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L’Immacolata Concezione nella Sicilia del Quattrocento veniva festeggiata con grandi fuochi accesi nei crocicchi delle strade. Si bruciavano fascine dove ardevano paglia, legno di ulivo e mandorlo, rimanenze di fine stagione, quando nelle campagne con la fine della bella stagione e l’arrivo dell’autunno si preparava la natura per l’inverno, tagliando e potando in vista dell’inverno. Un tempo sull’orizzonte dei campi brulli ricoperti di brina si vedevano volare palloni aerostatici di carta velina colorata. Nel giorno della festa la statua della Madonna passava attraverso il paese a passo di danza, sorretta dalle braccia degli uomini, lampita dalle fiamme dei falò e seguita dalla folla: ognuno camminava portando una torcia con cui illuminare la notte, insieme ai suonatori che cadenzano il tempo della festa a passo di musica.

Tradizionalmente erano i ragazzi e i più piccoli a occuparsi della raccolta della legna necessaria per la festa. Bambini, considerati intermediari fra il mondo dei defunti e quello dei vivi, la vita che continua fra il puro sapore dell’esistenza e l’età degli adulti, ormai sono pienamente immersi nel quotidiano: ai più piccoli l’azione del furtarello viene perdonata e loro, settimane prima, iniziavano a prendere di nascosto rami e stecchi, qua e là, per farne fascine.

Il rito della luminaria la vigilia di Natale

Vampi, si chiamano in Sicilia. Una volta erano tanti, racconta qualche vecchio che oggi è proibito, ma un tempo si vedevano fuochi per tutte le campagne e lo spettacolo era bellissimo, una magia di fuoco che illuminava a giorno i campi scuri della notte invernale, quando ancora c’era chi arava, raccoglieva e seminava, vivendo del lavoro della terra. I falò iniziavano a bruciare dopo il tramonto, fra le sette e le otto di sera, per proseguire tutta la notte. Un tempo, si arrostivano salsicce da mangiare tutti insieme e alla fine della notte, quando non rimanevano che braci, i ragazzi più giovani giocavano a saltare oltre i tizzoni: una prova di coraggio e forza, un rito di iniziazione dimenticato.

In Sicilia la luminaria era il rito di accendere i fuochi la notte del 24 dicembre. A Isnello, un borgo della provincia di Palermo, situato a 550 metri d’altitudine, la sera della vigilia da secoli viene accesa una grande catasta di legna. Se i falò tradizionalmente venivano accesi in diversi periodi dell’anno, fra cui inizio primavera e estate, quelli d’inverno per secoli hanno utilizzato legna che doveva durare: rovere, faggio e quercia raccolti nei boschi disposti in modo da bruciare a lungo, per tutta la notte. È la tradizione del ceppo, che esiste in diversi luoghi d’Italia e del mondo. Dentro la bocca, dove è stata versata nafta, viene inserita una torcia da cui si sprigiona la fiamma che alimenterà il fuoco. A Montaperto, borgo siciliano intorno ai vampi, i tradizionali falò, si suonava e si cantava; nei rioni dei vari quartieri si addobbava i figureddi, edicole sacre che venivano decorate con arance e sparacogna, l’asparago selvatico.

Vampi, le feste dei falò in Sicilia

Ciminna, Agrigento, Floridia: in alcuni luoghi le feste del fuoco in alcuni luoghi della Sicilia duravano per tutto il periodo fino a Natale e si ripetevano più avanti, in gennaio, in alcune date particolari, per esempio il 20 gennaio per le celebrazioni di San Sebastiano e il 3 febbraio, San Biagio. A Burgio, in provincia di Agrigento, si facevano dei grandi falò, i vamparotti, in occasione di Sant’Antonio. I ragazzi del quartiere raccoglievano rami d’ulivo, cartoni, vecchi oggetti e i contadini contribuivano con legna da bruciare in onore del santo. Anziani raccontano che un tempo il fuoco era potente e i falò superavano in altezza le chiese: venivano accesi nei campi, ma anche sul sagrato delle chiese. Per la festa di Sant’Antonio e San Sebastiano quando le fiamme calavano la brace veniva raccolta nei vasi di terracotta, i pignatelli; i più giovani tiravano sassolini per ritardare la raccolta delle braci e nel frattempo saltavano sul fuoco, un rituale che risale alla notte dei tempi, quando il fuoco era fonte di calore e simbolo di rinascita, stagione che si chiude, anno agricolo da terminare dopo la potatura autunnale e buon auspicio per il nuovo da iniziare, il cui seme è già in attesa della luce futura che arriverà dopo il periodo di tenebre invernali.

A raccontare le feste del fuoco in Sicilia è Ignazio E. Buttitta nel suo libro “Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco in Sicilia” (Meltemi). Nel 1999, anno di pubblicazione del volume, scriveva questi appunti nel suo viaggio etnografico attraverso i borghi marinari delle vicinanze di Messina. Su tutto il litorale da Sant’Agata a Torre Faro la notte di San Giovanni, il 24 giugno, è illuminata dalla luce dei fuochi.

L’abitato di Torre Faro occupa la punta estrema del Capo affacciandosi sullo stretto. Proseguendo verso Messina si incontrano Ganzirri e Sant’Agata. I tre villaggi sorgono sull’area di tre antichi omonimi casali e fanno oggi parte dell’XI quartiere ‘Peloro’. In quest’area si svolgono ancora alcune attività legate allo sfruttamento del mare come la pesca del pesce spada e l’allevamento dei mitili, o la costruzione di barche. Numerosi abitanti di Torre Faro e Ganzirri lavorano sulle navi, donde un rapporto particolare di scambi con Genova.

Ho osservato otto falò, cinque a Torre Faro, tre a Ganzirri. Sono costruiti con materiale di risulta d’ogni sorta (vecchio fasciame di barche, materassi, vecchi mobili, porte, persiane, cassette di frutta, poltrone e quant’altro), oltre che tronchi e fascine che non ci si preoccupa di rubacchiare nei poderi limitrofi. I falò vengono accesi intorno alle 21.30 e sono gestiti prevalentemente dai giovani. Dell’organizzazione e gestione del fuoco, a memoria d’uomo, si sono occupati sempre i ragazzi.

Dal solstizio d’inverno al solstizio estivo, il rito del fuoco

Fuoco domestico, da sempre territorio femminile, fuoco sociale, luogo al maschile. Femminile e maschile, due spazi e due dimensioni esistenziali in cui vivere il fuoco. Fuoco

Li hanno fatti quest’anno i falò? – chiesi a Cinto.
Noi li facevamo sempre. La notte di S. Giovanni tutta la collina era accesa.
Poca roba, – disse lui. – Lo fanno grosso alla Stazione, ma di qui non si vede. Il Piola dice che una volta ci bruciavano delle fascine.
Chissà perché mai, – dissi, – si fanno questi fuochi.
Si vede che fa bene alle campagne, – disse Cinto, – le ingrassa.
Cesare Pavese, La Luna e i falò, 1949

La notte di san Giovanni è un momento sacro dell’anno, da tempi immemorabili. Si raccolgono le erbe spontanee, come l’iperico, che servirà per fare l’olio di San Giovanni, ricco di proprietà cicatrizzanti e da usare tutto l’anno per la cura della pelle. All’alba ci si rotola sui prati e si bagnano gli occhi con la rugiada fresca, come protezione dalle malattie. Tradizionalmente ancora oggi il 24 giugno si raccolgono le noci ancora verde da incidere e mettere a bagno nell’alcol per la preparazione casalinga del nocino. I Fenici, popolo di naviganti, celebravano Moloch, dio del fuoco: all’epoca le coste dell’Europa erano illuminate dai bagliori dei fuochi delle feste sacre, che celebrano il ciclo dell’anno, stagione dopo stagione. Dopo il periodo fra novembre e dicembre, il più oscuro, quando la luce raggiunge il minimo e il fuoco celebra simbolicamente la vittoria del sole sull’oscurità, con Calendimaggio, le calende di maggio, si festeggia la rinascita della luce insieme ai riti dell’equinozio di primavera, il 20 marzo. Mentre i giugno quello che resterà noto alla storia come giorno dedicato a San Giovanni corrisponde alle celebrazioni del solstizio d’estate, 21 giugno, quando si accendevano un fuoco per dare forza al sole. Sì, proprio così, i popoli antichi, fini osservatori della natura, a diferenza nostra conoscevano profondamente il sole e la luna perché ogni fase della giornata si muoveva secondo il ritmo di un tempo che era quello della natura.

L’uomo antico sapeva bene una cosa su cui quasi oguno di noi si inganna: l’estate ci sembra eterna, il sole invincibile. Eppure proprio a partire dal 21 giugno, giorno del solstizio, quando per la maggior parte di noi le vacanze non sono ancora iniziate e l’estate suona ancora come una promessa, la luce inizia a calare, inesorabilmente. Ecco perché si accendevano fuochi per dare aiuto alla luce del sole. Per ricordarci che sì, la bella stagione finirà ancora una volta; torneranno l’equinozio d’autunno, tra il 20 e il 22 settembre, quando le feste del raccolto iniziano a segnare la fine dell’anno agrario, che ufficialmente termina in novembre, e poi il solstizio d’inverno, 21 dicembre.

Affronteremo di nuovo il gelo dell’anima e l’oscurità, la difficoltà di un inverno del cuore, il buio che fa paura.
Ma il fuoco, la fiamma da animare con candele e persino, oggi, con lucine a intermittenza,
ci ricorderà che la luce tornerà
e il fuoco è il calore che abbiamo dentro,
una passione con cui incendiare la notte
e ballarci dentro, mai stanchi,
danzando coraggiosamente nelle proprie paure

Feste del fuoco in giro per l’Italia

Oltre alla Sicilia troviamo feste del fuoco in molti luoghi d’Italia. In provincia di Siena, ad Abbadia San Salvatore la notte del 24 dicembre nel centro storico viene creata la Città delle Fiaccole e si incendiano immense piramidi di legna con la cerimonia di accensione e la benedizione del fuoco. Sempre in Toscana, a Gorfigliano, provincia di Lucca, si festeggia la notte della vigilia con i Natalecci, falò accesi sulle colline tutt’intorno, un tempo fatti con rami di ginepro e castagno.

Sono tanti i falò accesi nel cuore dell’inverno, più o meno noti, capaci di rievocare riti di radici diverse ma sempre con il fuoco al centro, come la Giöbia, la vecchia strega, rappresentazione dell’inverno, ogni anno ancora occasione di festa in Lombardia, quando si bruciava il fantoccio mangiando riso e luganega, il risotto con la salsiccia piatto tipico di quelle zone.

D’estate in Versilia si accendono i falò chiamati focate la sera del 27 agosto, per Sant’Ermete. Fuochi d’artificio e falò anche per San Lorenzo a Seravezza dove il fuoco viene suggestivamente preparato nel greto del fiume. Falò e feste con il fuoco in Abruzzo, Molise, Puglia, come la celebre focara di Novoli nel Salento dove si dà fuoco a un’altissima pira composta da fasci di vite.

Hai mai sentito parlare della festa del Loi Krathong? Un rito antichissimo della Thailandia, dove si lasciano andare le lanterne volanti affidandole alla notte e ai fiumi, preghiere che fluiscono insieme all’acqua e all’aria

 

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