Steglitz 1900 Gasthaus Schlosspark Knollmeier
Steglitz 1900 Gasthaus Schlosspark Knollmeier

 

Un anno prima della sua morte, Franz Kafka visse un’esperienza insolita. Passeggiando per il parco Steglitz a Berlino incontrò una bambina, Elsi, che piangeva sconsolata: aveva perduto la sua bambola preferita, Brigida. Kafka si offrì di aiutarla a cercare e le diede appuntamento per il giorno seguente nello stesso giardino. Non essendo riuscito a trovare la bambola, Kafka scrisse una lettera, fingendo che fosse per Elsi da parte di Brigida.
“Per favore non piangere, sono partita in viaggio per vedere il mondo, ti riscriverò raccontandoti le mie avventure…”, così cominciava la lettera.
Per molti giorni, Kafka e la bambina si incontrarono; egli le leggeva queste lettere attentamente descrittive di avventure immaginarie della bambola amata. La bimba ne fu consolata e quando i loro incontri arrivarono alla fine Kafka le regalò una bambola. Era ovviamente diversa dalla bambola perduta; in un biglietto accluso spiegò: “I miei viaggi mi hanno cambiata”.
Molti anni più avanti la ragazza cresciuta trovò un biglietto nascosto dentro la bambola ricevuta in dono. Diceva: “ogni cosa che ami è molto probabile che la perderai, però alla fine l’amore si muterà in una forma diversa“

Da “Kafka e la bambola viaggiatrice” di Jordi Sierra i Fabra

 

Dalle memorie di Dora…

“Quando eravamo a Berlino, Kafka andava spesso allo Steglitzer Park. Talvolta lo accompagnavo. Un giorno incontrammo una bambina, che piangeva e sembrava disperata. Le parlammo. Franz le chiese che cosa le fosse successo e venimmo a sapere che aveva perso la sua bambola. Subito lui si inventò una storia plausibile per spiegare la sparizione. “La tua bambola sta solo facendo un viaggio, io lo so, mi ha scritto una lettera”. La bambina era un po’ diffidente: “Ce l’hai con te?” “No, l’ho lasciata a casa, ma domani te la porto”. La bambina, incuriosita, aveva già quasi scordato le sue preoccupazioni, e Franz se ne tornò subito a casa, per scrivere la lettera.

Si mise al lavoro in tutta serietà, come si trattasse della creazione di un’opera. Era nella stessa condizione di tensione in cui si trovava non appena si sedeva alla scrivania o stava anche solo scrivendo a qualcuno. Tra l’altro, si trattava effettivamente di un vero lavoro, essenziale al pari degli altri, perché la bambina doveva assolutamente essere resa felice e preservata dalla delusione. La menzogna doveva dunque essere trasformata in verità attraverso la verità della finzione. Il giorno successivo portò la lettera alla bambina, che l’attendeva al parco. La bambola spiegava che ne aveva abbastanza di vivere sempre nella stessa famiglia ed esprimeva il desiderio di cambiare un po’ aria, in una parola, voleva separarsi per qualche tempo dalla bambina, cui per altro voleva molto bene. Prometteva tuttavia di scrivere ogni giorno – e Kafka scrisse effettivamente una lettera ogni giorno, raccontando di sempre nuove avventure, le quali, seguendo il particolare ritmo vitale delle bambole, si snodavano in modo rapidissimo. Dopo alcuni giorni la bimba aveva scordato la perdita reale del suo giocattolo e pensava solo e semplicemente alla finzione che le era stata offerta come sostituto. Franz scrisse ogni frase di quella sorta di romanzo in modo così accurato e pieno d’umorismo che la situazione della bambola risultava perfettamente comprensibile: era cresciuta, era andata a scuola, aveva conosciuto altre persone. Rassicurava sempre la bimba del suo amore, ma alludeva anche a complicazioni della sua vita, ad altri doveri e altri interessi che, al momento, non le permettevano di riprendere la vita in comune. La piccola veniva pregata di riflettere sulla cosa e veniva così preparata all’inevitabile rinuncia.

Il gioco durò come minimo tre settimane. Franz aveva una paura terribile al pensiero di come avrebbe potuto finire il tutto. Perché la fine doveva essere una vera fine, vale a dire che doveva consentire all’ordine di sostituire il disordine causato dalla perdita del giocattolo. Cercò a lungo e decise alla fine di far sposare la bambola. Descrisse dapprima il futuro marito, la festa di fidanzamento, i preparativi del matrimonio, poi in ogni dettaglio la casa dei giovani sposi: “Vedi tu stessa che dovremo rinunciare a rivederci in futuro”. Franz aveva risolto il piccolo conflitto di un bambino attraverso l’arte, attraverso il mezzo più efficace di cui disponeva personalmente per riportare ordine nel mondo

Paul Auster nel libro Follie di Brooklyn racconta questo fatto così.

“Secondo la testimonianza di Dora scriveva ogni frase con una cura maniacale del dettaglio, e la sua prosa era precisa, spiritosa e avvincente. In parole povere, era la prosa di Kafka, e lui per tre settimane andò tutti i giorni al parco e scrisse ogni volta una nuova lettera alla bambina. La bambola diventa grande, va a scuola, conosce altre persone. Continua a ripetere alla bambina che le vuole bene, ma allude a certe complicazioni che le rendono impossibile il ritorno. A poco a poco Kafka prepara la bambina per il momento in cui la bambola sparirà dalla sua vita per sempre. Si spreme per creare un finale soddisfacente temendo che se non lo troverà si possa rompere l’incantesimo. Dopo aver vagliato alcune ipotesi, alla fine decise di far sposare la bambola. Descrive il giovanotto di cui lei si innamora, la festa di fidanzamento, le nozze in campagna, perfino la casa dove ora abitano la bambola e suo marito. E poi, nell’ultima riga, la bambola dice addio alla sua vecchia e affezionata amica.

Ma a questo punto naturalmente la bambina non sente più la mancanza della bambola. Kafka le ha dato in cambio qualcos’altro, e alla fine delle tre settimane le lettere l’hanno guarita dal suo cruccio. Lei ha la storia, e quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più”.

Steglitz-Cafe-Kurfürst
Steglitz Café Kurfürst

Il potere di una storia

L’aneddoto racconta di Franz Kafka e le lettere immaginarie che una bambola in viaggio scrive alla bambina che l’aveva perduta. Di come la perdita si trasforma grazie al potere del racconto: il potere dell’immaginazione.

Il fatto è che la vita ci cambia, ci trasforma. Lungo la strada accade di perdere, ciò che amiamo e perfino noi stessi. La perdita è qualcosa di cui nella vita dovremo fare esperienza, accade a ognuno di noi. Eppure l’arte, che è in fondo è sempre, in ogni sua forma, arte di coltivare l’umano che è in noi, in questo caso riesce a trasformare il racconto di questo dolore in una cosa grande, una cosa nuova: nell’avventura del vivere. Ed è così che le nostre perdite diventano cicatrici del vissuto, cuciture di un ordito dove è ricamato un mondo intero, quello della nostra esistenza.

Com’è stato possibile? C’è voluta immaginazione, questo sì. La fantasia necessaria non solo per trovare le parole giuste, ma anche lo strumento utile in quel momento: il mezzo adatto alla situazione e in grado di essere compreso da una bambina. La lettera diventa il tramite dell’altrove che si trasforma in presenza attraverso l’immagine. Un’immagine che non esiste se non nella forma delle parole, nell’eco che la voce dell’altrove genera in chi ascolta. Le lettere immaginarie che documentano il viaggio della bambola sono il racconto di un viaggiare che anche quello esistenziale: lei parte spinta dalla necessità di rompere con l’abitudine, parte spinta dalla curiosità. Perché c’è sempre un altrove che ci chiama: è una voce che talvolta diventa urlo silenzioso e altre bandiera di una nave che osa salpare. In questo viaggio che è quello della vita noi partiamo da casa, dal conosciuto, per attraversare posti e contesti nuovi; incontriamo persone, facciamo esperienze, cerchiamo e troviamo. Prendiamo decisioni, scegliamo nuovi spazi da abitare. se in una versione del racconto la bambola fa ritorno, nell’altra no. No, non torna perché la finzione a questo è servita: creare una narrazione in grado di compensare la perdita, capace di solcare l’ignoto come un funambolo che si mantiene in piedi sul filo sottile dell’esistere e grazie a quello, passo dopo passo, attraversa il vuoto camminando nel buio di ciò che non sa come sarà.

“La fine doveva essere una vera fine, vale a dire che doveva consentire all’ordine di sostituire il disordine causato dalla perdita”. Sì, un concetto che la semiotica ha snocciolato, come ci ricordano le analisi delle narrazioni fiabesche. Vladimir Propp, linguista e antropologo russo, descrivendo lo schema generale di una fiaba, porta alla luce uno scheletro che va al di là della tradizione russa:

Equilibrio iniziale
Rottura dell’equilibrio
Ristabilimento dell’equilibrio

Il terzo punto, che va verso il ristabilimento dell’equilibrio, è sempre il costituirsi di un ordine nuovo. Non possiamo tornare al punto di partenza, mai. Lo stato A, iniziale, si trasforma, e quello a  cui si arriverà, C, è un equilibrio nuovo, a cui si arriva grazie alle forze entrate in gioco nel percorso. Fra l’equilibrio iniziale e lo stato finale, fra A e C, esiste B: è la zona intermedia, lo spazio della trasformazione. È impossibile passare dal prima al dopo senza la fatica del cambiamento, esso è un passaggio, un transito. Non è uno spazio, ma un tempo, è la parentesi del viaggio in cui ogni cosa che conoscevamo è trascinata via, spesso con violenza estrema.

Ecco perché ci vuole tempo. Insieme al potere dell’immaginazione, il tempo è l’ingrediente che ha permesso il trasformarsi della perdita. Kafka ha incontrato la bambina per tre settimane: ogni giorno una lettera, ogni giorno un racconto che come una tessera va a incastrarsi in un puzzle più ampio. Le storie non sono consolatorie in quanto semplice tentativo di dare una spiegazione. Una storia talvolta non ha spiegazioni. Il tempo è ciò che utilizziamo per andare a ritroso e ritrovare un filo che non sappiamo dove ci condurrà, eppure è lì. Quanto dura il gioco? Tre settimane in questo caso. A volte ci vuole molto di più, a volte non c’è nemmeno una fine. Il fatto è questo: gioco, ludus. Giocare significa prendersi la libertà di vivere il tempo e raccontarselo, cercare un senso, forse non trovarlo nemmeno, eppure proseguire. Immaginare un viaggio, quello della vita, quello dell’esistere. Andare avanti. Tornare ogni giorno in quel posto, il luogo dove tutto è iniziato, e ripartire da lì.

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Steglitz 1900 Stubenrauchplatz
Steglitz da una cartolina del 1900, Stubenrauchplatz

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