Farfarosa è una zona nelle nostre montagne, racconta l’autore, “sù dopo la Pianlina e le Nasse, dietro il grotto delle Serre”. La zona è quella italiana dell’Appennino modenese, lungo la direzione di una Linea Gotica dove l’amaro coraggio della storia si sovrappone alla geografia di una bellezza scanzonata e libera. Boccassuolo, borgo fatto di montagne e storie di chi se n’è andato, chi torna e sogna; pietre al sole e nella neve, fiori selvatici e la macchia, dove il bosco si fa più fitto e gli alberi tornano signori del tempo. Stagioni da arrotolare sul filo degli anni seguendo le tracce delle foglie che cambiano colore, vecchie insegne dimenticate, case che crollano, vita nel flusso del cambiamento come i torrenti che ogni anno mordono la riva, sbriciolano terra e trasformano il paesaggio. Ci orientiamo, ogni tanto persi, mentre guardiamo attorno attoniti, per poi ritrovarci in tutto questo che mai cambia e al tempo stesso si trasforma lentamente, in modo costante, proprio come noi, sempre uguali e mai identici a noi stessi.

Questa è la voce di uno che se n’è andato e che è tornato, uno che continua a tornare, anno dopo anno; uno che le radici le ha doppie, metà qui, fra queste pietre di un’Italia dove già si sente il confine fra Emilia Romagna e Toscana, metà in un nuovo mondo, la Francia, che i genitori scelsero per lui, migranti antichi. Qui c’è uno sguardo e dentro ha il senso del tempo, quello che passa fra un’andata e il ritorno, quella parentesi di vuoto, non visto, in cui le cose accadono e noi, noi no non siamo là a vederle: cambiamento percepito come effetto, impresso sulla facciata di una casa, registrato nella terra e nelle facce della terra, scritto per strada.

L’autore si firma con lo pseudonimo ninfa di Farfarosa e ci tiene a non essere riconosciuto. Non interessa a nessuno! dice lui, io scrivo per me. Rime per ridere, rime per piangere, rime per ritrovare il filo del tempo. Queste rime nate per scherzo sono un esperimento linguistico. La lingua muta, si trasforma; nel tempo dimentica parole e ne inventa di nuove. La lingua imparata altrove, nella città e nello stato in cui si cresce, imparata dai genitori e dai parenti a loro volta nati in un altrove differente, fotografa uno stato, si confronta con le trasformazioni che anno dopo anno si incontrano quando si torna al borgo originario, sempre in sospeso. Si tratta di un ritorno temporaneo, che ormai la casa, la dimora del quotidiano, è dentro a un’altra lingua, una lingua straniera diventata quotidiana. In questo caso si tratta del coesistere fra il dialetto italiano parlato nelle montagne di questa provincia del Modenese e l’altro, il francese. Lingua straniera masticata con bocconi di mille sapori e accenti dalla generazione dei nonni, digerita da quella seconda generazione nata nell’altrove diventato nuova patria, metabolizzata nel sangue della terza, i nipoti, che della radice originale ormai assaggiano solo, forse, qualche parola, un sentore in punta di lingua, l’assaggio di una fragranza.

Una volta scritto, il dialetto diventa esercizio di stile fantastico, lingua d’invenzione che mescola realtà e immaginazione, scherzo in versi, gioco nel senso più autentico del termine, che in fondo, come racconta l’autore, portiamo tutti il peso di questa valigia degli antenati, ma una porta che si apre all’improvviso a volte ci indica la strada; una direzione nuova, quella forse dell’inaspettato che ancora è in grado di sorprenderci

Queste rime non seguono l’ordine originario, questo è un avvertimento nonostante, come è ovvio, il lettore non possa sapere quale fosse l’ordine originario. Questo è un segreto fra me e l’autore. Anche io mi sono divertita, mi sono presa la libertà di saltare, atterrare, fermarmi… in una parola inseguire il filo. Perché in fondo questo è il racconto che sta dentro e oltre queste manciate di parole come sassi, pietre raccolte e messe in tasca durante tanti momenti di vita: il viaggio dell’esistenza. Il vivere, fatto di giornate al sole e tempeste, diventare adulti, poi nonni, l’amore, la morte; una bara dove dentro guardiamo l’amore della vita che ci lascia e noi costretti a salutarlo, sapendo che c’è ancora un po’ di filo da vivere nella scatola del tempo, prima che la parola fine sia scritta anche per noi. Quello che resta è una candela nella notte.
E allora la scrittura è esercizio che ci aiuta a ripercorrere questo filo.

“Per la lettera persa
circa cinquant’anni fà
inventare al’arversa
la vita tornando là”.

(Re)inventare la vita alla rovescia ritornando là, in quella zona, spazio geografico e luogo del ricordo: vuoto dove il tempo accade, è accaduto e continuerà ad accadere; noi, testimoni, non possiamo che prendere atto di questa geografia del cambiamento sentendola sulla nostra pelle.

Rime da ridere e
da piangere

Come una cura,come una sfida, come un gioco!
scrivo solo per me, cercando le rime, non c’è tristezza nella melancolia
solo riposo, e tenerezzza, lontano dalla vita di ogni giorno. È un’evidenza, il cervello,
agitato dall’emozione, ordina le parole e in modo tale di avere e il ritmo, la musica, le rime!
La mano scrive, lui comanda.
Se pare più spesso lugubre, il soggetto della morte è anche quello della vita,
Vita pure felice. Mi sono sempre considerato fortunato.
Spesso per tanti eventi, ho trovato strane coincidenze e eventi,
con risultati favorevoli, quando potevano finire male!
Come una presenza, che mi guidava verso la porta giusta,
Forse per me, un’ossessione, una cruda realtà, nata non so dove, nell’infanzia,
o alla nascita, come dice la neuropsicologa Anne Ancellin Schützenberger,
o il neuropsichiatra Boris Cyrulnik, portiamo tutti il peso e i trauma dei nostri antenati.
Ma la resilienza è diversa e differente per ognuno.

La NINFA di FARFARUSA

Un qualche giorno
lungo la strada,
se guidi piano,
dopo la Veggia,
verso Saltino,
e Riolunato,
vedrai sul lato,
camminar lento
un vagabondo,
d’un altro mondo.
Lo sguardo alto
verso i monti,
ricco di sogni,
zaïno leggero,
niente altero,
dirà , volere
sul mont Cantiere
e suo paese
Boccassolese,
in dov’è nata,
da emigrata,
tornar’agiata.

Enn sava Ksà dir, e shteva zitt
e la guardava, russ, tut suffritt;
kma i giuvnn, e’n s’attentava;
l’ava capii e la ridiva,
Le, bella, int’ un voeshti a fiur;
kun, int ioetioe, di pupin, e bagliur.

Ritornerò nel bel paese
dov’è ‘l Cantier’ e la Ronchetta;
La terra ci torna maggese,
Perchè van’ i giovan’in città,
Il campanil’ sul rocc’ cimiero,
Sopra ‘l Bugione par’ altero;
Da i Cinghi a Cà Badina,
Dal Lamariin alla Calvana,
Anch’ alla macchia rassicura;
Vederlo, sentirlo, è cura,
Quando s’è sol’ nel bosc’oscuro
Tra la Chimera e Saturo;
O da lontano pellegrino,
Vagando sempre, col destino.

ALTRI TEMPI

sarà presto aprile
improcrastinabile
e già la primavera;
nasce solo brughiera,
nei campi abbandonati;
Nei vicoli deserti
non si sente il gallo
che cantava la diana
all’aurora’appena,
nemen’ il campanello
di pecore, di mucche
partendo verso i prati
cercar erba e bacche.
I tempi son cambiati,
nei paesi vuotati
stan chiuse le persiane;
I giovani non restan’
nelle case anziane.
vengono ‘na volt’a l’an;
Lavorano in città.
dov’ han’ le comodità.

ma poerchè Boccasshoel
i ha tu lascià i fioel?

partir akshi luntan!
i sugnavn a Pra’ Rdund
e Canter e prà d’ Dan!
perchè i ha tu lascià,
partir per tut e mund
quand i vlivn essrr a cà.
Cun in ment, arturnar,
sentir e campanil,
e i soe campanar;
ber un biker gentil
cuntar doel bal, parlar,
in cim’a cà d’pighett
star un po cun i vtiett.

Boccasshoel, Boccasshoel
i shparishnoe i toe fioel!

sadness

Poco, è ‘l tempo che rimane,
ci vuole vita con passione;
Ma la speranza non c’è più;
qualsiasi : raggione, virtù!
in questi giorni d’autunno,
mi dispero, com’in prigione,
sperando sull’ schermo, un cenno,
che manderesti, faccina, tù.
il giorn’ è come notte, nero;
scappa veloce al babaù,
e nel cielo, non pare vero,
è sparito il colore blù!!

La nostra storia non sarà banale
non la potremo cancellare più;
cosi va la vita ,quasi virtuale,
solo mie due rime diranno viepiù.

non contiamo gli anni,
con i capelli bianchi,
bello diventar’ nonni;
anche se sempre stanchi;
mostrar’ ai nipotini
il paese lontano,
dove son’ le radici,
antenati, amici;
insegnar’ il cammino
dei prati e dei boschi,
a passi da bambino,
non ci sono i banchi!
distendersi, sedere,
riposarsi col fiore;
nel campo e la macchia;
e perdere capoccia
a guardare,volto sù,
sdraiato,il cielo blù;
assaggiare le frole,
mirtilli e lamponi,
far’insieme le scuole
della vita, affini.

Corpo leso
Svogliato,
Vai disteso,
Quasi pronto,
Per eterno
Abbandono.
Nella  scura,
Chiusa, bara.

Ma chi s’arcorda pù ,
dùv’è, e Katshalù,
Oel Kosht, la Shushina,
E Fald, la Pianlina!
E Butshell, e Prà d’dan,
E lassù, d’e Canterr
E Fald, e Prà d’Paian.
Chi sà tutioe i sinterr?

Ura ien perss, nashcosht,
sut i boshk; sull i posht
del carbunaar; ben paar!
Loess ’ troevnoe, dop cent’ann
Ma chi’g’và a sudaar,
a tiapaar un malaan!

Chi s’arcorda anc’ura
D’la vita d ’ all’ ura?
Tagliar’ un pkun d’buccia
da far un paruliin
poer frol’e badjuliin

e pan , kun e kurtel
a foett, trop dur, pr’i dent,
bagnà, int’la surgent’
cun un pkun d’ furmaioe,
tiràà de tuvadel;
pianiin, poer pù assagioe.

Sai’ i tuoi cari
Non torneranno;
sono presenti
poco lontano,
se tù ci pensi,
vicino stanno;

com’un tesoro
torna nei sogni,
vita con loro;
quanti ricordi
tornar’ indietro
dai nostri cari.

Non sarà tanto,
da aspettare;
tornar’accanto
d’anime care
nel campo santo;
a riposare.

Giovane, appassionati!
Vivi vivo, non fermarti,
Con pazzia vai avanti,
muoviti, soffri, ma combatti

Non è facile la vita,
sopportare la ferita,
c’è orgoglio, se s’affronta
la pena, e se si lotta;

non si scappa alla fine,
suoneranno le campane,
ultim’ addio perenne,

se tu sei del paesino;
finirai un ricordino,
ogni tanto col lumino!

che si chiama Boccassuolo;
pel meritato riposo
nel prà santo, silenzioso.

Per la lettera persa
circa cinquant’anni fà
inventare al’arversa
la vita tornando là.

Nonna Mariantunia
“Ah! Dio v’ boendisha”,
Djiva la nunna,
Quand l’ha soe vdiva;
l’era madunna
e la ridiva.

2 thoughts on “Rime di migrante per ridere e per piangere

  1. ivan lenzotti ha detto:

    errore : non “Saturo” ma “Satiro”, cretura della mitologia greca, abitante del bosco, che fà paura….
    diventato il” lupo “, per spaventare i bimbi……

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