La persistenza della memoria, un dipinto. Olio su tela di Salvador Dalì. Orologi che si sciolgono, tempo liquido che sfugge come sabbia scivolosa fra le dita.

Di che cos’è fatta la memoria? Tempo liquefatto, tempo fluido e agli sgoccioli. L’elasticità e la relatività del tempo. Camminando nella neve oggi ascolto il suono dei miei passi, quasi nullo nel silenzio totale. Il paesaggio con la neve si trasforma in una tela con poche ed essenziali forme: la strada, una linea lunga senza confini che non inizia e non finisce. Combatto con il pericolo di cadere e mi lascio andare all’oscillazione che mi mantiene in equilibrio, un equilibrio fluido e momentaneo.

Perdo tempo. Perdo il senso del tempo in questo tratto scritto da un paesaggio tutto uguale in cui non mi riconosco. E allora a risaltare sono i miei pensieri, il filo dei miei pensieri mi trasporta e mi ricorda a che punto sono della strada.

Sembra che l’origine della parola memoria provenga dalla radice indoeuropea smer: “ponderare, pensare, meditare, considerare, curare” ci ricorda James Hillman. Mnemosine, non regina bensì madre delle Muse, dea della memoria; mnema, in greco antico, tomba e ricordo.

Strada liquefatta, fluida e agli sgoccioli. Una strada fatta di polvere di neve, scivolosa e plastica, in trasformazione costante, ora dopo ora.

E ora dopo ora, il paesaggio si modifica, sommerso da questa neve instancabile che cade da ventiquattr’ore, polvere leggera. A sera la spio mentre cade nella luce dei lampioni accesi: in queste ore che attraversano il tempo, invisibili e leggere, lontani, ritrovo i fili dei miei pensieri come fili di perle da toccare nel buio di una scatola segreta, cippi ai bordi di una strada posti come pietre di confine in questa vastità fluida del tempo.

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