Più ribelli e imprudenti dei ventenni, i vecchi al tempo del Coronavirus nelle parole di Alessandro Gilioli: emergenza Covid-19 perché gli anziani sono per strada?

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Questo viso fa parte della collezione di ritratti “The Eyes of War” del fotografo Martin Roemers

C’è stata una fase iniziale, in questa primavera sadica, in cui a sfidare i divieti erano soprattutto i ragazzi. Sfrontati, irridenti, convinti – come siamo stati tutti – della propria immortalità. Ora se ne vedono molti meno. Probabilmente hanno capito, o hanno mamme che gli agitano il mattarello sul naso se provano ad allacciarsi le scarpe.

In compenso fuori è pieno di vecchi.

Oggi, per la prima volta da inizio quarantena, per lavoro ho dovuto fare un tratto di città più lungo del consueto casa-alimentari, e ho notato questa cosa di cui prima non mi ero accorto: gli unici in giro erano gli anziani.

Palesemente sfaccendati, senza nemmeno l’alibi apparente di una sporta per la spesa, lenti nel camminare, talvolta proprio fermi: in un semidistanziato crocchio di chiacchiere.

Ne ho visti alcuni davanti al bar: chiuso. Ma loro erano lì lo stesso.

Per capire se era un caso ho chiesto un po’ in giro, attraverso il pc da cui vi scrivo adesso. Pare di no. Diverse testimonianze in più città mi hanno confermato la stessa cosa. Vecchi con cane e senza cane, con mascherina e senza mascherina, con barba sfatta e con barba pulita.

Me lo aveva anche detto la mia panettiera, qualche giorno fa. Ha il negozio davanti a un cassonetto: «I peggiori sono i vecchi, che scendono ogni due ore a buttare sacchetti piccolissimi». Non sono tuttavia riuscito a condividerne lo sdegno: ha prevalso la tenerezza per questi anziani soli che si centellinano pure la monnezza pur di uscire qualche minuto di casa.

Così ho pensato alle mille ragioni possibili per cui i vecchi escono di più, a dispetto del fatto noto anche ai sassi che sono i più a rischio, i più vulnerabili, i primi a finire intubati.

Forse escono di più, banalmente, perché molti di loro vivono soli, in vedovanza, ed è durissima stare tutto il giorno soli in casa, vale pure per me che ancora del tutto vecchio non sono – e neppure vedovo.

Forse escono di più perché non usano internet, questa quotidiana contraffazione di socialità che ci fa passare il doppio del tempo su Facebook, e che forse mi ha portato anche a scrivervi queste righe, a illudermi che sto parlando con qualcuno.

Forse escono di più perché spesso da pensionato ricco non sei, quindi vivi in spazi ristretti, e trenta metri quadri sono meno della cella di Breivick.

Forse escono di più perché non hanno Netflix né Amazon Prime, si devono accontentare della tivù generalista che in queste settimane sta offrendo uno spettacolo pessimo seppur misto, cioè metà squallido e metà ansiogeno.

Forse escono di più perché coltivano il rito antico del giornale di carta che mai come in questi giorni si sta rivelando utile: non tanto per quello che contiene, ma perché consente di arrivare legalmente fino all’edicola – e comunque una mezz’ora poi riesci a bruciarla, a casa, solo leggendo i titoli e un paio di articoletti.

O forse escono di più semplicemente perché gliene frega di meno, alla fine.

Un lungo futuro davanti non ce l’hai comunque, da vecchio, e quando non hai un futuro non puoi accettare che ti si rubi anche il presente – e ti si lasci solo col passato.

Stare chiusi in casa, senza niente da fare, non lo vedono come “un periodo”, come un tunnel da attraversare e con una luce in fondo. Lo vedono, più o meno consciamente, come un anticipo di morte.

Lo vedono come un infame, cinico e immeritato furto dell’ultimo scampolo di vita.

E allora escono, più indifferenti che impavidi, a riprendersene almeno un brandello, più ribelli e imprudenti dei ventenni.
Alessandro Gilioli

Il post è stato pubblicato il 2 aprile 2020 con il titolo “Perché i vecchi escono” sul blog Piovono Rane del giornalista Alessandro Gilioli, nato a Milano il 28 febbraio 1962, vicedirettore de l’Espresso

Nel frattempo dal 31 marzo 2020 a Panama City la quarantena è di genere: il lunedì, mercoledì e venerdi a uscire sono le donne; martedì, giovedì, sabato tocca agli uomini. La domenica a chi spetterà? Tutti a casa, riposo par condicio.
Nel frattempo a Mumbai il cielo è diventato azzurro: 23 delle 40 città più inquinate al mondo si trovano in India (9 in Cina, 6 in Pakistan, 1 in Bangladesh, 1 in Indonesia). A causa del lockdown che si sta estendendo ovunque nel mondo come misura preventiva contro la diffusione del Covid-19, i veicoli non circolano: si svuotano le strade, aumenta il silenzio, si abbassano i livelli di smog. Il cielo a Nuova Delhi non è mai stato così blu negli ultimi dieci anni.
Si vede anche dallo spazio. Il satellite ESA Copernicus-Sentinel 5P ha registrato un calo di emissioni di diossido di azoto nell’Italia del nord. Si dirada la tradizionale nebbia della Pianura Padana, che da anni non è motivata dal clima bensì dalle tristi incrostazioni generate da fabbriche e traffico indiscriminato, cicli di lavoro e di una vita che ora lo stiamo comprendendo: si reggeva e si regge su equilibri fragilissimi.

Nel frattempo si avvistano volpi che attraversano, indisturbate, le strade, stupite anche loro per l’improvviso silenzio. Giovani cervi in una breve fuga dall’agriturismo in cui hanno casa vagabondano nella quieta notte di stelle in Salento, a Tricase, provincia di Lecce; in Sardegna balenottere nel golfo di Cala Gonone e delfini. Si dissolve il rumore dei motori e delle barche, il chiacchiericcio umano (per i rifiuti di plastica ci vorrà più tempo), smette di accumularsi il vociare e il caos. Tornano a nidificare le tartarughe, quest’anno in aumento, sulla spiagge deserte dove l’essere umano non può più andare, se non per brevi apparizioni illegali. Di solito ben nascosti nelle periferie, cinghiali e lupi nel centro di Roma e Firenze, curiosi per questi umani che adesso arretrano, nelle loro case, nelle loro vite ristrette di cui ora si sente tutta la scomodità.

A Shenzen c’è chi combatte per vietare la carne di cane e gatto. Il governo cinese a livello nazionale ha deciso di abolire, provvedimento di febbraio 2020, il commercio di alcune specie selvatiche che sembra siano state responsabili dei primi contagi di Coronavirus, proliferato nella capitale Wuhan, della provincia di Hubei, fra i mercati dove è abitudine acquistare pipistrelli, serpenti, zibetti e ratti affumicati da cuocere in padella. Nella quarantena invernale gli abitanti di Kunming, capitale dello Yunnan, hanno deciso di occuparsi della popolazione di gabbiani comuni, Chroicocephalus ridibundus: oltre 400.000 esemplari che ogni anno arrivano qui a svernare, migrando attraverso la Siberia.
Nel frattempo in Cina si torna a vedere. Il cielo appare strepitosamente limpido da Shanghai a Hong Kong. La nebbiolina fitta di solito avvolge come un filo le tetre megalopoli, dai finestrini dei treni veloci si vedeva bene: l’infinito della terra eternamente piatta e palazzi che si alzano all’improvviso, qui o là, nell’orizzonte sfocato, cartoni grigi di una scenografia dipinta.
Adesso tutto è bloccato. Gli aerei hanno smesso di viaggiare e il mondo è tornato a essere un po’ più grande, un po’ più distante, come lo era in un tempo che abbiamo scordato. A differenza di allora adesso c’è la corrente inarrestabile di un flusso che ci mantiene aperti e in collegamento: la rete internet, che stiamo imparando a usare meglio e di più, un’altra delle inaspettate conseguenze di questa primavera in quarantena.

Alcuni di noi, almeno, la fascia giovanissima di studenti che adesso impara un nuovo modo di fare scuola, l’apprendimento online. E poi noi, nativi, domiciliati, affittuari e residenti digitali fra i trenta e i quarant’anni, cinquanta, sessanta, che in questi ultimi anni ci siamo, chi più chi meno, abituati a mettere un indirizzo anche nell’altrove del web, a nuotare come pesci in quelle maglie sfuggenti della rete che ogni giorno si rinnova, si modifica e riinizia.
E forse sì, i vecchi, costretti a una televisione ottusa e ansiogena, a una scatola che non risponde e non parla, sono quelli che rimangono in silenzio con la loro vita fra le dita. Loro hanno conosciuto l’odore della polvere da sparo, i palazzi sbriciolati, le riunioni clandestine e il suono delle sirene antiaeree e il vuoto che c’è un attimo prima dell’impatto.
Oggi non cadono le bombe, ma il silenzio del coprifuoco trasforma il quando in un qui insapore, di cui non si distingue fine e inizio, notte e giorno.

Per chi non va a scuola, nemmeno su internet, per chi vive solo e non aspetta telefonate, la giornata è struggimento di notizie allarmiste e programmi già visti (e a differenza di internet la televisione è ormai in stato di abbandono, condensato di miseria e paura). La solitudine ancora una volta riappare e non ha l’aspetto dell’afa estiva: è implacabile e silenziosa, mentre là fuori fioriscono i mandorli e la città si riempie di profumi. È senza notizie perché non c’è nessuno a guardarti in faccia, rispondere alle tue domande più segrete o anche solo a chiederti come stai.
Come stai?
Bisogna ricordarselo, che sono ancora qui. Forse mezzo morto, ma non ancora: ancora vivo. E allora succede che diventa un piccolo atto di ribellione scendere al cassonetto anche solo per buttare una bottiglia di plastica vuota, senza vedere nessuno, senza pericolo di contagio, ma con l’aria in faccia. Per ricordarmi che sono ancora vivo.

3 thoughts on “I vecchi al tempo del Coronavirus

  1. Buongiorno Maddalena,
    volevo complimentarmi con Lei per la sua riflessione ed in particolare condivido quando parla delle persone che in questo periodo vivono in completa solitudine…
    Con la frase finale “Per ricordarmi che sono ancora vivo” mi sa che ha centrato in pieno il bersaglio!
    Il mio pensiero è indirizzato in questo momento alle persone che soffrono di malattie varie e di solitudine, quest’ultima, che spesso porta alla depressione, forse alla fine farà più danni del virus e durerà più a lungo…
    Grazie.
    Marco

    1. Grazie Marco, sono felice che queste parole abbiano viaggiato fino a te e ti ringrazio per aver trovato nella tua giornata il tempo di aggiungere il tuo pensiero. Sì, la solitudine e il rischio di annegare nelle pozzanghere della nostra mente sono qualcosa a cui dobbiamo prestare attenzione. Mi viene in mente un vecchio film, La storia infinita: il nulla è in agguato. Abbiamo bisogno di ricordarci di essere vivi, ogni giorno. Di combattere, a colpi di fantasia, immaginazione e piccoli atti di creatività. A proposito, diamoci un “democratico tu” e a presto 🙂 buona settimana, Maddalena

  2. Ciao Maddalena, allora andata per il “democratico tu” 🙂
    e grazie per la risposta al mio post.
    E’ un momento della nostra vita questo che ci porta (a chi più e a chi meno)
    a fare delle riflessioni su come questo virus sta cambiando e cambierà il nostro
    modo di vivere e il nostro rapporto con il prossimo… in alcuni frangenti sembra
    esserci una grande solidarietà tra le persone (vedi donazioni varie, dichiarazioni di affetto, ecc.)
    mentre nel sottobosco trovo che ci sia anche un gran ribollire di odio verso le più svariate categorie di persone e la ricerca di un nemico comune o dell’untore di turno (giovani, anziani, runner, padroni con il cagnolino, mamme con bimbi, ecc.)
    Insomma tutti presi a puntare il dito verso chi esce di casa e lo fa in maniera civile tenendo le dovute distanze, non capendo che per un anziano questo periodo di quarantena obbligatoria potrebbe essere più lungo del tempo che gli resta da vivere e che come giustamente tu hai detto, questi magari ha solo bisogno di “ricordarsi che è ancora vivo” anche solamente osservando le bellezze della natura come un semplice albero in fiore.
    P.s.: complimenti per la “Biblioteca del tempo”. la trovo un’ottima idea, appena ho un attimo vado a esplorare meglio il sito!
    Buona settimana anche a te e a presto 😉
    Marco

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