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Di Antonella Malaguti

Ciò che verrà, ciò che anche la prossima ora, il prossimo giorno mi potranno portare
incontro, sebbene mi sia del tutto sconosciuto,
non lo posso cambiare mediante alcuna paura o timore.
Io l’attendo con il più profondo silenzio dell’anima,
con la più assoluta calma del mare del sentire.
Colui che può andare incontro al futuro con tale calma,
e tuttavia non lasciar venir meno in alcun modo la sua energia,
la sua forza d’azione, in costui le forze dell’anima possono
svilupparsi nel modo più intenso e nella forma più libera.
È come se davanti all’anima cadessero al contempo impedimenti su impedimenti,
quando essa viene compenetrata sempre più
da quell’atmosfera di dedizione di fronte agli eventi che fluiscono dal futuro.
La nostra evoluzione viene ostacolata dalla paura e dal timore perché noi,
attraverso le onde della paura e del timore,
respingiamo quello che il futuro vuole far entrare nella nostra anima.
La dedizione a ciò che viene chiamata “saggezza divina” presente negli eventi,
la sicurezza che ciò che verrà deve essere e che, in qualche direzione,
darà frutti fecondi,
l’evocazione di tale atmosfera nelle parole, nei sentimenti e nelle idee:
questo è lo stato d’animo della preghiera di devozione.
Nella nostra epoca è veramente necessario
imparare a saper vivere con vera fiducia senza alcuna preventiva rassicurazione esistenziale,
con la fiducia nell’aiuto sempre presente del mondo spirituale.
In verità, affinché oggi il coraggio non venga meno,
non resta che “divenire sovrani” nella nostra volontà con la giusta disciplina
e cercare il risveglio interiore ogni mattina e ogni sera.
Rudolf Steiner,
dalla conferenza “L’intima natura della preghiera”
Berlino, 17 Febbraio 1910

Siamo nel pieno della terza settimana di chiusura delle scuole. La novità iniziale, quasi festosa e densa di quell’emozione che porta con sé tutto ciò che è inedito, mai sperimentato, si sta mutando in allarme.
Il forzato riposo che era sollievo e alibi dalle urgenze del fare si sta trasformando in ansia sottile.
Da bambina, a casa della nonna, mi divertivo a girare su me stessa, prima piano, poi sempre più veloce. Il parquet della sala da pranzo scricchiolava sotto i miei piedi e i confini di tutto ciò che mi circondava si confondevano in una fascia indistinta di forme e colori. Ruotavo fino a cadere a terra, sul pavimento che continuava a girare.
Ora è arrivato il momento in cui vorrei smettere di ruotare, uscire dal vortice dello spaesamento. Da qui in poi non mi diverto più, sento pulsare un senso di nausea.
Siamo chiamati a divenire dervisci?

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La prima volta che ho visto danzare i dervisci avevo circa vent’anni. I loro cappelli leggermente inclinati parevano l’asse del pianeta Terra. È stato come osservare la rotazione di corpi celesti. Il moto concentrico di tanti piccoli mondi.
Poi quest’anno, al palazzo del Cinema di Venezia, ho visto danzare Nevio Vitali. Durante il concerto di musica curda è entrato timidamente sul palco: la testa piena di ricci e una buffa gonna rossa. A un certo punto, ha raccolto le mani al petto e ha iniziato a girare.
Non si fermava più.
Tutti i mille astanti in sala si sono irrigiditi. Pareva che si gridasse all’unisono: “Fermati, che se no cadi!”. Io ho trattenuto il fiato, non potevo credere che non si sentisse male. Provavo pena per lui.
E invece Nevio continuava a ruotare.
Mentre lo osservavo in quella folle rotazione qualcosa in me ha ceduto. Le corde di contenimento dei carichi ormeggiati nella stiva del cuore si sono come spezzate. Ho lasciato cadere tutto in mare. Un disastro, e una liberazione.
Ho ripreso a respirare normalmente, i muscoli si sono rilassati. Ovviamente, ho pianto.
Ma questo non significa che ora io sia in grado di continuare a girare.

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The Economist paragona la situazione attuale a una “guerra mondiale”1. Non credevo che la guerra potesse essere così silenziosa.
In queste sere, con i bambini, stiamo leggendo La storia infinita. Ho visto il film alle elementari, mio figlio si chiama come il protagonista. Quello che legge il libro intendo, non il fanciullo Pelleverde che L’Infanta Imperatrice incarica di salvare Fantàsia. Perché i veri eroi sono quelli che vivono la vita di tutti i giorni (e poi non ci avrebbe mai perdonato, se lo avessimo chiamato Atreiu).

Il Nulla che avanza e che non si può guardare, contro cui combatte il protagonista, è come il vuoto che crea attorno a sé il Coronavirus. Non fa male, ma fa sparire dei pezzi di te.
È un buco nel petto, la perdita del tuo ruolo nel mondo. Quando il Nulla si prende la scuola, il lavoro, la mostra che volevi visitare, il corso di danza, la lezione di musica, la biblioteca. Quando tutto questo cade nel buco del vuoto, cosa resta di te?

pensieri sulla quarantena

pensieri sulla quarantena ancora

Umberto Galimberti spiega bene la distinzione fra paura e angoscia. La paura si riferisce a un oggetto chiaramente identificato (la paura di cadere da un albero, la paura di essere bocciato a un esame, la paura di essere rifiutato in amore).
L’angoscia, invece, coinvolge qualcosa di indistinto, di nebuloso. La minaccia che determina angoscia non ha certa provenienza. Come il Coronavirus. “Chiunque può portarlo”, ci mette in guardia il noto filosofo.
Ti devi guardare le spalle.
Le biblioteche sono chiuse e a casa imperversano i bambini. Così, sto lavorando dall’area ristoro di un centro commerciale. Il mio tavolino preferito è verde e abbastanza isolato per sentirmi tranquilla. Mac, auricolari, cioccolata calda e per qualche ora tutti i pezzi sembrano tornare al posto giusto.

Nel pomeriggio, mentre tornavo a casa a piedi dall’”ufficio”, ho virato istintivamente sotto uno stretto portico per evitare una ragazza che portava la spesa e quando sono stata sorpresa da una vecchia che mi veniva incontro a pochi metri ho avuto la tentazione di dribblare anche lei. Mi sono trattenuta per dignità.
Non si dovrebbe dire “paura del buio”, ma “angoscia del buio”.
E dell’angoscia, a volte, ci si può vergognare.

Forse Dora potrà riprendere le lezioni di coro delle voci bianche all’aperto, ai Giardini Pubblici. Ogni bambino porterà da casa un peluche. La maestra li posizionerà sulla ghiaia, a un metro e mezzo di distanza uno dall’altro, in modo che i bambini sappiano qual è il posto che devono tenere per essere lontani fra loro quanto basta per svolgere la lezione in sicurezza.
Così i bambini saranno alla giusta distanza gli uni dagli altri.
Ho passato la vita a tenere le persone “alla giusta distanza” da me. Tenere a distanza è qualcosa che riguarda gli adulti. Sono i grandi che costruiscono muri invisibili, che fanno attenzione a non immischiarsi, a non compromettersi, a non esporsi.
I bambini si abbracciano, si aggrovigliano.
Ho scritto io al direttore del conservatorio per proporre questa modalità alternativa di lezione. Ora spero che la richiesta non venga accolta.

stare-soli-quarantena

L’ultimo Decreto Ministeriale prescrive un metro di distanza gli uni dagli altri, Il Sole24Ore ne consiglia due. Lontani a un intervallo dello stesso ritmo, come i tasti di un pianoforte, i quadranti di una scacchiera, le righe del pentagramma.
Siamo nenia che diventa visibile. Vicini, ma non troppo, senza toccarsi.
Abbiamo imparato anche a stare in fila ordinata alle casse del supermercato come gli svedesi e i tedeschi. Solo la paura poteva insegnare a noi italiani il rispetto del proprio turno.
Lontani a un intervallo dello stesso ritmo, come i grani di un rosario.
Mi chiedo a chi appartengano le mani che ci fanno scorrere, lentamente, fra le dita.

giocare-in-quarantena

I centri commerciali non chiudono mai. Dalla scorsa settimana è ufficiale l’obbligo di fare lezioni on-line, anche per le scuole primarie, ma la spesa on-line non è richiesta. Pare che le corsie dei supermercati godano di una misteriosa e miracolosa immunità.
Abbiamo la dispensa piena di prodotti che compriamo a colli con il gruppo d’acquisto. Forse per questo non abbiamo sentito l’urgenza di precipitarci a saccheggiare i centri commerciali.
Un paio di giorni dopo la chiusura delle scuole sono andata a comprare alcuni ingredienti per fare le piadine. Sugli scaffali dei supermercati era rimasta solo la farina integrale. Per fortuna era quella che mi serviva.
I consumatori di farina 00, evidentemente, sono avidi consumatori anche di televisione.

Modena in quarantena
Modena in quarantena

Oggi abbiamo saputo che anche le lezioni di danza di Alma sono sospese. Questi ultimi brandelli finora irriducibili del ritmo settimanale si dissolvono. Qualcosa era già cambiato: dovevo salutarla sulla soglia della palestra, perché era permesso l’ingresso solo agli atleti. Scendevo a lavorare tre ore in gelateria invece che fermarmi attorno ai grandi tavoli rotondi della sala d’aspetto. Ho scoperto che anche lì fanno una buona cioccolata. Il Coronavirus mi farà alzare la glicemia.

Alma era contenta che io non potessi guardarla. Voleva farmi una sorpresa al concorso. Non sopporta lo spoiler delle coreografie. E si imbarazza quando la osservo. Dice che fisso solo lei. È vero. Quando la guardo ballare tutto il resto scompare. Lei lo sente anche oltre le vetrate a specchio. Lo sguardo delle madri ha un peso fisico.
Penso allo sguardo di mia madre, a tutte le volte che l’ho avvertito posarsi su di me come un macigno. Mentre per lei, magari, era una carezza.

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“Durante l’epidemia non sai cosa fare? Pianta un fiore”.
Mi piacerebbe passare questo messaggio all’ufficio affissioni del comune e incollarlo in formato 70×100 in giro per la città.
Le strade e i parchi dopo settimane di Guerrilla Gardening selvaggio sarebbero irriconoscibili.
Si dovrebbe anche trovare un posto d’onore per un parco in memoria del Covid-19. Dovremmo piantare alberi. Sceglierei un bosco di carrubi, perché tutti i baccelli all’interno dello stesso involucro hanno identico peso. Una delle inspiegabili magie della natura.
Quel bosco rimarrebbe lì a ricordarci che le fragilità di tutti gli esseri umani sono uguali.
PS Questa storia dei carrubi l’ho letta nel libro di Concita De Gregorio “Così è la vita“.

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42 in quarantena

Da stanotte la nostra città è zona rossa. Quel colore che distingue la sua identità storico-politica vira di significato. Dalla falce e martello al Coronavirus.
Non si può più uscire dalla provincia, se non per motivi ??? di lavoro.
Il bar sotto casa era fitto di gente.
Togliete tutto agli italiani, pure il campionato, ma non il caffè.

Nel 2020, nel cielo del Capricorno si ripresentano, in fila indiana, Plutone, Saturno e, dallo scorso febbraio, Marte. Il nostro amico Rino Curti mi ha spiegato che è una quadratura eccezionale, che non si vedeva da mille anni, dai tempi di San Francesco.

Domenica mattina sono uscita presto e tra gli alberi sotto casa ho sentito un picchio. Non sono riuscita a vederlo, ma la scarica di colpi del suo becco sul tronco faceva eco in tutto il giardino. Sono trent’anni che abito qui e non avevo mai sentito un picchio. Forse è arrivato da poco, incoraggiato dalla insolita calma cittadina, più probabilmente abita qui, ma non me ne ero mai accorta.
Questa condizione surreale apre la consapevolezza a vari livelli.

“Mi piacerebbe addormentarmi e svegliarmi a giugno”. Un letargo, questo ci servirebbe.

Oggi con Valentina, cha un figlio in più e dieci anni meno di me, abbiamo fatto un elenco di quello che potremmo fare.

sorridere

mi-sento-sottosopra

buon-umore

compiti-a-casa

homeschooling

illuminare-notte

immaginare

istante-in-famiglia

pesce aprile

scene-vita-familiare

“Il virus che ci rende sovrani” è stato scritto da Antonella Malaguti.
Sovrani di cosa? Di noi stessi, delle nostre paure, del tempo.

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1 thought on “Il virus che ci rende sovrani

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