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Quella che si vede nella fotografia è una lettera datata 1941. Non mi era mai capitato di vedere queste buste, fino a quando non ne ho trovata una in un cassetto: dentro, lettere scritte fitte fitte per risparmiare carta e farci stare quante più cose e persone possibili. Fuori, la superficie ruvida e sottile con attaccato il francobollo e un timbro nero che occupa, ben visibile, buona parte della busta. TACI.

TACI

3 maggio, Giornata mondiale della libertà di stampa. La libertà di parola è sancita dall’Articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: sono passati 70 anni dal 10 dicembre 1948, quando il futuro premio Nobel per la Pace René Samuel Cassin presenta al mondo quei trenta articoli costati il sangue di due guerre mondiali e innumerevoli conflitti armati, coscienza civile in evoluzione attraverso un secondo complicato, il Novecento, che si è concluso ma forse porta ancora il triste strascico di una sposa bambina. Libertà soffocata e azzittita, in mille modi e ancora cento, nei Paesi in guerra e a volte, più spesso di quanto vorremmo, anche in quelli cosiddetti civili, dove il silenzio, così come la fame, diventano una questione più elaborata, sfumata ed elegante.

TACI

Secondo il rapporto di Reporters sans frontières sono 54 i giornalisti uccisi nel 2018. Questa è la mappa redatta da Reporters sans frontières / Reporters Without Borders / RSF con il 2019 World Press Freedom Index, l’indice che ci informa sul libello di libertà di stampa nel mondo. Ai primi posti Norvegia, Finlandia, Svezia. Italia? 43esimo. Stati Uniti 48esimo, Venezuela 148, Turchia 157, Libia 162. Visti da qui, i nomi e le geografie di cui ci parla la tivvù sono una prospettiva straniante e incredibile. Incredibile sì, perché sono le notizie che provengono da realtà di cui possiamo vedere anche al tiggì o utilizzando i social, anche se (ancora troppe) poche volte li utilizziamo così, per andare a caccia del non detto.

TACI

“Quello di allora era un mondo che voi non potete capire” mi ha detto tempo fa un uomo di 90 anni che del Novecento ha vissuto molto e rischiato la pelle più volte (salvandosi solo per il fatto, anzi la fortuna, di essergli capitati in sorte pelle e capelli del colore giusto). Nel suo toscanaccio allegro mi ha indicato le montagne e la distesa del mare. Un tempo le notizie non viaggiavano alla velocità di internet, il paesaggio era davvero una barriera fisica: la comunicazione aveva dei tempi e delle attese. Si dovevano attendere le notizie e quelle che viaggiavano erano poche, talvolta false e poco verificate. Si stampava su carta difficile da reperire, si stampava a volte di nascosto e del mondo non c’era una conoscenza certa, ma una sensazione vaga fatta di pezzi da incrociare e faticosamente legare fra loro, un rammendo fatto in fretta e precario, con quello che c’era. Una mappa imprecisa dove le geografie, i confini e le notizie di quello che stava accadendo, anche solo pochi chilometri più in là, sfumava nella nebbia. “Voi, abituati a svegliarvi e nemmeno uscire per andare a comprare il giornale, perché ora basta un tasto per iniziare a leggere, vedere video, informarsi su quello che c’è da sapere, non potete neanche immaginare cosa significa aprire gli occhi in un posto e non sapere: non sapere proprio nulla, non sapere nemmeno domani e non sapere nemmeno quando si saprà qualcosa“.

TACI

La paura è il comune denominatore quando la degenerazione del dover tacere si trasforma in un silenzio violento. L’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul, la libertà strozzata dei giornalisti e intellettuali turchi (almeno 170 giornalisti “scomparsi” in carcere in Turchia, oltre a 150.000 funzionari pubblici licenziati e 50.000 persone arrestate), il rischio per la propria vita, sulla propria pelle. Da una parte all’altra del mondo, Iran, Venezuela, Serbia, Arabia Saudita. Si aprono musei strizzando l’occhio alla cultura (e soprattutto agli investimenti economici), nel frattempo si uccidono persone e non siamo dentro a un film, no. È solo che si lavano in fretta le strade e intanto si dimentica che la vera cultura è il coraggio dell’umano, l’invenzione di un’idea e dell’osare: libertà, una parola latina che ci ricorda, ieri come oggi, che essere liberi non è fatto scontato.

TACI

Un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
Paolo Borsellino

Un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà, capace di schierarsi contro indifferenza e contro complicità, aveva detto Paolo Borsellino parlando della lotta alla mafia. E forse questo vale in generale per le parole, per il bisogno e la capacità di riappropriarci della bellezza attraverso ciò che è verità, giustizia, onestà. Uomini come lui ci insegnano che il seme del coraggio nasce anche e soprattutto lì, nella dittatura, là dove non dovrebbe ma può. Dove tutto attorno continua a cantare la voce di una bocca tappata che non si arrende. Può perché chi vuole essere libero non si arrende al dovere imposto.

Quasi sempre, è una lotta che ha bisogno del coraggio. E non c’è antidoto, purtroppo, alla paura se non l’osare di ognuno e la condivisione di tutti. Perché la paura aumenta quando si rimane soli e allora parlare, anche per chi non può parlare, diventa un modo per continuare a ricordare ciò che riguarda tutti. La possibilità di immaginare. Coltivare idee, scendere per strada, manifestare ciò che si pensa. Ragionare insieme. Evolvere.

Se tu ti senti libero o libera di esprimerti, se tu puoi scrivere un commento o avere un profilo social, se tu puoi far sentire la tua voce, se ti puoi fermare per strada a ragionare su un’idea e scriverne, se tu puoi accedere a internet… Pensaci. Perché non è ovvio.

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