine e passeggini con bambini che dormivano beatamente all’esterno di bar, negozi e ristoranti senza nessun adulto a controllarli. Questo aspetto in particolare mi ha fatto scattare una scintilla. Da dove nasce la fiducia dei danesi? Come vivono i bambini in questa dimensione così libera? Nel tempo ho iniziato a studiare e documentarmi (molte ricerche sono solo in lingua inglese e non è facile avere una visione pedagogica di insieme. L’educazione danese è strettamente connessa allo stile di vita e non ci sono molti studi specifici di area pedagogica). Ho preso contatti con Jessica Joelle Alexander, scrittrice del libro “Il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità“. Ho scoperto qualche anno fa che viveva a Roma con il marito (ora è tornata in Danimarca) e che parla piuttosto bene la lingua italiana. Si è dimostrata subito entusiasta all’idea di poter condividere le nostre idee sulla pedagogia danese. In particolare è stato interessante integrare le sue esperienze con la mia visione che stavo (e sto) sperimentando nella prima infanzia (0-6 anni). Tutto questo mi ha portato questa estate a tornare in Danimarca per un viaggio in famiglia che però mi ha permesso di fare tappa in alcune delle scuole danesi di periferia (nel bosco) e del centro di Copenaghen. Il mio obiettivo è riuscire a creare un ponte con alcuni di questi servizi educativi per creare uno scambio proficuo”

Giovanna Giacomini

La musica a scuola

Un aspetto interessante trattato nel libro riguarda l’esposizione ai suoni. I bambini adorano la musica, ne sono naturalmente attratti. Che musica facciamo ascoltare ai bambini? Questa domanda ha una risposta vitale. Un fatto importante di cui prendere consapevolezza è la qualità della musica a cui esponiamo i più piccoli: troppo spesso evitiamo di curare i brani e gli autori da far loro ascoltare che, invece, non solo rappresenteranno un patrimonio culturale per la loro vita, ma anche un patrimonio in termini di memoria condivisa a livello familiare. Attraverso la musica e i nostri brani preferiti possiamo raccontare storie, periodi della nostra esistenza, ballare, cullarci. Perché la musica ha il potere di influenzare le nostre emozioni: con la musica buttiamo fuori l’energia e, al momento giusto, con i brani giusti, calmarci e favorire il rilassamento.

“La musica ha una grande importanza. Se ci pensiamo bene il bambino è immerso nei suoni fin da quando è nel grembo materno: il ritmo del battito del cuore della mamma, la sua voce e i rumori intorno a lui sono un costante stimolo alla sua crescita. Soprattutto nella prima infanzia il bambino è naturalmente attratto dalla musica che, se ben selezionata, ha un effetto calmante e genera un profondo stato di benessere. Lo osserviamo spesso a Scuole Felici in particolare quando offriamo al bambino esperienze con la musica a 432 Hertz o i cosidetti rumori bianchi (Il suono di un torrente che scorre, il rumore costante del vento, il battito cardiaco o il rumore del phon o della lavatrice) oppure la musica classica.
I bambini reagiscono in modo diverso alle proposte musicali: alcuni sembrano preferire alcuni brani rispetto ad altri, ma è molto difficile generalizzare. Le proposte devono essere molto varie proprio per far si che si possano osservare attentamente le risposte dei bambini. Attenzione al volume! Che deve essere contenuto. Questa scelta musicale è preferita durante i momenti di rilassamento (come le lezioni di contatto o prima della nanna o al bisogno, quando il bambino manifesta il desiderio di un momento di tranquillità e vuole isolarsi dal gruppo o dal gioco, spesso per stanchezza). Durante le attività più creative, come ad esempio la pittura, la manipolazione, la costruzione, invece, si propongono tracce musicali come il jazz e la musica barocca. La musica Barocca (Bach o Vivaldi) crea un ambiente mentalmente stimolante, favorisce la concentrazione nei momenti dove i bambini sono impegnati in qualcosa. Esistono poi delle specifiche tracce sonore (versi degli animali, rumori dell’ambiente, suoni onomatopeici) che sono proposti in setting di gioco per promuovere la discriminazione uditiva e favorire lo sviluppo del linguaggio. Durante l’ascolto il bambino è lasciato libero di sperimentare, di muoversi liberamente nello spazio. Qualche volta mi è capitato di entrare in qualche nido o scuola dell’infanzia dove i bambini si trovavano in salone tutti riuniti con uno stereo accesso e le classiche canzoni da bambini (stile Zecchino D’Oro) a tutto volume. Questo ambiente rumoroso e caotico è esattamente quello che non si dovrebbe proporre ai bambini”

Giovanna Giacomini

Passeggiata a 5 sensi

Il semplice fatto di uscire a passeggiare per un bambino (e non solo!) può trasformarsi in un’avventura dei sensi. Ecco uno spunto tratto dal libro “Scuole Felici” di Giovanna Giacomini, un viaggio sensoriale: segnalibro a pagina 120.

Immagina di essere un… (nome dell’animale). Ascolta. Cosa senti da questa parte? Concentrati sui suoni più forti, ma anche su quelli più deboli (…) Tieni gli occhi chiusi e annusa il vento con il naso. (…) Cosa senti sotto le mani? E sotto i piedi? …

Immaginare di essere un animale, immersi nella natura vivida di un prato, può diventare anche l’occasione per sperimentare il corpo, fare stretching e stiracchiarsi. Dimenticare le scarpe e sentire la terra sotto i piedi, allungarsi e stiracchiarsi. Meditare e contemplare. Assaggiare il silenzio. Il viaggio della consapevolezza inizia così: quando ci fermiamo e iniziamo a sentire. Con i sensi all’erta cominciamo ad accorgerci del mondo fuori e del mondo dentro e… che in mezzo ci siamo noi, il nostro respiro che ci porta dentro e fuori.




La promessa di Tara

Non importa quanto tempo ci vorrà. La promessa di Tara è di restare. Tutti saranno attesi. C’è tempo. C’è tempo per tutto e per tutti. Tara, che nasce dalle lacrime, è compassione e comprensione del “mancante”. Il principio di Tara è che non si può escludere nessuno dal sistema

C’è una storia bellissima che viene dal mondo Buddhista ed è la storia di Tara.

La più antica immagine di Tara si trova nelle grotte di Ellora, in India. Una delle sue immagini più ancestrali si trova nella grotta 6 (Cave 6, Ellora Caves), ma in Asia è facile incontrare Tara in tanti luoghi. Tara compare in India, Giappone, Indonesia, Cina, in Nepal e in Tibet, dove è conosciuta anche con il nome Jetsün Dölma, che significa “venerabile madre di liberazione”.

Il nome Tara significa “stella” e le storie intorno alla sua origine sono molte. Assomiglia alla figura cristiana di Maria, forse perché in ogni celebrazione del divino esiste il riconoscimento di un principio femminile che è parte della nascita del mondo. Anche Tara è vista e venerata come la madre.

La promessa di Tara è che ognuno di noi si salverà, che c’è tempo sufficiente per aspettare tutti. Possiamo fermarci e non restare indietro

Di Tara non ne esiste una sola, ma 21: è considerata la Madre di tutti i Buddha e una delle Dieci Grandi Forze Cosmiche del Tantra, è l’energia divina della Compassione e della Grazia di Dio. Considerata protettrice del Tibet, il mantra di Tara si recita con queste parole “oṃ tāre tu tāre ture soha” e il senso suona all’incirca così: liberami da tutto ciò che mi spaventa.

oṃ tāre tu tāre ture soha

Che io possa essere liberato da tutto ciò che mi spaventa

Non serve essere buddhista per pronunciare un mantra. In India il sanscrito è considerato una lingua divina che ha la sua azione benefica già solo per il suono delle parole. Ogni preghiera è suono e atteggiamento mentale: è il modo in cui svuotiamo la mente e ci immergiamo nel silenzio a fare la differenza, non importa da quale tradizione venga. In fondo, ogni preghiera è espressione di una diversa parte del mondo ma anche di tutti i viventi. Un fare silenzio che ci ricorda di fermarci e ritrovare il filo che lega il nostro cuore alle stelle e alla terra: il respiro che ci calma.

La nascita di Tara

La storia racconta che Tara fosse una principessa. A questa principessa fiera e curiosa viene detto che non avrebbe potuto raggiungere la liberazione finché nel corpo di donna. Ritenta in un’altra vita. Il corpo di donna è sempre due e non è un caso se la liberazione è concepita al maschile in tante tradizioni: è più facile salvarsi da soli. In due si è meno leggeri, in due si è più lenti e ingombranti. Immaginiamo uno che corre o che stia per annegare, uno che deve scappare da una guerra, uno che si muove in un abisso o anche solo nella vita. Da soli possiamo contare sulle nostre forze e sul nostro controllo, che magari non è tanto ma nemmeno poco.

Il corpo di una donna è progettato per due anche quando non diventa due. Tara non si arrende. La principessa Luna di saggezza, questo era il suo nome, diventa Tara, stella. Secondo un altro racconto mitico Tara nasce dalle lacrime di Dio, Avalokiteśvara, che l’antico monaco viandante e traduttore cinese Xuánzàng traduce dal sanscrito chiamandolo “il Signore del mondo che guarda in giù”. Si dice che Tara sia nata dalle sue lascrime quando Avalokiteśvara, guardando verso il mondo, si accorge della sofferenza in cui si trovano gli esseri umani intrappolati nel ciclo delle esistenze.

La promessa di Tara è di restare. Non importa quanto tempo ci vorrà: Tara, che nasce dalle lacrime, è compassione e comprensione del “mancante”. Il principio di Tara è che non si può escludere nessuno dal sistema e questo in fondo non è semplicemente qualcosa che ha a che fare con l’idea di altruismo: è una legge universale che parte dal nostro corpo.

Quando desideriamo eliminare quella ferita, il taglio si infetta; ogni volta che cerchiamo di non vedere quella cicatrice, lei sembra più grande. Noi cerchiamo di appianare una ruga e la ruga diventa più profonda. Vogliamo cacciare la polvere sotto il tappeto e andare oltre gli sbagli, il tempo perso, compensare le persone mancate, dimenticare la morte e gli appuntamenti bruciati. Ma quel gradino inciampato, quel salto nel vuoto, resta lì e più desideriamo dimenticarlo maggiore è il senso dell’impotenza che ci fa restare in bilico di nuovo. Più vogliamo andare via, più restiamo impigliati. Non resta che guardarci intorno, suggerisce Tara, e aprire gli occhi, le braccia, il cuore.

La promessa di Tara

Se ci fermiamo al trauma tutto rimane lì, bloccato. Il Novecento è stato l’epoca dell’analisi. Ora l’umanità entra in un tempo nuovo, dove le conoscenze del passato e del futuro possono saldarsi. Tutto ciò che accade nei primi anni della nostra vita è indelebile, leggiamo ovunque. Eppure, ciò che ci consegna un’immagine antichissima possiede la forza di una visione differente: Tara è il simbolo di una comprensione che va oltre e risana perché la guarigione non solo ammette la possibilità di errore, ma parte da lì, dalla caduta e dalla perdita. La luce non nega l’ombra ma con immensa generosità la abbraccia ed è allora che il buio si dissolve nell’alba.

Dissolversi, che parola meravigliosa. Un monaco siede per terra, in mezzo alle polveri colorate, impegnato nella realizzazione di un mandala. Alla fine il mandala non verrà distrutto: ogni mandala viene dissolto e la dissoluzione, simbolo della transitorietà della vita, è un momento di celebrazione

Tara viene invocata contro la paura, in Tibet, ed è l’immagine della forza che è capace di tirarci fuori dal buio, dal gradino scosceso che ogni giorno ci sprofonda. Le stelle ci ricordano che alzare lo sguardo è importante e non tutto è perduto: la storia si fa con l’andare, passo dopo passo. Inciampi e salti nel buio compresi.

Ci sono abbracci che salvano la vita, oggi lo sappiamo. Per esempio, quelli dei neonati prematuri tenuti da padri madri e fratelli e sorelle sulla pelle nuda, una terapia di calore al ritmo del battito dei cuori. Le costellazioni familiari parlano dei movimenti interrotti e dell’abbraccio che li ricostituisce. Cucire è una forza vitale. Piantare è una forza vitale: guardarsi negli occhi, perdonare, camminare, costruire, riparare. A volte anche solo, semplicemente, respirare.

Tara ci dice che aspetterà tutti, lei, e ci ricorda che anche noi possiamo iniziare a farlo: possiamo aspettare e cucire, disegnare e unire le parti di noi, anche e soprattutto quelle strappate, mancanti, menomate. Immaginare. Significherà cercare e ritrovare frammenti della nostra storia, integrare ciò che siamo e ciò che vogliamo. Iniziare, almeno di un passo, ad andare verso anziché contro e abbandonarsi alla corrente. Accettare. Espirare e inspirare. Respirare.

Grotta 6 Ellora Cave, India



Vishvakarma (Grotta 10) Ellora Cave in India

Le grotte di Ajanta del Maharashtra in India

A cento chilometri da Ellora ci sono le grotte di Ajanta. Qui la pietra diventa viva: le sculture che appaiono sulla roccia sembrano risalire al II secolo a. C. e dal 1983 fanno parte del Patrimonio dell’Umanità Unesco. Sono stati classificati come murales e la loro creazione presenta una tecnica di lavorazione molto particolare.






Come nacque il flauto?

Una persona cammina lungo le rive del fiume. È sera, è mattina: il suo villaggio è poco lontano. All’alba cammina fra la vegetazione mentre la luce del mattino caccia via il buio, passo dopo passo al tramonto cammina e il sole se lo portano via le stelle.

All’improvviso, si ferma. Ascolta. C’è il suono del vento che passa e attraversa il mondo.

Lì intorno, altissimo, il bambù. Ecco da dove arriva questa musica. Chiude gli occhi e ascolta. Il vento fa correre veloci le nuvole e scuote il bambù, si infila nelle canne che crescono accanto al fiume e fa suonare l’aria, mentre l’acqua accompagna il tempo con il suo flusso costante.

Siamo in Cina. È così che nasce il flauto. Una persona, qualcuno che ha ascoltato la musica del vento, si ferma e taglia un pezzo di bambù. Pratica dei fori così che l’aria possa attraversare il fusto vuoto e produrre suoni.

Anche noi siamo vento. Siamo respiro. Soffiando moduliamo il ritmo della tempesta e della bonaccia. Diventiamo musica.

*

Dall’altra parte del mare. Dall’altra parte della terra, tra le foreste antiche di un luogo nascosto dalle montagne qualcuno cammina nel bosco. Si cammina in silenzio nel bosco, per ascoltare ogni più piccolo rumore intorno. Gli uccelli volano e chiacchierano fra loro gorgheggiando.

Fischia. Se fai passare attraverso le tue labbra umide il respiro ti accorgi che c’è un sibilo diverso, nuovo, che si diffonde nell’aria. Ti confondi anche tu con un uccellino, se ti alleni.

In Germania nella cava di Hohle Fels è stato ritrovato un piccolo flauto; è lungo circa venti centimetri ed è stato creato dall’osso di un uccello, il radio di un grifone, un uccello che arriva a un’apertura alare di due metri. Lì vicino c’erano altri due flauti, in avorio. Sembra che siano stati dimenticati lì 35000 anni fa. In Cina, a Jiahu, 9000 anni fa una mano lascia cadere un piccolo flauto: è in osso, ricavato da una zampa di una gru della Manciuria, che abita fra i canneti, nelle acque poco profonde lungo il fiume e i piccoli laghi cinesi. Sono spariti nell’acqua e consumati dalla terra i piccoli flauti dei bambini di un tempo e dei vecchi distesi fra i prati, ma la memoria ancora li ricorda. Il Dizi, che a volte viene chiamato Zhudi, bambù, è un flauto traverso tradizionale di origine, ora lo sappiamo, antichissima che ancora oggi viene suonato in Cina.

*

In un tempo così lontano che facciamo persino fatica a immaginarlo, le persone camminavano nelle foreste, lungo le rive dei fiumi, da una parte all’altra del mondo. In Grecia si raccontava di un dio, un ragazzo divino di nome Pan, che abita, libero e selvaggio, la foresta. Pan si innamora di una ninfa, una piccola fata dei boschi, di nome Siringa, ma a lei quel ragazzo non piace e perciò scappa via e chiede aiuto alle Naiadi, ninfe che abitano le acque dolci. Le Naiadi trasformano Siringa in una canna di fiume ed è così che ascoltando quel suono Pan si ferma, rapito, e trasforma il suo amore non corrisposto in musica. Siringa in lingua greca è σῦριγξ e significa anche “condotto, galleria, canale”. Anche fra le Ande, montagne antiche nate 180 milioni di anni fa, si suona il flauto. Il flauto andino è chiamato Quena o Kena, canna.

È il vuoto a fare la musica. È il silenzio a fare il ritmo. È il cuore a fare armonia.




Storia di Hui-neng e del monastero zen di Hui-jan a Mang-Mei

C’era una volta un ragazzo: si chiamava Hui-neng e abitava in Cina nella città di Xinzhou, oggi nella provincia di Guangdong.

Hui-neng lavorava la terra e faceva il taglialegna. Non sapeva scrivere né leggere, ma voleva sapere tutto del mondo e della vita, desiderava la conoscenza.

Un giorno decise di mettersi in viaggio per raggiungere il monastero di Hung-jan, a Mang-mei dove viveva una comunità di monaci. Un tempo i monasteri era luoghi dove imparare. la gente meditava, leggeva libri antichissimi e si confrontava con i maestri.

Hui-neng fu messo a lavorare in cucina. Nel frattempo, accadde che il patriarca, che per molti anni era stato a capo del monastero, decise di scegliere il suo successore, il maestro che sarebbe venuto dopo di lui.

A tutti fu chiesto di scrivere una poesia. Una poesia capace di esprimere il senso del buddhismo, il significato profondo della vita. La parola “buddhismo”, infatti, significa “svegliarsi alla conoscenza”.

Shen-hsiu, che era il capo monaco della comunità, scrisse questa poesia, che nella notte appese sui muri del corridoio dove dormiva il patriarca Hung-jan

Il corpo è l’albero del Bodhi;

La mente uno specchio lucente.

Abbi cura di pulirlo di continuo,

Non lasciare che la polvere vi cada sopra

Il giorno dopo i fogli di un’altra poesia comparvero appesi sui muri. Diceva così:

Non vi fu mai un albero del Bodhi,

Né mai uno specchio lucente.

In realtà, nessuna cosa esiste;

Dove dovrà cadere la polvere?

Il patriarca Hung-jan intuì che doveva essere stato Hui-neng a scrivere quella poesia. Allora lo convocò nella notte; gli affidò la tunica da monaco e la ciotola delle offerte, poi gli disse di andare sulle montagne: al momento giusto lo avrebbe chiamato e gli avrebbe trasmesso gli insegnamenti necessari per diventare un grande maestro.

* questa piccola storia zen per bambini e non solo è nata dalla lettura del libro “La via dello zen” di Alan W. Watts, Feltrinelli (2000)




2 febbraio: Candelora

In questa giorna si usava far benedire le candele per proteggersi dalle tempeste.