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“Io amavo la musica ma la musica non amava me. Attraverso il cinema invece riesco a dire chi sono. Il mio primo errore è stato quello di aver confuso la passione con il talento. Volevo essere un grande musicista, ma come musicista ho fallito. Ho rimediato con il cinema. Ma ancora oggi vorrei essere un grande musicista”
Pupi Avati, intervista la Repubblica

All’anagrafe Giuseppe Avati, nasce a Bologna il 3 novembre 1938: Pupi Avati, figlio di antiquario, sarà conosciuto come regista, grazie alla poesia delle immagini capaci di ritrarre le atmosfere più intime di Bologna, il volto della gente, i suoi passi nel tempo. Ma non sempre si ricorda la sua passione per la musica. Dal 1959 al 1962 Pupi Avati fa parte della Doctor Dixie Jazz Band; a fargli rinunciare il sogno di una carriera nel jazz come clarinettista sarà l’ingresso nella band di Lucio Dalla, che come racconterà, si dimostrò più bravo di lui. Sì, perché quel musicista che sembrava modesto non lo preoccupava all’inizio, si legge fra le pagine dell’autobiografia di Pupi Avati “Sotto le stelle di un film“. Poi sarà quella che Pupi Avati chiama “duttilità, una predisposizione, una genialità del tutto impreviste” a metterlo nell’angolo. Dalla non è solo bravo, ha la musica nel sangue e forse è proprio così che si scopre un dono. Il talento si esprime in campi diversi, ma è ciò che viene naturale, spontaneo come una sorgente: ikigai, si direbbe in Giappone. Quando ci muoviamo in quel territorio allora riusciamo a diventare fluidi, duttili, capaci di cambiare e assecondare il ritmo, dimenticare la tecnica e danzare con estro. Purtroppo in quel territorio pochi di noi vivono stabilmente, anzi per scoprirlo servono anni di tenacia e pazienza, a volte tutta una vita.

Pupi Avati e il cinema

Nei quattro anni successivi Pupi Avati lavora come rappresentante per i surgelati Findus: anni che definirà i peggiori. Eppure, nel frattempo trama i suoi sogni, ne tesse una tela con cui evadere dalla frustrazione, per farne un tappeto magico con cui immaginare la realtà e viaggiare nella memoria, volare oltre. Nel 1970 grazie a un misterioro finanziatore gira due film, Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati. Nell’arco della vita i momenti di difficoltà non sono mancati, come quando resta disoccupato per quattro anni: mi consideravo un fallito, racconterà di quel periodo. Nel 2018 ha festeggiato 80 anni e nel 2019 è atteso il suo 50esimo film, Il signor diavolo. Ma questa è un’altra storia. È già storia.

Del suo lavoro ha detto che ama più raccontare tutte le volte in cui è inciampato che i successi, perché è lì che ci si riconosce di più: il dolore è una via per la conoscenza. A proposito, il clarinetto invece lo porterà con sé sempre, tutta la vita: ogni sera qualche nota, un momento di meditazione e di sogno, dice. Perché in fondo dentro ognuno di noi vive ancora l’adolescente che siamo stati, i nostri sogni camminano con noi. Giorno dopo giorno.

A volte un fallimento è quello che ci permette di trasformare il viaggio della nostra vita e andare verso nuovi orizzonti

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