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Di Dana Carmignani

Si giocava a carte con nonno e nonna nelle sere di inverno. O meglio loro giocavano.
Si mettevano allo stesso tavolo di ora, di punta d’angolo, rivolti l’uno verso l’altra. Il braciere in mezzo alle gambe, il fuoco che ardeva, e se le davano di santa ragione. Se le dicevano pure di tutti i colori e si zipittavano come bambini.
Io assistevo a quell’incontro come assistessi ad una commedia a più atti recitata solo per me.
Prendevo la mia seggiolina , anche quella ce l’ho sempre, e mi piazzavo fra i due anch’io col mio caldanino fra i piedi, i miei librini e di solito il micio in collo, e poi mi preparavo a quello spettacolo esilarante che si protraeva finchè nonno non ne poteva più e sbottava alzandosi di scatto e gettando il cappello sulla tavola urlando.. “ Vo’ alletto con te un ci gioo più!”

Io mi scompisciavo dalle risate piegata in due e tra un po’ rischiavo di cascare in terra, perché a quella scena finale, nonno, non ci arrivava subito.. prima gonfiava per diverse volte, perché tanto lei vinceva sempre.. “ Tieni – diceva nonna a me accanto, porgendomi le sue vincite- tienimele te..” Mi toccavano le sue carte razzolate in quelle gettate che schioccavano sul marmo e mi sembrava facessero scalpore persino in quella cucina affumicata dal fuoco e dal fumo di nonno, che in quei momenti si intensificava. E io mi accorgevo dell’umore e delle carte perdenti che aveva in mano lui, proprio perchè cominciava a tirare quella pipa come fosse una ciminiera, ansioso come un pargolo che sa di andare incontro ad una perdita sicura, però non vuol cedere.

Gli occhi di lui, neri scuri guizzavano da sotto il cappello e la scrutavano, mentre si intorchiava i baffi con una visibile tensione che cresceva a man mano che perdeva.
“ Scopa!” Tuonava nonna, che, al contrario di lui, attenta, immobile, come un giocatore di poker, invece non batteva ciglio. Io solo mi accorgevo da una minima alterazione del labbro, che le si incrinava in un movimento impercettibile di lussurioso compiacimento, che lei era in una botte di ferro. Era lo stesso movimento invisibile quasi e sornione che nonna aveva quando me le meritavo ma non mi faceva niente.. avevo capito di piacerle tanto e avevo capito che bastava farla ridere. L’ironia di nonna era indiscutibile e sicchè se ci riuscivo, se le si rizzava il labbro in quel modo in certi momenti, anche se mi toccavano, me le scansavo.

Ecco quando giocava a carte con nonno era così lei. Tutta un gongolio che io riuscivo a vederle addosso. Ed era irremovibile. Non c’era verso di nulla lei non demordeva, nemmeno durante le sceneggiate di lui.
Perché dico commedia a più tempi.. perché di solito alla prima partita persa.. lui faceva il verso di andarsene.. si alzava scuoteva la seggiola.. “Uhm ..” diceva annuendo, muto..
Lei doveva capire cosa voleva. Era sempre così nonno, lei doveva intendere da un mugulo, o da un’occhiata.. e il bello è che lei capiva .. “ Che voi? – diceva lei quando capitava anche a tavola che lui alzasse gli occhi mugugnando- che voi il vino? Un te lo poi piglià datte’.. è lì..”
No , lui voleva che lei glielo mettesse davanti, proprio davanti il fiaschetto.. “ Un lo poi alzà il braccio.?.” – diceva lei, però poi glielo avvicinava.

Ma a carte no. Non si faceva corrompere. Rigida e risoluta rimaneva nelle sue posizioni. Conosceva bene i suoi polli , infatti lui, dopo la prima alzata, tornava indietro.
Lei dava un’occhiata a me di sottecchi, senza fiatare, come volesse dirmi.. “ Hai visto bimba.. così si fa..”.. infatti nonna non solo a carte ma anche nella vita reale non si sottometteva mai a lui. Lo rispettava , a volte lo assecondava, lo seguiva ma sempre rimanendo ferma nelle sue posizioni che se si contrapponevano a quelle di lui si facevano sentire.. imparavo il rispetto reciproco da due vecchi che se le davano a carte ma si amavano e si erano amati tutta la vita.

Ripartiva la partita, lui si rimetteva a sedè.. e di solito riperdeva.. io mi riscompisciavo.. lui faceva i soliti versi.. a volte pigliava anche l’uscio dell’andito per andà su.. e poi si risedeva perché non gliela voleva dà vinta in ogni modo..
“ O falla finita d’andà su e giù .. che viene freddo.. chiudi l’uscio e mettiti a sedè..che ti do’ la “riperdita”..
Lei proprio non gli dava soddisfazione, anzi infieriva non gliene passava una al poromo.. che mogio mogio si rimetteva a sedè chiudendo l’uscio, anche quello sempre lo stesso, che dà sull’andito delle scale e che pure chiudendolo non certo sortiva l’effetto di più calore. Solo che in cucina se si stava chiusi rimaneva un po’ più di tepore che del resto della casa.
E noi si stava chiusi, si stava in pratica solo lì al canto del fuoco e con persino gli scuroli sprangati che d’inverno eran bloccati già alle quattro.

In quelle sere dei miei ricordi esilaranti, non c’era altro in casa, né stufa, ne acqua né frigo ..figuriamoci la televisione.. niente.. solo quel camino acceso quei bracieri fra le gambe .. quei due vecchi..i miei librini e il gatto.
L’aria entrava dagli spifferi e soffiava fuori in inverni duri che portavano tramontane che facevano ululare gli alberi come lupi, o piogge battenti che picchiavano nel buio sulle finestre tappate, come mani che volessero aprire a tutti i costi , per entrare a quel briciolo di calore che emanavano quel fuoco e quelle persone.
Perché ebbene sì c’era calore fra noi, che non era dato solo da quel povero fuoco. Io ero felice. In mezzo a quei due vecchi mi sentivo protetta e al sicuro, in quelle serate che non erano nemmen lunghe se si vuol vedere , perché in realtà duravano poco visto che si cenava alle cinque.
Quelle serate che a me parevano interminabili , erano corte invece e finivano presto, perché all’ennesima partita persa di nonno .. ci si alzava anche noi..
“Via via bimba si va alletto tanto la battuta ni s’è data anche stasera”
Nonno era già partito tutto inculito ed si era avviato sulle scale prima che ci si avviasse noi.

Nonna parlava con me al plurale come se anch’io avessi fatto parte di quella “battuta”, come diceva lei, che aveva dato a nonno. Continuava a ridere sulle scale, guardandomi complice e trasmettendomi in quei momenti una sicurezza interiore, che mentre mi teneva per mano e si andava sopra in quel gelo e al lume di una piccola lampadina, mi pareva che non solo lei avesse verso di me, ma che anch’io riuscivo a trasmettere a lei. Come se io piccola, potessi sorreggerla nella sua anzianità, come se potessi sostenerla in qualcosa che non capivo bene, ma che lei mi trasmetteva con quei guizzi negli occhi, quei lampi di felicità che non eccedevano mai in tante coccole perché era sobria lei, però si vedeva.
Lo vedevo al meglio quando in quelle serate salivamo le scale e mi sembrava proprio che una grande e una piccola, una vecchia e una giovane, non fossero tanto differenti, ma insieme si spalleggiassero in un mondo che come quegli inverni era duro, e insieme si facevano coraggio e compagnia.

Mai come in quelle sere me ne son resa conto al meglio e al meglio ho ringraziato nelle preghiere che lei prima di dormire mi faceva dire.
Arrivate con nonno avanti, sul pianerottolo sopra, ci si divideva. Nonno borbottando una buonanotte, ancora imbronciato pigliava per la sua camera, che era rimasta la loro camera da sposi.. nonna e io si dormiva , da quando ero arrivata lì, in quello che era chiamato il camerone dietro e che era stato della zia Melia, e si entrava in una stanza gelida che di bello aveva solo il fuoco a letto.. io mi spogliavo ed entravo veloce al caldo ricordando.. “ Come gliele hai cantate nonna”.. ovvio prendevo le sue parti, e lei sorridendo si spogliava e si infilava con me in quel calduccio, io mi appiccicavo a lei e sognavo, sognavo un mondo fatto di poco, di bellezze che mi pareva fossero poi tutte lì in quel piccolo mondo dove in una partita a carte era racchiuso anche l’universo intero.

Grazie all’autrice Dana Carmignani per il dono di questo racconto inedito.
Chi è curioso può continuare a leggere “I racconti di nonna Giulia (storie toscane per Facebook)“, “I nuovi racconti di nonna Giulia” e “Prendere il volo” piccole storie di vita vissuti e dolci memorie.
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