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La festa del Loi Krathong è un rito antichissimo. Ogni anno il festival delle lanterne illumina la Thailandia portando il senso di un nuovo inizio: tradizionalmente è la notte di luna piena del dodicesimo mese del calendario Thai, una ricorrenza che, nello stesso modo in cui accade in altre culture, segue il tempo dettato dalle fasi lunari: tempo ancestrale connesso alle acque e al femminile, ai riti della nascita e del rinnovamento.

L’istantanea che passa per la mente è quella della lanterna, volante o in acqua. Nel Loi Krathong, che viene celebrato in alcune regioni della Thailandia, le lanterne vengono fatte galleggiare sul fiume, mentre chi festeggia Yi Peng, nel nord della Thailandia, ogni famiglia affida la sua lanterna al cielo. La notte si accende di mille luci che percorrono il piccolo mondo di queste terre antiche: dall’acqua all’aria, lanterne in movimento, anime viaggianti che un po’ ci ricordano quello di cui anche noi umani siamo fatti, terra e cielo.

Loi Krathong, che cos’è?

La parola Loi Krathong significa “cesto che galleggia” e secondo la tradizione è così che ognuno costruisce, con le proprie mani, il rito: una piccola zattera galleggiante fatta con un pezzetto di tronco di banano rivestito di foglie e fiori di loto. All’interno una candela accesa, simbolo luminoso della consapevolezza dell’Illuminazione, fiori e tre bastoncini di incenso, uno per il Buddha, uno per la comunità buddhista e infine uno per il Dharma, una parola della lingua sanscrita che ha un significato vicino all’idea della “legge universale”, la “verità”, “legge naturale” ed etica di come le “come le cose dovrebbero essere” nei rapporti fra esseri viventi.

In Thailandia è diffuso il Buddhismo della scuola Theravada, proveniente dallo Sri Lanka. Se il Buddhismo si basa sulla filosofia di vita mostrata nel VI secolo a.C. dal principe Siddharta Gautama, qua e là in molte regioni thailandesi emerge l’induismo vedico, derivato soprattutto dalla Cambogia, di cui rimane traccia in diversi riti. L’animismo, la percezione ancestrale che tutto abbia un’anima, è una delle radici più antiche della vita spirituale della società umana, una percezione che si perde nella notte dei tempi, lontano, una notte preistorica che crediamo aver dimenticato o che pensiamo di aver conquistato con la superiorità della modernità. In Asia la nostra matrice animista è ancora possibile toccarla con mano: un esempio di questa ritualità primigenia è rappresentato dalle case degli spiriti, piccole costruzione che è facile vedere di fianco a tanti edifici thailandesi, dimore o persino centri commerciali.

Buddhismo, induismo, animismo

Con il festival Loi Krathong si onora, racconta la tradizione buddhista, l’impronta che il Buddha lascia sulla riva del fiume Nammathanati, in India. Ma la voce del vento narra anche della divinità femminile Phra Mae Khongkha, Madre Acqua, di cui esiste figura simile nell’induismo. Il Loi Krathong, durante il quale ilpopolo thailandese affida preghiere fatte di legno, fiori e luce al fiume avrebbe a che fare anche con questo ulteriore simbolo di vita: l’acqua. Acqua che è pioggia benefica per i raccolti, acqua che è vita come nelle nascite; acqua, quella di fiumi possenti come il Chao Phraya a Bangkok, il Mekong, il più lungo dell’Indocina o il sacro Gange, a cui affidiamo i dolori, la morte e le sventure che vogliamo lasciar andare: acqua che libera e fa dimenticare, acqua che benedice e con il flusso ci ricorda che il tempo sacro dell’esistenza è capace di rinascere dal movimento. I ricordi se li porta via il vento e noi restiamo qui, più leggeri, dopo aver affidato la luce della nostra speranza alla corrente millenaria della vita.

Radici millenarie provenienti da culture diverse, rami di un unico albero, mescolano elementi della natura, sovrappongono date, creano collegamenti: diventano rete da percorrere dove ritrovare sensi smarriti nelle trame del tempo e ogni volta rinnovati, anno dopo anno, come un patto fra noi e il mondo, l’universo di senso a cui decidiamo di partecipare con la nostra narrazione dell’esistenza.

Sukhothai

Sukhothai, patrimonio Unesco dal 1991, oggi è un parco archeologico dove sono custodite le rovine del palazzo imperiale e dei 26 templi che sorgevano qui: leggenda racconta che qui venne celebrato il primo Loi Krathong della storia.
Dal tredicesimo al diciottesimo secolo nel nord della Thailandia si estendeva il Regno Lanna: “un milione di campi di riso” è il significato del suo nome, che ci fa immaginare le verdi vallate dell’Indocina che per molti anni saranno dominate dal re guerriero Mengrai, che nel 1296 fonda Chiang Mai, letteralmente “città nuova” e il nuovo Regno Lanna. Il Loi Krathong coincide con gli antichi festeggiamenti di Yee Peng risalenti al Regno di Lanna, ecco perché nelle zone intorno all’antica capitale Chiang Mai resta, indelebile, il simbolo del fuoco ma le le luci sull’acqua si trasformano in lanterne volanti. La geografia, ancora una volta, racconta storie differenti che intrecciano luoghi diversi lasciando intatto il senso profondo di un rito simbolico che parla del patto di rinnovamento con la vita, della luce che sconfigge le tenebre per portare nuova speranza.

Tradizionalmente i cesti del Loi Krathong sono realizzati con foglie e fiori di banano, ma negli ultimi anni sempre più spesso viene utilizzata la plastica. Questo è il motivo per cui il governo di Bangkok in occasione del Loi Krathong 2019 ha chiesto che l’offerta per Loi Krathong sia un cesto per famiglia: fiumi e mare più puliti, si spera per il futuro.

Dove abiti ci sono feste del fuoco? Fin da epoche antiche sono diffuse ovunque, fra tanti popoli del mondo. Si tratta di riti ancestrali, che ancora oggi ci ricordano una speranza di luce capace di combattere il buio dell’inverno.

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